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IL PICCOLO - LUNEDI', 10 maggio 2021

 

 

Consorzio di bonifica nuovo, Venezia Giulia tutta coperta
L'ente di Ronchi dei Legionari oltre all'Isontino si occuperà di irrigazioni dei campi e cura dei canali nei comuni di Trieste con una competenza di oltre 58 mila ettari
A 32 anni dalla sua fondazione o, meglio, dall'accorpamento di più enti con la "mission" comune il Consorzio di Bonifica Pianura Isontina di Ronchi dei Legionari cambia nome. Diventa Consorzio di Bonifica della Venezia Giulia e, poi, abbraccia le sue competenze oltreché su 24 Comuni dell'isontino, anche su 6 dell'ex provincia di Trieste e sul Comune di Prepotto, in quella di Udine. Una competenza che, in termini di estensione territoriale, significa una competenza su 58.535,17 ettari, contro i 22.550 del 1989.«Un po' come quando si è verificata la fusione tra la Camera di Commercio di Gorizia e quella di Trieste, dando vita alla Camera di Commercio della Venezia Giulia - spiega il presidente, Enzo Lorenzon - così anche noi, quando abbiamo progressivamente allargato il nostro comprensorio allargando il servizio irriguo al territorio triestino, abbiamo deciso di cambiare nome, scegliendone uno maggiormente rappresentativo delle realtà coinvolte».Il Consorzio, attraverso scelte tecniche e mezzi, gestisce il tutto con l'attuale personale, vale a dire 21 persone, di cui 9 impiegati. Irrigazione, gestione delle prese d'acqua, servizio antibrina e, per alcuni enti, anche gestione del verde, oltre allo sfalcio dell'erba nelle aree di competenza. Ecco le diverse attività del Consorzio ronchese che si allarga. Il servizio è nella sua normale operatività e non implica costi aggiuntivi per gli utenti. Esso, poi, sta seguendo anche le direttive ministeriali per creare delle riserve d'acqua, affiancato dalla Camera di commercio e dalla Regione che, come sottolinea Lorenzon, sono sempre sensibili al mondo agricolo. Quella della bonifica è una storia antica per l'Isontino. Si rifà al Consorzio dell'Agro monfalconese, denominazione diffusa in letteratura agraria dalla seconda metà del XIX secolo. L'irrigazione prende corpo nel periodo tra il 1846 e il 1865, quando viene anche costituito il Consorzio del Brancolo. Con le opere per la realizzazione dell'opera di presa di Sagrado, la "Rosta", nel 1905, appare subito inscindibile il legame con i territori del gradiscano e del cormonese. Di qui la nascita dell'Agro Cormonese-Gradiscano. Si creano i consorzi sulla base dello sviluppo delle opere nei diversi punti del territorio, man mano che la rete di distribuzione irrigua aggiunge nuove aree a servizio. Negli anni Ottanta, complici anche le nuove tecnologie, i moderni macchinari e una diversa organizzazione del lavoro, comincia la spinta all'aggregazione dei consorzi. Punto di arrivo il 31 luglio del 1989 con la costituzione formale del Consorzio di Bonifica Pianura Isontina. Il Consorzio opera su un comprensorio di bonifica ricadente parte nella provincia di Gorizia e parte in quelle di Trieste e di Udine, delimitato dall'amministrazione regionale, il cui perimetro si sviluppa dalla località Podclanz in Comune di Prepotto, segue il confine di Stato lungo il fiume Judrio fino alla località Albana, da qui prosegue sempre lungo il confine di Stato passando per i valichi confinari con la Slovenia di San Floriano, Sant'Andrea, San Pelagio, Fernetti e Pese fino al valico confinario di San Bartolomeo sulla provinciale 14 in Comune di Muggia. Segue quindi la linea di costa fino alla foce dell'Isonzo, il fiume Isonzo, il limite della provincia di Gorizia fino all'intersezione con il Comune di Prepotto, per chiudere in località Podclanz. A ottobre, va ricordato, si svolgeranno le elezioni per il rinnovo del consiglio e del presidente.

Luca Perrino

 

 

Creato a Lussinpiccolo  un mini pronto soccorso per le tartarughe marine
Nei primi tre mesi dell'anno 25 esemplari sono morti nelle acque croate. I nemici? Reti da pesca, ami e plastica
FIUME. Assieme a quello di Pola è l'unico centro di recupero delle tartarughe marine in Croazia. A Lussinpiccolo, nell'ambito del pregevole istituto Plavi svijet (Mondo blu), è attiva una struttura che da anni si adopera a favore di questi meravigliosi rettili, sottoposti negli ultimi decenni ad un'esistenza non certo facile, complicata dalla presenza in mare di tantissima plastica, reti di pescatori, immondizie di vario genere, imbarcazioni. Il centro lussignano, nato nel 2013, ha finora curato 33 esemplari, di cui ben 11 nei primi quattro mesi del 2021 e anche questa è la prova che le tartarughe marine devono affrontare situazioni sempre più difficili, pericolose, stressanti. «Purtroppo nel periodo gennaio-aprile siamo stati informati della morte di 25 tartarughe nelle acque croate dell'Adriatico, numero molto alto e indice di un quadro che preoccupa gli esperti e non solo - è quanto dichiarato dalla responsabile di questo ospedale per rettili marini, la fiumana Mateja Zekan, da tempo trapiantata a Lussinpiccolo - i maggiori pericoli derivano dalle attività di pesca, con le tartarughe che spesso finiscono nelle reti delle strascicanti, nelle reti da posta, in quelle lasciate a marcire sui fondali. Abbiamo anche avuto due casi in cui gli animali hanno inghiottito gli ami rispettivamente di un palamito e di una canna per la pesca al tonno». Il centro, supportato dal progetto intitolato Life Euroturtles, si trova in Val di Sole, tra gli alberghi Aurora e Vespera della lussignana Jadranka. È composto da tre vasche di dimensioni maggiori e da due più piccole, con la Zekan che in questa opera di assistenza lavora al fianco di Tina Belaj, giovane veterinaria di Lussingrande.Entrambe - non appena arriva una tartaruga marina - la controllano dettagliatamente per capirne le condizioni di salute, accertando eventuali lesioni oppure se sia esausta, disidratata o colpita da assideramento. Se necessario, ne curano le ferite e in alcuni casi ricorrono all'infusione. «Negli ultimi tempi abbiamo avviato ua campagna di educazione dei pescatori professionisti e posso dire che la categoria sta sempre più comprendendo i problemi che attanagliano le tartarughe - ha dichiarato la Zekan - non si comportano più come prima, quando gettavano subito in mare gli esemplari pescati casualmente e destinati così a morte certa o quasi. Ora le lasciano in coperta, consentendo agli animali di uscire dallo stato comatoso e di respirare a pieni polmoni. Purtroppo c'è anche tanta plastica in giro, con le tartarughe che scambiano i sacchetti di nylon con le meduse, di cui sono ghiotte. Le conseguenze possono essere fatali».A Lussinpiccolo gli animali convalescenti vengono nutriti bene, con sardelle e calamari, fino a quando giunge il momento di tornare nell'ambiente marino. La Zekan ha poi precisato che cinque esemplari, il cui carapace è più lungo di 45 centimetri, sono stati dotati di Gps, che trasmettono alla struttura isolana dati preziosi sui percorsi compiuti e sulle aree dove amano maggiormente soggiornare.

Andrea Marsanich

 

Clima e pesticidi, a rischio le api. Senza di loro poca frutta e verdura

Un futuro senza api? Molto cupo. Non significherebbe solo rinunciare al miele, ma anche ridurre il consumo di molteplici varietà di frutta e verdura. «Delle 100 colture che costituiscono il 90% della produzione mondiale di cibo, ben 71 sono legate alle api» afferma la rivista di scienza e sociologia "Focus". Il sistema alimentare ne uscirebbe compromesso ma non solo: ne risentirebbe anche quello economico. Senza contare i danni all'ecosistema. L'operoso insetto è così prezioso per l'uomo e la Natura grazie al suo servizio di impollinazione, processo fondamentale nel ciclo vitale di una pianta. Secondo l'Ispra, Istituto superiore per la Protezione e ricerca ambientale, più del 75% delle principali colture trae beneficio da decine di migliaia di specie animali, tra cui almeno 16 mila insetti. Inoltre il 90% delle piante selvatiche da fiore necessita della collaborazione degli impollinatori (come api, vespe, farfalle, coccinelle, ragni, uccelli) per la propria moltiplicazione. In primavera ed estate, l'ape si nutre di nettare e polline, due sostanze prodotte dai fiori e in funzione di questa caratteristica è munita di un apparato boccale specializzato nel succhiare il nettare. Possiede anche zampe in grado di raccogliere e trasportare i granuli di polline. Dopo essersi "rifornita" in un fiore, vola verso un altro e porta con sé, intrappolati nella sua peluria, residui di polline: è nel secondo fiore che i granelli trasportati si staccano e vanno a posarsi sullo stigma. Ne seguirà la produzione di frutti e semi. A partire dagli Anni '90, molti apicoltori hanno assistito a un rilevante calo nelle popolazioni di api, soprattutto in Europa e Nord America.Una specie su dieci di api e farfalle europee è a rischio estinzione e una su tre è in declino. Il fenomeno è riconducibile a diversi fattori, capaci di agire singolarmente oppure in combinazione tra loro: distruzione dell'habitat, avvelenamento da pesticidi utilizzati nell'agricoltura, inquinamento, cambiamenti climatici e così via. L'eliminazione delle sostanze chimiche contenute nei pesticidi è il passo più immediato per tutelarle: nel maggio del 2018 l'Unione europea ha approvato il bando di tre insetticidi particolarmente letali per loro.Al di là di questo avvenimento, maggio è proprio il mese delle api: il 20 si festeggia la loro Giornata mondiale, indetta dall'Onu per sensibilizzare l'opinione pubblica e ricordare a tutti la frase che si attribuisce al fisico Einstein: «Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita». Anche noi, nel nostro piccolo, possiamo tentare di aiutarle: piantiamo nei nostri giardini e balconi piante che producano molto polline e nettare, così da risultare una buona fonte di nutrimento per gli impollinatori. Può capitare inoltre che un alveare venga costruito in un luogo non adatto, come terrazzi e davanzali: visto che le api sono protette, a maggior ragione non si possono uccidere con procedure di disinfestazione. Bisogna affidarsi a un apicoltore che catturerà lo sciame e sposterà il suo "magazzino" di provviste per l'inverno in una zona più consona. Qualora l'alveare si trovasse in posti difficilmente accessibili, si possono interpellare anche i Vigili del fuoco.

Nicole Cherbancich

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 9 maggio 2021

 

 

Mercato coperto: all'orizzonte un hub per giovani e 10 nuovi ingressi
Polidori: anche un incubatore per ristoratori alle prime armi - Al Comune intanto richieste di spazi e di indicazioni sull'iter
Il dibattito che da settimane ruota intorno al futuro del Mercato coperto, le idee che ne stanno scaturendo hanno riacceso i riflettori sulla struttura, tanto da far pervenire al Comune delle richieste da parte di nuovi commercianti per occupare degli spazi all'interno. Intanto il vicesindaco Paolo Polidori, che in giunta ha la delega sui mercati, lancia una nuova proposta: quella di trasformare alcuni spazi del sito in un incubatore per giovani imprenditori nel settore della ristorazione. NUOVI INGRESSI Frutta, verdura, olio, formaggi sono alcuni dei prodotti che le cinque aziende che hanno scritto di recente all'amministrazione intendono proporre all'interno del Mercato di via Carducci. Queste hanno presentato domanda formale per aggiudicarsi un banco, ma parallelamente altrettante hanno chiesto informazioni sull'iter da seguire, e potrebbero presentare domanda a breve. «Inoltre - aggiunge Polidori - personalmente ho ricevuto manifestazioni di interesse da parte di ristoratori e pasticceri per un coinvolgimento nel più ampio progetto di rilancio della struttura». "IL BIC DELLA CUCINA" L'idea di Polidori è quella di utilizzare spazi del Mercato coperto per incentivare l'imprenditoria giovanile, che gode anche di fondi specifici, «creando una sorta di hub per l'attività dei ragazzi che escono dalle scuole alberghiere - illustra il vicesindaco -, che vogliono fare un po' di "palestra" nel settore e sviluppare una propria attività, farsi conoscere, prima di fare il salto nel mercato più duro della ristorazione». Insomma, un incubatore per cuochi, baristi, pasticceri. «Penso che oltre alla valorizzazione della storica attività delle bancarelle - spiega Polidori -, serva una rivisitazione dell'immagine del Mercato coperto, con l'obiettivo di promuovere i prodotti del territorio e di tutta la Mitteleuropa, per rendere la proposta più interessante anche in chiave turistica». IL MERCATO DI FIRENZE Nelle prossime settimane, non appena la situazione pandemica consentirà la completa ripresa dell'attività, il sindaco Roberto Dipiazza e il vicesindaco hanno in previsione di organizzare una giornata alla scoperta del Mercato centrale di Firenze, una realtà diventata una vera attrazione turistica. All'interno c'è sì la vendita di generi alimentari, ma anche una suggestiva area dedicata alla ristorazione. UN UNICO PROGETTO DA UN PRIVATO Ad oggi in Comune è pervenuto un solo progetto da parte di un privato che intende investire sulla riqualificazione e sul rilancio del Mercato coperto. È quello firmato dall'impresa Monticolo, che all'interno di quell'immobile prevede, tra le varie cose, anche la realizzazione di un piccolo supermercato. «Un progetto che va rivisto - valuta Polidori - tenendo conto delle indicazioni che verranno date dal Comune, e di quelle che abbiamo raccolto ascoltando le associazioni di categoria, la Camera di commercio, il Gal Carso o la Coldiretti con la quale intendo confrontarmi». I PASSAGGI Quali i soggetti che dovrebbero avere un ruolo nel progetto che andrà a ridisegnare l'attività del mercato? «Il Comune, il proprietario dell'immobile - illustra Polidori -, che traccia il perimetro entro il quale dovrà muoversi il progetto e che può anche pensare di investire; il soggetto privato (un consorzio, un'ati) che investe e gestisce, e che propone il progetto». A questo proposito il vicesindaco spiega che una volta trovata la quadra con il proponente su quello che il progetto deve prevedere, il Comune indice una gara tenendo conto di quelle caratteristiche, «e la società proponente - fa presente - ha la prelazione». Ci saranno poi le singole aziende che vogliono lavorare in quel contesto, «e poi, a mio parere - conclude Polidori -, il gestore dovrebbe dotarsi di una figura manageriale, una sorta di "direttore d'orchestra" che coordini tutte le attività, promuovendo anche la struttura».

Laura Tonero

 

Il cibo metafora del territorio, nel MuMeG il museo del gusto

E' la proposta dell'associazione che riunisce le donne ingegneri e architetti di Trieste

«Il Mercato coperto è un soggetto forte: può affrontare una nuova sfida». Ne è convinta l'architetto Lucia Krasovec, presidente di Aidia Trieste, l'Associazione italiana donne ingegneri e architetti che ha aderito all'iniziativa delle Settimane del Patrimonio Culturale promossa da Italia Nostra, inserendo tra i musei coinvolti a livello nazionale proprio il Mercato coperto di via Carducci. «Serve riabilitare il termine museo - ha sottolineato la presidente di Italia Nostra Antonella Caroli -. Deve diventare un luogo dove ci sia un'anima partecipativa, dove persone, animali, piante riescano a comunicare tra di loro. Abbiamo spesso pensato al museo come un luogo dove vengono sistemati degli oggetti, accatastate delle cose - ha aggiunto Caroli - questo invece deve diventare il Museo del Gusto, dove al primo posto ci sarà l'essere umano». Nel promuovere le Settimane del Patrimonio culturale (dal 1 al 16 maggio 2021), Italia Nostra concorda con Icom sul fatto che i musei debbano sostenere un nuovo sviluppo umano, che non sia più esclusivamente quello finanziario, industriale e cementizio ma nemmeno solo spettacolare e turistico. In questo contesto si muove il progetto che sta elaborando Aidia Trieste, e che mira, dopo aver sottoscritto una convenzione con il Comune, a trasformare la struttura di via Carducci in un Museo urbano del territorio, MuMeG - Museo Mercato del Gusto. «Il Mercato Coperto deve diventare un importante tassello del macrocosmo del quartiere Barriera, e non solo per l'architettura e la funzione strategica, ma anche come uno dei principali attivatori di una rigenerazione urbana che deve essere anche umana», ha spiegato Krasovec. E ancora: «Il progetto di trasformare il Mercato in un Museo del Gusto e del Territorio sottende la riappacificazione degli esseri umani con la natura, per orientare quelle azioni positive necessarie affinché il nostro cibo non sia solo buono da mangiare, ma anche buono da pensare». Aidia Trieste, a questo scopo, propone la creazione di un Comitato costituente «che dovrà orientare e facilitare scelte - hanno spiegato - che effettivamente rappresentino il territorio, attraverso la metafora del cibo, e la sua gente affinché non si perda il contatto con la memoria collettiva e non vengano dissipate le risorse intese come bene comune da tramandare alle generazioni future».Nel corso dell'estate al Mercato coperto verrà allestita la mostra didattica "61 Tex" che ha coinvolto gli studenti di Architettura dell'Università di Udine, «che si sono esercitati - ha spiegato l'architetto Cristiana Eusepi - in progetti di "riciclo" dell'area dell'ex jutificio di Trieste».

LA. TO.

 

 

Nube scura dall'area della Ferriera a Servola Verifica della Regione - CHIESTA UNA RELAZIONE A ICOP E ARVEDI
Durante l'ondata di maltempo che si è abbattuta sabato su Trieste, con pioggia e vento, molte persone hanno segnalato una nube scura. La polvere si è sollevata dall'area della Ferriera di Servola e ha destato preoccupazione tra chi ha assistito alla scena. Sull'episodio è intervenuto ieri l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente Fabio Scoccimarro. «Mi sono immediatamente confrontato con l'Arpa e la mia direzione Ambiente, è già stata chiesta - spiega - anche una relazione alle due società Icop e Acciaierie Arvedi su quanto accaduto. Qualche disagio - avverte - ancora potrebbe esserci, come avevamo già anticipato, poiché si sta demolendo una struttura di oltre 100 anni e ci sono molte aree non ancora pavimentate».L'assessore sottolinea che «l'aver avviato la riconversione dell'area nell'ottica dello sviluppo sostenibile non ci fa abbassare la guardia e, come per la questione dei possibili odori molesti, valuteremo eventuali prescrizioni per quanto riguarda la gestione del cantiere nei prossimi mesi. Chiederemo infine conto - aggiunge - delle tempistiche relative alla vendita o allo smaltimento dei cumuli di carbone ancora invenduti».

MI.B.

 

 

A Muggia - Ciclabili, FIAB: "Si facciano anche fuori dal centro"

Prosegue la polemica sulle corsie ciclabili in via delle Saline, bocciate a Muggia dal Consiglio comunale. A parere di Fiab Muggia Ulisse «la querelle sulla ciclabilità o meno di via delle Saline non è una questione marginale». Su questo aspetto, dice Jacopo Rothenaisler, referente Fiab per Muggia, «questo consenso si basa sull'utilità, per i singoli cittadini, dei propri luoghi, siano essi aree, piazze, strade, marciapiedi. In questa visione un'area utile è un'area edificata, una strada utile è una strada veloce, una piazza o un marciapiede utili sono luoghi dove parcheggiare. Una città utile non è - prosegue - però una città vivibile. Fiab si batte per un'idea diversa di città, che non elimina ovviamente l'automobile, ma che organizza i propri spazi per renderli fruibili e sicuri per tutti». Per il presidente Luca Mastropasqua, «questo modo di concepire lo spazio non può essere relegato, come sta avvenendo a Muggia, all'interno del centro storico, mentre all'esterno c'è solo traffico, parcheggio diffuso e l'insicurezza di tutte le categorie deboli, come bambini e anziani».

Lu. Pu.

 

 

Centrale, resta un solo indagato - L'ipotesi è disastro ambientale
Notifica della Procura a Roberto Scottoni, ex direttore dello stabilimento di A2A e all'azienda proprietaria dell'impianto termoelettrico, quale responsabile civile
Avviso di conclusione delle indagini per il procedimento relativo alla centrale di Monfalcone. La Procura di Gorizia lo ha notificato all'azienda A2A Energiefuture, ai fini della responsabilità civile (ex d.lgs 231/01), e a uno dei dipendenti, all'epoca direttore di stabilimento, Roberto Scottoni, che aveva iscritto nel registro degli indagati dal 2017. Agli altri dipendenti allora indagati non risulta ad oggi alcuna notificazione. L'ipotesi di accusa è quella di "disastro ambientale", in base all'articolo 452 quater, comma 1 n. 2) e comma 2 del Codice penale. L'avviso di conclusione delle indagini presuppone dunque che il pubblico ministero, il sostituto procuratore Valentina Bossi che ha coordinato il procedimento, abbia ritenuto che non vi siano gli estremi per richiedere l'archiviazione, né per svolgere ulteriori indagini, ma sarà il giudice delle indagini preliminari ad assumere le decisioni conseguenti. La vicenda, molto complessa e delicata, era scaturita a seguito di alcune segnalazioni circa presunti casi di inquinamento ricondotti alla centrale, in particolare nel periodo tra il 2011 ed il 2013. Tra le segnalazioni rientrava anche l'esposto che l'11 novembre 2013 aveva presentato Anna Maria Cisint, all'epoca consigliere comunale di opposizione. Un esposto contro ignoti, oltre mille pagine di documentazione, attraverso il quale era stato chiesto di verificare l'attività dell'impianto termoelettrico, in ordine alle emissioni e alle relative ricadute. Era stato richiesto, inoltre, l'accertamento del cosiddetto "nesso di causalità" ai fini del rapporto tra evento dannoso e responsabilità soggettiva. Cisint era stata successivamente iscritta quale parte offesa nel procedimento, in virtù della quale, una volta diventata sindaco di Monfalcone, l'amministrazione comunale, attraverso una delibera di giunta, aveva fatto proprio l'esposto del 2013, affidando al primo cittadino il mandato di costituirsi parte offesa a nome e per conto del Comune di Monfalcone. Un'indagine che affonda le radici nel 2014, quando era stato aperto un fascicolo al fine di verificare lo stato delle emissioni della centrale. La Procura aveva affidato l'incarico a un perito, il dottor Stefano Scarselli, già incaricato nell'ambito delle indagini condotte sulla centrale di Vado Ligure, per eseguire i rilevamenti, un accurato controllo sul suolo e sul fondo marino, nell'ambito di un ampio raggio di "circospezione" attorno all'impianto termoelettrico cittadino. Lo stesso sostituto procuratore Bossi s'era recata a Savona per confrontarsi con i magistrati che avevano lavorato sulla centrale di Vado Ligure, pur distinguendo i due casi, trattandosi di ipotesi di reato diverse. Un percorso inquirente lungo e articolato, mettendo in campo innumerevoli e approfonditi accertamenti, avvalendosi anche dei tecnici dell'Arpa Friuli Venezia Giulia e del Veneto, nonché il Noe dei carabinieri di Udine, i carabinieri della Polizia giudiziaria ed il Nucleo operativo della compagnia NOR dei carabinieri di Monfalcone per le riprese. L'azienda A2A, da parte sua, ha sempre dichiarato la propria disponibilità a collaborare rispetto alle richieste di tutte le autorità competenti, ribadendo la propria politica di attenzione per l'ambiente e la massima sostenibilità possibile delle proprie attività industriali, evidenziando la piena ottemperanza alle leggi, ai regolamenti e alle prescrizioni vigenti, impegnandosi ad adeguare anche la centrale di Monfalcone alle migliori tecnologie disponibili e di accertare l'assenza di significativi impatti sull'ambiente circostante. L'azienda, proprietaria dell'impianto, alla luce dell'avviso di conclusione delle indagini, ha quindi osservato che «confermando la piena fiducia nell'operato della magistratura, fornirà ogni collaborazione utile alla rapida conclusione del procedimento, certa della correttezza delle proprie attività e di quelle dei suoi dipendenti». A distanza di anni, si è giunti ad un punto comunque significativo. Non resta che attendere gli ulteriori sviluppi e i passi che la Procura di Gorizia riterrà di avanzare.

Laura Borsani

 

 

C'è il Gruccione alla Cona - Allestiti i nuovi capanni per le foto e l'osservazione
Il volatile multicolore di origini africane e di piccole dimensioni da pochi anni si riproduce nella Riserva naturale di Staranzano
STARANZANO. È una bella opportunità per gli appassionati di birdwatching. Sono arrivati all'Isola della Cona i Gruccioni e il capanno fotografico per l'osservazione è già ufficialmente attivo. Intanto la Riserva naturale è diventata lo sfondo scelto dalla cantante monfalconese Elisa, che appare sulla copertina del settimanale "Grazia". Nelle immagini ci sono gli angoli più belli e caratteristici dell'area protetta e sullo sfondo i cavalli bianchi Camargue orgoglio della Cona, il fiume Isonzo, l'area del ripristino con i cigni. Insomma, uno spot anche la Cona. E ora è arrivato alla Cona il gruccione comune europeo (nome scientifico Merops apiaster, foto di Simon Kovacic), che ha trovato l'ambiente ideale per il suo insediamento. Si tratta di un bellissimo uccello di origini africane di piccole dimensioni, che solo da pochi anni si riproduce anche nella Riserva Foce Isonzo. È un predatore di insetti, ha colori sgargianti, petto azzurro, gola gialla, dorso bronzo-rossastro e maschera facciale nera che si estende dal becco fino agli occhi. Sulle ali sono presenti diverse sfumature che spaziano tra l'arancione, il verde, l'ocra e il blu scuro. Il becco, ricurvo verso il basso, inoltre, è di color nero mentre l'iride è rossa purpurea.Il capanno fotografico è operativo anche per l'ascolto e il riconoscimento degli uccelli, dei loro canti, messo a norma e perfettamente adeguato al rispetto delle regole emanate come misure per il contenimento e la gestione dell'emergenza epidemiologica da Covid-19. Oltre alle aperture sulla parete frontale, alle finestre mimetizzate per guardare all'esterno, la struttura è dotata di pannelli a separé e tendaggi sostenuti da canne palustri che aumentano la sicurezza degli utenti soprattutto per quanto riguarda il distanziamento sociale richiesto per evitare il passaggio del virus. Il noleggio della struttura organizzato in quattro postazioni, è possibile per la giornata intera al costo di venti euro a persona. Per informazioni e prenotazioni ci si potrà rivolgere al personale del Centro visite o scrivere via mail all'indirizzo info@rogos.it. Sempre nel rispetto delle regole anti-Covid, la Cona offre in questo periodo la possibilità di usufruire delle strutture e dei servizi come gli osservatori, i musei, mentre l'accesso ai sentieri è stato regolamentato nel seguire strettamente i percorsi indicati, in modo da non incrociare altri visitatori in entrata. È sempre in funzione, inoltre, la "sanificazione" delle aree aperte al pubblico, cioè i musei, il bar, il parco giochi per bambini e i servizi igienici.

Vitiello

 

 

"L'umanità ferisce l'ambiente ogni giorno ma non è troppo tardi, lo si può ancora curare"

Parla Kajfez Bogataj del consiglio intergovernativo Onu sul clima "Il turismo di massa non è più sostenibile: serve un cambio di rotta"

LUBIANA. L'ambiente resta centrale anche nella società dei chip e della globalizzazione. Gli uomini lo stanno ferendo di continuo, ma non è ancora troppo tardi per invertire la rotta. Lo sostiene Lucka Kajfez Bogataj, esponente dell'Ippc, il consiglio intergovernativo dell'Onu sulla crisi climatica. Nel 2007 ottenne il Nobel per la Pace, insieme all'ex vice presidente americano, Al Gore. Martedì sarà a Isola a un summit dell'Iniziativa adriatico-ionica.Oggi tutti i ministri e politici parlano di ambiente. Solo una moda o una fede sincera?«L'ambiente, almeno nell'Unione europea, ha davvero una grande importanza. Più vi è impegnata la giovane generazione, i futuri elettori, e la società civile, più si devono impegnare, almeno a parole, anche i politici».Ma si crede sinceramente in questo impegno?«La situazione è molto differente. In tanti Paesi l'economia ha riconosciuto che il rispetto dell'ambiente a lungo termine conviene anche da un punto di vista finanziario. Lì politiche verdi hanno già trasformato questa visione in prassi. In altre realtà invece si guarda ancora alla tutela dell'ambiente come a un incremento di spesa e si pensa allo sviluppo solo attraverso il prisma dei 4 anni di mandato (parlamentare ndr.). Qui la politica parla e promette più che decidere. Che cosa bisogna fare perché si sentano come reali i problemi dell'ambiente?«In Europa percepiamo con più difficoltà i problemi dell'ambiente come reali rispetto ai Paesi in via di sviluppo. L'Europa ha abbastanza a buon prezzo l'acqua potabile, un'aria relativamente pulita e gli ecosistemi conservati. Chi ha viaggiato nei Paesi poveri e nell'Europa orientale ha potuto di persona constatare la fragilità dell'ambiente. Ma i problemi reali li comprendiamo solo quando guardiamo ai trend globali».Che cosa ci dicono questi trend?«Che il 40% della natura è irrimediabilmente compromesso, che il clima è drasticamente cambiato e aumentano i fenomeni atmosferici estremi e che la biodiversità diminuisce mille volte più velocemente di quello che è lo sviluppo evolutivo».Come dobbiamo comportarci allora nella vita di ogni giorno?«Gli stili di vita anche nella stessa famiglia possono già essere molto diversi per cui è difficile fornire una "ricetta verde"».Ma ci sono dei comportamenti più virtuosi di altri?«Certo, a iniziare dall'uso dell'automobile: meno la prendiamo, preferendo andare a piedi o in bicicletta, meno gas di scarico immettiamo nell'aria. Se mangiamo più verdura e meno carne è un bene per l'ambiente perché consumiamo meno acqua, superficie ed energia. E poi i vegetali sono meno cari e molto, ma molto più sani».Come valuta lo spreco di cibo?«Il cibo gettato nei rifiuti è un crimine contro la natura».Come dobbiamo comportarci allora negli acquisti?«Compriamo solo ciò di cui abbiamo bisogno, lasciamo stare invece le cose che vogliamo semplicemente possedere. Far capire la differenza tra ciò che si vuole e ciò che serve davvero è importante soprattutto nell'educazione dei i bambini».Il tema del forum di Isola è il rapporto tra l'ambiente e lo sviluppo del turismo. Possono progredire assieme?«Ma certo. Lo scopo del turismo una volta era proprio quello di conoscere nuovi ambienti e innamorarsi nella natura incontaminata».Oggi però non siamo più nell'era dei viaggiatori romantici alla Byron o Shelley. Come fare?«Il turismo di massa non è più adeguato al XXI secolo visto che in pratica sega il ramo su cui sta appollaiato. Danneggia ambiente e popolazione. Bisogna puntare, e qualcuno ha già iniziato, al turismo duraturo che però non dà nel breve termine lo stesso volume di guadagni di quello di massa. Servono poi nuovi investimenti e ospiti che la pensano in modo diverso. I giganti del turismo vogliono invece guadagnare subito».Dunque tutte quelle "cattedrali" alberghiere rischiano di diventare obsolete? «Certo e poi già oggi per gran parte dell'anno sono vuote. Dovremmo pensare a trasformarle in ospedali e case di riposo.

Mauro Manzin

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 8 maggio 2021

 

 

Violento temporale - E al Molo VII una nave rompe gli ormeggi - l'improvviso episodio di maltempo
Un temporale improvviso, e impressionante per la sua violenza, con forti raffiche di vento, arrivate a toccare i 40 nodi e a superare i 70 chilometri orari, si è abbattuto ieri intorno alle 17.30 su Trieste. Una quindicina gli interventi dei Vigili del fuoco per allagamenti e alberi pericolanti. Al Molo VII la Msc Genova, un colosso da 366 metri, ha rotto gli ormeggi: due rimorchiatori della Tripmare, il Centurion e l'Altair, sono prontamente intervenuti mettendo in sicurezza la nave con i motori spenti e diretta verso la Piattaforma logistica.«I rimorchiatori - spiega Alberto Cattaruzza, ad Tripmare - hanno fatto un grande lavoro visto il rischio elevato per le vite umane e per l'ambiente». Sul posto la Capitaneria, i Piloti del Porto - che avevano segnalato l'emergenza - e i Vigili del fuoco. Dall'area della Ferriera si è invece alzata una nuvola di polveri nere che ha investito parte della città.

an.pi.

 

 

Torna il treno Frecciarossa da Trieste fino a Torino - da martedì
Trieste. Non basterà di certo a uscire dallo storico isolamento di Trieste, ma almeno semplificherà la vita a molti passeggeri in partenza, o arrivo, dal capoluogo regionale. Dalla settimana prossima verrà ripristinato uno dei collegamenti veloci via rotaia cancellato nei mesi scorsi da Trenitalia. Si tratta del treno Frecciarossa per Torino. Il collegamento sarà riattivato a partire da martedì prossimo. Partenza da Trieste alle 6 e arrivo a Porta Nuova cinque ore dopo, precisamente alle 10.58. Al ritorno il treno lascerà la stazione piemontese alle 18.40 per arrivare a Trieste alle 23.40.La notizia della riattivazione da parte di Trenitalia del Frecciarossa per Torino arriva a distanza di un paio di settimane da un altro gradito "regalo" per il popolo dei pendolari o comunque dei frequentatori abituali delle stazioni ferroviarie: il debutto su Trieste dei treni di Italo. A partire dal 27 maggio, infatti, verrà attivato il primo collegamento della compagnia Nuovo Trasporto Viaggiatori, fondata e presieduta da Luca Cordero di Montezemolo, tra il capoluogo regionale, Roma e Napoli. La società privata, dopo essere sbarcata in regione a Udine e Pordenone dall'ottobre 2019, si espande a Nordest con due collegamenti sette giorni su sette e fermate in quattro nuove stazioni: oltre a Trieste, anche Monfalcone, Latisana e Portogruaro.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 7 maggio 2021

 

 

La nuova proprietà nel palazzo ex Fs: «Non solo albergo, spazi aperti a tutti»
Il duo viennese Holler-Mitterdorfer pensa a hotel, residenze, negozi e anche a una piscina con area relax all'ultimo piano
Da nuovi proprietari Ivan Holler e Michael Mitterdorfer - i due imprenditori viennesi amministratori delegati della neonata Pvv Investments srl con sede a Mestre (Pvv sta per Piazza Vittorio Veneto) - ieri hanno fatto ingresso nell'imponente palazzo che fu delle Ferrovie dello Stato e che domina sul Borgo Teresiano. Il 5 maggio appena trascorso, infatti, sono scaduti i 60 giorni da riservare per legge, a fronte di un bene vincolato, al ministero della Cultura per esercitare l'eventuale interesse a rilevare il bene al medesimo prezzo stabilito nell'atto di alienazione. La prelazione non è stata esercitata, e così in queste ore Holler e Mitterdorfer entreranno in possesso di tutte le chiavi di accesso all'immobile e, con i professionisti che li affiancheranno in questo importante intervento di recupero, inizieranno ad analizzare nei dettagli il progetto che nei prossimi anni consentirà di trasformare quel palazzo in chiave alberghiera più residenze e, al piano terra, negozi ed esercizi pubblici. Ma non solo. «Vogliamo che, oltre ai turisti o a chi vivrà in questi spazi, tutta la città riviva questo immobile - così i due imprenditori - creando aree polifunzionali, con piacevoli spazi all'esterno e con l'idea di un collegamento diretto con l'ultimo piano dove realizzare una piscina e un'area relax». L'obiettivo è certamente quello di un intervento che, di fatto, rappresenti anche una rigenerazione urbana per quella zona e per la piazza, vittima di una riqualificazione non tra le più fortunate. Ieri mattina, alla presenza di Mauro Nicoletti, dirigente per la zona Nord Est di Ferservizi, la spa che gestisce e valorizza il patrimonio immobiliare di Ferrovie dello Stato, è stato firmato il verbale di constatazione, il documento che attesta come gli acquirenti abbiano preso atto dello stato di fatto dell'immobile prima che venga loro consegnato. Il palazzo è stato occupato dalle Ferrovie dello Stato fino al 2016. La Polfer, che operava negli uffici al piano terra, ha abbandonato quegli spazi nel 2018. Salendo i cinque piani dell'edificio, si notano ancora le indicazioni degli uffici di Trenitalia, con le stanze riservate alla Direzione risorse umane, quelle delle Relazioni Industriali o dei Processi amministrativi del personale del presidio di Trieste. E poi gli ambulatori, dove tanti triestini si sono sottoposti alle visite mediche per il rinnovo della patente di guida, o gli ampi spazi al piano terra dove l'associazione del Dopolavoro ferroviario per anni ha gestito una frequentata mensa che aveva servito anche molti studenti della Scuola Interpreti. All'ultimo piano, impolverati, si intravvedono i dettagli di quelli che furono gli uffici dirigenziali, con le porte rifinite in pelle, i parquet più ricercati per quel periodo e l'affaccio su piazza Vittorio Veneto. Al piano terra, nella parte posteriore che dà su via Filzi, è conservato ancora quello che in epoca fascista fu il Teatro del Dopolavoro ferroviario, diventato poi Cinema Vittorio Veneto nel 1949. Le pareti con le rifiniture in tessuto verde, le gallerie dove si sistemava parte degli spettatori, la parete riservata al grande schermo. L'idea, in futuro, è di declinare quello spazio in un'area eventi per la città. I due investitori viennesi sono entusiasti: ieri girovagando nell'immenso palazzo da 19.500 metri quadrati realizzato nel 1895 dall'architetto Giacomo Sagors, guardavano con orgoglio a quelle ampie stanze, alla veduta suggestiva su piazza Vittorio Veneto e sui fregi del palazzo di Poste Italiane. Holler e Mitterdorfer sono innamorati di Trieste e della sua evoluzione. Non nascondono neppure di leggersi Il Piccolo ogni mattina per sapere cosa succede in città, per capire di più delle dinamiche che la guidano, dei suoi sviluppi, e guardano con interesse anche ad altri investimenti immobiliari in centro. Con la società Jp Immobilien, in particolare, investono sul mercato immobiliare viennese da oltre 25 anni con circa 450 progetti sviluppati anche all'estero. Holler, austro-ungherese, è molto attivo in questi anni a Venezia dove con la società Mtk ha realizzato quattro alberghi e avviato il cantiere per una quinta struttura. Michael Mitterdorfer, ex membro del consiglio di amministrazione della più grande fondazione immobiliare austriaca, è responsabile del coordinamento delle attività del gruppo di investitori a livello locale, ed ha un'ampia esperienza su progetti residenziali. Per la progettazione del recupero del palazzo triestino delle Ferrovie, è stato coinvolto l'architetto veneziano Luciano Parenti, con cui il gruppo collabora da anni, e che ieri con lo staff di collaboratori del suo studio ha preso anch'egli visione del palazzo. A occuparsi della commercializzazione e a fare da base di appoggio alla Pvv srl sarà la Gabetti Property Solutions, anche attraverso la sua agenzia di Trieste in via Carducci. Già nel pomeriggio di ieri si è iniziato, planimetrie alla mano, a valutare il progetto di ristrutturazione. I nuovi proprietari mettono sul piatto circa 40 milioni di euro per il recupero dell'immobile. Allo studio ci sono diverse possibilità: certamente in quei cinque piani più sottotetto verrà realizzato un grande albergo, mentre è al vaglio che porzione riservare al residenziale. Al piano terra verranno ospitati degli esercizi commerciali e dei pubblici esercizi.

Laura Tonero

 

 

Il falco pellegrino sta nidificando: proibito arrampicare sulle Falesie - Esteso temporaneamente il divieto a tutta l'area fino al 30 giugno

DUINO AURISINA. Scatta il divieto di arrampicata su tutte le Falesie di Duino. Lo ha deciso il Comune di Duino Aurisina, in qualità di gestore della Riserva naturale che comprende le rocce che caratterizzano in quel tratto il litorale duinese. Il divieto sarà in vigore, salvo diversa indicazione, fino al 30 di giugno. «Si tratta di un provvedimento che adottiamo ogni anno in questo periodo - spiega il sindaco Daniela Pallotta - in quanto sulle Falesie è in corso la nidificazione di alcune specie faunistiche, in particolare del falco pellegrino. Per tutelare questi animali - precisa - estendiamo il divieto, normalmente in vigore su gran parte delle Falesie, anche su quelle parti delle pareti rocciose nelle quali solitamente permettiamo agli appassionati di arrampicata di alcune società, come la XXX Ottobre e l'Alpina delle Giulie, di effettuare le loro ascese. Ci riserviamo comunque di modificare i dettagli del divieto - continua Pallotta - se dovessimo riscontrare novità nel corso dei prossimi monitoraggi».La gestione della Riserva naturale delle Falesie fu demandata al Comune di Duino Aurisina in base alla legge regionale 42 del 1996, mentre nel novembre del 2019 è stato approvato il nuovo Regolamento che ne disciplina appunto l'utilizzo. Nel testo si stabilisce che l'organo gestore dispone il divieto di accesso e le limitazioni all'arrampicata a inizio anno, estendendo o revocando la relativa ordinanza in base ai controlli avifaunistici periodicamente effettuati. Di regola, il divieto vige sull'intera area, con alcune eccezioni, delle quali beneficiano proprio XXX Ottobre e Alpina delle Giulie. Al fine della tutela dell'habitat e di specie di particolare pregio, l'amministrazione può estendere dunque il divieto a tutte le Falesie, in modo da permettere al falco pellegrino e alle altre specie di nidificare in tranquillità. «È importante assicurare la riproduzione di queste specie - conclude Pallotta - pur nel contesto di una nostra visione delle Falesie che vogliamo possano essere vissute da chi le apprezza»

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 6 maggio 2021

 

 

Il rebus dei fondi per l'antico scalo complica la partita dei magazzini 2 e 4
Serve rivedere l'accordo Regione-Comune - Il sindaco: «Faremo». M5s e Pd all'attacco
Al Comune la scelta: accettare i 40 milioni del Ministero della cultura o i 26 della Regione per il Porto vecchio? Il dubbio si porrà all'arrivo dei fondi ministeriali: entrambi, infatti, sono destinati all'urbanizzazione dell'area, e l'ente locale può accettarne uno solo. Un problema tutto sommato secondario per il Comune ma problematico per la Regione, che grazie al prestito dei 26 milioni a palazzo Cheba aveva costruito l'accordo per ottenere i magazzini 2 e 4. Edifici che il Comune sta facendo valutare, fa sapere il sindaco Roberto Dipiazza, fiducioso in una facile soluzione del nodo. M5S e Pd, però, vedono nel caso un ulteriore motivo di dubbio verso l'idea della Regione di "traslocare" nell'antico scalo. «Non è nulla di tragico», dice il primo cittadino: «Il rapporto con la Regione è ottimo, e oggigiorno il problema non è ottenere i fondi, ma spenderli». Sul futuro dei due magazzini, Dipiazza dice: «Stiamo rivedendo il valore degli immobili, una volta fatto ciò vedremo come procedere». La segretaria provinciale del Pd Laura Famulari commenta: «Non abbiamo ancora cominciato e già ci sono ombre sulla riqualificazione di Porto vecchio. Va fatta presto chiarezza sulla destinazione delle risorse ministeriali e sgombrato ogni dubbio su una possibile sovrapposizione con i 26 milioni che la Regione dovrebbe dare in prestito al Comune di Trieste». Famulari si interroga poi sull'origine dell'inghippo: «Se, come appare, sono state fatte due domande per la stessa infrastrutturazione, temo che abbiamo un problema in più. Qui nessuno pianifica niente, ogni giorno ne sentiamo una diversa. La Tripcovich che ricompare nel cilindro di Dipiazza è solo l'ultima conferma». Per il consigliere pentastellato Paolo Menis «sono venuti al pettine alcuni nodi che avevo già evidenziato mesi fa. L'emendamento regionale con il quale si assegnavano i 26 milioni stava in piedi e aveva la sua logica di fondo ma è stato scritto in modo incomprensibile, creando non pochi problemi di interpretazione amministrativa». Prosegue l'esponente M5s: «Per fortuna ora è arrivato il contributo ministeriale e mi auguro due cose: che si riformuli la partita dei 26 milioni e che vengano concessi a fondo perduto al Comune per altri interventi da effettuare nell'area; che la Regione rinunci a spostare i suoi uffici nell'antico scalo, operazione del tutto inutile. È necessario inoltre fare in modo che il consorzio abbia personale proprio».

Giovanni Tomasin

 

 

Richetti: «Sui rifiuti servono altre azioni» - LA CANDIDATA SINDACO Dei cinquestelle
«Trieste non solo è la "maglia nera" della raccolta differenziata, ma non ha neppure una visione del futuro, neanche di quello prossimo», è questo il commento di Alessandra Richetti, candidata sindaco del Movimento 5 Stelle alle elezioni comunali di Trieste, sui dati forniti recentemente da Arpa sulla gestione dei rifiuti in Friuli Venezia Giulia. «Oltre a promuovere la raccolta differenziata - continua Richetti -, bisogna pensare a ridurre i rifiuti favorendo per esempio il criterio del riuso. È poi necessario incrementare il conferimento dell'umido. Altro tema forte su cui insistere è la raccolta degli oli vegetali usati in cucina. Per questo è urgente predisporre appositi contenitori. Un'altra soluzione applicabile è l'utilizzo di eco compattatori. Ma, in linea generale, è necessario rivedere tutto il Regolamento comunale».

 

 

Missione Ue "mare pulito" - L'Ogs si prepara alla sfida - "Starfish 2030", incontro online introduttivo
«È una missione che prende il nome di "Starfish", in italiano "Stella di mare", e vi racconto il perché: volevamo che fosse una mascotte conosciuta da tutti, a partire dai bambini, e che creasse emozione, perché se ami qualcosa sei più disponibile a proteggerla». E proprio la stella marina, «che recenti studi stanno dimostrando sia una vera sentinella dei nostri mari», con le sue cinque punte rappresenta le altrettante priorità individuate dalla missione, lanciata dall'Ue, per la scoperta e la rigenerazione degli ecosistemi marini e di acqua dolce entro il 2030. Un ambizioso progetto di cui ha parlato ieri anche Maria Cristina Pedicchio, ex presidente Ogs, in questo caso membro del comitato della missione, in una tavola rotonda online tra diversi rappresentanti dei mondi della ricerca, anche con il relativo ministero e il Cnr, delle imprese e dell'associazionismo. Questo primo incontro online, "Starfish Mission 2030: per una prospettiva italiana del mare", aveva come obiettivo la possibilità di preparare il campo al Paese per poter partecipare con le sue diramazioni - a partire dall'Ogs, che ha collaborato con il dicastero all'organizzazione dell'evento - ai bandi europei sul tema facendo sistema. Con un approccio che si basa sull'economia circolare, le cinque punte corrispondono a conoscenza degli oceani, decarbonizzazione delle acque, rigenerazione degli ecosistemi, riduzione a zero delle emissioni inquinanti e rinnovamento della governance, con l'auspicio di creare un'agenzia europea per le acque di mari e oceani. Per sensibilizzare il cittadino europeo «stiamo creando un percorso educativo- emozionale con una figura creata dall'artista Nicoletta Costa, e con una mostra pure con l'Area marina protetta di Miramare». Nicola Casagli, presidente Ogs, ha moderato poi la parte del panel in cui hanno dato il loro contributo Federlogistica e Federpesca e, per la parte delle imprese, Davide Cucino, a capo dell'ufficio di Bruxelles di Fincantieri, che ha ricordato come l'azienda abbia messo a punto un piano di sostenibilità «per integrare diversi processi delle navi».-

Benedetta Moro

 

 

Ciclabili in zona Coselag - Il Pd contro Finocchiaro «Istanze strumentali» - le ragioni del no coinvolgono pure FDI e Lega
Muggia. Dopo la bocciatura, nell'ultimo Consiglio comunale, delle corsie ciclabili in area Coselag proposte dal consigliere ex dem Marco Finocchiaro, arrivano le motivazioni post-voto. Al vetriolo le dichiarazioni di Riccardo Bensi, capogruppo Pd, che sottolinea di non volersi nascondere dietro a motivazioni tecniche: «Sono contrario a questa mozione e sarò contrario a tutte le mozioni di questo tipo fatte dal consigliere Finocchiaro perché non tutelano i cittadini, sono strumentali, politiche e hanno una diversa visione di Muggia rispetto alla maggioranza politica che rappresento». Poi l'attacco: «Finalmente Finocchiaro ha tirato giù la maschera quando ha detto pubblicamente che secondo il suo modo di vedere noi non rappresentiamo un governo di centrosinistra lungimirante e progressista. Accuse che io rimando al mittente, ricordandogli che la politica non vuol dire fanatismo e difesa estrema di una lobby, ma significa mediazione e rispetto delle altre sensibilità». Dall'opposizione quindi Nicola Delconte di Fdi crede che non sia sicuro fare ciclabili in sede stradale «in zona industriale con camion e traffico intenso sulla stessa carreggiata. Meglio sarebbe affrontare il "raddoppio" sull'Ospo, punto troppo pericoloso, dedicando un nuovo ponte solo alle bici. Ok alle ciclabili ma personalmente non mi piace la promiscuità col traffico, troppo pericolosa». Infine il leghista Giulio Ferluga spiega di aver «rigettato totalmente lo spirito di fondo della mozione», che ritiene «estremista e ostile nei confronti degli automobilisti. Troppo spesso ho sentito criminalizzare questi ultimi in aula».

lu.pu.

 

 

Più treni storici e turismo sulla ferrovia Transalpina
Ricadute positive in città dai 16 milioni per completare il Museo di Campo Marzio - Il coordinatore Puhali del Comitato trasporti del Gect: «Ora si colga l'occasione»
I 16 milioni di euro stanziati con il "Piano strategico grandi attrattori culturali" a favore della Fondazione Fs per il completamento del restauro del Museo ferroviario di Trieste Campo Marzio e per la valorizzazione dell'omonima stazione non potranno non avere riflessi positivi su Gorizia.«Si sta infatti concretizzando la possibilità di un rilancio della ferrovia che collega Jesenice con Sesana, ma di cui è ancora agibile la tratta storica con Trieste. Ciò permetterebbe anche formidabili prospettive per una sinergia operativa fra Trieste, il Carso, la conca di Gorizia, la Valle dell'Isonzo, il territorio dei laghi di Bohinj e di Bled, la Carinzia. Si tratta quindi di una opportunità che Nova Gorica e Gorizia, Capitale europea della cultura 2025, devono necessariamente cogliere».Ad affermarlo è Alessandro Puhali, coordinatore del comitato trasporti del Gect nonché presidente dell'associazione Museo-stazione Trieste Campo Marzio, nata nel 2017 e convenzionata con la Fondazione Fs per la fornitura di un supporto tecnico, scientifico e didattico alle attività dello stesso museo. «Il Gect ha già condiviso con l'Agenzia di Sviluppo della Valle dell'Isonzo (avente sede a Tolmino) l'obiettivo di rilanciare lo storico percorso della Transalpina come moderna ferrovia regionale e di spiccata valenza turistica a beneficio delle relazioni transfrontaliere e dello sviluppo dei territori collegati ed attraversati dalla stessa linea - prosegue Puhali -. In particolare, l'Agenzia, nell'ambito del progetto europeo Crossmoby ha quindi commissionato uno studio di fattibilità proprio per la valorizzazione della Transalpina, di cui è previsto il rilascio nei prossimi mesi. Un polo culturale e turistico come quello che diventerà la stazione di Trieste Campo Marzio, già capolinea meridionale della Transalpina, con il suo Museo non potrà allora non avere positive ricadute per il Goriziano storico. Si tratta infatti di un polo con la potenzialità di eccellere a livello europeo e quindi in grado di generare un movimento sulla Transalpina e un interesse a livello internazionale con positive ricadute economiche per il territorio transfrontaliero, attraverso l'impiego di treni ordinari e straordinari, tra cui quelli storici».Proprio il fenomeno dei treni storici, sviluppatosi ormai da quasi mezzo secolo, ha costituito una opportunità di rilancio del trasporto ferroviario e della conservazione di antichi percorsi su rotaia che non ha mancato di coinvolgere la Transalpina. Ma di quanto è l'interesse che i treni storici hanno saputo sollevare in questi ultimi anni? «Possiamo stimare un totale di circa 115 treni tra il 2015 e il 2019 (quindi, mediamente 20-25 treni a stagione) a coinvolgere oltre 24 mila persone, mentre l'anno scorso, per la pandemia, non c'è stata attività in proposito. Proprio l'impiego dei treni storici è una componente molto rilevante per il rilancio della Transalpina che non appare esagerato definire, per più ragioni, una linea ferroviaria unica a livello europeo, idonea ad accompagnare i viaggiatori con racconti culturali e storici ricchi di emozioni», conclude Alessandro Puhali.

Alex Pessotto

 

SEGNALAZIONI - Divaccia-Capodistria - Potenziali pericoli per la Val Rosandra

Dopo l'uscita della notizia sui media si sente parlare poco a livello locale delle implicazioni derivanti dai lavori per la realizzazione del secondo binario tra Divaccia e Capodistria in territorio sloveno. Si tratta di un problema molto serio dal punto di vista ambientale: il tracciato passa a poca distanza dalle sorgenti del Rosandra, con rischio elevato che i lavori possano causare una deviazione sotterranea del corso delle acque con danno enorme e irreversibile per la Valle, riconosciuta come geosito d'importanza internazionale. Inoltre sussiste la possibilità che in fase di esercizio si verfichino gravi inquinamenti del terreno e del corpo idrico per sversamenti accidentali (a esempio un carro cisterna in transito che perda qualche ettolitro di liquidi pericolosi). Capisco che a livello governativo non si sappia neanche dell'esistenza della Val Rosandra e che abbiano altre cose cui pensare ma ritengo che dalla città dovrebbe arrivare almeno un campanello d'allarme sull'argomento.

Mario Ravalico

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 5 maggio 2021

 

 

Arvedi in accelerazione su Servola - Laminatoio pronto a fine 2022
Partito l'ordine dei macchinari che verranno realizzati dalla Danieli di Buttrio: previsti sei mesi per la consegna
Trieste. Il gruppo Arvedi rompe gli indugi e ordina i macchinari necessari al potenziamento del laminatoio di Servola. La società avrebbe preferito attendere le carte relative alle demolizioni delle palazzine del comprensorio e allo scambio dei terreni che porterà Hhla Plt Italy a rilevare la superficie dell'ex area a caldo. Ma i permessi continuano a tardare e si è deciso di non aspettare oltre, per essere certi di avviare entro la fine del 2022 le nuove linee che assorbiranno la manodopera della Ferriera in cassa integrazione. La conferma arriva direttamente da Arvedi: «L'investimento, in piena coerenza e aderenza al Piano industriale presentato e parte integrante dell'Accordo di programma, prevede una linea di zincatura e una linea di verniciatura, che completeranno l'attuale ciclo produttivo consentendo un aumento di produzione e un ampliamento del mix prodotto a Trieste». A realizzare i macchinari per Arvedi, il cui ad è Mario Caldonazzo, sarà la Danieli di Buttrio, che dovrebbe impiegare sei mesi per la consegna. Per installazione e messa in funzione del laminatoio potenziato ne serviranno altri 12. La spesa per Arvedi vale 86 milioni, su un piano industriale da 227 milioni, di cui 142 per Servola e 85 per il sito di Cremona, con una copertura del Mise da 55 milioni. Dopo le rivelazioni sul progetto di nuovo stabilimento siderurgico alle Noghere da parte della cordata Metinvest-Danieli, è interessante notare che il gruppo friulano potrebbe diventare non solo fornitore dei macchinari di Arvedi ma anche futuro partner industriale. L'idea di Metinvest è di realizzare una filiera corta integrata in cui l'acciaio arrivato grezzo dall'Ucraina riceva una prima laminazione a caldo alle Noghere e venga poi trasferito su chiatte a Servola per ultimarne la lavorazione. Trieste ospiterebbe un ciclo produttivo dell'acciaio di livello europeo, i cui prodotti finiti sarebbero poi esportati in Europa centrale via treno e in area mediterranea via nave. Proprio la possibilità del ciclo integrato e i collegamenti fanno di Trieste la scelta preferita per Metinvest, che già possiede impianti di laminazione a San Giorgio di Nogaro e in provincia di Verona.L'ipotesi subordinata degli ucraini è Ravenna, dov'è situato un laminatoio a freddo controllato da Marcegaglia, che non gode delle stesse infrastrutture ferroviarie. Perché il progetto complessivo si realizzi andranno attesi gli sviluppi del confronto fra Metinvest, Danieli e Regione sull'iter ambientale relativo alle Noghere.Interrogativi suscita in questa fase pure la partita di Servola, con ben quattro nodi burocratici che continuano a non essere sciolti. Fa almeno ben sperare che il ministero dell'Ambiente abbia nei giorni scorsi dato trenta giorni agli enti pubblici per esprimere osservazioni sulle demolizioni in programma: un passo necessario per convocare la conferenza dei servizi che da mesi Icop (per conto di Hhla Plt) attende per avere il via libera alla messa in sicurezza dei terreni, cioè alla realizzazione dei nuovi piazzali che sorgeranno sopra l'area inquinata. Il permesso a demolire le palazzine invece esiste già, ma il decreto che ha chiuso la relativa conferenza dei servizi deve ancora essere firmato dai ministeri della Transizione ecologica e dello Sviluppo economico: «Non capiamo perché non si riesca a perfezionare la pratica - commenta il presidente di Icop Vittorio Petrucco - e la cosa non può che preoccuparci». E preoccupano pure il ritardo sulla permuta dei terreni (in mano al Demanio) e la questione del barrieramento a mare, che da anni giace sulla scrivania del ministero dell'ambiente e di Invitalia, senza che i 41 milioni stanziati si trasformino nell'opera necessaria ad arginare per sempre gli inquinanti dei terreni che le piogge riversano in mare.

Diego D'Amelio

 

 

Nodo ferroviario di Opicina - Il rinnovo parte da sette binari - fasci riattivati
Trieste. Comincia dalla riattivazione di sette binari il rinnovo del nodo ferroviario di Villa Opicina. Rete ferroviaria italiana ha comunicato ieri di aver ultimato la rimessa in funzione dei fasci di rotaie denominati "Arsenale" e "Pmc". Ci sono voluti sette mesi e un impegno economico da 1,5 milioni, che rappresentano il primo step delle opere per potenziare la stazione da cui passa il 20% dei traffici del porto e in particolare i treni diretti in Ungheria. L'intervento è stato finanziato nell'ambito del progetto di Rfi "Ultimo miglio". I binari ripristinati saranno dedicati alla sosta delle locomotive, che potranno accedervi in modo autonomo: non serviranno più movimenti di manovra aggiuntivi per la precedente necessità di agganciare locomotori diesel per trainare i mezzi in stazione, grazie alla creazione di una nuova linea aerea per la trazione elettrica, che ora serve quattro dei sette binari. Come spiega la nota di Rfi, «verranno così liberati alcuni binari di stazione e aumentata di conseguenza la capacità ricettiva dello scalo», nell'ambito del programma di raddoppio dei volumi di traffico del sistema ferroviario a servizio del porto di Trieste denominato TriHub. Nel corso del 2021 Rfi avvierà la seconda parte dei lavori previsti a Villa Opicina, con l'intenzione di installare un nuovo apparato centrale che gestirà digitalmente traffico e scambi. Una serie di modifiche al piano regolatore generale permetterà inoltre di attivare il modulo da 750 metri che costituisce lo standard europeo per la lunghezza dei treni merci di ultima generazione. Il passaggio è fondamentale per consentire alla stazione di operare pienamente quale snodo del corridoio ferroviario Ten-T Mediterraneo, di cui Villa Opicina rappresenta un punto importante per la sua natura di scalo transfrontaliero fra Italia e Slovenia. Rfi sottolinea che «grazie a questo insieme di interventi si punta a efficientare i servizi necessari per il transito transfrontaliero. Minimizzare i costi significa accrescere la competitività del trasporto su ferro e contribuire alla transizione ecologica. La volontà di coniugare ambiente e sviluppo dei trasporti rientra fra le missioni di Rete ferroviaria italiana. Tutte le opere che si stanno realizzando nell'area del Friuli Venezia Giulia sono il segno di questa strategia. Il rispetto dei tempi programmati e la qualità delle realizzazioni confermano l'obiettivo di porre il territorio giuliano tra i principali riferimenti logistici europei». Connesso all'operazione c'è il rifacimento della Transalpina, ormai realizzato grazie a un investimento da 5,5 milioni di euro. La linea da 15 chilometri collega Villa Opicina e l'Interporto di Fernetti alla stazione di Campo Marzio. L'impiego della Transalpina costituirà un'alternativa, soprattutto in discesa, al percorso abituale da 34 chilometri che porta i treni ad arrivare a Campo Marzio da Opicina, passando per il bivio di Aurisina e percorrendo poi la linea costiera e la galleria di cintura.

D.D.A.

 

 

Porto vecchio, 60 giorni per il consorzio
La Regione pubblica il decreto di approvazione: entro due mesi il rogito. Dipiazza aspetta Kipar per la spallata alla Tripcovich
Procede non senza sorprese lo sblocco del Porto vecchio. A due mesi dalla firma dell'Accordo di programma la Regione pubblica il decreto di approvazione, aprendo così altri 60 giorni per la costituzione del Consorzio Ursus. Nel frattempo l'annuncio dei 40 milioni del Recovery per le aree pubbliche dello scalo potrebbe portare il Comune a rivedere l'accordo per il prestito di 26 milioni concesso dalla Regione nel dicembre scorso. Il sindaco Roberto Dipiazza, infine, accarezza l'idea che le linee guida per lo sviluppo dell'area gli consentano di togliere una storica spina nel fianco: la sala Tripcovich. Andiamo con ordine. Verrà pubblicato oggi sul Bollettino ufficiale della Regione il decreto di approvazione dell'Accordo di programma sul Porto vecchio: il primo passo per la fondazione del Consorzio arriva a due mesi dalla cerimonia della firma, il 4 marzo scorso alla Centrale idrodinamica, con cui il presidente regionale Massimiliano Fedriga, il sindaco Roberto Dipiazza e il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino hanno siglato il plico di documenti per lo sviluppo dell'antico scalo. Ciò significa che ora Comune, Regione e Adsp hanno altri 60 giorni di tempo per presentarsi davanti a un notaio e dare vita effettiva a Ursus, il Consorzio incaricato di gestire tutti i passaggi nodali per il rilancio dell'area nei prossimi decenni. L'obiettivo dei tre enti resta chiudere la partita prima della data ultima, così da poter avviare i lavori quanto prima. Restano aperti diversi nodi, non ultimo quello delle nomine: negli ultimi due mesi sono arrivate diverse proposte al Comune per figure compatibili con quella dell'ambassador del Consorzio, ma una decisione in merito non è ancora stata presa. Così come restano aperte le ipotesi sul resto degli organi dell'ente, non ultimo il direttore generale, che avrà in mano il timone amministrativo di Ursus. Ma anche altri aspetti della partita, dicevamo, devono ancora giungere a maturazione: l'annuncio del Ministero della cultura dei 40 milioni destinati a Trieste per le aree pubbliche dello scalo non si è ancora tradotto in stanziamenti effettivi, ma potrebbe porre il Comune di fronte a un bivio. Nel dicembre scorso la Regione ha comunicato la sua scelta di dare 26 milioni in prestito al Comune per consentire l'infrastrutturazione dell'area. Da quella cifra andrebbe poi scorporato il valore dei magazzini 2 e 4, che secondo l'accordo dovrebbero andare all'ente regionale per la realizzazione di una nuova sede centrale. I fondi del ministero, però, hanno il medesimo scopo, ovvero l'infrastrutturazione: non trattandosi di un prestito, è probabile che il Comune scelga di usufruire di questi ultimi, ma questo potrebbe portare alla necessità di rivedere i termini con il vicino di piazza Unità. Infine c'è il capitolo della sala Tripcovich. Le linee guida architettoniche per le aree pubbliche del Porto sono state affidate all'architetto paesaggista Andreas Kipar: punto focale di tutto il disegno sarà il viale di accesso che da piazza Libertà arriverà fino al magazzino 26. È nell'ambito di questo ripensamento della struttura cittadina che il sindaco Dipiazza confida di poter presto annunciare una svolta: «Stiamo studiando un ingresso diverso per il Porto vecchio - spiega -, un'operazione che interesserà per forza piazza Libertà, perché da lì si accede all'area. Potrebbe darsi che in tutto questo la sala Tripcovich balli un poco il tango».-

Giovanni Tomasin

 

La "profezia" mancata del progetto Polis e la chance del presente
Generali è un fattore dinamico all'interno della storia di Trieste - Allora l'idea innovativa non fu compresa. Ma oggi arrivano i Big Data
Le aziende che hanno un secolo o più sulle spalle, come tutte le istituzioni umane, acquisiscono una capacità strategica di lungo periodo. Anche per questo, forse, una realtà fondata nel 1831 come Assicurazioni Generali aveva scommesso sul possibile rilancio del Porto vecchio già trent'anni fa. Oggi, mentre si sbrogliano le procedure per la fondazione del Consorzio Ursus (vedi articolo in alto), arrivano segnali incoraggianti come l'annuncio della compagnia di voler investire in un centro di ricerca su Big data e intelligenze artificiali assieme agli enti accademici regionali. Un centro che potrebbe trovare nel Porto vecchio la sua sede. Da queste coincidenze significative trae una lezione la senatrice e scrittrice Tatjana Rojc, che ha lavorato assieme ad Ezio Martone alla stesura del libro "Il lungo viaggio del Leone di Trieste". Nel libro, ne abbiamo scritto su queste pagine, si dimostra come lo sbarco di Generali nell'antico scalo, con il progetto Polis, venne meno per divergenze tra i soci, più che per resistenze politiche triestine, come finora s'era raccontato. Ma la storia del Leone, lì raccontata, è interessante perché nella compagnia c'è sempre stato un motore di innovazione per tutta la città, spiega Rojc: «Il ruolo di Generali a Trieste è importantissimo, non solo come capitale economico, ma perché i dirigenti della compagnia hanno sempre colto in anticipo le tendenze future».L'autrice cita l'esempio di Umberto Della Casa, modenese che lavorava per Ibm a Torino prima di arrivare a Trieste, nel 1969, dopo aver ricevuto una proposta dalle Assicurazioni. Lo stesso avviene negli anni Settanta per Benito Rocco, anche lui proveniente dai ranghi dell'azienda informatica statunitense. Furono loro i nomi, assieme ai dirigenti Emilio Dusi e Fabio Padoa, di quelli che decisero di portare avanti l'automatizzazione necessaria a elaborare e gestire un bilancio di gruppo, una scelta all'avanguardia per i tempi. Ma le radici di questo saper stare al passo con i tempi si possono cercare anche più a fondo nel passato. Nate in un tempo in cui Venezia era ancora parte del Lombardo-veneto a dominazione asburgica, le Generali seppero attraversare dapprima una fase in cui la testa triestina e quella veneziana poggiavano su un impero e un regno spesso in rapporti ostili. Poi superarono la caduta di quell'impero, adattandosi al caotico scenario successivo alla Grande guerra, e infine trovarono nuovi mercati di riferimento quando la Cortina di ferro calò davanti all'antico retroterra centroeuropeo.Tornando alla senatrice Rojc, il rapporto fra Generali e Porto vecchio si svolge secondo simili logiche: «Con il progetto Polis le Assicurazioni Generali videro troppo lontane per essere comprese. Mostrarono quel che poteva succedere in Porto vecchio e che forse oggi succederà, ovvero che non sia solo un rione, ma che ci sia qualcosa di importante nella città». L'annuncio del nuovo centro sui Big data, conclude, lascia ben sperare: «Sapevo che Generali non avrebbe perso tempo. D'altra parte non l'ha fatto in passato con progetti come Citylife o iniziative come Banca Generali. Per avere una visione serve grande preparazione».

G.Tom.

 

 

L'emergenza clima rilancia i movimenti - Così cambiano le politiche per l'ambiente
Domani gratis con il nostro giornale "Green&Blue", il mensile del Gruppo Gedi dedicato ad ambiente e sviluppo
I temi legati all'ambiente dettano l'agenda della nuova politica europea, ispirano le strategie dei governi, muovono le posizioni di partiti e movimenti, danno forma e spessore a una spinta propulsiva che, contrariamente a quanto accaduto in passato, sembra avere la forza per non esaurirsi. Ormai tutti nel vecchio Continente, sollecitati dallo schieramento e dalla partecipazione di centinaia di migliaia di giovani, hanno compreso l'importanza di intestarsi battaglie che hanno un solo principio ispiratore: la salvaguardia e la tutela dell'ambiente. Una linea dettata dalla necessità di affrontare con gli strumenti adeguati i rischi che derivano dall'emergenza climatica. Così le formazioni politiche ambientaliste tornano alla ribalta, senza però accontentarsi di posizioni marginali: stavolta vogliono stare dalla parte di chi decide. Al ritorno dei Verdi in Europa è dedicato il servizio di copertina di Green&Blue, il mensile che sarà in edicola in abbinamento gratuito domani, giovedì 6 maggio, con questo giornale e con tutti i quotidiani del gruppo Gedi. La cover story analizza le ragioni e le prospettive di questo ritorno (anche se l'Italia è un'anomalia: l'offerta non piace al mercato elettorale...) e spiega attraverso approfondimenti come Spagna, Francia, Belgio, Germania e Grecia si preparano ad affrontare la nuova onda verde.G&B si occuperà - tra l'altro - di mobilità elettrica, raccontando gli sforzi dell'Europa per diventare leader nella produzione di batterie, con lo scopo di conquistare la leadership globale e ridurre la dipendenza da Pechino. Sono già stati lanciati circa 70 progetti industriali attraverso un massiccio volume di investimenti: nel 2019 hanno toccato quota 60 miliardi, il triplo di quelli registrati in Cina.Ci sarà poi un'analisi su come il Web incide sulle emissioni di CO2. Ebbene, streaming, mail e server inquinano come una grande nazione, piazzandosi al quarto posto dopo Cina, Usa e India. Entro il 2030, spiegano gli esperti, computer ed elettronica di consumo arriveranno ad assorbire il 20 per cento dell'energia prodotta, con tutto ciò che ne consegue in fatto di emissioni di gas serra. Green&Blue racconterà anche uno straordinario progetto naturalistico - realizzato da Legambiente sull'isola di Pantelleria - che ha lo scopo di far conoscere i "giardini panteschi", dove gli agrumi crescono, senz'acqua, solo grazie a un microclima artificiale e a migliaia di pietre spostate a mano. Non mancheranno i personaggi (lo chef Pietro Leeman del Joia di Milano e Brian Eno, il musicista che attraverso la sua arte si impegna per la difesa della terra) e le rubriche: per conoscere e rispettare l'ambiente.

Giuseppe Casciaro

 

 

OGS - Esperti a confronto sulla pulizia del mare

Ogs insieme a Apre è tra i soggetti che collaborano con il ministero dell'Università e della Ricerca all'organizzazione dell'evento online "Starfish Mission 2030: per una prospettiva italiana del mare", che si svolgerà oggi 5 maggio a partire dalle 15 (bit.ly/ 33fxvpg)per approfondire lo "Starfish 2030: Restore Our Ocean and Waters", progetto di Horizon Europe, che mira alla scoperta e alla rigenerazione degli ecosistemi marini e d'acqua dolce europei entro il 2030 tramite la pulizia delle acque.

 

Banchi di delfini a pesca di branzini avvistati alla Cona
Gli operatori della riserva della foce dell'Isonzo li hanno immortalati proprio nel momento della "caccia"
STARANZANO. Una gruppetto di tre delfini dà spettacolo con evoluzioni davanti alla riserva naturale della Cona. L'avvistamento è avvenuto nella mattinata del primo maggio, ma sono stati notati anche nei giorni successivi dagli operatori della riserva, Matteo De Luca e Silvano Candotto durante il controllo quotidiano della fauna selvatica, in particolare di uccelli che in questo periodo affollano l'area protetta e arrivano da tutta l'Europa, Siberia compresa.«Si tratta di un gruppetto di Tursiopi, detti anche cetacei dentati, comunemente chiamati denticeti poiché si differenziano da altri tipi dal possedere denti veri e propri - afferma De Luca - . Una specie osservata in questi giorni in differenti località del golfo che nei mesi primaverili sono soliti frequentare anche le acque della riserva per alimentarsi. Sono cacciatori attivi e si nutrono di pesci che trovano lungo il loro cammino. In una foto, infatti, si vede molto bene la predazione di un branzino. L'osservazione dei delfini è stata possibile durante i consueti giri di monitoraggio dei volatili alla foce del fiume e di sorveglianza del rispetto delle norme attualmente in vigore. Sull'isola alla foce è, infatti, interdetto l'accesso delle imbarcazioni e di qualsiasi natante poiché in questo momento - continua la guida naturalistica - sono in atto nidificazioni di specie di elevato interesse conservazionistico come il fratino e il fraticello. Comunque se i visitatori hanno la pazienza di scrutare il mare con il binocolo, è probabile che riescano individuare delfini che sembrano danzare fra le onde».È vero che l'avvistamento non è un incontro raro, ma è stato emozionante per le guide della riserva naturale che hanno potuto osservare per una decina di minuti i cetacei nella loro classica andatura e volteggi, quasi volessero giocare tra loro facendo le caratteristiche evoluzioni sulla superficie del mare. La presenza dei delfini è giustificata anche dalla pandemia in atto che ha causato restrizioni pure alla nautica in movimento, un terreno ulteriormente fertile per i banchi di delfini noti per avere una folta colonia attorno all'isola di Lussino, alle coste slovene e croate e molto spesso si spingono verso il golfo di Trieste e dintorni.

Ciro Vitiello

 

 

 

Alle 18 - "L'Istria vista dal mare" al Circolo della Stampa.

Oggi, alle 18, al Circolo della stampa di Trieste, si terrà la presentazione del libro "L'Istria vista dal mare", a cura di Livio Dorigo, ultimo lavoro edito dal Circolo Istria di Trieste. Tre punti di osservazione dell'Istria vista dal mare con Rita Auriemma, Stefano Furlani e Rosanna Turcinovich. Modera l'incontro il giornalista Luciano Santin vicepresidente del Circolo della Stampa. Gli autori e gli organizzatori saranno in presenza al Circolo della Stampa di Trieste. Tutti gli altri possono partecipare in remoto cliccando su link: https://join.skype.com/OyUXLJh2RaEJ

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 4 maggio 2021

 

 

Raccolta differenziata verso il 70% - Ma Trieste è ancora maglia nera - la situazione del 2019
Arpa: Fvg fra le prime 5 regioni. Verde e vetro, impennata nel capoluogo giuliano durante il lockdown
Trieste. La lunga coda della pandemia ha toccato anche il settore della raccolta differenziata triestina. È quanto emerge dal secondo rapporto di rifiuti urbani, redatto dall'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente (Arpa) e presentato ieri in conferenza stampa, secondo cui fra l'altro il lockdown ha modificato l'acquisto delle merci. E, inevitabilmente, la creazione di rifiuti. Nel capoluogo giuliano, durante i primi otto mesi del 2020, si è infatti registrata una riduzione del 4% della produzione di immondizia (-4% di organico, -2% di plastica, - 5% di carta, - 4% di ingombranti). Un calo che non ha tuttavia interessato tutte le tipologie di rifiuti: rappresentano un'eccezione il verde e il vetro che, al contrario, hanno visto un aumento, (rispettivamente del +13% e +3%).Il modo in cui l'emergenza sanitaria ha ridisegnato i nostri consumi - e il nostro modo di liberarcene - è solo uno dei tanti aspetti su cui si è focalizzato il report, in cui vengono ripercorsi 22 anni di storia nel settore dei rifiuti, con un ampio spazio dedicato alla battaglia a favore della raccolta differenziata. Un percorso di miglioramento in cui il territorio di Trieste indossa la maglia nera, con una percentuale che nel 2019 si è attestata intorno al 44%. Il dato è in controtendenza rispetto al resto della Regione, dove 150 amministrazioni (sulle 215 totali), sono riuscite a eccellere, toccando soglie tra il 70 e l'80% di raccolta. Gli ottimi risultati, tuttavia, sono legati al fatto che si tratti, nella maggior parte dei casi, di comuni con meno di 5 mila abitanti, con una gestione semplificata di raccolta. Nelle grandi realtà abitative come Trieste, invece, la complessità del tessuto urbano e il maggior flusso di cittadini rendono più difficile perseguire risultati simili. «Sulla raccolta differenziata il Friuli Venezia Giulia parte, a livello nazionale, da una posizione di podio, conseguita grazie soprattutto ai risultati raggiunti dai piccoli comuni - ha detto l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente Fabio Scoccimarro, nel corso della presentazione -. Se poco più di 20 anni fa la raccolta differenziata nella nostra regione raggiungeva solo il 12%, oggi riusciamo a differenziare i 2/3 dei rifiuti che produciamo. Al fine di crescere ulteriormente lavoreremo per migliorare le performance dei centri urbani più grandi». Il Friuli Venezia Giulia si posiziona dopo Veneto, Trentino Alto Adige, Lombardia ed Emilia Romagna. Nel report si spiega tuttavia come il trend positivo che ha caratterizzato la regione nei primi anni di raccolta si sia fermato nel 2013. Anno in cui, dopo aver toccato la soglia del 60%, alcuni comuni hanno interrotto l'andamento. Quanto al 2019, il risultato regionale è del 68,7%. E anche se non sono ancora disponibili i dati del 2020, Cristina Sgubin di Arpa ha specificato che «le percentuali dovrebbero essere molto simili a quelle del 2019, probabilmente con un aumento minimo». Rispetto al nuovo scenario imposto dal Covid, Sgubin ha inoltre aggiunto che «nella raccolta dei materiali spiaggiati iniziamo a rilevare la presenza di guanti e mascherine. Tuttavia, siccome questi rifiuti vengono gettati nel secco ma hanno un peso molto esiguo, non stanno particolarmente incidendo sulla percentuale di indifferenziata». Nonostante il generale ottimismo sui risultati che si possono ottenere, il direttore generale di Arpa Stellio Vatta ha spiegato che «c'è ancora da lavorare. Bisogna fare molti passi avanti, soprattutto per sensibilizzare e informare il cittadino-consumatore. È quest'ultimo che, con i suoi comportamenti, influenzerà i risultati futuri».

Linda Caglioni

 

 

Progetto centrale a gas di A2A: dalla Regione 13 prescrizioni - delibera della giunta Fedriga

Compatibilità ambientale condizionata a precise indicazioni a carico dell'azienda. Decisa l'istituzione di un tavolo con Comune e proprietà sulle prospettive del sito.

Tredici indicazioni in relazione al progetto proposto da A2A EnergieFuture relative alla realizzazione della centrale a gas a ciclo combinato. C'è anche un atto di indirizzo con il quale si è decisa l'istituzione, a breve, di un tavolo tra la Regione - nello specifico con le Direzioni Attività produttive e Ambiente -, Comune e proprietà al fine di analizzare le prospettive di sviluppo dell'area. Sono questi gli elementi essenziali contenuti nella comunicazione inviata dalla Regione al Ministero, secondo i termini fissati. La Regione ha preso atto che la parte tecnica potrà riconoscere la compatibilità ambientale alla centrale termoelettrica di Monfalcone solo se verranno accolte dunque specifiche tredici indicazioni, tra le quali figurano il recupero ambientale/produttivo delle aree oggetto degli impianti che andranno dismessi, lo sviluppo di una rete di teleriscaldamento e il monitoraggio ambientale e sanitario, a carico del proponente, che andrà condiviso con i soggetti competenti. Ieri dunque la Giunta del Friuli Venezia Giulia ha approvato - su proposta dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro - la delibera riguardante un parere collaborativo della Regione in merito alla procedura di Via in cui si sono valutati gli impatti relativi alla modifica dell'impianto proposta da A2A. Secondo le valutazioni compiute dalle diverse Direzioni regionali competenti, si evince nella nota della Regione, è emerso che le emissioni in atmosfera andranno verosimilmente a migliorare rispetto alla situazione attuale e, di conseguenza, la situazione sanitaria, particolarmente delicata nella popolazione monfalconese, dovrebbe anch'essa migliorare. L'Istituto Superiore di Sanità, l'Azienda sanitaria universitaria giuliano isontina (Asugi) e la Direzione centrale Salute della Regione si sono espressi evidenziando la necessità di monitoraggi ambientali e sanitari per tenere sotto controllo l'impatto determinato dalla centrale. Oltre a ciò la Regione ha chiesto al ministero che venga tenuto in debita considerazione il parere espresso sullo stesso tema dal Comune di Monfalcone. Quest'ultimo, in qualità di Amministrazione ed ente territoriale interessato dal provvedimento, ha inviato a fine aprile al ministero della Transizione ecologica la propria valutazione sul progetto; riportando i dati già messi a disposizione dal proponente ed effettuati dei confronti tra emissioni di inquinanti tra lo scenario futuro e quello di progetto, il Comune ha chiesto che venga approfondita l'analisi di incidenza di tumori nel periodo 2010-2019.

 

 

Oltre 200mila euro per rifare il giardino di vicolo dell'Edera - il sopralluogo nell'angolo verde inagibile da anni

C'è un angolo verde tra vicolo dell'Edera e Pendice Scoglietto che merita di essere recuperato. Anche perchè non sono mancate proteste e segnalazioni da parte della cittadinanza. Questo luogo si trova a breve distanza dall'asilo nido "Zucchero filato" ed è raggiungibile a piedi da via Cologna. Ieri mattina il sindaco Roberto Dipiazza e l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi vi hanno dedicato un sopralluogo. Il giardino, che si estende per una superficie di 2.700 metri quadrati, è proprietà comunale ma da alcuni anni è chiuso, inagibile. La vegetazione è cresciuta lussureggiante e il sito avrebbe comunque occorrenza di una drastica pulizia. Date queste premesse, il servizio strade & verde della Municipalità tergestina ha ritenuto di inserire l'opera nelle prossime iniziative di refitting ambientale, inducendo l'assessore Lodi a presentare una delibera che stanzia alla bisogna poco più di 200 mila euro. In particolare, l'intervento viene finanziato per 150 mila euro con avanzo vincolato e per 50 mila euro ricorrendo all'introito da alienazioni. Il progetto è stato affidato a un professionista esterno, l'architetto Rita Ressmann, per un costo di 13.300 euro. La verde riqualificazione prevede un cronoprogramma di 120 giorni, che verrà auspicabilmente svolto, una volta sbrigato l'affidamento, a partire da inizio estate. La relazione, che accompagna la delibera dell'avvocato Lodi, descrive le civiche intenzioni, mirate a ridisegnare radicalmente l'attuale scorcio. Ecco l'elenco: pulizia complessiva del verde, rimozione delle recinzioni danneggiate e degli arredi presenti, creazione di un nuovo accesso, sistemazione dei percorsi pedonali preesistenti, manutenzione delle due scale esterne in arenaria, realizzazioni di superfici a prato, creazione di una nuova linea d'acqua in maniera tale da attivare due fontane con acqua potabile. Questi lavori di manutenzione straordinaria vengono integrati da una nuova area giochi con pavimentazione anti-trauma, da un'area dedicata ai cani (con apposite recinzioni e cancelli metallici), da nuovi cancelli. Arredo tutto fresco dotato di panchine e cestini d'acciaio. L'area sarà accessibile ai mezzi meccanici. Non si dovrebbe trattare di un cantiere difficile dal punto di vista della sicurezza, se si eccettuano le pendenze esistenti e la vicinanza a una via di medio traffico in considerazione delle scuole presenti e della densità abitativa. L'inquadramento urbanistico - informa ancora la relazione che correda con alcune foto lo stato d'incuria in cui versa il giardino - consente inoltre la realizzazione di un servizio igienico di 15 metri quadrati e un chiosco "food & beverage" di analoga superficie. Da non perdere le immagini relative all'interno dell'area verde, soprattutto per quel che riguarda i punti prossimi alla scala interna a scendere e all'area giochi dismessa.

Massimo Greco

 

Punta Sottile, sostituiti due pini - E per un terzo arriva il sostegno - il recupero del verde dopo i danni delle due ondate di maltempo
MUGGIA. Punta Sottile ritorna a popolarsi di pini d'Aleppo. Di recente sono state piantumate infatti due nuove alberature, in sostituzione delle due irrimediabilmente danneggiate dalla furia del maltempo, dapprima il 10 agosto della scorsa estate e poi l'8 dicembre. I due alberi sostituiti, in particolare, si erano sovrapposti nella prima occasione a causa di un violento temporale estivo: una combinazione di vento e pioggia aveva letteralmente divelto il cosiddetto "pino storto", facendolo accasciare in parte sul terreno e in parte su un altro pino accanto. La situazione era ulteriormente peggiorata a fine anno tanto da richiedere una consulenza specializzata. Così la perizia di Paolo Parmegiani, agronomo forestale: «La chioma della seconda pianta, asimmetrica, presenta una grossa branca spezzata dalla prima pianta, con scosciatura profonda e relativa chioma in disseccamento. La pianta, completamente sbilanciata, presenta pochissime fronde ancora verdi sul lato mare a notevole distanza dal punto di inserzione nel terreno». Superstite, sopravvissuto alla furia del maltempo, poco distante ecco un altro pino, evidentemente molto inclinato, tanto che nei primi due metri assume una pendenza di 45 gradi. Dalla perizia è emersa la necessità di un intervento che risolvesse le gravi problematiche di tipo statico che, in qualsiasi momento, avrebbero potuto far schiantare quel caratteristico pino: «La soluzione ottimale da un punto di vista statico - sempre secondo Parmegiani - è quella di provvedere alla realizzazione di un sostegno da posizionare a tre metri di distanza dalla base, proprio sotto il punto d'impalco delle branche principali, al fine di sorreggere la chioma e l'intera pianta». È stato così realizzato - ed è stato posizionato in questi giorni - un sostegno proprio nel punto indicato da Parmegiani lo scorso marzo».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 3 maggio 2021

 

 

Muggia - Bocciata la segnaletica per le piste ciclabili di Strada delle Saline
Muggia. Cassata in Consiglio comunale la risoluzione che presentata dal consigliere del gruppo misto ed ex dem Marco Finocchiaro sull'adeguamento della segnaletica stradale viabilità Coselag su Strada delle Saline e Via Caduti sul lavoro, che aveva l'obiettivo di migliorare la sicurezza stradale e favorire la mobilità sostenibile sui percorsi casa-lavoro. Si è trattato di una bocciatura netta. A favore hanno votato solo il pentastellato Emanuele Romano e la civica Roberta Tarlao. Deluso Finocchiaro: «Quello che chiedevo in sintesi era di dare la possibilità a chi sceglie la bicicletta come mezzo di trasporto per recarsi al lavoro di farlo in sicurezza. Nel caso specifico proponevo la realizzazione delle corsie ciclabili recentemente introdotte nel codice della strada al posto della banchina pavimentata di 1,5 che dovrebbe avere una strada di quelle caratteristiche geometriche. Si è negata la possibilità a chi sceglie la bicicletta come mezzo di trasporto per recarsi al lavoro di farlo in sicurezza. Nulla si è fatto nemmeno per mettere in sicurezza i veicoli a motore che percorrono quella strada su corsie di marcia di 5 metri fuori norma in quanto la larghezza massima consentita è di 3,75 metri». Per Finocchiaro coloro che hanno cassato una soluzione fattibile «l'hanno fatto nascondendosi dietro un parere tecnico degli uffici, fuorviante e per nulla esaustivo». Il consigliere ex dem ha riferito anche di essere «stato accusato di essere un lobbista che si erge a paladino delle categorie deboli, al pari degli altri due consiglieri che hanno sostenuto la risoluzione a scopi elettoralistici. Intanto si è negato il diritto costituzionale di arrivare sani al lavoro e di tornare a casa integri». Anche Fiab Ulisse ha commentato quanto deciso durante la massima assise rivierasca: «Brutte notizie per Muggia: la giunta Marzi a ampia parte dell'opposizione ha bocciato la richiesta di realizzare nell'amplissima Strada delle Saline due corsie ciclabili per rendere più sicuri gli spostamenti casa-lavoro in bici».

Luigi Putignano

 

 

Più neve sulle Alpi Giulie causa il riscaldamento artico
Il ricercatore Renato Colucci dell'Istituto di Scienze polari: «La causa degli accumuli nevosi in alta quota legata agli eventi indotti dal riscaldamenti globale»
Di primo acchito sembrerebbero gli highlander del cambiamento climatico, un'anomalia in un panorama che prevede la scomparsa dei ghiacciai alpini al di sotto dei 3500 metri di altitudine in una trentina d'anni. Sono i piccoli ghiacciai delle Alpi Giulie a bassa quota, che da circa 15 anni sono resilienti e stabili. E che anche quest'inverno hanno potuto contare su abbondanti nevicate che però, dicono gli esperti, non sono indicative di inverni più freddi, né di un'inversione di rotta del riscaldamento globale. Anzi. Una ricerca pubblicata su Atmosphere, che spiega la resilienza dei piccoli ghiacciai delle Alpi Giulie con l'aumento delle precipitazioni nevose nel settore alpino orientale, individua due possibili cause del fenomeno, entrambe legate ai cambiamenti climatici: il maggiore riscaldamento dell'Artico e l'aumento della temperatura della superficie dell'Adriatico. «Anche quest'anno sulle Alpi Giulie si sono verificate nevicate molto intense e frequenti, che hanno portato la somma degli accumuli nevosi a toccare i 10 metri a 1800 m di quota», spiega Renato Colucci, ricercatore dell'Istituto di scienze polari del Cnr, che ha coordinato questa ricerca internazionale cui hanno partecipato anche l'Ictp e le Università di Trieste e Udine. Di annate con accumuli eccezionali di neve ne sono state registrate molte a partire dal 2000, ma tanta neve non significa più freddo: tendenzialmente gli inverni sono sempre più miti e le estati più calde e lunghe. «L'ingente strato nevoso depositatosi al suolo nelle Alpi Giulie, dove già piogge e nevicate sono tra le più elevate di tutta Europa, è in grado di bilanciare l'aumentata fusione estiva», spiega Colucci. Misurando i bilanci di massa dei piccoli corpi glaciali di questo settore alpino dal 2006 al 2018, i ricercatori ne hanno constatato il leggero incremento, in completa controtendenza con ciò che avviene nel resto dei ghiaccia alpini, che invece si riducono sempre più. «La causa più rilevante di quest'anomalia sembra essere legata agli eventi estremi indotti dal riscaldamento globale», evidenzia il ricercatore. «Nell'Artico il riscaldamento sta procedendo a un ritmo molto più serrato rispetto alle nostre latitudini, con la drastica riduzione del ghiaccio marino, che contribuisce agli effetti di amplificazione del riscaldamento». La "amplificazione artica" sta modificando la traiettoria della circolazione globale dell'emisfero settentrionale (onde di Rossby). I flussi atmosferici, simili a onde che si muovono da ovest verso est, si propagano più lentamente, facilitando così situazioni che portano il tempo meteorologico a "bloccarsi". Perciò si possono verificare eventi estremi, come piogge vigorose e prolungate o lunghe fasi di caldo estivo eccezionale. A ciò va a sommarsi l'aumento della temperatura superficiale del mare Adriatico, che porta ancora maggiore energia verso le montagne sotto forma di precipitazioni più intense. Per quanto la pioggia tenda a sostituirsi alla neve a quote sempre più elevate, la scomparsa nel prossimo futuro dei ghiacciai minori delle Alpi Giulie non pare più così scontata.

g.b.

 

 

Check-up ai rifiuti sul lido per cambiare i comportamenti
STARANZANO. Il termine "Beach Litter" si traduce come "immondizia della spiaggia". Legambiente lo ha trasformato nell'iniziativa di "Citizen Scienze" in un monitoraggio di rifiuti prodotti dalle attività umane. La conclusione della ricerca effettuata sul litorale di Staranzano è stata annunciata dal Circolo Legambiente "Ignazio Zanutto" di Monfalcone, portato a termine nel pomeriggio di sabato da una decina di giovani volontari di Legambiente e dell'associazione NOPlanetB. Nel vasto campionario dei rifiuti ci sono materiali plastici, metallici, cartacei, tessuti vari, oggetti in vetro o in legno e olii. Il legname trasportato in mare dai fiumi e poi in parte riversato sulle spiagge costituisce un substrato per la crescita di molti organismi decompositori. «La raccolta di dati sui rifiuti in spiaggia - dichiara Margherita Bertossi del direttivo di Legambiente - consente di acquisire informazioni su quantità, trend e fonti di quella quota di marine litter immediatamente visibile a tutti noi, in relazione con la Direttiva Europea sulla Strategia Marina (2008/56/CE). Capire cosa deturpa le nostre spiagge - continua - serve anche ad agire sulle nostre abitudini di consumo e sui nostri comportamenti, perché la soluzione parte da qui. Il protocollo da noi utilizzato coincide con quello dell'European Environmental Agency nel programma Marine Litter Watch ed è usato da altre associazioni e istituti di ricerca».Per il monitoraggio, i volontari hanno delimitato un'area di indagine standard, lunga 100 metri e ampia dalla battigia alla fine della spiaggia, hanno raccolto tutti i rifiuti poi registrati su apposite schede seguendo le categorie di campionamento indicate. La raccolta ha preso in esame rifiuti a partire da 2,5 cm di lunghezza, per essere sicuri di includere tappi, coperchi e mozziconi di sigarette. Sono stati riempiti 4 sacchi di materiale indifferenziato, contenitori di plastica, lattine e una ventina di bottiglie di vetro, tutto avviato a riciclo. Moltissime le "calze" di plastica utilizzate in mitilicoltura e un'infinità di frammenti di plastica e polistirolo. Non sono mancate alcune mascherine, testimoni del periodo pandemico in corso.

Ciro Vitiello /

 

Turismo e ambiente - A Isola il Forum Eusair - regione adriatico-ionica
LUBIANA. Si terrà i prossimi 11 e 12 maggio a Isola, in Slovenia, il sesto Forum annuale della Strategia europea per la regione adriatico-ionica (Eusair). Eusair, dopo una fase di costruzione della sua governance, è oggi impegnata in particolare sul fronte dell'embedding process, ossia la ricerca di fondi, da budget Ue e finanziamenti pre-adesione per Balcani, per sostenere le attività comuni dei suoi quattro pilastri: attività marittime, connettività (trasporti ed energia), qualità ambientale e turismo sostenibile. A Isola, uno dei focus sarà l'impostazione di una strategia comune in questo senso. Attenzione sarà pure dedicata al tema dei trasporti e a quello dell'ambiente e del climate change. Tra gli ospiti di rilievo del Forum la climatologa slovena Lucka Kajfez Bogataj, esponente dell'Ippc, il consiglio intergovernativo dell'Onu sulla crisi climatica. Nel 2007 Lucka Kajfez Bogataj ottenne il Nobel per la Pace, insieme all'ex vice presidente americano, Al Gore. La strategia, lanciata dalla Commissione Ue nel 2014 vede come Paesi partecipanti alcune nazioni membri della Ue, tra cui Italia, Grecia, Slovenia e Croazia, ma anche Stati in corsa per l'adesione, come Serbia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord e Albania.

 

 

Fotovoltaico e bonus - Scossa risparmio
Siamo in una fase da lavori in corso sull'evoluzione del superbonus, all'incrocio tra il binomio durata-stanziamenti e lo snellimento atteso da qui a pochi giorni delle procedure per sfruttare il maxi incentivo. Ma, parlando di opere comunque realizzabili con strade diverse tra le varie agevolazioni, il fotovoltaico rappresenta di sicuro uno dei capitoli al quale si guarda con un occhio di particolare attenzione, a maggior ragione se il percorso per l'utilizzo delle risorse con il bonus al 110% si farà meno impervio rispetto a quanto accade con le regole attuali. Produrre energia elettrica direttamente dal giardino di casa o dal terrazzo, con impianti sempre più adattabili a spazi condominiali limitati, ha conquistato negli anni consensi crescenti, capace com'è di mettere insieme l'aspetto della salvaguardia dell'ambiente e quello della convenienza economica. Le cifre - In Italia il numero di coloro che hanno adottato il sistema veleggia ormai verso il milione, con una potenza complessiva superiore ai 21 Gigawatt. Da gennaio a marzo, il comparto ha garantito il 6,1% dell'intera domanda di energia elettrica del Paese. E non sorprende gli addetti ai lavori il fatto che nemmeno la crisi provocata dal Covid abbia frenato il settore: nel primo semestre del 2020 (quindi inclusi i mesi del lockdown più duro) le nuove installazioni sono aumentate del 12% rispetto allo stesso periodo del 2019, salite poi nei primi 10 mesi - secondo l'Osservatorio FER (Fonti Energetiche Rinnovabili) di Anie Rinnovabili - del 25%. Tra presente e futuro - Nel biennio 2020-2021 - spiega il report "Renewables 2020" dell'Agenzia internazionale dell'energia - il fotovoltaico guiderà la crescita di tutte le energie rinnovabili anche grazie agli incentivi fiscali, a cominciare dalla doppia opportunità con il 110%. Doppia, perché gli impianti di questo tipo possono sfruttare sia la chance degli interventi trainati, sia quella del sismabonus. E non sembra preoccupare più di tanto la flessione dei primi due mesi del 2021 a livello di produzione nazionale: a marzo il dato era già in ripresa, +19,5% sullo stesso periodo del 2020. Tra gli incentivi attuali e quelli annunciati per il futuro, le occasioni per accelerare non mancano davvero.

Massimo Righi

 

Fotovoltaico e 110% - le mosse necessarie per abbattere i costi della bolletta - Il superbonus
Ottenere energia gratuita dal sole, con l'impianto fotovoltaico completamente pagato dalla Stato, è possibile con i benefici del superbonus al 110%. Presupposto è che il fotovoltaico sia eseguito congiuntamente o con il miglioramento sismico dell'edificio, il cosiddetto sismabonus, o con il superbonus che contempli almeno una delle opere cosiddette "trainanti". Si tratta, in sostanza, dell'isolamento delle coperture, delle facciate e dei fondi che deve interessare almeno il 25 per cento della superficie disperdente del palazzo, insieme o separatamente con l'efficientamento dell'impianto di riscaldamento. La condizione di partenza che dà il via libera al maxi sconto è che si realizzi il miglioramento di due classi energetiche del fabbisogno termico dell'edificio, sia che si tratti di condominio, sia che si parli di una palazzina composta da due a quattro unità immobiliari distintamente accatastate e in possesso di un ingresso indipendente. Per ottenere lo sconto fiscale, tra i vari requisiti necessari, ci sono uno studio preliminare, un progetto esecutivo e i passi chiave per il finanziamento dei lavori, le asseverazioni e i collaudi. Si tratta di una mole di documenti importante e che richiede tempo. Per cui, prima di decidere se lanciarsi in questa direzione, è consigliabile rivolgersi a persone qualificate che conoscono il settore e sappiano muoversi tra i diversi paletti imposti dalla normativa. La proroga - I lavori sono ingenti, il processo è complesso e il tempo è poco. Per il superbonus la proroga al 2023 è al momento solo una promessa. Anche quella del 2022 è "sub judice" perché deve essere ancora confermata dal Consiglio d'Europa. Occorre quindi individuare tra gli interventi possibili quelli che garantiscono subito il salto delle due classi energetiche. Al rifacimento della facciata in chiave di un maggior risparmio energetico (il cosiddetto cappotto termico), è consigliabile aggiungere gli impianti fotovoltaici e il solare termico che sfruttano fonti rinnovabili e hanno il vantaggio di essere di più rapida esecuzione. La realizzazione - I pannelli da installare sono composti di silicio mono o policristallino e sono più efficienti tanto è più elevato il kilowatt di picco (kWp). I pannelli vanno collocati sul tetto dell'edificio o su un'area adiacente, ad esempio una pergola o una tettoia di un terrazzo, per una superficie tale da produrre l'energia elettrica necessaria ad evitare di prelevare corrente dalla rete. In molti casi, è prevista la possibilità di installare accumulatori: in pratica delle batterie che permettano di stoccare l'energia prodotta in eccesso ed eventualmente sincronizzare la produzione con il prelievo. La superficie necessaria per produrre un kilowatt di energia elettrica è di sei/sette metri quadrati. Tre kilowatt è il fabbisogno medio per un appartamento: per produrlo occorrono 18 metri quadrati di pannelli e possibilmente una batteria di accumulo. I costi fissi dell'installazione sono tutti compensati dal contributo sui pannelli solo se la potenza dell'impianto raggiunge i sei kilowatt con circa 30 metri quadrati di installazione. I limiti fiscali - La spesa massima per singola unità immobiliare è di 48 mila euro. Il limite raddoppia se si installa anche l'accumulatore per conservare l'energia in eccesso. Per kW di potenza nominale, il limite di detrazione è di 2.400 euro, mentre per il sistema di accumulo integrato è di 1.000 euro per ogni kWh. L'energia non autoconsumata, oppure non condivisa per autoconsumo, va ceduta gratuitamente al Gestore dei servizi energetici. Per evitarlo, oltre all'accumulo, c'è ora la possibilità di scambiare l'energia e sono possibili le comunità energetiche tra utenti che hanno nel condominio un luogo ottimale di sviluppo. Un bene per tutti - Il vantaggio di base del condominio è la condivisione. Ma questo è anche il suo limite, se per collocare i pannelli occorre spazio che può mancare. È in ragione della sua disponibilità che si può progettare l'installazione, occupando, ad esempio, tutto il tetto di copertura. Tenendo ovviamente bene a mente i tempi di realizzazione dei lavori nei quali va compreso ogni adempimento previsto dalla legge, compresi i passaggi in assemblea condominiale. L'energia prodotta, però, potrà essere utilizzata per alimentare sia le unità immobiliari individuali, sia i servizi comuni. L'isolamento dell'involucro dell'edificio diminuisce di molto la quantità di energia necessaria al riscaldamento, tanto che un impianto a pompa di calore ad alta efficienza può essere quasi completamente alimentato dal fotovoltaico. Il limite della massima potenza installabile è stato innalzato per i condomìni e le comunità energetiche da 20 kW a 200 kW. E, in modo del tutto analogo, possono essere alimentati l'illuminazione delle scale o il funzionamento dell'ascensore.

Glauco Bisso - Carlo Gravina

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 1 maggio 2021

 

 

Sedici milioni in arrivo dal Recovery Plan per il Museo ferroviario

Il sito storico nel "Piano nazionale di ripresa e resilienza": si rilancia un recupero rallentato finora da Covid, burocrazia e assenze di certezze sui finanziamenti

Trieste ricompare nell'agenda del cosiddetto "Piano nazionale di ripresa e resilienza". Dopo il Porto vecchio, a beneficiarne è il Museo ferroviario di Campo Marzio con i 16 milioni necessari al completamento del grande restauro, che richiede in tutto un investimento da 18 milioni e mezzo. I fondi rientrano nei 435 milioni di euro messi a disposizione per la valorizzazione dei treni storici e la manutenzione delle linee ferroviarie attraverso il "Piano strategico Grandi Attrattori Culturali" da 1,460 miliardi. Denaro che viene finanziato con i 30 miliardi del Fondo complementare, un importo ricavato dallo scostamento di bilancio e quindi aggiuntivo rispetto a quello dello stesso Recovery Fund europeo. Oltre alla Cabina Ace di Roma Termini, importante opera architettonica del razionalismo italiano, e al Museo nazionale di Pietrarsa, sede di uno dei piu importanti siti ferroviari storici di tutta Europa, è dunque l'antico Museo ferroviario triestino di Campo Marzio ad attrarre i capitali utili al completamento di un articolato progetto di riqualificazione, che fu presentato tre anni fa al fine di rendere questo contenitore un nuovo polo della cultura ferroviaria italiana ed europea e che doveva scontare ora fisiologici ritardi tra Covid, burocrazia e, soprattutto, fondi ancora da reperire con assolute garanzie. Con i due milioni e mezzo messi dalla Fondazione Fs sono già stati restaurati la facciata di via Giulio Cesare e due locomotive. E, ora, entro il 2023 è previsto che con quattro milioni, coperti dalle risorse in arrivo, si realizzino i nuovi interni del Museo ferroviario con tanto di esposizione permanente. Si potrà così riscoprire il fascino di diorami, plastici, vestiti, strumentazioni e reperti vari che racconteranno ogni aspetto della vita lungo la ferrovia asburgica che fu. All'esterno, lungo i quattro binari tronchi, si trovano anche dei rotabili storici unici nel loro genere: si tratta in molti casi di locomotive e carrozze austroungariche e tedesche ottenute come "conto riparazione danni di guerra". La fase numero tre riguarderà invece la parte più consistente del piano di recupero, che nel progetto di fattibilità del 2016 prevedeva anche un hotel a tema ferroviario. Rispetto a quest'idea iniziale però verranno analizzate anche altre ipotesi, che per ora non circostanziate. Rientra in tale fase anche il ripristino della volta che sormontava il "fascio binari", smantellata nel '42 per esigenze belliche, per creare un vasto cortile coperto per eventi e manifestazioni culturali. L'intera operazione, assicurano dalla stessa Fondazione Fs, sarà chiusa prima del 2026. Maggiori dettagli sulla tabella di marcia saranno comunicate in ogni caso in occasione di una conferenza ad hoc che probabilmente verrà organizzata in estate. «Espressioni di gratitudine vanno rivolte alla Fondazione Fs», afferma a tale proposito Alessandro Puhali, l'attuale presidente dell'"Associazione Museo Stazione Trieste Campo Marzio": «Va evidenziato anche il ruolo fondamentale dei volontari che dagli anni Settanta hanno raccolto rotabili, cimeli e hanno salvaguardato la stessa stazione. Il restauro del Museo ferroviario di Trieste Campo Marzio e la valorizzazione dell'omonima stazione, che è previsto venga riaperta per arrivi e partenze di treni storici e turistici con collegamenti verso il resto d'Italia e d'Europa, rappresentano eventi di enorme rilevanza per lo sviluppo culturale e turistico di Trieste e dell'intera Regione, per non parlare poi delle relazioni transfrontaliere con Slovenia e Austria e delle formidabili sinergie che potrebbero realizzarsi, attraverso la Transalpina, con Nova Gorica e Gorizia, designate Capitale europea della Cultura 2025».

Benedetta Moro

 

 

L'Ogs chiude il cerchio - Stop agli insediamenti dentro il Magazzino 26
Sopralluogo delle commissioni IV e V alla struttura del Porto vecchio - Rossi: «Abbiamo occupato tutto». E prende forma il Museo dell'Irci
Cos'è, alla fin fine, il Magazzino 26? Due commissioni comunali, la IV e la V, hanno compiuto ieri mattina un sopralluogo nell'edificio simbolo del Porto vecchio, al fine di inquadrare il piano della giunta per il palazzo, anche alla luce delle ultime novità. Facciamo subito il punto: fra qualche anno, se la linea data da questa giunta verrà mantenuta, l'edificio ospiterà un museo scientifico nato dalla fusione del Museo del Mare e di quello di Scienze naturali (progetto Consuegra), l'infopoint turistico con "convention visitors boureau", il nuovo Museo Irci con le masserizie degli esuli, la Sala Luttazzi per eventi culturali, l'Immaginario scientifico e la Sezione di oceanografia dell'Ogs - Gli assessori Elisa Lodi (Lavori pubblici) e Giorgio Rossi (Cultura) hanno accolto la comitiva di commissari capitanata dai presidenti di commissione Michele Babuder (Fi) e Manuela Declich (Lega). I due assessori hanno descritto il piano del Comune, armati di cartina. La capogruppo pentastellata Elena Danielis si è informata sul destino della sede attuale del Museo di Storia naturale, e Rossi ha risposto che sarà destinato ad ampliamento del Museo della Guerra per la Pace. La consigliera Pd Laura Famulari ha chiesto quali saranno i costi dell'infopoint mentre Giovanni Barbo ha fatto altrettanto per la sala Luttazzi: l'infopoint è costato circa un milione e 150 mila euro, mentre la sala 600 mila euro. Una stima per il trasloco del Museo di Scienze naturali, invece, non è ancora stata fatta. Paolo Menis del M5s ha chiesto si organizzi una commissione apposita sul Museo del Mare. I consiglieri sono stati accompagnati dai tecnici e collaboratori del Comune nella Sala Luttazzi, 130 posti a sedere al terzo piano, ormai completata: entro il mese dovrebbe tenersi la serata di apertura. Scesi al secondo piano, il direttore dell'Irci Piero Delbello ha illustrato la futura configurazione del nuovo Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata, comprensivo di masserizie: «Abbiamo disposto i mobili in lunghi corridoi in modo che possano essere attraversati dai visitatori - ha spiegato - che potranno così constatare che su ogni mobile c'è scritto un nome, dietro cui c'è una storia». Nel dialogo con i consiglieri, Delbello ha affermato: «Il 99% dei visitatori del nostro museo vuole andare a vedere le masserizie, che a loro volta andavano salvate. Questa razionalizzazione dà loro un senso». Infine la mostra del Lloyd, che confluirà un domani nel Museo del Mare. Ad accompagnare i commissari la responsabile dei musei comunali Laura Carlini Fanfogna. Visitando la mostra, Antonella Grim di Italia Viva ha commentato: «È necessario riprendere in mano i cimeli del Lloyd facendosi avanti con Italia marittima, che pare averne molti nei suoi depositi». Il leghista Radames Razza ha ravvisato invece che «la visita ha colpito positivamente anche i consiglieri di opposizione» e rimanda «al mittente le critiche» del Pd. Al di là delle schermaglie, è nell'area ove ora sorge la mostra del Lloyd, ha spiegato Rossi, che approderà l'Ogs, secondo quanto stabilito dall'istituto e dal Comune. «E con questo avremo occupato gli spazi del 26», ha chiosato l'assessore.

Giovanni Tomasin

 

 

Piano del centro storico - Entro la fine del mese l'approdo in Consiglio
La giunta ha deliberato, adesso tocca alla Commissione VI - Vagliate 50 osservazioni, tra cui quella della Soprintendenza
Passano gli anni ma 41 sono lunghi, quasi come per il ragazzo della via Gluck: Luisa Polli, assessore comunale a Territorio, urbanistica, ambiente, è fiduciosa che entro maggio sarà definitivamente varato il nuovo Piano particolareggiato del centro storico. A 41 anni di distanza dall'ormai mitico "piano Semerani", risalente al 1980: era un altro centro in un'altra Trieste. Il nuovo strumento urbanistico ha avuto una gestazione piuttosto lenta, perché di esso si parla da oltre venti anni, dall'ultimo periodo dell'era Illy. Giovedì scorso lo starter giuntale ha sparato l'iter della "seconda lettura" del Piano, dopo la prima approvazione avvenuta nel novembre 2020. La Polli ha ottenuto il consenso dell'esecutivo Dipiazza, per cui tra una decina di giorni l'ampia documentazione andrà in Commissione VI e, a seguire, verrà esaminata dall'aula. Il dibattito nelle due sedi si terrà "da remoto" cosicché l'assessore si premura di far preparare un apparato di slides tale da consentire una migliore comprensione dei contenuti da vagliare. La delibera, che accompagna la slavina di allegati, ricorda che, dopo il primo sì autunnale, sono pervenute in Largo Granatieri 50 osservazioni, molte delle quali autentiche matrioske, a loro volta contenenti una selva di questioni-quesiti-opposizioni, per cui di fatto gli uffici ne hanno filtrate 570. La Soprintendenza ha inviato le sue considerazioni in merito all'adeguamento del nuovo Piano del centro storico al Piano paesaggistico regionale. La stessa delibera puntualizza che alcune osservazioni sono state recepite fatto salvo «il rispetto delle linee di indirizzo impartite dall'amministrazione».La stessa Luisa Polli sottolinea come l'impostazione del nuovo Piano esca inalterata dal "giro" delle osservazioni. La civica amministrazione ci tiene a far sì che le nuove disposizioni entrino in vigore il prima possibile, affinché riescano ad accompagnare i bonus fiscali sulle riqualificazioni edili-impiantistiche. L'ottica del Piano è quella di "rifunzionalizzare" lo stabile, ovvero agire da stimolo per l'investitore privato: sottotetti, tetti piani, ascensori, corpi scala, balconi a vasca sono alcuni degli argomenti "forti" presenti nel Piano. Gli uffici, coordinati da Beatrice Micovilovich, hanno "schedato" 1621 edifici nell'ambito di uno spazio urbano che coinvolge la "città murata", i tre borghi (Teresiano, Giuseppino, Franceschino), via Udine, l'asse tra viale XX Settembre e via della Pietà. Di questi 1621 stabili il 5% va rispettato dentro-fuori, il 45% va restaurato all'esterno ma è ristrutturabile all'interno, il 30% deve essere salvaguardato all'esterno ma è sventrabile all'interno, il 20% può essere demolito e sostituito da nuove costruzioni. Si dice che molti operatori (anche alberghieri) stiano aspettando queste opportunità per mettere mano al portafoglio: coraggio, fine maggio è ormai vicina.

Massimo Greco

 

«Parco di villa Necker: il ministero accelera» - lettera di Guerini alla senatrice dem Rojc
«Il ministro Guerini ha dato personale assicurazione che saranno promosse quanto prima le necessarie interlocuzioni istituzionali per la dismissione del Parco monumentale di Villa Necker dal Demanio militare al Comune di Trieste. È un segnale di attenzione molto apprezzabile, a partire dal quale lavorare con gli altri soggetti istituzionali coinvolti». Lo afferma la senatrice Tatjana Rojc del Pd, rendendo noto il contenuto di una lettera del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che ha risposto alla missiva con cui la parlamentare gli aveva sottoposto la questione del passaggio al Comune dello storico parco che circonda Villa Necker, attualmente sede del Comando Militare dell'Esercito "Friuli Venezia Giulia". «Il ministro ha auspicato che il progetto possa essere realizzato quanto prima - riferisce Rojc - e ha chiarito che il percorso coinvolge Ministero della Cultura, Comune di Trieste e Agenzia del Demanio. Continuerò l'opera di sensibilizzazione con le Autorità centrali dello Stato».

 

 

«Navi bianche ferme: stop alle emissioni» - L'INTERVENTO DI FOGAR (TRIESTE VERDE)
«È necessario fermare l'emissione continua di Co2 da parte delle navi bianche parcheggiate da mesi sulle banchine - segnala Maurizio Fogar, portavoce della lista Trieste Verde -, predisponendo dei "punti luce" su moli e banchine attraverso i quali le navi all'ormeggio possano alimentare tutto ciò che oggi viene sostenuto dai motori accesi. Serve poi intervenire per far cessare le emissioni di "benzina marcia" in uscita da anni dalla Siot e che ammorbano i paesi di San Dorligo e Aquilinia. Il Terminal crociere in Porto vecchio consentirebbe di liberare le Rive dal traffico automobilistico in occasione di partenze e arrivi. Infine è necessario intervenire per bonificare l'area della Ferriera dalla presenza di inquinanti cancerogeni».

l.d.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 30 aprile 2021

 

 

Parte dal golfo di Trieste la caccia alla plastica dei cestini mangiarifiuti

Al via dalla baia di Sistiana il tour per mare nazionale di Coop Italia che consentirà la posa di 34 nuovi seabin e che si concluderà proprio  in acque giuliane a ottobre

Parte da Trieste, dalle acque della baia di Sistiana, la caccia alla plastica lanciata da Coop Italia che, per il secondo anno consecutivo, ha deciso di portare avanti, rafforzandolo, il progetto "Un mare di idee per le nostre acque". La campagna, che si chiuderà di nuovo a Trieste in occasione della Barcolana, ha lo scopo di sensibilizzare i cittadini sul tema dell'inquinamento dei nostri mari, laghi e fiumi, zeppi di rifiuti di ogni genere. E lo fa non solo a parole e slogan, ma attraverso la posa di 34 seabin, i cosiddetti cestini "mangiarifiuti", in diverse località italiane. L'obiettivo è intercettare e raccogliere, in un anno, ben 23 tonnellate di plastica, superando il risultato del 2020, quando i seabin posizioni furono 12, con otto tonnellate di plastica rimaste intrappolate nei filtri. Di fatto quella di Coop e del suo partner scientifico, LifeGate, sarà una vera e propria traversata ecologica attraverso l'Italia, anche grazie alla barca a vela nostrana Anywave, ormeggiata a Portopiccolo e di cui Coop è sponsor. Si tratta della prima imbarcazione ad aver istituito la figura del Responsabile ecologico, e porterà in giro per l'Italia il suo esempio, durante le regate alle quali parteciperà. Ma cosa sono i seabin? Sono dei cestini per i rifiuti che galleggiano in superficie. Sul fondo hanno una pompa che filtra 25 mila litri di acqua marina all'ora e può catturare fino a 1,5 chilogrammi di detriti al giorno, oltre 500 chili all'anno. Numeri che sembrano impossibili? Assolutamente no. Bastava trovarsi ieri a Portopiccolo, dove è stato posizionato il primo di questi 34 nuovi seabin, per rendersene conto: messo in acqua la sera precedente, aveva già catturato pattume di vario genere. Dovrà essere svuotato ogni due giorni, e di questo si occuperanno gli addetti del marina di Portopiccolo.La posa del cestino "mangiarifiuti" e la visita sulla barca sostenibile Anywave con mininavigazione nel golfo sono stati due dei momenti portanti della mattinata di ieri nella baia di Sistiana, preceduti da un incontro durante il quale i protagonisti del progetto hanno spiegato l'importanza di investire sulla lotta alla plastica, in particolare alle microplastiche, quelle invisibili ma non per questo meno dannose, visto che finiscono nello stomaco dei pesci e, di conseguenza, pure nel nostro, quando li mangiamo. «Il problema della plastica in mare è enorme e siamo vicini a un punto di non ritorno - ha evidenziato Maura Latini, amministratore delegato di Coop Italia -. Abbiamo deciso di partire da Trieste anche per la sua grande tradizione marinaresca e per la collaborazione con Anywave». Hanno partecipato anche Enrico Quarello, direttore Politiche sociali di Coop Alleanza 3.0, che ha sottolineato che «verranno coinvolti tutti i soci presenti in regione», l'esploratore e divulgatore ambientale Alex Bellini, e il navigatore Ambrogio Beccaria. Presenti in sala anche il sindaco di Duino Aurisina Daniela Pallotta e l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro, che ha ricordato il progetto Mare Fvg e l'impegno della Regione per concretizzare la «rivoluzione verde necessaria al nostro pianeta, nella quale siamo e dobbiamo essere tutti attori».

Elisa Coloni

 

Molteni: «L'ecosistema soffre - Alghe e meduse? Segnali forti» - il direttore scientifico di Lifegate
Un piccolo oggetto che possiamo usare anche solo per venti secondi, come una cannuccia con la quale sorseggiare una bibita fresca, non muore mai: «Venti secondi contro la vita eterna, perché la plastica ha vita eterna». Lo spiega bene uno degli intervenuti ieri a Sistiana, Simone Molteni, direttore scientifico di LifeGate, partner di Coop nel progetto ambientale, che dà battaglia all'inquinamento dei mari partendo da un concetto da incubo: se non cambieremo rotta, nel 2050 avremo più plastica che pesci. Dottor Molteni, quali rischi rappresenta la plastica?È un materiale non biodegradabile, non sparisce da solo con il passare del tempo, quindi più ne arriva in acqua e più se ne accumula. Come si risolve il problema? Con LifeGate lavoriamo su più fronti. A monte c'è la sensibilizzazione sul tema e la formazione nelle aziende, per renderle plastic free. Poi vengono messi in campo strumenti concreti come i seabin, efficaci ma poco costosi e con zero impatto ambientale. Quali sono i loro vantaggi? Un seabin può catturare fino a 500 chili di spazzatura in un anno. Per capirci, corrispondono a 100 mila sacchetti di plastica usati per fare la spesa. È efficace anche con le microplastiche? Soprattutto con le microplastiche. Quelle cioè sotto i 5 millimetri, che riescono a entrare nei nostri tessuti. Sono dannosissime. Ciò che mi colpisce dei seabin è che funzionano anche da spenti. In che senso? Lo spiego con un esempio. Abbiamo collocato alcuni di essi a Milano in Darsena, zona di aperitivi e movida che ogni weekend purtroppo porta con sé tanta immondizia in acqua. Ebbene, ci siamo resi conto che, da quando li abbiamo installati, la raccolta è gradualmente diminuita, a dimostrazione del fatto che hanno un effetto deterrente: vederli è come una spia che si accende e ci responsabilizza. Mettono a rischio la vita dei pesci? No, i pesci non possono rimanere incastrati nei filtri, sono fatti in modo tale che ciò non accada. Di recente abbiamo visto il golfo di Trieste invaso in modo anomalo da alghe e meduse: sono fenomeni collegabili all'inquinamento marino?Certo, sono segnali di un mare che sta male, che soffre, per varie ragioni, dal processo di acidificazione al riscaldamento globale fino all'inquinamento, che danneggiano l'ecosistema marino e provocano gravi reazioni a catena tra le specie.

El.Col.

 

A bordo acqua potabile dal rubinetto, contenitori da raccolta differenziata e il controllore ecologico

Anywave fa già scuola: alla prossima Barcolana tutte le imbarcazioni iscritte dovranno avere un responsabile delle buone pratiche "green"

La cambusa è rigorosamente plastic free. A bordo non si beve da bottigliette usa e getta, bensì da borracce riempite attraverso un rubinetto alimentato da un sistema di acqua potabile autonomo. I rifiuti non si gettano nel solito cestino, ma si differenziano, grazie a contenitori ingegnosamente infilati in ogni pertugio disponibile negli spazi stretti di un cabina. Alberto e Gino si muovono veloci ed esperti sul loro scafo, e mostrano con orgoglio tutte le soluzioni pensate per renderlo davvero "verde".Anywave, infatti, dall'esterno potrebbe sembrare un'imbarcazione come molte altre, ma sottocoperta svela ciò che la rende speciale e le aggiudica un primato a livello nazionale: è la prima barca a vela sostenibile a 360 gradi, dove tutto ciò che si fa e si butta segue ferree regole di rispetto del mare. Tanto che a bordo è stata istituita per la prima volta la figura del "Reco", il Responsabile ecologico, ed è stato definito un decalogo di comportamenti da seguire rigorosamente sia in navigazione che nelle fasi di attracco nei porti. Custode di questa vera e propria "tavola della legge" green che i 16 componenti dell'equipaggio devono osservare, è Gino Becevello, il "Reco" di Anywave, oltre che uno degli armatori. Ex bancario con la passione per la vela, ora dedica molto del suo tempo anche a questo impegno, con la consapevolezza che la pulizia del mare dipende anche e soprattutto da noi e dai nostri comportamenti. Per questo motivo la Anywave, timonata dallo skipper triestino, e co-armatore, Alberto Leghissa, quest'anno è diventata tassello fondamentale del progetto "Un mare di idee per le nostre acque" di Coop e LifeGate, partito ieri da Portopiccolo. «Volevamo dare il nostro contributo a una causa giusta -, ha spiegato Leghissa dalla barca durante una mininavigazione nel golfo seguita all'evento di presentazione dell'iniziativa nazionale e alla posa di uno dei 34 seabin della campagna nelle acque del marina -. Ci chiedevamo da tempo perché non si potesse replicare anche a bordo ciò che facciamo tutti noi a casa, adottando piccoli ma utili accorgimenti, a partire dalla raccolta differenziata dei rifiuti. Certo, gli spazi sono ristretti, quindi non è semplice, ma si può fare, bastano la volontà e un pizzico di ingegno nell'organizzazione». Un modello e un esempio, questo scafo in carbonio da 9,5 tonnellate, 19 metri di lunghezza, 27 di albero e 4 di pescaggio, che fa già scuola in tema di sostenibilità ambientale, tanto che la Svbg, società organizzatrice della Barcolana, ha deciso di rendere obbligatoria la figura del responsabile ecologico a bordo di tutte le imbarcazioni iscritte alla prossima Coppa d'Autunno. La regata triestina sarà, tra l'altro, anche il punto d'arrivo della campagna di Coop a bordo di Anywave: la barca salperà infatti lunedì alla volta di Napoli e poi prenderà parte a una serie di regate in Italia che toccheranno ad esempio Livorno e Genova, e poi farà rientro a Trieste. Un successo, per questo scafo amico del mare, forse già scritto nel suo destino, visto che lui stesso è, in qualche modo, "riciclato". Costruito nel 2001 e utilizzato solo per pochi anni, è poi rimasto per lungo tempo abbandonato nel marina di Porto San Rocco a causa dei problemi finanziari dell'ex armatore. Fino a quando, nel 2015, un gruppo di sei appassionati - oltre a Leghissa e Becevello, anche Fulvio Vecchiet, Sergio D'Amato, Ugo Guarnieri e Marino Farosich - ha deciso di acquistarlo, investirci 150 mila euro e dargli una seconda vita. Con diverse finalità: sportive, ma anche sociali. Vale infatti la pena ricordare un altro progetto portato avanti dal team triestino: persino le vele non più utilizzate di questa barca vengono riciclate. Diventano materiale per borse sportive a sostegno della Upwind di Trento, un'associazione che si occupa di donne vittime di maltrattamenti.

El.Col.

 

 

Polo dell'acciaio alle Noghere - Ipotesi partenza a inizio 2024
Tra un mese la decisione finale di Metinvest e Danieli. Fedriga: «Massimo impegno per snellire l'iter»
Trieste. Un mese o poco più. È il tempo che i gruppi Metinvest e Danieli si sono dati per decidere se realizzare il proprio progetto industriale a Trieste. Le imprese chiedono alle istituzioni tempi certi sugli iter di autorizzazione, dopo aver confermato l'interesse in occasione dell'evento "Top 500", organizzato dall'hub Nordest Economia del gruppo Gedi. Solo per cambiare destinazione d'uso all'area delle Noghere, il Comune di Muggia potrebbe impiegare un anno, ma la cordata ucraino-friulana ha messo nel mirino l'inizio del 2024 per cominciare la produzione nel nuovo laminatoio a caldo. Trieste è la soluzione preferita, ma la joint venture sta valutando siti alternativi in Italia e Croazia. Il presidente Massimiliano Fedriga assicura che «l'amministrazione regionale sta facendo e farà tutto il possibile per mostrare come la pubblica amministrazione può essere efficiente e rapida. Ovviamente per quanto riguarda le nostre competenze». Sono proprio le responsabilità in capo ai vari enti l'argomento dei tavoli tecnici che la giunta ha attivato su richiesta di Metinvest, che ha voluto accanto Danieli per la fornitura degli impianti e la capacità di dialogo con le istituzioni italiane. Il confronto tra funzionari della Regione e ingegneri della parte privata è cominciato da un paio di settimane per mettere a fuoco i percorsi da seguire e le tempistiche ipotizzabili. La benedizione del pubblico c'è, ma c'è anche il tema complesso del risanamento ambientale e del coinvolgimento del ministero. I tavoli stanno fotografando la situazione, ma a voler dire la propria è anche il Comune di Muggia, che ha in mano il pallino del gioco. La parte delle Noghere in questione è infatti area commerciale secondo il Piano regolatore municipale: «La proprietà è di Coop Nordest - spiega la sindaca Laura Marzi - e dovrà essere acquisita dal Coselag (con i fondi del Recovery plan, ndr). Serve una variante del Piano regolatore per farne una zona industriale: fra progetti, periodo di osservazione, pareri e intese servirà un anno, ma prima dobbiamo capire di che progetto si tratti e qual è l'impatto ambientale sul nostro territorio e su Aquilinia». Marzi sottolinea che «è interesse di tutti coinvolgere al tavolo regionale il Comune di Muggia. Non vogliamo osteggiare la cosa e cercheremo di accelerare, ma costruttori e Regione devono rassicurarci su emissioni e progetto di viabilità». Quella della variante urbanistica è una delle molte questioni su cui gli investitori vogliono chiarezza, prima di movimentare una cifra fra 600 e 700 milioni, di cui una sessantina coperti dal Pnrr per l'acquisto e l'infrastrutturazione delle aree. Anche il passaggio del "pacchetto Trieste" al cosiddetto Fondo complementare sarà frutto di approfondimento per capire se le risorse sono davvero blindate. Solo con un quadro certo, il cda di Metinvest darà il via all'operazione a giugno, deliberando la realizzazione di un laminatoio a caldo di ultima generazione, capace di generare fino a 2,5 miliardi di euro di fatturato annuo e dare occupazione a 450 persone, in buona parte con alti livelli di specializzazione. Il tempo è poco e gli ucraini stanno considerando alternative in Croazia e Italia. Si parla di Ravenna, dove sorge il laminatoio a freddo della Marcegaglia. L'idea è operare vicino a un impianto simile, che completi un ciclo produttivo fatto di acciaio proveniente dall'Ucraina, laminazione a caldo e rifinitura a freddo. Il piano è dunque marciare di concerto col rafforzamento del laminatoio che l'ad di Arvedi Mario Caldonazzo ha annunciato di voler ultimare in 18 mesi. Il presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti sottolinea che «a Trieste possiamo dare un esempio virtuoso di filiera corta in un campo industriale fondamentale per lo sviluppo di altre imprese metalmeccaniche: la collaborazione fra imprenditori è possibile e indispensabile». Trieste e Udine collaborano: «Sono caduti confini anacronistici. Ora si faccia in fretta o diventerà problematico perfino usare i fondi europei per la parte infrastrutturale». L'operazione piace al segretario della Cgil Fvg Villiam Pezzetta: «Trieste ha vissuto una contrazione fortissima nel settore industriale e va rilanciata, facendo industria in aree dismesse». Pezzetta dice però di «non aver visto ancora un piano industriale che permetta di esprimersi, ma è un bene investire su settori strategici, che creano occupazione stabile e di qualità. Non dimentichiamo però le traversie della Ferriera: come si svilupperà il nodo ambientale?».

Diego D'Amelio

 

 

Si amplia il fronte dei contrari alla nuova centrale a gas di A2A
Rione Enel, associazioni Rosmann, Cona, gruppo San Valentino preoccupati per le emissioni. Dubbi sulla sicurezza dell'idrogeno
Il fronte del "no" al nuovo impianto a gas proposto da A2Asi amplia e si compatta. Le associazioni ambientaliste Rosmann e Cona e il Gruppo San Valentino cittadini per la salute di Monfalcone hanno presentato osservazioni puntuali alle integrazioni della società al progetto, confermando il proprio giudizio negativo. Si sono mobilitati, oltre al Comune di Duino Aurisina e Fiumicello Villa Vicentina, anche il coordinamento di cittadini comitati e associazioni per l'ambiente e la qualità della vita Fvg, Legambiente Fvg e l'associazione Rione Enel, che «dice ancora una volta no a un mega impianto produttore di energia elettrica a gas, anacronistico, vicino all'abitato e che qui rimarrà, se va bene, fino al 2050». La presidente dell'associazione Antonella Paoletti rileva come, da quanto dice la società, le polveri sottili rimarranno invariate, la CO2 continuerà a essere prodotta in quantità notevole e il rumore non sparirà. «Un dato che non abbiamo trovato nella documentazione è la distanza tra il confine del rione - prosegue Paoletti - e il luogo dove dovrebbe sorgere la nuova centrale». Parlando di idrogeno, il rione esprime i propri dubbi su una «certa pericolosità per la presenza di zone Atex, a rischio di esplosione, previste nel progetto». Paoletti ricorda come il rione non abbia mai chiesto la chiusura dell'impianto, proprio perché il tema occupazionale è sempre stato tenuto dai residenti «in forte considerazione. Abbiamo sempre chiesto invece dei cambiamenti negli impianti in modo da migliorare la vivibilità di questa zona, aspetto per troppo tempo trascurato. La chiusura della centrale a carbone, quindi, ci faceva sperare in un cambio di passo nella qualità di vita del rione e di tutta la città, cosa che con questo progetto, se attuato, vediamo svanire». Per l'associazione ambientalista Eugenio Rosmann, le criticità che l'hanno portata a bocciare il progetto «rimangono tutte senza risposta». Per la Rosmann non è solo la CO2 a preoccupare, ma anche il gas metano incombusto che si disperde in atmosfera durante il tragitto nel metanodotto e l'ammoniaca, le cui emissioni saranno più che raddoppiate, «anche considerato che oltre ai danni diretti sulla salute delle persone l'ammoniaca in atmosfera forma particolato, quindi polveri sottili». Gli ossidi di azoto poi "saranno ridotti ma comunque presenti". Un dato poco confortante per l'associazione tenendo conto dell'inquinamento pregresso subito dal territorio. Troppo poco il ritorno occupazionale per la Rosmann a compensare il fatto che «la presenza di una grande centrale termoelettrica deprime altri settori economici, in primis quello termale, ma anche la nautica, la diportistica e il turismo». Il sedime dell'attuale centrale potrebbe poi «trovare altre destinazioni, per attività portuali e retroportuali, con un impatto occupazionale potenzialmente superiore». Restano i dubbi sulla dismissione dei vecchi impianti, del camino, dell'elettrodotto da 220 Kv, sul transito del metanodotto in aree protette carsiche e di canneto nell'area della Moschenizza (biotopo del grilletto palustre), sulla tecnologia a idrogeno.

Laura Blasich

 

 

La Cona riapre ai visitatori - Regole anti-Covid tassative
Dagli accessi ai sentieri e agli osservatori fino all'utilizzo dei capanni fotografici sono state poste precise indicazioni di sicurezza
STARANZANO. Dopo quasi due mesi di "purgatorio" riapre al pubblico la Riserva naturale Foce dell'Isonzo - Isola della Cona, specie nei fine settimana. In questo periodo lo spettacolo è unico, con un migliaio di cigni che formano un enorme tappeto bianco e centinaia di oche presenti provenienti dal nord Europa, persino dalla Siberia. Ma come ammonisce la Rogos, cooperativa che ha in gestione l'area protetta, non si tratta di un "liberi tutti e tutto" poiché per usufruire con cautela di questa importante opportunità nell'osservare le bellezze naturalistiche, bisogna rispettare un decalogo di norme per la sicurezza personale e quella di chi ci lavora. Ci sono, infatti, altre regole oltre a quelle basilari. Tra le più significative, ad esempio, l'accesso "regolamentato" ai sentieri seguendo rigorosamente le indicazioni esposte per non incrociare altri visitatori in entrata, ma anche non oltrepassare i punti dove sono stati posizionati divieti. Si può entrare, poi, nell'Osservatorio della Marinetta, il più frequentato dai visitatori, solo per spostarsi dal piano inferiore a quello superiore e non è consentita la sosta. L'ingresso inoltre è possibile fino a un massimo di 3 persone contemporaneamente per piano. Si può entrare nel Museo della Papera soltanto percorrendo l'anello indicato dalle frecce. In questo caso l'accesso è consentito fino ad un massimo di 6 persone. Rimane al momento chiuso l'Osservatorio del Cioss, che si trova verso la foce del fiume. E ancora, per accedere ai capanni fotografici dell'Usignolo, della Garzetta, del Chiurlo e al capanno dei Gruccioni i birdwatchers devono prenotare in anticipo solo via mail all'indirizzo info@rogos.it. L'accesso è consentito a un massimo di una persona per capanno. Riguardo l'accesso al Punto Ristoro, occorre osservare la distanza minima di un metro tra le persone e comunque si suggerisce di utilizzare i tavoli esterni rispettando il distanziamento che potrà essere ridotto solo per gruppi familiari e conviventi. Il servizio al tavolo comunque è sospeso e la consumazione al banco non è consentita. La biglietteria sarà aperta ogni giorno tranne il giovedì dalle 9 alle 19.

Ciro Vitiello

 

 

Sul Carso e al Lisert fioriscono orchidee di specie autoctone
Costretta tra industria e portualità, grandi infrastrutture di trasporto e insediamento urbano, la natura a Monfalcone continua, se non a prendersi le sue rivincite, quanto meno a ricavarsi degli spazi con una presenza che in alcuni casi andrebbe tutelata. È il caso delle due specie di orchidee autoctone, la Ophris apifera e la Cephalantera longifolia, che impreziosiscono non solo le colline carsiche, anche a non molta distanza dal centro, oltre che a ridosso del Centro visite di Pietrarossa, ma anche l'area portuale-industriale del Lisert. L'associazione ambientalista Eugenio Rosmann in questi giorni ha quindi chiesto all'amministrazione comunale e alla Protezione civile locale di rinviare gli sfalci nelle aree in cui crescono le due specie o di segnalare ai privati la stessa esigenza. «Gli sfalci andrebbero posticipati almeno a luglio - spiega il presidente dell'associazione, Claudio Siniscalchi -, per evitare di compromettere queste pregiate fioriture, che costituiscono elementi di grande pregio per il nostro territorio». L'associazione dal canto suo si mette a disposizione del Comune per collaborare alla valorizzazione dei siti, nel periodo di fioritura, organizzando visite e incontri con le scuole e la popolazione. «Riteniamo che lo sfalcio tardivo nel mese di luglio sia utile alla permanenza di queste specie, che costituiscono una conferma delle valenze ambientali del nostro territorio - aggiunge Siniscalchi -, in particolare delle aree del Lisert e del Carso, che la nostra associazione ha sempre particolarmente a cuore». Il sindaco Anna Cisint, cui la Rosmann si è rivolta, ha ringraziato l'associazione per l'attenta segnalazione, subito girata agli uffici competenti per una valutazione. Nonostante la massiccia industrializzazione, l'area del Lisert è l'habitat della Zeuneriana marmorata, a rischio di estinzione e presente, in Italia, solo a Monfalcone, mentre il cosiddetto stagno dell'Enel si è rinaturato, diventando meta di specie rare, come la Moretta tabaccata.

LA.BL.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 29 aprile 2021

 

 

Scuole, strade, verde: il piano "Periferia Est" al 70% degli obiettivi
Completati o almeno in moto villa Revoltella e gli assi viari - Istituto Masih di via Forlanini e Casa Bartoli progetti da aprire
Il programma "Periferia Est" sta completando i due terzi degli obiettivi, che erano stati fissati per ridare smalto a un'area di un chilometro quadrato estesa tra la valle di Rozzol, il parco di Villa Revoltella, l'ospedale di Cattinara, i nuclei storici di Longera e Cattinara, l'abitato perimetrato dalle assi stradali di via Forlanini e Marchesetti. Si tratta di 28 progetti integrati tra loro, di cui 26 tecnicamente definiti "attivi", cioè completati o in cantiere: un bilancio che l'assessore ai Lavori pubblici, Elisa Lodi, reputa «soddisfacente perchè questa zona ne aveva bisogno in termini di sicurezza e di qualità ambientale e perchè gli uffici hanno corso forte per fare questo in meno di tre anni». E le piace ricordare che a fine novembre 2018 questo programma triestino ottenne il premio "Urbanpromo".Un piano inter-forze che alla fine, sommando gli interventi del Comune e dell'Ater, "cuberà" 20 milioni di euro, tre quarti dei quali di provenienza governativa nel quadro del programma straordinario per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie a suo tempo varato dal governo Renzi. Le opere di pertinenza municipale sono co-gestite dai dipartimenti dei Lavori pubblici e del Territorio-ambiente-mobilità, che afferiscono rispettivamente agli assessori Elisa Lodi e Luisa Polli. Il clou dell'azione Ater (vedi articolo sotto) riguarda il quadrilatero di Melara. L'operazione ha coinvolto anche AcegasApsAmga.La competenza comunale abbraccia lavori per 6,7 milioni di euro ripartiti su 13 progetti: otto sono conclusi, due in cantiere, tre in progettazione. I dossier ancora "progettandi" riguardano Casa Bartoli, il compendio scolastico Iqbal Masih in via Forlanini, la futura emeroteca (2023) all'interno di spazi riqualificati del quadrilatero. Sono interventi che richiedono comunque una bella fetta di finanziamenti: 2,5 milioni andranno in gara unificata per la riqualificazione strutturale-ambientale del complesso scolastico dove peraltro si è già provveduto alla nuova copertura. Mentre 400 mila euro miglioreranno il verde "terapeutico" di Casa Bartoli. Ogni sei mesi una relazione monitora l'andamento degli investimenti: la prossima, in onda a fine giugno, determinerà - come già accennato - che il 70% dei lavori (non dei finanziamenti) è completato. Il rallentamento avvenuto un anno fa causa-Covid è stato riassorbito dalla buona reattività registrata alla riapertura dei cantieri. Il risultato "scenografico" di maggiore rilievo riguarda fruibilità e decoro urbano di Villa Revoltella, sui quali il Comune ha scommesso un milione di euro articolato su due lotti. Buona parte dell'area verde donata dal barone Pasquale è stata rimessa a nuovo, ma il compendio abbisogna ancora di cure: le serre, ammalorate in diversi punti causa infiltrazioni di acqua, la residenza estiva del sindaco da anni inagibile, gli esterni della casa del custode e l'intera abitazione abitata dal guardiacaccia del munifico uomo d'affari veneziano. Dopo l'edilizia scolastica e il parco baronale, il terzo ingente ambito di intervento verte sulla viabilità. Il nuovo look di via Marchesetti e di via Forlanini ha richiesto un investimento complessivo di circa 1,5 milioni: asfalto, manutenzione straordinaria delle carreggiate, pavimentazione dei marciapiedi, attraversamenti pedonali protetti, chiusini e potenziamento delle caditoie. Senza dimenticare il pedonale Cattinara-Longera."Periferia Est" è passata nelle mani di tre dirigenti: ha iniziato e impostato Marina Cassin, è subentrato Enrico Cortese, ora tocca a Luigi Fantini. Il monitoraggio spetta a Beatrice Micovilovich. Perchè nel 2016 si scelse il restyling di quest'area? Perchè la sua posizione marginale - spiega la relazione dello scorso gennaio - necessitava di varie "ricuciture" in buona parte riconnesse o ricollegabili al "quadrilatero", dove vivono 1.200 persone sui 5.650 residenti nell'intero ambito interessato dalla riqualificazione. Mentre altre 2.500 persone beneficiano indirettamente delle migliorie apportate/apportande.

Massimo Greco

 

Cantiere sulla spiaggia libera - La Capitaneria indaga in baia
L'autorità marittima ha chiesto alla Regione i documenti sui lavori nel tratto fra Castelreggio e Portopiccolo per accertarne la regolarità
DUINO AURISINA. La Capitaneria di porto di Trieste è pronta per una serie di controlli sulla regolarità di determinati lavori recentemente eseguiti in baia a Sistiana, e precisamente sul tratto di litorale compreso fra il comprensorio di Castelreggio e l'ingresso di Portopiccolo. Ne ha dato notizia l'assessore con delega all'Ambiente dell'amministrazione Fedriga Fabio Scoccimarro in risposta a un'interrogazione presentata dal consigliere regionale dell'Unione slovena Igor Gabrovec. Quest'ultimo aveva sollevato dubbi sulla reale opportunità dell'intervento mentre erano in corso i lavori, parlando di «sottrazione di spazi alla libera e gratuita balneazione che nella zona è sempre stata garantita», e precisando allo stesso tempo che «al posto di piccoli scogli e sassi che permettevano la sosta dei bagnanti sono comparsi enormi scogli ammassati a mo' di muraglia, provocando una profonda modifica alla morfologia di quel tratto costiero». Gabrovec aveva anche fatto riferimento alle «forti preoccupazioni espresse da cittadini e associazioni del territorio in vista dell'imminente inizio della stagione balneare». In realtà, qualche giorno dopo questa prima critica espressa da Gabrovec, l'amministrazione comunale di Duino Aurisina, pur non essendo direttamente coinvolta nell'intervento, in quanto la competenza sullo stesso è in capo alla Regione, aveva diffuso un comunicato, con tanto di fotografie allegate, dalle quali si evidenziava che sopra i grossi massi era stata gettata pure della ghiaia fine. In ogni caso Gabrovec ha proseguito nella sua azione, presentando appunto un'interrogazione a Scoccimarro, nella quale chiedeva di sapere «quali siano gli intendimenti e le azioni della Regione volti a garantire la fruibilità pubblica e gratuita dell'area e il rispetto delle peculiarità paesaggistiche che la contraddistinguono».Nella sua risposta, l'assessore regionale ha evidenziato che «la Capitaneria di porto di Trieste ha chiesto all'amministrazione regionale l'acquisizione della documentazione afferente i lavori sul pubblico demanio marittimo nella zona oggetto dell'interrogazione», indicando come direzioni regionali interessate quella della Difesa dell'Ambiente, energia e sviluppo sostenibile - Servizio Gestione risorse idriche e quella del Patrimonio, demanio, servizi generali e sistemi informativi - Servizio Demanio. «La prima - ha sottolineato Scoccimarro - ha inviato alla Capitaneria i documenti presentati dalla società Baia di Sistiana resort srl (la concessionaria dell'area), la seconda ha specificato che, agli atti del Servizio Demanio, non vi sono autorizzazioni demaniali relative all'intervento di ripascimento e di ripristino della scogliera, realizzato secondo le procedure individuate dalla relativa deliberazione della giunta regionale 1921/ 2020. L'area - ha osservato l'assessore - è quindi oggetto di monitoraggio da parte della competente autorità marittima, deputata a valutare il rispetto della normativa vigente in ambito demaniale». Scoccimarro ha comunque evidenziato che «il tratto di costa interessato dall'interrogazione risulta compreso in una zona dove sono previsti interventi di manutenzione di aree deputate alla balneazione e alla libera fruizione. I massi di cui si parla nell'interrogazione - ha concluso lo stesso assessore regionale - si trovano temporaneamente sulla spiaggia nell'ambito della gestione del cantiere ma, a opere concluse, la situazione dovrebbe risultare inalterata rispetto a prima».

Ugo Salvini

 

SEGNALAZIONI - Stabilimento Ausonia - Pontile da rifare

Quali Gruppo Verdi Trieste ci uniamo alla richiesta, rivolta principalmente alla Regione, ma anche all'Autorità portuale al Comune di Trieste, di intervenire in maniera solerte per il ripristino del pontile dello Stabilimento Ausonia. Crollato nell'agosto 2019, non vorremmo si crei una situazione di stallo come per la vicina Piscina Acquamarina. Riteniamo che essendo il sito uno "stabilimento balneare storico della città", vada riportato al suo antico splendore. Pertanto bisogna riservare regionali per coprire la spesa necessaria alla sistemazione dello stabilimento al più presto. Sollecitiamo in merito l'Autorità portuale, sempre molto sensibile e disponibile, ad intervenire in tal senso.

Tiziana Cimolino, Roberto Viscovich

 

 

Rifiuti, raccolta regolare sull'altipiano triestino - il caso della discarica di Pecol dei Lupi
DUINO AURISINA. Nessuna interruzione, almeno per il momento, del servizio di asporto rifiuti sul Carso. Isontina ambiente, la srl oggetto delle recenti iniziative intraprese dalla Procura di Gorizia, in relazione alla vicenda della discarica di Pecol dei Lupi, e che opera nei territori dei Comuni di Duino Aurisina, Sgonico e Monrupino, ha assicurato la continuità delle prestazioni alle amministrazioni interessate. Daniela Pallotta, sindaco di Duino Aurisina, dopo aver avuto un confronto telefonico con l'amministratore unico di Isontina Ambiente, Giulio Tavella, per sincerarsi della situazione dell'azienda, ha diffuso un comunicato. «La srl - scrive Pallotta - sta interloquendo con la Procura su questa vicenda. In ogni caso - precisa - il problema non coinvolge Duino Aurisina, perché il nostro ingresso nella compagine sociale fu successivo ai fatti oggetto di indagine. Quello che è importante ora per il nostro territorio - aggiunge - è che l'amministratore unico ha potuto garantirmi che il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti potrà proseguire regolarmente. Non ci saranno quindi disservizi per i nostri cittadini e per le nostre attività produttive. Continueremo a seguire con attenzione l'evolversi della situazione - aggiunge - dato che Isontina Ambiente rappresenta non solo un'importante fonte di servizi essenziali ma anche un asset del Comune, che ne possiede parte del capitale sociale, anche se in piccola quota». Dello stesso tenore anche le dichiarazioni di Monica Hrovatin e Tanja Kosmina, rispettivamente sindache di Sgonico e Monrupino, che hanno parlato di «servizio che prosegue regolare».

u. sa.

 

 

Uno sguardo all'Europa della crisi climatica - alle 18.30 al collegio Fonda

"La crisi climatica fra riserva di scienza e tutela dei diritti: uno sguardo sull'Europa" è il tema del seminario che terrà oggi, alle 18.30, Serena Baldin, docente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Trieste. La conferenza è organizzata dal Collegio universitario Luciano Fonda di Trieste. L'evento si svolgerà online, sulla piattaforma zoom. Da qualche anno le associazioni ambientaliste di tutto il mondo hanno intensificato gli sforzi per imporre agli Stati la riduzione delle emissioni di gas serra. Tramite la "climate litigation strategy" esse chiedono il rispetto alle convenzioni internazionali sul clima sollevando ricorsi davanti alle corti statali e internazionali. Fino a che punto l'Unione europea e gli Stati membri stanno ottemperando ai loro obblighi?Gli interessati possono richiedere via e-mail, l'invito Zoom con i dati per connettersi a: ingrid.pellis@collegiofonda.it.

 

Alle 18 - La forma dell'acqua in Porto vecchio

Oggi, alle 18, la Consulta femminile di Trieste organizza un incontro su Porto Vecchio con l'architetto Lucia Krasovec, presidente dell'Aidia. L'incontro si intitola "la forma dell'acqua". Introduce Anna Maria Mozzi. L'indirizzo per zoom è questo:

https://us04web.zoom.us/j/6904507404?pwd=Vk0rWjJUeHkrK080NkFQR202am9Xdz09

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 28 aprile 2021

 

 

«Prodotti locali, e-bike e cultura alimentare nel Mercato coperto» È questa la proposta congiunta di Gal Carso, Slow Food e Wwf
Le tre realtà parlano di percorso partecipato che coinvolga cittadini e associazioni di categoria per rilanciare il sito
Trasformare il Mercato coperto di via Carducci in un centro "green" polifunzionale, con rinnovati spazi per gli agricoltori e gli artigiani locali, al cui interno ricavare anche un'area educativa, realizzata con il contributo dei ristoratori locali, su come mangiare bene e nel rispetto dell'ambiente e della propria salute, e un punto di mobilità verde, dotato di uno spazio per le e-bike, con un servizio di noleggio, assistenza e magazzino per le bici di residenti e turisti. È questa la proposta congiunta di Gal Carso, Slow Food e Wwf, per «continuare a scrivere la storia di questa struttura legata alla tradizione cittadina». «Il Gal Carso - spiega il presidente, David Pizziga - si rende disponibile ad agevolare un percorso di partecipazione e progettazione dal basso, che veda coinvolte sia le organizzazioni pertinenti dei cittadini, sia quelle agricole, dei commercianti, degli artigiani, degli esercenti e dei ristoratori, sia i gruppi di aziende e le singole aziende che hanno progetti per il mercato». «Come Slow Food - osserva Sergio Gobet, fiduciario per la Condotta - possiamo portare il tesoro della nostra filosofia, quale movimento internazionale del cibo, e della nostra esperienza nel campo della tutela e promozione delle piccole produzioni e dell'educazione alimentare». «Il Mercato coperto - sottolinea Alessandro Giadrossi, presidente del Wwf di Trieste - potrà rappresentare il luogo di diffusione di pratiche di consumo sostenibile. Ciò significa sensibilizzare tutti sul rapporto causa effetto delle proprie scelte alimentari e stimolare la conoscenza dei benefici di produzioni agricole in una natura in buono stato ecologico». Le tre organizzazioni hanno anche individuato gli strumenti pubblici che possono aiutare la filiera corta e che sono il "Fund raising", specifiche misure per sostenere le reti di impresa, "Io Sono Fvg" di Agri Food Fvg, strumento utile a identificare le eccellenze agricole, Strade del Vino e dei Sapori e altri strumenti di PromoTurismoFvg, interventi della Regione, i contributi della Fondazione CRTrieste, i fondi Interreg e altri fondi europei. Il Gal Carso ha poi creato, negli ultimi 12 mesi, una serie di strumenti digitali intitolati Trieste.Green per tutti i residenti e i turisti interessati al territorio rurale e alla sua offerta in campo enogastronomico e turistico.

Ugo Salvini

 

 

Turismo, cabina di regia in Porto vecchio
Il Trieste Convention & Visitors Bureau al piano terra del Magazzino 26 costruirà e promuoverà pacchetti, congressi, eventi
Punterà sul rilancio dei settori turistico, congressuale e del wedding il Trieste Convention & Visitors Bureau, lo spazio al piano terra del Magazzino 26, in Porto vecchio, inaugurato ieri. La struttura, nata a fine 2019 come Infopoint del Comune di Trieste, oggi vede la partecipazione anche di Regione Fvg con PromoTurismoFvg e del Tavolo dell'Imposta di soggiorno, quale punto di coordinamento tra i diversi protagonisti della sezione accoglienza per portare Trieste a diventare motore di sviluppo territoriale ed economico, coinvolgendo tutta la regione. Al suo vertice sarà presente Gabriella Ghigi di Meeeting Consultants, responsabile del servizio nella sua fase d'avvio. Dopo un 2019 con 9 milioni di presenze turistiche per la prima volta in Fvg, di cui più di un milione a Trieste, l'obiettivo del nuovo sito - è stato spiegato - è quello di costruire e promo-commercializzare i prodotti turistici, congressuali e di wedding, con un occhio di riguardo anche al tema della sostenibilità e delle eccellenze locali, fornendo agli organizzatori di eventi e congressi tutte le informazioni e il supporto necessari alle diverse fasi di gestione. Gli occhi sono puntati soprattutto sul Trieste Convention Center di Porto vecchio, il più grande auditorium a Nord Est, ma il progetto prevede un coordinamento anche delle altre sale alberghiere, istituzionali (vedi la Stazione Marittima) e delle dimore, il tutto in sinergia con i gestori degli attrattori turistici (tour operator, agenzie di viaggio, e così via), anche di destinazioni limitrofe. Proseguirà, inoltre, l'attività di accoglienza e informazione turistica a cura dell'Infopoint dell'antico scalo. Il Cvb è finanziato dai proventi derivanti dall'imposta di soggiorno, a seguito dell'intesa raggiunta tra i componenti del Tavolo tecnico del Turismo ovvero Comune di Trieste, PromoTurismoFvg e associazioni maggiormente rappresentative dei titolari delle strutture ricettive. Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ha sottolineato l'obiettivo «di allungare la permanenza in città dei turisti», convinto che «grazie a tutti i progetti in corso Trieste farà un grosso balzo in avanti rispetto alle altre città». L'assessore regionale alle Attività produttive Sergio Emidio Bini, definendo il Cvb «hub per il settore congressuale e turistico dell'intero Fvg», ha specificato che «la Regione continuerà a investire con entusiasmo e convinzione nel settore turismo». L'assessore comunale alla Cultura Giorgio Rossi ha evidenziato come la struttura turistica in Porto vecchio sia «frutto della forte volontà di rendere questo luogo il vero centro di gravità permanente della rinascita culturale e turistica di Trieste» mentre il presidente di Federalberghi Guerrino Lanci ha parlato di un progetto triennale nell'ambito dell'accoglienza. Per PromoTurismoFvg erano presenti il direttore generale Lucio Gomiero e il direttore marketing Bruno Bertero, che hanno specificato come l'ente abbia lavorato, prendendo spunto anche da altre città italiane e internazionali, per creare un abito su misura, anche in ambito congressuale, per Trieste e la regione.

Benedetta Moro

 

"Villaggio Greensisam" da quotare - L'incarico affidato a Stanghellini
Fisserà i valori dei cinque magazzini all'inizio dell'antico scalo per la vendita e la locazione
Il Comune non vuole sbagliare e si affida a un bomber dell'estimo per stimare, attraverso l'affidamento a uno studio esterno, i 5 magazzini che formano il cosiddetto "villaggio Greensisam" all'inizio di Porto vecchio, a poche decine di metri dal Molo IV. Doppio l'obiettivo: fissare il prezzo per l'asta di vendita, avere una cifra di riferimento per ricalibrare la locazione. L'Immobiliare comunale li ha iscritti nell'albo dei beni alienandi a 7,4 milioni, assai meno rispetto ai 16 milioni quotati sedici anni addietro. A battezzare il valore delle vecchie strutture viene ora chiamato Stefano Stanghellini, toscano, tra una decina di giorni 72enne, docente allo Iuav veneziano, architetto basato a Bologna, numerose pagine di curriculum tra consulenze e pubblicazioni. La determina è firmata da Luigi Leonardi, direttore dell'Immobiliare. Stanghellini è un buon conoscitore di Trieste: nell'ultimo quarto di secolo ha lavorato a più riprese per il Municipio, sia sul tema di Porto vecchio e del Waterfront che su Cittavecchia. Ha poi operato su incarico dell'Azienda sanitaria riguardo le importanti partite immobiliari degli ex ospedali Santorio e Maddalena. Tra i committenti un robusto elenco di pubbliche amministrazioni e di grandi realtà come Banca d'Italia e Ferrovie. Stanghellini si è preso tre mesi per effettuare la stima che comprenderà i magazzini 1-3 a bordo mare, 2-4 in seconda fila, 2A in terza. Riceverà un compenso onnicomprensivo (Iva, previdenza) di 44.185,96 euro. La vicenda del "villaggio Greensisam", battistrada dell'approdo privato in Porto vecchio, appartiene alla classica letteratura triestina dedicata alle incompiute. Pierluigi Maneschi, terminalista e uomo di shipping, negoziò una concessione novantennale, definita nel 2005, per collocarvi la sede europea del gigante taiwanese Evergreen. L'esito non fu fausto, Maneschi cercò altri sbocchi progettuali ma le trattative non conobbero la parola closing. Alla sua scomparsa, il figlio Antonio dichiarò la sincera volontà di affrancarsi da un'operazione immobiliare costosa e infeconda, per la quale bisogna armare 513.000 euro all'anno. Quando ancora viveva Pierluigi, si era già aperto un semi-contenzioso con il Comune, in seguito al passaggio del "villaggio Greensisam" nelle disponibilità di piazza Unità: chi avrebbe pagato i costi di urbanizzazione collegati ai 5 magazzini? Più di 10 milioni, non arachidi. Poi il bagliore della soluzione: la Regione opziona i magazzini in seconda fila per trasferirvi i suoi uffici (valore 4,7 milioni), a Maneschi resterebbero i due edifici vista-mare (valore 2,4 milioni). Il magazzino in terza fila, più vicino al varco entrata/uscita di largo città di Santos, piace a Trieste terminal passeggeri. Ma, perché tutto ciò divenga realtà, servono stime su cui costruire aste e affitti. Parola a Stanghellini.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 27 aprile 2021

 

 

Asilo nido, parking e bosco urbano: via ai lavori a Roiano - Dureranno un anno
Consegnate alla modenese Iti, vincitrice dell'appalto, le chiavi del cantiere all'ex Polstrada: si parte a metà maggio
Ormai il destino dell'ex Polstrada a Roiano pareva essersi trasformato in un witz. Un witz lungo quasi vent'anni. L'accordo di programma Stato-Regione-Comune venne firmato nel maggio 2002: ma tutto in quella zona, a principiare dalla riqualificazione della Stock, ha avuto un percorso difficile, accidentato. Prima si è dovuto trovare una nuova sede per la Polizia Stradale, in seguito si è provveduto a radere al suolo la caserma, poi la pratica si era ancora arenata. I residenti sorridevano amaramente davanti a quell'immenso spiazzo deserto. Ma lo scorso autunno ecco il colpo d'acceleratore: bando di gara premiato da 18 offerte e a febbraio il nome della vincitrice, la modenese Iti che ha sbancato i concorrenti indigeni - seconda classificata la cordata Cp, Rosso, Tiepolo - con un ribasso del 25,2% rispetto a una base d'asta di circa 5,2 milioni (Iva & sicurezza comprese). Una lizza di sapore nazionale: sei imprese regionali, 3 emiliano-romagnole, 3 campane, una siciliana, 1 altoatesina, 1 pugliese. Triestine, in particolare, erano la Innocente & Stipanovich, la Ennio Riccesi, la Pertot. Roberto Dipiazza si è così preso la terza soddisfazione del suo terzo mandato. I tre "cadaveri", come con macabro affetto vengono denominati dagli uffici i progetti di infinita durata, sono risorti: prima rifatta piazza Libertà, venerdì il cantiere della galleria Montebello-Foraggi affidato ai campani Stabile-Alfieri, ultima puntata la consegna dei lavori roianesi all'Iti. Alle 10 di ieri alla "cerimonia" hanno partecipato, oltre al primo cittadino, una soddisfatta assessore Elisa Lodi e Lucia Iammarino, la dirigente che segue il dossier. Per l'appaltatore modenese le chiavi sono state prese in consegna dal responsabile della commessa, Luca Gasparotto. Anche a Roiano è partito il count-down: 380 giorni, con esito a metà maggio 2022. Adesso avanti con l'organizzazione del cantiere, attorno al quale saranno sistemati pannelli illustrativi dell'operazione riqualificativa. Primi atti dedicati a completare la verifica bellica - ovvero se non vi siano ordigni celati nel sottosuolo - e quella archeologica, perché sotto la caserma Polstrada furono ritrovate tracce di una precedente struttura castrense austro-ungarica. Poi finalmente si partirà con i lavori veri e propri finalizzati a costruire su una superficie di 7700 metri quadrati un asilo-nido da 60 posti al servizio della parte settentrionale della città, un parking semi-interrato, un "bosco urbano" dove anche i cani avranno un loro spazio. Saranno rimessati i marciapiedi attorno all'area di cantiere. L'obiettivo del recupero - insiste Elisa Lodi - va oltre il pur importante fattore edile, perché si tratta di dare respiro e vivibilità a un rione fortemente cementificato. Il progetto era stato elaborato dalla F&M di Mirano. Iti compie quest'anno il quarantesimo genetliaco aziendale, essendo nata nel 1981. Fatturato attorno ai 70 milioni di euro, lavoro per circa 200 persone. Tra le commesse portate a termine si rammenta il restauro della casa natale di Enzo Ferrari, divenuta il fulcro di un polo museale dedicato al Drake non lontano dalla stazione di Modena Centrale. Un paio di settimane orsono è stato consegnato all'Università di Pisa il cosiddetto Polo Heliopolis, una realizzazione da oltre 6 milioni di euro. Nel settembre 2020, ancora a Modena, aperto il cantiere delle ex Fonderie.

Massimo Greco

 

 

Porto vecchio e Recovery Fund - Roma ufficializza i 40 milioni
Fondi per i progetti del Comune fra cui il grande viale verde e il parco archeologico nell'elenco del ministro Franceschini. Dipiazza: «Premiato il lavoro degli uffici»
Il Piano del governo per l'impiego del Recovery Fund conferma i 40 milioni di euro destinati al Porto vecchio di Trieste, inserito nell'elenco dei Grandi attrattori culturali. Il Piano presentato dal presidente del consiglio Mario Draghi al Parlamento destina alla cultura, in tutto, 6,675 miliardi di euro. Precisa il ministro Dario Franceschini: «Si mira - dice - ad incrementare il livello di attrattività del sistema culturale e turistico del Paese attraverso la modernizzazione delle infrastrutture, materiali e immateriali». In particolare si tratta di 4,275 miliardi di euro a cui si sommano nel Fondo Complementare gli investimenti del Piano Strategico Grandi attrattori culturali, per 1,460 miliardi per 14 interventi. E proprio dal Fondo Complementare derivano i 40 milioni destinati alla voce "Il Porto Vecchio di Trieste: il nuovo rinascimento della città". Il finanziamento servirà a realizzare i progetti che il Comune ha inviato a Roma, a titolo di proposta, nell'autunno scorso. Tra questi il grande viale verde che attraverserà l'antico scalo e il parco lineare-archeologico che correrà sulle rive. Le richieste di palazzo Cheba avevano già trovato l'assenso dei decisori romani nei mesi scorsi, ma la conferma al momento dell'ufficializzazione del piano governativo mette al sicuro il finanziamento triestino. Assieme ad altri interventi di rilievo a Genova, Milano e in altre grandi aree di recupero italiane, il Porto vecchio va a far parte dello scheletro dei grandi interventi urbanistico-culturali dei prossimi anni in Italia.Presentando l'elenco di progetti per l'accesso al fondo, e ottenendo il via libera, il Comune si è assicurato che il governo investa sulla parte di progetto che senz'altro spetterebbe alle pubbliche istituzioni realizzare: quella degli spazi pubblici, per la quale l'amministrazione ha deciso di affidare le linee guida all'architetto tedesco Andreas Kipar, reduce da una recente visita alla città e al vecchio porto austriaco. Così il sindaco Roberto Dipiazza: «Sono molto contento per la città, molto soddisfatto. È la prova del fatto che avevamo presentato un bel progetto: noi avevamo chiesto 70 milioni, ma averne avuti 40 è un grande risultato. Devo ringraziare gli uffici, hanno dimostrato che se le cose si fanno bene poi si ottengono i risultati». Commenta la presidente del gruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani: «Con i 40 milioni di euro che vanno a incrementare i 50 milioni già assegnati nel 2016, il ministro Franceschini dimostra di avere compreso fino in fondo le potenzialità del Porto vecchio come grande attrattore culturale e continua a sostenere la riqualificazione dell'area. È il risultato di un'interlocuzione con il ministro che negli anni ho sempre tenuto aperta e che ora nuovamente rendiamo concreta, a conferma di un impegno che continua per Trieste».

Giovanni Tomasin

 

 

Migliora lo stato di salute di mari, torrenti e laghi. Il 98% ha acque eccellenti

ARPA promuove le zone balneabili e annuncia una stagione estiva promettente. I voti più bassi alla Dama Bianca e Duino. Sotto la media anche Marina Julia.

Trieste. Al mare, in laguna, nei fiumi e nei laghi: l'avvio della stagione balneare in Friuli Venezia Giulia, che inizia ufficialmente il primo maggio e si conclude il 30 settembre, si annuncia promettente. Parola di Arpa Fvg. Tanta sicurezza deriva dai dati dell'ultimo monitoraggio sulla qualità delle acque balneabili, relativo al periodo 2017-2020 e presentato ieri in conferenza stampa sul molo Audace a Trieste, sulla base dei quali sono state fatte anche le proiezioni per la prossima stagione. Proiezioni che, attraverso un algoritmo, ci dicono che il 98% delle zone balneabili in regione può fregiarsi del bollino "eccellente".Su 66 punti infatti, dall'area del Terrazza Mare di Lignano Sabbiadoro al lago di Sauris, solo uno è risultato di qualità sufficiente ed è la zona antistante la Dama Bianca di Duino. Altre quattro località sono invece state classificate come "buone", tre delle quali sempre in provincia di Trieste: l'area marina della Diga vecchia nord e della Diga vecchia sud, Duino scogliera e Marina Julia a Monfalcone. E c'è da dire che rispetto all'anno scorso si è registrato un leggero miglioramento: da "sufficiente" a "buono" per le aree della Diga vecchia nord e sud e da "buono" ad eccellente per l'area tra l'Autorità portuale e il Ferroviario. Nessuna criticità, per ora, è stata invece rilevata nell'area del villaggio di pescatori di Punta Sdobba, all'interno della Riserva Naturale della Foce dell'Isonzo, a Grado. Non rientra tra i 66 punti, ma Claudia Orlandi, responsabile della Qualità delle acque marine e di transizione, spiega che «episodi d'inquinamento microbiologico in questo luogo non sono la normalità, forse possono essere legati a fenomeni particolari delle piene dell'Isonzo, ma al momento non sono zone critiche da segnalare». La fotografia scattata dall'Arpa contiene anche i risultati di alcuni sondaggi effettuati quest'anno, che hanno registrato episodi di inquinamento di breve durata, vale a dire di durata massima di 72 ore. I controlli con esito negativo si sono riscontrati durante il primo ciclo di prelievi in mare tra il 19 e 20 aprile nelle località di Marina Julia e Lido di Staranzano. In queste due località Arpa ha effettuato giovedì 22 aprile un secondo campionamento degli indicatori di contaminazione fecale che ha dato esito favorevole: si è trattato quindi di un inquinamento di breve durata causato presumibilmente dalle piogge del giorno precedente che hanno favorito l'accumulo di inquinanti nelle zone costiere. Ma su quali basi si muove Arpa? Sono due principalmente i parametri all'origine delle analisi degli operatori, il cui monitoraggio per la stagione balneare inizia ad aprile e finisce in settembre. In ogni punto di controllo rilevano i parametri ambientali, effettuano le osservazioni visive e prelevano campioni d'acqua per l'analisi microbiologica. I due parametri sono indicatori di contaminazione di origine fecale: quelli dei batteri chiamati Escherichia coli ed Enterococchi intestinali. La loro presenza è determinata da più fattori: dagli scarichi delle fognature a quelli delle barche fino alle piogge. Ma campionamenti vengono effettuati per valutare anche la presenza della microalga Ostreopsis Ovata, che può essere tossica e provocare problemi alle vie respiratorie. Fino a oggi, dall'inizio del monitoraggio iniziato nel 2005, però non si sono rilevati problemi di questo genere in Fvg, ha specificato il tecnico biologo Oriana Blasutto. L'unico luogo in cui è stata rilevata una sua fioritura è in particolare tra agosto e settembre, senza però appunto riportare conseguenze gravi, nell'area di Canovella de' Zoppoli e di Barcola.Tutti i dati vengono registrati in tempo reale sul sito web di Arpa, come ha sottolineato l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente Fabio Scoccimarro, presente ieri assieme al direttore generale di Arpa Stellio Vatta, il contrammiraglio Vincenzo Vitale, direttore marittimo del Fvg, Manlio Palei e Gabriella Trani della Direzione centrale salute Regione Fvg. «Il lavoro di monitoraggio quotidiano portato avanti negli anni da Arpa è importantissimo - ha ricordato Scoccimarro - e spazia dalle onde 5G allo stato di salute dell'aria e delle acque e più in generale del nostro territorio».

Benedetta Moro

 

Via ai sondaggi da inizio maggio a fine settembre
Sono 66 in tutta la regione le stazioni monitorate dall'Arpa nell'ambito dei rilievi sulla qualità delle acque balneabili. Dall'alto in senso orario Marina Julia, la scogliera davanti al porticciolo di Duino, lo specchio acqueo davanti alla Dama bianca sempre a Duino, rilievi dell'Arpa, uno spicchio di mare visto dalla Costiera e un'uscita in laguna. Per quanto riguarda il 2021 Il periodo di monitoraggio, come definito da delibera regionale, è compreso tra il 1 maggio e il 30 settembre ad eccezione delle zone di balneazione del lago di Sauris, in cui la stagione va dal 29 giugno al 23 agosto.

 

Sette incontri sul molo per spiegare ai cittadini tutti i segreti dei fondali
Dalle specie aliene alle microplastiche fino alla pesca sostenibile - Tanti i temi al centro degli appuntamenti in collaborazione con il Porto
Trieste. "A misura di mare: in viaggio per la sostenibilità". Così si intitola il ciclo di sette incontri aperti al pubblico, organizzato da Arpa Fvg in collaborazione con l'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale, che ha preso il via ieri sul molo Audace e terminerà a fine settembre. La location sarà la stessa anche per i futuri appuntamenti, a partire dal prossimo, che si terrà il 24 giugno e sarà dedicato alla Strategia Marina, un programma nazionale di monitoraggio diretto dal ministero dell'Ambiente, basato su una direttiva europea e applicato anche dall'ente regionale. In particolare si parlerà di rifiuti spiaggiati, microplastiche e rumore subacqueo. Seguirà poi il 26 luglio "Pesca nelle acque del golfo di Trieste", in cui si spazierà dalla pesca all'acquacoltura alla molluschicoltura al ripopolamento della vongola nell'area costiera di Grado e Lignano. Il 26 agosto oggetto della conversazione saranno le specie aliene in mare e in laguna mentre il 27 settembre, ultima data, sarà la volta dei progetti europei per la sostenibilità in mare presenti in Alto Adriatico. In ogni occasione poi verranno enunciati i dati dei monitoraggi mensili della balneazione. Restano ancora de definire le date per gli eventi sulla sostenibilità dell'ambiente marino e la sicurezza in mare. "A misura di mare", come ha spiegato ieri il direttore generale di Arpa Fvg Stellio Vatta durante il primo rendez-vous dedicato al ciclo di controlli nelle aree balneabili (media partner Radio Punto Zero, moderatrice Barbara Pernar), si propone di porre l'attenzione sulla sostenibilità dell'ambiente marino approfondendo argomenti di grande attualità dedicati al pubblico. «Con ciascun ospite - ha sottolineato Vatta - affronteremo tanti argomenti con l'intento di sensibilizzare la cittadinanza. Non a caso lo slogan di Arpa è "assieme per l'ambiente" e in questo senso vogliamo essere assieme al cittadino". Saranno presenti anche un gazebo e una delle quattro imbarcazioni a disposizione di Arpa Fvg (ieri era attraccata al molo l'ammiraglia), usate in base alla tipologia di uscita: da quelle nei bassi fondali della laguna alle altre in mare aperto per il monitoraggio della balneazione durante l'estate. A bordo, oltre al comandante, ieri rappresentato da Maurizio Querini e da Eddio Marini, ci sono anche alcuni tecnici e altri operatori.

b.m.

 

«Clima "pazzo" e ciclo vitale finito: per questo sono calate le meduse»
L'analisi del biologo Bettoso secondo cui a favorire le recente invasioni è anche l'aumento di temperatura nel punto più profondo del golfo
Trieste. I cambiamenti climatici e la fine del ciclo vitale degli organismi sono alcuni dei fattori che hanno portato negli ultimi giorni alla diminuzione del numero di meduse Rhizostoma pulmo, che nella prima metà di aprile avevano invaso le Rive di Trieste. In pratica le "bote marine", così come vengono abitualmente chiamate, in parte avranno preso il largo e in parte si saranno depositate sul fondale marino rientrando così a far parte della catena alimentare. La spiegazione arriva da Nicola Bettoso, biologo marino dell'Arpa Fvg, che si occupa anche di meduse. «Il grande ammassamento dei giorni scorsi è dipeso probabilmente dal fatto che la Rhizostoma pulmo era già abbondante lungo le coste dell'Istria a gennaio, come ho saputo da una collega che opera a Parenzo. Lì già tre mesi fa i pescatori si lamentavano della difficoltà nel gettare le reti. Parallelamente anche noi durante lo stesso mese, nel corso dei monitoraggi del programma Strategia marina, soprattutto nella zona di Trieste, avevamo contato diversi individui, alcuni dei quali di dimensioni piccole. Hanno influito anche fenomeni meteomarini: si era registrato infatti un evento di Bora, con un ulteriore ingresso di meduse dalla parte istriana, e attraverso un gioco di correnti si era riscontrato quindi un numero importante lungo le Rive». Anche sul perché stiano aumentando questi organismi ci sono varie ipotesi. Tra queste, di nuovo il cambiamento del clima e poi l'incremento medio della temperatura di 0,1 gradi all'anno nel punto più profondo del golfo che misura di 25 metri. «Una delle tesi più accreditate inoltre riguarda l'eccessivo prelevamento di risorse ittiche - continua -, che comporta una quantità eccessiva di zooplancton, tra i cibi tipici della medusa». Di questa specie autoctona presente da una ventina d'anni in golfo, dunque, si sa abbastanza. Ma sui fenomeni in corso, afferma Bettoso, «non ci sono dati precisi né si può modellizzare perché ci sono troppi fattori concomitanti e d'altronde è un fenomeno naturale». Sicuramente un quadro più preciso di questo aprile si avrà a fine anno, alla luce dei monitoraggi previsti nel programma nazionale "Strategia Marina", diretto dal ministero dell'Ambiente.

b.m.

 

 

Legambiente chiede di inserire le associazioni nell'Assemblea
La realtà ambientalista ricorda che i rappresentanti della società civile sono assenti nei tavoli permanenti dell'organismo transfrontaliero
Una rappresentanza della società civile all'interno del Gect Go. È ciò che chiede di veder realizzato il comitato goriziano di Legambiente che, in una nota in cui affronta anche il tema decisamente "caldo" del futuro condiviso di Gorizia e Nova Gorica, vede proprio in questo una delle grosse lacune attuali del gruppo europeo di cooperazione territoriale. «Manca una visione comune del nostro territorio, delle linee di indirizzo in grado di garantirne uno sviluppo sostenibile, e servirebbero dei tavoli di lavoro permanenti in grado di far dialogare le persone, le istituzioni e tutti i portatori di interesse - il punto di vista di Legambiente -. Nel Gect ad esempio non c'è una rappresentanza della società civile. Nessuna presenza di associazioni culturali o ambientali, o comitati. Prefigurare il futuro di una comunità allargata senza coinvolgere direttamente i cittadini è un'eresia». Gli ambientalisti vedono tra i grandi problemi su cui le due Gorizie devono lavorare congiuntamente quello dell'inquinamento dell'aria o dell'Isonzo, ma anche l'inquinamento elettromagnetico o la convivenza con la fauna e secondo loro oggi la grande questione di fondo è proprio la mancanza di rappresentanza e quindi di partecipazione, come dimostra, ad esempio, il caso del progetto di riqualificazione - «o devastazione?», si chiede Legambiente - di piazza Transalpina. «Un'opera da 7 milioni di euro che leggendo non solo gli ampi commenti negativi dei cittadini sloveni e italiani, ma anche i pareri degli architetti, dovrebbe farci interrogare su quale sia il futuro che vogliamo per questa terra - prosegue la nota del sodalizio -. Non è una questione secondaria. Attraverso la consultazione e la costruzione di consenso, le autorità locali potrebbero imparare dalla comunità e acquisire le informazioni necessarie per la formulazione delle migliori strategie». I cittadini dei tre Comuni del Gect Go, Gorizia, Nova Gorica e Sempeter Vrtojba, in altre parole, per Legambiente hanno tutto il diritto «di scegliere, e non vedere delegate decisioni così importanti solo alle tre amministrazioni». Di qui la necessità di rispolverare quella proposta che proprio l'associazione ambientalista aveva lanciato già nel 2015, relativa all'attivazione di un forum transfrontaliero permanente di Agenda 21 e alla raccolta e uniformazione di dati su acqua, aria, rifiuti, aree verdi o piste ciclabili. Passi in avanti fondamentali, secondo Legambiente, per far si che quelle che oggi sono tre cellule indipendenti, per quanto in simbiosi, diventino davvero un unico organismo multicellulare.

Marco Bisiach

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 26 aprile 2021

 

 

 Ferrovia slovena: l'aula di San Dorligo verso lo scontro - la Capodistria-Divaccia
Opposizione sul piede di guerra a San Dorligo della Valle sul progetto per la seconda linea ferroviaria Capodistria-Divaccia. In vista del Consiglio comunale di venerdì in cui si discuterà anche di questo argomento tre consiglieri - Roberto Drozina (Territorio e ambiente), Alen Kermnac (Verdi) e Roberto Massi (Lega) - hanno presentato un'interpellanza a tale riguardo in cui ricordano che «la mozione sulla salvaguardia del territorio, presentata nel luglio 2019 da Kermac, non ha avuto risposta» e precisano allo stesso tempo di «non essere stati avvisati dell'incontro che ci dovrebbe essere in Municipio con la 2Tdk, l'impresa che sta realizzando l'opera».

(u.sa.)

 

 

La marea arancione non è sparita: è al largo di Barcola e punta su Muggia

Il fenomeno dovuto alla proliferazione della "Noctiluca Scintillans" si sposta al centro del golfo. E' non è l'unica anomalia del mare

Il mare diventa arancione scuro a due miglia da Barcola. Improvvisamente navighiamo in una specie di serpentone vermiglio che si allunga a perdita d'occhio verso Muggia avvolgendo le sue spire attorno alle grandi navi alla fonda. Pensavamo che se ne fosse andata, che avesse lasciato il Golfo di Trieste per sparire chissà dove seguendo correnti o repentini mutamenti dell'ecosistema. E invece la marea rosso/arancione, è ancora qui. Allineata lungo un fronte che da Trieste si espande verso il Golfo di Panzano, la fioritura rossastra ha solo compiuto una ritirata strategica, pronta ad avanzare di nuovo compatta verso la costa. A bordo del gommone rigido dell'Area Marina Protetta di Miramare, il ricercatore Saul Ciriaco osserva con lo stupore trattenuto dello scienziato il fenomeno colorato in cui stiamo flottando. Come altre decine di colleghi ricercatori, tecnici, biologi e oceanografi dell'Ogs, dell'Arpa, dell'Università di Trieste, insomma di tutti quegli enti impegnati ogni giorno a studiare, monitorare, curare e interrogare questo spicchio di mare in cima all'Adriatico, anche Saul Ciriaco non si allarma ma nemmeno si acquieta di fronte allo spettacolo stupefacente che danno le immense colonie di Noctiluca scintillans. Questo prodigioso esserino, che di giorno colora il mare di rosso, e di notte lo rende scintillante di luce bluastra, al microscopio appare come un'inoffensiva pallina con la coda. Ma è tutt'altro che innocua. Si tratta di una dinoflagellata eterotrofica, vale a dire una specie di alga che non è un'alga, e quindi non si nutre di luce solare bensì di altri minuscoli esseri come diatomee, ciliati e uova di pesce impoverendo di fatto il mare. Da quando è comparsa nel nostro golfo, una decina di giorni fa, assieme ai branchi di Rhizostoma pulmo, le bianche meduse che da anni si danno convegno in queste acque a ogni inizio stagione, la Scintillans, come ormai la chiamano affettuosamente i ricercatori, ha fatto scattare l'ennesimo campanello d'allarme sulla salute del golfo. Quando siamo partiti, qualche minuto fa, dal porticciolo di Grignano a bordo della barca dell'Area protetta di Miramare, per fare un giro di ricognizione intorno al golfo, il mare aveva l'aspetto pacioso di un'assolata domenica di primavera. Un po' di meduse qua e là da sole o in gruppi pigramente assemblati, una leccia che saluta saltando davanti alla prua, un galleggiante di miticoltura alla deriva (recuperato), un po' di ramaglie portate dai fiumi ingrossati dal disgelo. La minaccia rossa sembrava definitivamente sparita. Come succedeva con le immacolate nuvole di mucillagini, quei polimeri che nei mesi estivi di alcune stagioni fa hanno afflitto le nostre coste per poi svanire così com'erano apparsi. E invece no, le compagini di Scintillans sono solo poco più a largo, dense, compatte, avvolgenti e dal vago odore di sentina, pronte a sferrare l'attacco finale alle balneabili coste della nostra regione. O, forse, a sparire. Di certo non scompare, però, il sintomo di un mare malato. Così come sulle terre emerse il Covid-19 colora e condiziona la nostra vita in un arco policromo che va dal bianco al rosso scuro, così in mare l'arancione denso è il segno di una Natura in affanno che si difende mandando all'attacco le sue speciali truppe invisibili. «La massiva fioritura di Scintillans - spiega Saul Ciriaco - è solo l'ultimo segnale di una serie di squilibri dell'ecosistema causati sia dai cambiamenti climatici sia dall'azione diretta dell'uomo». La lista è lunga. A cominciare dal rischio d'estinzione della Pinna nobilis, la popolare Stura, insidiata da un protozoo parassita che la sta facendo morire per inedia in tutto il Mediterraneo. Specie protetta, la Stura è stata attaccata dal nemico invisibile qualche anno fa nelle isole greche, e oggi rischia di estinguersi nonostante gli sforzi, compiuti anche nel nostro golfo dall'Amp Miramare e altri enti (è stata mobilitata persino una task force di sommozzatori della Guardia Costiera), per salvaguardare le sparute oasi dove ancora sopravvive. Poi ci sono la scomparsa delle fanerogame, piante marine come Cimodocea e Posidonia, una perdita drammatica secondo i biologi. Ancora, dobbiamo fare i conti con la desertificazione delle foreste marine di alghe brune, e con la comparsa di specie aliene come Mnemiopsis leidyi, la noce di mare, piccola gelatina tanto simpatica con le sue lucine natalizie intermittenti quanto feroce nel divorare le larve di pesce azzurro. E che dire della - per ora - fugace apparizione di Drymonema dalmanitum, la medusa più grande del Mediterraneo, vista un anno fa mentre si pappava ben due polmoni di mare alla volta?«Il punto è che da almeno una decina d'anni stiamo squilibrando sempre più il rapporto fra specie marine erbivore e carnivore, che altera l'intero ecosistema del golfo», commenta Saul Ciriaco mentre passiamo a venti nodi davanti alla costa fra Santa Croce e Aurisina. Proprio dove, fra pastini e boscosi pendii, fanno capolino i cantieri di nuove case e villette. Segni di un ulteriore impatto antropico, dicono gli esperti, che di certo al mare bene non fa.

Pietro Spirito

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 25 aprile 2021

 

 

"Meduse e microalghe, l'ecosistema si ribella" - il direttore generale dell'OGS Del Negro

L'invasione di meduse e microalghe che ha interessato nelle ultime ore il golfo di Trieste dimostra quanto sia necessario affrontare al più presto lo stato di salute delle acque marittime. E sarà proprio questo uno dei temi principali di cui si discuterà nel corso del Sea Summit programmato per settembre, iniziativa che vedrà l'intervento di esperti ed esponenti del mondo scientifico. «Gli ultimi eventi a cui abbiamo assistito rappresentano risposte anomale con cui l'ecosistema reagisce ad alterazioni causate dall'azione dell'uomo e su cui si possono innestare anche cambiamenti climatici», afferma Paola Del Negro, direttore generale dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs). «Per questo concentrare l'attenzione sul ruolo che ha il mare per la salute generale del sistema terra è fondamentale». Ma i problemi di cui soffre il mare non restano circoscritti alla sfera dell'ambiente. Piuttosto, hanno ripercussioni importanti anche su quella economica. «Gli organismi che negli ultimi giorni hanno invaso le nostre acque rappresentano dei predatori pericolosi, che si nutrono di plancton ma anche di uova e larve di pesci. Sono dei competitori importanti per i molluschi che vengono coltivati», chiarisce Del Negro. «Se non si fa qualcosa per affrontare questi problemi, le ripercussioni sul settore economico potrebbero essere rilevanti, soprattutto nell'ambito della pesca e della molluschicoltura, che nella nostra regione hanno un peso così rilevante. Il vantaggio di eventi anomali come quelli a cui stiamo assistendo è quello di costringerci a focalizzare maggiormente l'attenzione sulla salute del mare».

Li.

 

 

Trieste Verde denuncia: «Inquinanti in acqua» - l'affondo sull'area davanti all'ex area a caldo
«Non c'è centimetro delle acque antistanti l'area della Ferriera di Servola che non sia impestato da livelli di inquinanti cancerogeni che sforano di 2 o 3 mila volte i livelli consentiti dalla legge». A denunciarlo è la lista Trieste Verde, nel corso del consueto incontro pubblico settimanale. «L'inquinamento riguarda sia la zona oggi in smantellamento che quella delle acque contigue di superficie e di profondità, falde acquifere comprese», ha detto Maurizio Fogar. Un tema, quindi, a detta di Trieste Verde, che non si può dire concluso. «Quanto esce da quell'area, per effetto dei venti e delle correnti marine, tocca tutti - denuncia Maurizio Fogar, portavoce del movimento - tanto che la città si trova in eredità una vera e propria bomba tossica a orologeria».

lo.de.

 

 

Richetti: «Uno sportello su energia e risparmio» - la proposta del M5S
I Cinque Stelle vogliono stimolare la nascita di comunità energetiche sul territorio cittadino. A tal fine l'impegno di Alessandra Richetti, candidata sindaco del M5s, è quello di aprire uno sportello municipale, dove i cittadini possano reperire le informazioni necessarie per realizzare gli impianti e accedere alle agevolazioni: «Con il decreto legge 162 del 30 dicembre 2019, il governo ha autorizzato la condivisione tra più cittadini dell'energia elettrica prodotta da impianti rinnovabili. E allo scopo i Comuni possono promuovere politiche sociali attive». «Così si ridurrebbero le emissioni inquinanti - aggiunge Elena Danielis, capogruppo in Consiglio comunale - ma anche i costi in bolletta, contribuendo a combattere la povertà energetica. Vasto è inoltre il patrimonio edilizio comunale».

l.g.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 24 aprile 2021

 

 

Accordo con il Comune: l'Ogs al Magazzino 26 e laboratori fronte mare
L'ente di ricerca concentrerà la Sezione di Oceanografia dentro il Porto vecchio - Previsti spazi anche all'altezza del molo Zero. Dipiazza: «Una scelta coerente»
L'Ogs trasloca la sua sezione di Oceanografia al Magazzino 26, andando così a mettere un tassello ulteriore al mosaico di enti scientifici e culturali che popoleranno il Porto vecchio. La proposta, la cui realizzazione è data per sicura, è giunta ieri mattina nel corso di un incontro tra il Comune e i vertici dell'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale. All'incontro hanno partecipato il sindaco Roberto Dipiazza, l'assessore alla Cultura Giorgio Rossi, il presidente di Ogs Nicola Casagli e il direttore generale dell'ente Paola Del Negro. L'amministrazione comunale ha offerto all'Istituto di occupare con la sua sezione di Oceanografia gli spazi attualmente impiegati dalla mostra del Lloyd (che confluirà nel Museo del Mare), pari a circa 3.700 metri quadrati, cui andranno ad aggiungersi spazi ulteriori in corrispondenza del molo Zero, per dei laboratori fronte mare. I vertici di Ogs, fa sapere l'ente, «si sono immediatamente mostrati riconoscenti e soddisfatti della proposta, che consente sia di dare più spazi alle attività di ricerca della Sezione, sia di mantenerne la vicinanza al mare». La necessità impellente di Ogs era dotare la sezione di Oceanografia di aree più ampie e maggiormente fruibili, dato che, per svolgere tutte le attività, i ricercatori e i loro laboratori sono suddivisi nella sede a mare in località Santa Croce, dove sono ubicati i laboratori di biochimica e biologia (che necessitano di lavori di ammodernamento), negli uffici di via Beirut, dove trovano spazio le attività di alcuni gruppi di lavoro della Sezione, e in un'intera palazzina nella sede principale di Borgo Grotta Gigante a Sgonico. Gli spazi che verranno a liberarsi a Borgo Grotta consentiranno alle altre Sezioni di ricerca dell'ente (Geofisica, Centro ricerche sismologiche e Centro di ricerca tecnologica Gestione di infrastrutture navali) di riorganizzare e espandere i propri uffici e laboratori. Dipiazza commenta così la decisione: «Dare una collocazione all'Ogs e in particolare alla sua Sezione di Oceanografia al Magazzino 26 è una scelta coerente con la vocazione individuata per quella porzione del Porto vecchio: attività scientifiche, culturali e museali che trovano nell'elemento Mare un denominatore comune. Come amministrazione - prosegue il primo cittadino - siamo fieri di poter contribuire a dare una soluzione a un ente nato a Trieste e le cui attività portano alto il nome della città in Italia e nel mondo, ad esempio attraverso la loro nave da ricerca Laura Bassi, che troverebbe nel Porto vecchio un posto ideale in cui attraccare nei periodi in cui non è in missione». Aggiunge ancora il sindaco: «Ci interessa molto portare realtà come Ogs all'interno del Porto vecchio, così come ci interessa la Summer School di Stefano Fantoni. Nella fattispecie l'accordo con l'Ogs avrebbe anche il pregio di liberare il castelletto di Santa Croce, che ormai è completamente di proprietà comunale, e che potrebbe quindi venire destinato ad attività di altro genere. Inutile dire che si tratta di una situazione in cui tutti hanno da guadagnare». Afferma il presidente di Ogs Casagli: «Siamo riconoscenti all'amministrazione tutta e in particolare al sindaco Dipiazza per aver colto l'urgenza della nostra istanza. Ogs è un ente che cresce e che necessita di spazi ampi e vicini al mare. L'idea che la Sezione di Oceanografia possa finalmente trovare una casa unica, in un luogo come il Magazzino 26 che ospita già altre attività di ricerca, come l'Immaginario scientifico, e dove troveranno collocazione realtà legate alla divulgazione della scienza e della cultura del mare, è un ulteriore plus che ci permetterà di ipotizzare nuove forme per dare concretezza alla cosiddetta Terza Missione». Nelle prossime settimane proseguiranno gli approfondimenti tra gli uffici tecnici di Ogs e il Comune per dare seguito all'iniziativa in tempi che le parti auspicano possano essere definiti a breve. Il trasloco della Sezione oceanografica darebbe corpo ulteriore all'idea di un polo scientifico all'interno dell'antico scalo.

Giovanni Tomasin

 

 

Sparita la "marea arancione" di alghe - Dopo le numerose strisce comparse in questi giorni

Ma gli esperti avvertono: potrebbe esserci ancora, in profondità. Se torneranno dipenderà anche dalle condizioni meteo

Sono sparite, almeno in superficie e a occhio nudo, le grandi strisce arancioni di Noctiluca scintillans, la microalga apparsa nei giorni scorsi in grande quantità nel golfo. Si era palesata nel pieno della sua fioritura - secondo le osservazioni dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) erano 30 mila circa per litro le cellule presenti - avvistata fino a Punta Grossa e in Crozia, ma anche nelle acque che bagnano l'Emilia-Romagna e le Marche. Tuttavia, avverte Marina Cabrini, prima ricercatrice dell'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs), non vuol dire che sia del tutto scomparsa. «Io ho raccolto in modo molto rapido un campione d'acqua davanti alla sede dell'Ogs, a Santa Croce, ma non su tutta la colonna d'acqua - afferma -: so bene che se le cellule fossero state abbondanti, nella camera di sedimentazione che si utilizza per l'analisi, le avrei viste. Potrebbero essere però in profondità ad esempio. Questa specie è spesso presente nella comunità fitoplanctonica del golfo di Trieste, ma in densità più limitate. Quando invece è molto abbondante, cioè quando l'acqua è arancione, vuol dire che Noctiluca scintillans si riproduce su tutte le altre microalghe». Sul perché non sia più visibile a occhio nudo attraverso le grandi macchie arancioni, chiamate "maree rosse", che hanno invaso anche il porticciolo di Grignano e di Miramare, i fattori sono diversi. «La fioritura è dovuta anche al fatto che questa microalga - spiega il direttore dell'Area Marina Protetta di Miramare Maurizio Spoto - si mangia le alghe piccole e, una volta terminati i nutrienti, si riduce». Nutrienti che possono essere presenti in quantità maggiore in ragione delle piogge e quindi dei fiumi. La sua concentrazione - che si è aggiunta nei giorni scorsi alla fioritura delle meduse Rhizostoma pulmo, ancora evidente - poi può diminuire anche perché viene predata dai consumatori, continua Cabrini, che aggiunge: «Bisogna capire che cosa è cambiato. Possono aver influito anche repentini sbalzi di temperatura. Con i colleghi chimici metteremo assieme i dati per capire che cosa è successo. Tuttavia devo precisare una cosa: quando il plancton è abbondante significa alimento per mitili e pesci. Noctiluca scintillans rappresenta un rischio solo se riducendo molto la concentrazione di ossigeno provoca ipossie e in casi più gravi anossie sul fondo». A studiare questo fenomeno è scesa in campo pure l'Arpa, deputata anche all'osservazione e alla valutazione delle acque. «Abbiamo effettuato dei campioni d'acqua - spiega Claudia Orlandi, responsabile della Qualità delle acque marine e di transizione - anche al largo. La Noctiluca scintillans era un po' distribuita in tutto il golfo. Seguiremo l'evolversi della situazione. Se la fioritura tornerà a comparire? Dipende anche dalle condizioni meteo. Tuttavia le maree rosse non sono una cosa nuova per il nostro golfo». Quanto invece all'Escherichia Coli, il batterio che fa dannare in particolare gli allevatori di mitilicoltura, dalle analisi microbiologiche rilevate dall'Arpa «non abbiamo rilevato la sua presenza nell'acqua - osserva Orlandi -. Bisogna però capire gli esiti delle analisi dell'Azienda sanitaria, che invece le effettua sugli allevamenti di mitilicoltura».

Benedetta Moro

 

Le meduse a tavola? Proibite. Ma in città gli chef le studiano per insalate fresche e golose e finger food stile Hong Kong

Ceviche, un'insalata di origini peruviane, con Rhizostoma pulmo, la medusa che da settimane invade il nostro golfo. Perché questo organismo può avere una seconda vita anche nel piatto. Lo sa bene Matija Antolovic, lo chef del Caffè San Marco, che ha preparato una ricetta ad hoc per una serata dell'Ogs, ma a puro scopo scientifico (è bene sottolinearlo, visto che in Italia e in Europa in generale non è ancora consentito mangiare medusa, a differenza del Sud Est asiatico). Ispirandosi dunque al suo sapore di mare, Antolovic ha così creato un piatto. «Per eliminare le tossine l'ho bollita per mezzo minuto in acqua bollente salata al 4 per cento e poi di nuovo in acqua ghiacciata - spiega -. Poi l'ho tagliata a cubetti piccoli e l'ho mischiata con cipolla, peperone, peperoncino, coriandolo e cetriolo. Pochissimo succo di lime e limone. Né sale né olio. Ha un sapore fresco di mare e così l'ho fatta: fresca e acidina». «Era un esperimento nell'ambito de "Il mare nel piatto" in collaborazione con l'Ogs - prosegue il titolare del locale, Alexandros Delithanassis -. Mi era piaciuto. Se è vero come dicono i ricercatori che alcune specie sono commestibili, ben venga se sono introdotte nei piatti». Ma c'è anche lo chef stellato Matteo Metullio che da tempo è coinvolto in un progetto che vede protagonista anche la medusa. E intanto in cucina la pensa così: «Nel mio immaginario la vedo alla griglia - spiega -, con un'insalata o un pesto di alghe, salsa di soia o teriyaki, cipollotto e olio di sesamo. Ma sono solo idee perché non l'ho mai provata, non so quale sapore possa avere. Mi dà l'idea di un sapore comunque fresco, perché penso sia come avere la sensazione della seppia sotto i denti. Dopo la cottura è da capire cosa resti». Il progetto a cui si dedica da tempo è un'idea della Società velica Barcola-Grignano e del suo presidente Mitja Gialuz. «È da un anno e mezzo che stiamo parlando con un pool di biologi ed esperti per capire quali specie siano commestibili - spiega lo chef -. Penso sia il cibo del futuro, visto che le meduse sono tante». Nel Sud Italia c'è invece anche chi di recente ha scritto un libro di ricette. S'intitola "European Jellyfish - Prime ricette a base di meduse in stile occidentale" e fa parte di un progetto europeo a cura anche dell'Istituto di Scienze delle produzioni alimentari del Cnr di Lecce, una realtà che studia da tempo la Rhizostoma pulmo. «Siamo un po' invidiosi di ciò che sta accedendo nel golfo di Trieste - dice sorridendo Antonella Leone, ricercatrice dell'Istituto -, perché le campioniamo da dieci anni nel golfo di Taranto, invece dall'anno scorso non se ne vede nemmeno una. Ci piacerebbe avere i fondi per capire il fenomeno. Intanto stiamo lavorando a un progetto per l'uso alimentare della medusa nell'uomo e uno dei risultati è la divulgazione e il trasferimento delle conoscenze. Abbiamo collaborato con gli chef stellati Gennaro Esposito, Pasquale Palamaro, Fabiano Viva e Giovanni Ingletti, assieme a una chef di Hong Kong che ha lavorato con noi, portando anche le meduse di quell'area che vengono seccate e servono come finger food e insalate». Così è nato ad esempio, tra i vari piatti, il Carpaccio di medusa con marinatura sale e zucchero «che ricordava l'ostrica».«Altri gruppi del progetto hanno pensato invece - conclude Leone - a utilizzare la medusa in agricoltura come fertilizzante e mangime in acquacoltura ma anche in cosmetica, perché ha molto collagene».

B.M.

 

 

 

 

 

 

Caso discarica di Pecol - Sequestrati i conti di Isontina ambiente
Bloccata l'operatività della società che gestisce la raccolta dei rifiuti anche a Duino Aurisina, Monrupino e Sgonico
Gorizia. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Gorizia, Flavia Mangiante, ha disposto il sequestro preventivo delle liquidità di Isontina Ambiente depositate nei conti correnti intestati alla società in diversi istituti bancari. Il provvedimento riguarda la discarica di Pecol dei Lupi a Cormons, dal 2010 non più attiva per il conferimento dei rifiuti, posta sotto sequestro nel 2019 dalla Procura di Gorizia e, recentemente, affidata dalla stessa al commissario giudiziario Luigi Palumbo. È un provvedimento che di fatto "blocca" Isambiente (operativa anche nei comuni di Duino Aurisina, Monrupino e Sgonico), già al lavoro con i propri avvocati per presentare un'istanza di dissequestro dei propri conti in banca, comportando non solo l'impossibilità del pagamento degli stipendi di aprile per gli oltre 100 dipendenti e il saldo delle fatture dei fornitori, ma rischia anche di paralizzare un servizio pubblico essenziale come quello della raccolta dei rifiuti. In questo momento la società, che ad esempio effettua anche bonifici di 2 milioni alla Sangalli, non è in grado di effettuare alcun tipo di pagamento. Ma come si è arrivati a questo provvedimento? L'ultimo atto della complessa vicenda della discarica di Pecol dei Lupi è l'inchiesta per la "gestione illecita di rifiuti liquidi". In attesa che la situazione venga chiarita, perché l'inchiesta è ancora in corso, i Carabinieri dei Noe di Udine hanno dato, all'inizio del mese, esecuzione al decreto di sequestro dell'impianto di bonifica emesso dal gip del Tribunale di Gorizia «al fine di evitare il protrarsi di tali condotte illecite». Da qui la nomina come amministratore giudiziario di Palumbo, a cui è stata affidata «sia la custodia che la gestione della fase post-operativa della discarica con il precipuo compito, tra gli altri, di vigilare sul corretto funzionamento degli impianti e portare a compimento il procedimento di bonifica per arrivare alla chiusura definitiva del sito». L'ordinanza successiva sul blocco della liquidità del gip Mangiante in particolare «dispone il sequestro preventivo delle somme accantonate da Isontina Ambiente srl per la gestione ordinaria dal 31 dicembre 2010, limitatamente alla fase di chiusura, e per la gestione post operativa della discarica di Pecol dei Lupi». Questi accantonamenti non ci sono stati? Gli accantonamenti nella società dipendono dai versamenti effettuati dai Comuni e la liquidità è quindi variabile. Da qui il sequestro dei conti correnti bancari. «Informati tempestivamente i Comuni soci e dopo aver illustrato gli avvenimenti di queste ultime 24 ore, la società si è attivata con i propri legali per garantire nei tempi più brevi possibili il ripristino del normale funzionamento dei conti bancari. Al contempo l'azienda - si legge in una nota di Isontina Ambiente - sta adottando tutti i provvedimenti necessari ad assicurare l'usuale liquidità per l'operatività corrente. La società garantisce il massimo impegno per il regolare funzionamento del servizio».

Pietro Comelli

 

 

I pescatori di frodo e il mercato nero minacciano lo storione che vive nel Danubio
È una delle specie più antiche viventi sul nostro pianeta - Merce pregiata e ricercata dai ristoranti della regione
BELGRADO. Sono fra le specie più antiche ancora viventi sul nostro pianeta. Nei secoli e millenni passati erano fra i pesci più diffusi e pregiati del grande fiume, forse persino onorati come una divinità dalle popolazioni preistoriche della regione, nell'area di Lepenski Vir. Negli ultimi decenni sbarramenti, chiuse, dighe, pesca intensiva e trasporto fluviale ne hanno quasi cancellato le tracce. Gli storioni, malgrado tutto, popolano ancora ampie parti del Danubio inferiore, in particolare tra Serbia, Romania e Bulgaria e il Mar Nero. Ma anche quell'area non è un'oasi sicura. E i grandi pesci anadromi d'acqua dolce continuano a essere obiettivo di pescatori di frodo e merce pregiata del mercato nero della carne e del caviale. È la denuncia che arriva dal World Wildlife Fund (Wwf), organizzazione che negli ultimi anni ha sguinzagliato nel cuore dei Balcani esperti e ricercatori per comprendere lo stato di salute delle varie specie di storione presenti in particolare nel Danubio, area di riproduzione dei pesci, e nel Mar Nero, ma anche per monitorare il mercato nero e quello legale della carne di storione e del caviale nella regione, assai florido e pressoché sconosciuto. Il risultato delle ricerche è stato presentato nei giorni scorsi. E allarma. Il Wwf ha infatti confermato l'esistenza di un «lucrativo business» illegale tra Serbia, Romania, Bulgaria e Ucraina, incentrato proprio su prodotti della lavorazione dello storione e condotto su «ampia scala», ha specificato l'organizzazione. Come pianificare un'indagine così complessa, la «prima del genere»? Il Wwf ha scelto una strada inedita, combinando per quattro anni «dati ufficiali sulla pesca illegale dalle autorità competenti» e soprattutto avviando una capillare «inchiesta sui luoghi di vendita», prelevando centinaia di campioni di carne di storione e caviale in mercati, come quello belgradese di Zemun, dove sono stati trovati esposti storioni selvaggi; e in ristoranti, negozi e persino seguendo le tracce degli acquisti online. Poi sono arrivate le «indagini forensi» e del Dna, per verificare se avessero origine in allevamenti legali o in fiumi della regione, dove «la  pesca e il commercio di storione» selvaggio sono da anni «vietati». Gli esiti sono inquietanti e parliamo comunque «solo della punta dell'iceberg che dimostra tuttavia quanto è grave l'impatto» della pesca di frodo «degli ultimi storioni selvaggi», ha specificato la manager del progetto, Jutta Jahrl.Quasi il 20% dei campioni è infatti risultato provenire da esemplari di fiume, mentre fino al 30% del caviale esaminato era quantomeno sospetto, probabilmente frutto di «importazioni illegali», venduto senza rispettare gli standard di certificazione. Non solo. Il Wwf ha verificato una «forte domanda» da parte dei consumatori della regione di prodotti ricavati dallo storione selvaggio, una richiesta sostenuta che spinge un altro mercato irregolare, quello di pesci gatto e pesce persico del Nilo spacciati come storione. Non è finita. L'organizzazione per la difesa di flora e fauna ha individuato anche 214 casi di «incidenti», in gran parte in Romania e Bulgaria, che segnalano l'estensione del fenomeno della pesca illegale, con sequestri di caviale illegale - 40 vasetti di 20 kg in totale possono valere fino a 50 mila euro, come verificato in Romania nel 2020 - «confische di attrezzi di pesca illegali», di storioni già finiti nelle reti e di caviale e tranci di storione selvaggio. Gli ultimi episodi a marzo di quest'anno, in Romania, con storioni di oltre due metri scovati nelle reti di pescatori di frodo. E dal 2016 la 2020 gli episodi del genere sono triplicati. Storioni che non sono semplici pesci, ma «l'eredità naturale» e storica del Danubio, ultimo grande fiume europeo dove gli storioni migratori continuano a riprodursi in maniera naturale. E sono a rischio ovunque in Europa, continente dove tutte le varie specie tranne una sono ormai in via di estinzione. «Lo storione è già il gruppo di specie più a rischio di estinzione sulla Terra», ha così spiegato Beate Striebel, del Wwf, parlando di rapporto «allarmante». E chiedendo mano durissima per fermare il bracconaggio, nel fiume-simbolo dei Balcani.

Stefano Giantin

 

La mozione del Pd«Si affronti il problema delle processionarie»

«La giunta Dipiazza faccia tutto il necessario per contrastare la diffusione della processionaria e proteggere i cittadini. Occorre prevenire la formazione di una nuova generazione di insetti dannosissimi per i nostri pini e altre piante, E poi si deve informare la popolazione della presenza di questi insetti anche per l'uomo e gli animali, e delle misure sanitarie da adottare in caso di contatto». Lo chiedono i consiglieri Pd della Sesta circoscrizione Luca Salvati e Gentian Metani, con una mozione rivolta alla giunta comunale, a seguito di «diverse segnalazioni riguardo la presenza di processionarie in particolare al Bosco Farneto».

 

 

Meduse, alghe e batteri il mondo della pesca sempre più in affanno
Reti strappate e meno pesci in giro: «Uscite ridotte per risparmiare la nafta» Tra "Noctiluca" ed "Escherichia" problemi seri anche per chi alleva le cozze
«Vado in mare da cinquant'anni e non ho mai visto una cosa del genere. Una quantità impressionante di meduse che non ci permette di lavorare come vorremmo e dovremmo». Fabio Vascon, pescatore muggesano, si sfoga: la concentrazione di Rhizostoma pulmo nel golfo di Trieste impedisce alla categoria di lavorare con continuità. Un "flagello" al quale si aggiungono, adesso, la proliferazione delle microalghe e quella dei batteri Escherichia coli che insidiano innanzitutto la mitilicoltura. «Speravamo che, dopo l'invasione di Pasqua, la situazione migliorasse nel giro di qualche giorno ma purtroppo non è così - racconta Vascon - . Ieri, quando sono uscito con la barca, mi sono trovato circondato da banchi di meduse lunghi decine e decine di metri». Una situazione insostenibile che ha indotto diversi pescatori a decidere di lavorare a ritmo ridotto. «In mare abbiamo di fronte autentici "tappeti" che sono estesi decine di metri quadrati e di fatto non ci permettono di pescare. Le meduse si incastrano nelle reti e, con il loro peso, finiscono per strapparle. Zavorrano le barche, impediscono la saccaleva, senza considerare che la loro presenza sottocosta allontana il pesce dalla riva. Io, ad esempio, mi sono rassegnato ad uscire a giorni alterni per risparmiare la nafta. Così, almeno, riduco le perdite» conclude Vascon. Un grido d'allarme, quello del pescatore muggesano, sottoscritto e rilanciato anche da chi rappresenta la categoria. «Il nostro settore ha già un sacco di problemi - sottolinea Guido Doz, esponente della Federazione italiana maricoltori - e ora non ci mancava che l'invasione delle meduse... Spiace constatare che, secondo gli esperti, qualsiasi cosa accade in mare è sempre colpa di noi pescatori, che già facciamo fatica a lavorare a causa delle molte limitazioni imposteci dalla legge». Doz avanza una proposta operativa alla politica: quella di accelerare l'inserimento delle meduse nella lista dei "novel food", i cibi del futuro. «Oggi le meduse non sono ancora autorizzate per l'uso alimentare né in Italia né in Europa» ricorda Doz proprio nei giorni in cui una ricerca dell'Ispa, l'Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr, conferma che le meduse sono una potenziale risorsa nutrizionale. «La cosa potrebbe farci sorridere, lo so, ma - continua Doz - ricordiamoci che sono un piatto tradizionale in vari paesi del Sud-est asiatico. Penso ad esempio ai cinesi: abbiamo ricevuto richieste in quantità negli anni scorsi ma non abbiamo potuto assecondarle a causa della nostra legge che vieta la commercializzazione delle meduse in quanto prodotto non commestibile». Anche Nicola Bressi, direttore del Museo civico di Storia naturale, è sulla stessa linea: «Una soluzione all'invasione delle meduse potrebbe essere proprio quella di renderle commestibili, anche se non dobbiamo dimenticare che la forte presenza di questi giorni è dovuta a una concatenazione di fattori difficilmente ripetibili, alla quale si aggiunge il fatto che in questa parte finale dell'Adriatico le correnti sono meno forti». Nel frattempo, però, la situazione nel Golfo non migliora. Ieri, fra Miramare e Muggia, c'era ancora una presenza massiccia di Rhizostoma pulmo. Né si sono diradate, anzi, le macchie arancioni provocate dalla "Noctiluca scintillans", l'alga microscopica solitamente presente in mare aperto, che negli ultimi giorni si è accumulata nei porticcioli della costiera. «Ieri sono andato da Sistiana a Muggia per fare il rifornimento alla barca - conferma il pescatore Paolo De Carli - e la scia era presente da Grignano fino a Punta Grossa tanto da farmi ricordare gli anni delle mucillagini. Spero davvero che non ritornino quei tempi...». Ma c'è un altro problema che incide soprattutto sul lavoro dei miticoltori. «A causa dell'elevata concentrazione di Escherichia coli trovata nei mesi scorsi nelle cozze - spiega Davide Roncelli - il nostro settore sta attraversando un periodo di grande difficoltà. In tale contesto ora si inserisce questa microalga e noi non sappiamo ancora bene quali possano essere i suoi effetti sulle cozze».

Lorenzo Degrassi

 

 

Così Biden compatta il mondo sul clima - Draghi: «G20 per la transizione ecologica»
Il presidente americano: «È il decennio decisivo, dobbiamo agire». Al meeting online partecipano anche Cina e Russia
NEW YORK. Per qualche ora almeno, il clima è riuscito a mettere i leader del mondo sempre più diviso intorno ad un tavolo. Digitale, ma comunque occasione di dialogo. E questo è già un successo, vista la retorica infuocata degli ultimi mesi tra il presidente americano Biden, il rivale cinese Xi, e quello russo Putin. Poi staremo a vedere quante promesse fatte ieri per contrastare i cambiamenti climatici verranno mantenute, ma tra il nuovo impegno degli Usa a dimezzare le emissioni, quello della Cina ad abbandonare il carbone, e quello del premier italiano Draghi ad usare il G20 per avanzare i finanziamenti della transizione ecologica, qualche novità concreta è emersa. Il padrone di casa ha aperto il Leaders Summit on Climate avvertendo che questo «è il decennio decisivo, dobbiamo agire». Combattere i cambiamenti climatici «è un imperativo morale», perché «i segnali sono inconfondibili, la scienza è innegabile, e i costi dell'inazione crescono». Swiss Re ha calcolato che toglierebbe 23 trilioni all'economia mondiale nel 2050. Quindi Biden ha ammonito: «Incontrarsi ora va oltre l'obiettivo di preservare il pianeta, significa anche offrire un futuro migliore a tutti noi». Lui vede gli investimenti nella transizione ecologica come un'opportunità per rilanciare l'economia e creare posti di lavoro, e questo è un segnale di politica interna per convincere gli americani e piegare le resistenze degli avversari. Il primo scopo del Summit però era riaffermare la leadership Usa nella lotta al riscaldamento globale, dopo la parentesi Trump, e il presidente lo ha perseguito raddoppiando gli impegni presi da Obama con l'accordo di Parigi. Ora Washington punta a ridurre le sue emissioni di gas tra il 50 e il 52% entro il 2030. Gli Stati Uniti però vogliono aiutare i paesi più poveri a contribuire, perché pur essendo il secondo inquinatore mondiale dopo la Cina, anche se annullassero il loro 15% di emissioni globali non basterebbero a salvare il pianeta. Perciò Biden ha lanciato un piano per «finanziare la risposta globale in maniera coordinata». La direttrice dell'Fmi Georgieva ha aggiunto che il G20 deve accordarsi su un carbon price, superiore ai livelli attuali di 75 dollari per tonnellata entro il 2030. Xi ha lanciato un segnale di apertura anche solo intervenendo, ed evitando di citare gli altri punti di attrito aperti nella sfida geopolitica epocale con Washington. Invece ha detto che «vogliamo lavorare con la comunità internazionale, inclusi gli Usa». Ha ribadito l'impegno di zero emissioni entro il 2060, e ha aggiunto che vuole «limitare strettamente l'aumento del consumo di carbone» nei prossimi cinque anni, ed eliminarlo nei cinque successivi. E' importante, perché a settembre aveva promesso che Pechino avrebbe toccato il picco nel 2030, senza però spiegare come ci sarebbe arrivato e come sarebbe sceso. Anche Putin ha evitato lo scontro, dopo che Biden lo aveva definito un killer, annunciando impegni anche più stringenti della Cina. Persino Bolsonaro ha promesso di fermare la deforestazione in Brasile, pure se in cambi aveva chiesto un miliardo di dollari a Biden. Draghi, oltre ad affermare che «insieme vinceremo questa sfida», ha assicurato che userà la presidenza del G20 per la questione dei finanziamenti. E' un punto chiave, perché nel briefing preparatorio con i giornalisti, una fonte della Casa Bianca aveva risposto così alla domanda della Stampa su cosa vorrebbero nell'agenda del vertice di Roma: «Sarà cruciale avere una discussione più approfondita riguardo la finanza del clima, le ambizioni dei partner, il ruolo dell'energia pulita e l'adattamento». A quantificare ci ha pensato il segretario generale dell'Onu Guterres: «I leader mantengano la promessa fatta oltre un decennio fa, di 100 miliardi di dollari in sostegno dell'azione sul clima nei paesi in via di sviluppo». Greta Thunberg già dice che non basta. Vedremo ora se il mondo saprà davvero riunirsi, su questa emergenza che riguarda tutti.

Paolo Mastrolilli

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 22 aprile 2021

 

Invasioni di meduse e pesci a rischio. La richiesta di aiuto del nostro mare

Mai registrati finora nel golfo di Trieste fenomeni così estesi- Allo studio il peso di cambiamenti climatici e attività umane

Trieste. Mentre tutto il mondo si prepara a celebrare oggi la Giornata della Terra, Trieste e la Venezia Giulia si interrogano sulla salute del loro mare, invaso in queste ore da banchi record di meduse e microalghe. La prima certezza è che fenomeni così estesi non si erano mai visti nel golfo. La seconda è che, se le invasioni dovessero protrarsi, la pesca sarebbe a rischio e in pericolo potrebbero finire prodotti simbolo come i "sardoni". La terza è che la pesca è allo stesso tempo vittima e causa dell'incremento di questi organismi, che hanno sempre meno predatori a limitarne lo sviluppo. Nel braccio di mare fra Trieste e Grado, assicurano i ricercatori, non stanno accadendo però cose sconosciute, perché la Rhizostoma pulmo e la Noctiluca scintillans (rispettivamente meduse e alghe) sono presenze secolari, ma l'entità delle fioriture non può che colpire. Un tempo erano le mucillagini, oggi lontano ricordo. Adesso tocca alle grandi meduse biancastre e alla microalga arancione, che in realtà è un protozoo che non fa la fotosintesi ma si nutre di altri organismi. E qui sta il problema: Rhizostoma e Noctiluca mangiano molto e, se rimarranno a questi livelli, diventeranno pericolosi concorrenti della fauna che siamo abituati a mangiare. Pesci che anzi peschiamo troppo, tanto che potrebbe essere la loro diminuzione ad aver permesso l'esplosione che stiamo vedendo da una decina di giorni. L'Istituto di oceanografia e la Riserva naturale marina di Miramare hanno messola questione sotto la lente. La ricercatrice dell'Ogs Valentina Tirelli spiega che la medusa barile «è tipica del golfo ed è stata avvistata per la prima volta a fine '800. I grandi aggregati non sono rari, ma non ne abbiamo mai visti di queste proporzioni e con permanenza sotto costa così lunga. Al momento siamo alle ipotesi: potrebbe darsi che siano stati bora e correnti a permetterci di vedere quello che di solito succede più a largo e in profondità. In un golfo poco profondo come il nostro basta poco per rimescolare le acque». Ma ci sono anche processi di medio periodo: «Queste meduse - dice Tirelli - sono grandi ed è probabile che siano sopravvissute tutto l'inverno. Ci saranno ricadute sull'ecosistema: gli animali per sopravvivere devono mangiare, le meduse mangiano plancton e diventano competitor di pesci come sarde e acciughe. Se la concentrazione sotto costa si rivelasse quella dell'intero golfo, sarebbe critico, ma spero che il fenomeno sia transitorio. E nel frattempo dobbiamo capire gli effetti dell'arrivo della noce di mare dal 2016: in Croazia i colleghi già ipotizzano che questo crei un calo dell'acciuga, che va a cercare cibo altrove». Un'altra studiosa dell'Ogs, Fedrica Cerino, si occupa del la Noctiluca: «L'ultima grande fioritura è avvenuta nel 2003. È un organismo che non fa fotosintesi, ma cattura fitoplancton e zooplancton». Il problema è la competizione alimentare con gli altri pesci, ma anche il fatto che «questa specie produce grandi quantità di ammoniaca, che colpisce gli altri organismi. Dipenderà da quanto durerà il fenomeno: in altre aree, queste grandi abbondanze di Noctiluca hanno portato alla moria di pesci e invertebrati. Una spia sul piano ecologico? Non possiamo dirlo, il fenomeno va studiato». Il consulente ambientale della Riserva di Miramare Saul Ciriaco sottolinea che «non ci sono ancora evidenze fra cambiamento climatico e presenza della medusa, ma dal 2000 la temperatura del mare comincia a crescere e dallo stesso periodo aumentano frequenza degli avvistamenti, dimensione delle fioriture e mesi dell'anno di presenza, tanto che ormai vediamo la medusa per tutto l'anno». Ciriaco nota inoltre che «le catene alimentari si stanno squilibrando. Privilegiamo mangiare pesci che sono carnivori e mangiano anche le piccole meduse, che hanno maggiore facilità a crescere». Rispetto alla microalga, Ciriaco dice invece che «è stata vista da una settimana e bisogna capire se ci seguirà anche in estate: potrebbe aver pesato una stagione invernale poco rigida». Inevitabile domandarsi che ne sarà dei bagni estivi. Tirelli tranquillizza: «Il muco delle meduse può dar fastidio alla pelle e creare problemi agli occhi, ma il fenomeno in questa proporzione durerà poco e non sarà questa la situazione dei nostri primi bagni nella tarda primavera». Se i bagnanti possono rasserenarsi, i pescatori sono in ambasce: dall'Ogs, Diego Borme evidenzia che «sciamature di meduse in questa proporzione sono insolite e intralciano la pesca, perché nelle reti si impiglieranno chili e chili di meduse. Sarà un problema per le lampare che stanno per uscire alla ricerca di sardoni e sardelle». I pescatori stanno lavorano a ritmo ridotto: «È un'invasione - dice il muggesano Fabio Vascon - ed è difficilissimo lavorare con questi esemplari che zavorrano le reti e allontanano il pesce dalla riva. Ci saranno 50 meduse ogni metro quadrato di mare».

Diego D'Amelio

 

«Non ripetiamo sott'acqua gli errori fatti in terraferma»
L'appello dello scienziato Cosimo Solidoro: «Dalla tutela degli oceani dipende il benessere degli organismi del pianeta, uomini compresi»
Mari e oceani ricoprono il pianeta terra per più del 70% e contribuiscono in modo rilevantissimo al corretto funzionamento degli ecosistemi del pianeta stesso e al benessere degli organismi che lo abitano, esseri umani inclusi. L'oceano è un unico grande sistema, tridimensionale e in perenne movimento, animato da correnti che, prodotte dal riscaldamento differenziale del sole e della rotazione terreste, connettono fra loro le diverse parti del pianeta e trasportano le sostanze nutritive dal fondo buio allo strato superiore, dove miliardi di organismi microscopici usano l'energia solare per creare sostanza organica, sostenere la vita marina e produrre metà dell'ossigeno del pianeta. Gli oceani e gli ecosistemi marini regolano il clima del pianeta, sottraendo all'atmosfera ingenti quantità di calore e di anidride carbonica che - se non assorbite- causerebbero un aumento della temperatura dell'aria molto rilevante; alimentano attraverso l'evaporazione del mare il ciclo idrologico planetario, e con esso la maggior parte dell'acqua che piove sulla terra. L'oceano primordiale è stata la culla in cui si sono sviluppate le prime forme di vita, e ancora oggi ospita una varietà straordinaria di habitat e organismi. Fornisce cibo, risorse, medicinali, energia, occasioni di lavoro e scambio sociale e culturale. Gli oceani però, pur così importanti, sono sottoposti a una serie continua di minacce e alterazioni, che rischiano di aumentare nei prossimi anni a fronte della crescita delle attività legate all'economia del mare. Si pensi ai rischi connessi all'inquinamento, alla pesca eccessiva, alle attività estrattive sui fondali, ai cambiamenti climatici e al rumore marino. Per questo è importante prendersi cura degli oceani, non ripetere in mare gli errori che abbiamo fatto sulla terraferma rincorrendo il mito della crescita economica illimitata. Le azioni individuali e le scelte collettive restano determinanti per preservare la vita come la conosciamo: il pianeta è uno e tutto è connesso in un unico sistema di cui siamo parte e da cui dipendiamo anche noi.

Cosimo Solidoro

 

«Ognuno faccia la sua parte - Rassegnarsi è sbagliato»

Da anni lo skipper Pelaschier percorre il Paese denunciando i rischi legati all'inquinamento provocato da plastiche e idrocarburi
Non sono uno studioso, ma un testimone diretto dei cambiamenti che hanno interessato il nostro mare da 60 anni a questa parte. Il mare è parte di me e la sua tutela mi sta particolarmente a cuore. Per questo, su iniziativa della One Ocean Foundation, creata dalla principessa Zahra Aga Khan e dallo Yacht Club Costa Smeralda, ho fatto il giro d'Italia "slow" con Crivizza, una splendida barca in legno del 1958, per far conoscere il Charta Smeralda, un semplice decalogo per la salvaguardia dei nostri mari dall'invasione omicida della plastica. E ho partecipato a tante lezioni nelle scuole insieme ad un biologo, per sensibilizzare le nuove generazioni. La causa dell'inquinamento delle nostre acque è il comportamento di ciascuno di noi nella sua quotidianità. Molti non sono in grado di modificare le proprie abitudini e stili di vita. Credo che il cambiamento arriverà solo quando a governare saranno i nostri figli o nipoti, molto più sensibili al problema. Certo ci possiamo allarmare quando vediamo troppe meduse o fenomeni di alghe rosse, ma ci chiediamo quanta plastica, idrocarburi o metalli pesanti stanno anche nel mare più cristallino? Ricordo una regata nel Mar Piccolo di Taranto nel 1963. C'era un'invasione di meduse come quella di questi giorni in golfo: non si riusciva ad andare avanti con il Dinghy. In quel caso gli scarichi industriali avevano scaldato così tanto l'acqua da aver attirato le meduse. Oggi succede qualcosa di simile su ampia scala. Con le nostre attività stiamo scaldando il clima, innalzando di conseguenza anche la temperatura dei mari così tanto da ottenere una riproduzione anomala di alghe e meduse. Non dobbiamo rassegnarci, perché ricordo a tutti che l'oceano produce il 70% dell'ossigeno che respiriamo. È necessario agire nel nostro piccolo per raggiungere un grande obiettivo. Amare, conoscere, rispettare sono tre grandi imperativi per il futuro di tutti.

Mauro Pelaschier

 

Pronto il prato in fondo al mare - ora arrivano 30 boe ecologiche
Perfettamente riuscito il progetto Saspas con la piantumazione delle fanerogame. Presto anche i gavitelli a disposizione dei diportisti
Stanno per fiorire le fanerogame, è la seconda piantumazione, nel golfo di Panzano. Tempo poche settimane e la crescita sarà rigogliosa e spiccheranno con il loro verde intenso dal fondale. È perfettamente riuscito il progetto europeo Saspas di cui è capofila il Comune di Monfalcone che vede proprio il golfo di Panzano protagonista assieme alle Incoronate in Croazia e il parco delle Dune in Puglia. Ieri mattina il sopralluogo dei tecnici della Saspas con una delegazione del Comune ha confermato che sta andando tutto bene e che le pianticelle sul fondale grazie alla loro estesa rete eviteranno l'erosione di fondale trattenendo i sedimenti. Una vera "nursery" ecologica per tutti i piccoli pesci che trovano nascondiglio e nutrienti per crescere. Ed è anche tutto pronto per l'arrivo delle circa 30 boe ecologiche, gavitelli speciali a disposizione dei diportisti che eviteranno così di calare l'ancora sul fondo che danneggia i fondali e estirpa le fanerogame così preziose per mantenere l'equilibrio dell'ecosistema marino.Un blitz con i gommoni dalla base del Marina Hannibal (a guidarli il direttore dell' yacht Club Loris Plet) prima nell'area della "piantagione" in mare delle fanerogame. Poi a meno di un miglio di distanza dove saranno sistemate le boe ecologiche. Una zona dove l'acqua è profonda tre metri, ma è così trasparente da far scorgere il fondale. Proprio di fronte all'Isola dei Bagni, poco distante dei caregoni. Il sito del turismo "slow" dei monfalconesi che vivono il mare e le bellezze naturali.

G.G.

 

Fondali marini protagonisti di "The Rocky Oceans Show" - alle 17.30 il terzo webinar di "Siamo in onda"
Quando il mare dà spettacolo. Tra emissioni gassose, piccoli "vulcani" e giardini di roccia sommersi. Saranno i fondali marini gli assoluti protagonisti, oggi alle 17.30, di "The Rocky Oceans Show", incontro su piattaforma Zoom organizzato da Wwf Area marina protetta di Miramare e Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale in occasione della Giornata mondiale della Terra. Moderato da Saul Ciriaco dell'Amp intende far scoprire cosa accade sott'acqua. L'incontro, aperto a tutti, può essere seguito in diretta sulle pagine facebook di Amp e Ogs. «Il ciclo di webinar "Siamo in onda" - spiega Paola Del Negro, direttore generale di Ogs - ha dato ufficialmente il via a un programma congiunto con Amp Miramare lanciato in occasione dell'avvio del Decennio del mare delle Nazioni unite per promuovere la conoscenza e la sensibilizzazione sul mare e gli oceani». «Festeggiamo la Giornata - anticipa il direttore dell'Amp, Maurizio Spoto - con interventi che parleranno di mare, in quanto il 70% della Terra è occupata dall'elemento blu. I relatori illustreranno le caratteristiche di un ambiente peculiare del Golfo di Trieste, quello di marea, abitato da animali abituati a vivere sia in ambiente aereo che acquatico. Nell'occasione verranno descritte le mappature svolte a Miramare da Stefano Furlani dell'ateneo giuliano». La ricercatrice Federica Donda dell'Ogs descriverà quindi uno dei fenomeni geologici marini più interessanti dell'Alto Adriatico: le emissioni di gas metano dai fondali che danno origine a gorgogliamenti nella colonna d'acqua e affioramenti rocciosi noti come "Trezze". Di questi "giardini di roccia sommersi" parlerà Diego Borme, ricercatore di Ogs che studia le formazioni rocciose al largo delle coste regionali: rappresentano veri e propri paradisi di biodiversità, caratterizzati dalla presenza di organismi di rara bellezza».

Gianfranco Terzoli

 

 

Il nostro pianeta ha lanciato l'ultimo appello sarà la rigenerazione oppure l'estinzione
Il fondatore di Slow Food: la pandemia è una sorta di risposta biologica con cui la natura ha tentato di aprirci gli occhi
Ogni anno in questo giorno di primavera si celebra la Giornata Mondiale della Terra. Una ricorrenza che ci ricorda di avere cura e attenzione per il pianeta che ci ospita, e che quest'anno mi piacerebbe fosse accompagnata anche da un sentimento di rigenerazione. Mi trovo infatti d'accordo con quella componente sempre più ampia del mondo scientifico, che sostiene che lo scatenarsi della pandemia, sia stata una sorta di risposta biologica con cui la nostra Terra Madre ha tentato di aprirci gli occhi sulle conseguenze del nostro sistema consumista, sulla profonda interconnessione del tutto e sulla comunione di destino a cui nessuno può sottrarsi. Ecco quindi che il fiorire della natura circostante, dovrebbe andare di pari passo con lo sbocciare nelle menti di nuovi valori e comportamenti che accolgano l'appello del pianeta e affrontino le problematiche che ci attendono. Risponderemo al cambiamento climatico con coerenza e rapidità? Realizzeremo un modello di sviluppo rigenerativo? Dismetteremo l'attuale sistema agricolo dipendente da input chimici e ad alto consumo di energie per praticare invece un'agricoltura attenta alle risorse, alla biodiversità e agli ecosistemi? Adotteremo stili alimentari consapevoli, che ad esempio scelgono la carne con meno frequenza e con più attenzione? Creeremo una società più giusta? Possediamo le conoscenze per agire in questo senso, ora dobbiamo avere anche la volontà di tramutarle in azioni. La storia e i fatti che stiamo vivendo ci dimostrano in modo chiaro che il vecchio paradigma basato su competitività e profitto è obsoleto. La prosperità infatti è vera solo se inclusiva. Ecco quindi che d'ora in avanti la strada per un futuro non solo felice, ma anche possibile, è quella in cui cooperazione, dialogo e beni comuni sono le direttrici da seguire. Solo così potremo davvero porre al centro la dignità umana e la salute del pianeta. Lasciatemi ora fare alcuni esempi affinché le mie non sembrino parole al vento, ma istanze concrete che dovranno diventare sempre più numerose. Negli ultimi anni sono aumentati i mercati contadini, i gruppi di acquisto e altre forme di distribuzione alternative a quella organizzata, che hanno favorito la creazione di relazioni e momenti di dialogo tra produttori e consumatori, con un maggior guadagno per i primi e un costo pressoché invariato per i secondi, ma con una merce più fresca, di stagione che non ha percorso innumerevoli chilometri. Cooperazione, trasparenza e solidarietà sono bisogni che cittadini via via più responsabili e informati, chiederanno a gran voce, anche alla grande distribuzione e al comparto online, che registra tassi di crescita impressionanti. In questo caso è la singola azienda a dover farsi garante di pratiche rispettose dell'ambiente e dei lavoratori, mettendo così il maggior potere di cui gode sul mercato al servizio della filiera. In un sistema interconnesso infatti, nessun attore è più importante dell'altro e il valore quindi, è vero solo se risorse, strumenti e conoscenze sono condivisi equamente tra tutti. Scuole, carceri, terreni confiscati alle mafie e periferie delle città sono poi altri luoghi dove, attraverso l'agricoltura sociale, si sta manifestando questo cambio di passo. Qui il cibo si fa bene comune, promuove la convivialità e diventa strumento di emancipazione per le fasce più deboli della popolazione. Quelle elencate sono trasformazioni dal basso, quando però sono supportate dalla politica (europea in questo caso), e diventano parte del green new deal, della strategia per la biodiversità o di quella per l'alimentazione, beh, allora forse la strada è proprio quella giusta. Ho parlato di cibo, ma la trasformazione sarà tale se questo pensiero ecologico e di umana cooperazione contaminerà ogni ambito della nostra vita acquisendo una valenza sociale, etica e politica. Solo così potremo dire di aver appreso la lezione che Terra Madre ci ha tragicamente impartito con la pandemia. Solo così salveremo l'umanità e le altre specie viventi dall'estinzione.

Carlo Petrini

 

Cambio climatico, Usa e Cina voltano pagina - E dall'Europa benefici per inquinare di meno
La visita a Shanghai dell'inviato di Washington, John Kerry, sblocca la cooperazione - Alla vigilia del vertice, il presidente Biden ribadisce la priorità della riduzione di emissioni
Venti milioni di persone il 22 aprile del 1970, accogliendo l'appello del senatore democratico Gaylord Nelson, invasero le strade delle città degli Stati Uniti per manifestare sul rispetto della Terra. Così nacque l'Earth Day, un evento che ad oggi rimane la più grande manifestazione civica della storia umana, come ricorda con orgoglio Kathleen Rogers, presidentessa della giornata internazionale che da allora si celebra ogni 22 aprile. Al centro del dibattito che ricorre sul tema c'è il cambiamento climatico, che ha visto affievolirsi le luci dei riflettori a causa dell'emergenza Covid19, ma che continua a correre. Anche perché nel 2021 le emissioni relative alla produzione di energia - la cui domanda globale è aumentata proprio per effetto della pandemia e del cambio delle nostre abitudini - dovrebbero aumentare di 1, 5 miliardi di tonnellate, stando alle previsioni dell'Agenzia Internazionale dell'Energia. Con questa doverosa premessa, assume più rilevanza la recente notizia su USA e Cina che si impegnano a cooperare sulla pressante questione del climate change. Una cooperazione annunciata dopo la visita a Shanghai dell'inviato speciale statunitense per il clima John Kerry, assegnato al ruolo dal presidente americano Joe Biden, desideroso più che mai di riportare il suo Paese sulla giusta carreggiata, dopo il periodo negazionista del suo predecessore Donald Trump. È stato lo stesso Kerry, assieme al suo pari cinese Xie Zhenhua, ad annunciare che States e Dragone sono impegnati a cooperare tra loro e con altri paesi per affrontare la crisi climatica «con la serietà e l'urgenza che richiede». Parole importanti, che arrivano alla vigilia del vertice sul cambiamento climatico, fortemente voluto proprio da Biden, per dare una decisiva spinta alla riduzione delle emissioni. Quaranta leader, tra cui il presidente cinese Xi Jinping, si incontreranno in videoconferenza due giorni, simbolicamente proprio dal 22 aprile. Quasi un anticipo di Cop26, la Conferenza ONU sul clima in programma a Glasgow a novembre, sotto la presidenza del Regno Unito. E proprio il premier britannico Boris Johnson, anche per non perdere terreno con gli altri due «giganti», ha annunciato che la Gran Bretagna vuole fare la sua parte, tagliando il 78% delle emissioni entro il 2035. In attesa dell'esito del vertice, dunque, le potenze si muovono. Tornando agli USA, è importante sottolineare che dai primi giorni dopo il suo insediamento, Biden ha reso il clima una priorità assoluta, riportando gli Stati Uniti dentro l'Accordo di Parigi 2015. Ha promesso che gli USA passeranno a un settore energetico privo di emissioni entro 14 anni, e che avranno un'economia priva di emissioni entro il 2050. Xi Jinping invece già lo scorso anno annunciò che la Cina sarebbe stata a impatto zero entro il 2060, con un importante obiettivo intermedio di taglio delle emissioni entro il 2030. Proclami forti, che infondono ottimismo, sentimento che pervade l'Earth Day 2021, come ha spiegato proprio la presidentessa Rogers: «Al centro della Giornata della Terra 2021 c'è l'ottimismo, un sentimento assolutamente necessario in un mondo devastato sia dal cambiamento climatico che dalla pandemia». Bene allora l'ottimismo, ma attendiamo mosse decisive, come quella annunciata dal Commissario europeo Paolo Gentiloni, che, proprio alla vigilia dell'Earth Day, ha spiegato di voler riformulare le tasse sull'energia per ridurre le emissioni del 55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990, e raggiungere la neutralità climatica al 2050. Obiettivi ambiziosi. Consapevoli che, per salvare l'unica Terra che abbiamo, occorrono anche quelli.

Alfredo De Girolamo

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 21 aprile 2021

 

 

L'aula compatta: «Si riapra il parco di villa Necker» - ok unanime alla mozione del centrosinistra
Il parco di Villa Necker ha tenuto banco durante il Consiglio comunale di ieri. L'aula ha approvato all'unanimità una mozione urgente del centrosinistra in cui si chiede al sindaco di convocare «le associazioni che hanno espresso disponibilità a collaborare, per aprirlo al pubblico, e valutare con loro come concretizzare ciò». Allo stesso scopo, si vuole che l'amministrazione cittadina intervenga nuovamente con il Demanio militare. Primo firmatario del testo - sottoscritto anche da Italia Viva, Open e Cittadini - è il consigliere del Pd Giovanni Barbo. Durante il dibattito si sono espressi favorevolmente pure esponenti del centrodestra: ad esempio Marco Gabrielli, che ha lasciato la Lista Dipiazza per guidare la civica Cambiamo, o Michele Babuder di Fi. Il forzista ha ricordato di aver già presentato sul tema un'interrogazione al sindaco Roberto Dipiazza e all'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, tirando in ballo anche lo stallo delle aree di pertinenza del bagno militare, a Miramare. In generale sono state approvate varie mozioni, tra cui quelle riguardanti sicurezza stradale in prossimità delle scuole (Barbara Dal Toè della Lega); tutela del Teatro L'Armonia (Salvatore Porro di FdI); dipendenza da computer e smartphone (Michele Claudio della Lega). Pur esprimendosi a favore, Paolo Menis del M5s ha definito «pleonastica» la mozione di Dal Toè. Poi il clima è cambiato e la seduta si è conclusa in bagarre. «La maggioranza ha chiuso i lavori - è l'attacco, a margine, della capogruppo Pd Fabiana Martini - per non discutere la stigmatizzazione del gesto del vicesindaco Polidori, riguardo la persona senza fissa dimora. Scandaloso poi che si usino due pesi e due misure nella conduzione dell'aula». In precedenza erano passate alcune delibere su debiti fuori bilancio, tra cui i 23.472 euro necessari a mettere in sicurezza i solai delle scuole primarie Laghi, Manna e Rossetti, opere già eseguite. In fase di "question time" c'è stato inoltre un botta e risposta tra l'assessore all'Educazione, Angela Brandi, e la dem Valentina Repini, sull'attesa distribuzione del quaderno didattico "Skratkov zvezek-Il quaderno del folletto" nelle sezioni slovene delle scuole dell'infanzia comunali.

Lilli Goriup

 

 

A2A: «Il turbogas diminuirà le emissioni»
Polveri sottili «sostanzialmente nulle» e l'anidride carbonica «passerà da 884 kg a 323 kg per megawattora prodotto»
Le emissioni di polveri sottili, cosiddette Pm 2.5, «non aggraverebbero l'attuale situazione» e la produzione in atmosfera di anidride carbonica «verrà significativamente ridotta». Quanto alla realizzazione del metanodotto, in particolare lungo il tratto di area carsica interessato dal Biotopo del Lisert, di alto valore naturalistico, «non soffrirà impatti» sia sotto il profilo ambientale che in fatto di habitat delle specie protette. Non ultimo, la questione occupazionale: «Verranno mantenuti gli stessi livelli». Sono i principali aspetti sui quali l'azienda A2A Energiefuture concentra l'attenzione. Ciò sulla scorta delle ulteriori documentazioni fornite in seguito alle quali il Ministero aveva avviato, lo scorso 12 marzo, una nuova consultazione pubblica, per la quale è in corso la procedura di Valutazione di impatto ambientale (Via) legata al progetto di realizzazione dell'impianto a metano a ciclo combinato. Il Comune di Monfalcone ha a sua volta inoltrato le proprie osservazioni argomentando, come già dichiarato, nell'esprimere parere non favorevole rispetto alla compatibilità dell'opera, ritenendola «non sostenibile rispetto al territori in cui verrebbe ad insediarsi». In particolare, ha rilevato che le emissionni di polveri sottili Pm 2.5 con la prospettata centrale a gas «risulterebbero sostanzialmente equivalenti rispetto alla centrale a carbone funzionante con le regole dell'Autorizzazione intergrata ambientale attualmente vigenti». Nè cambierebbe per il Comune la quantità di emissioni di anidride carbonica. Sempre il Comune ha parlato di «impatti geologici che avrebbero eventuali trivellazioni e attività di interramento del metanodotto», facendo riferimento a falde, corsi d'acqua sotterranei, nonché rilevando la delicatezza dell'area speciale del Biotopo del Lisert.L'azienda, invece, evidenzia prospettive ben diverse. A partire da una premessa: «Per l'impianto a metano a ciclo combinato - spiega - A2A ha proposto unn progetto di riconversione che prevede l'impiego delle migliori tecnologie disponibili, che sono in grado di garantire un significativo miglioramento della qualità dell'aria grazie ad una riduzione di tutte le emissioni». Entrando nel dettaglio delle polveri sottili, evidenzia come «le emissioni di Pm 2.5 delle centrali a turbogas sono "sostanzialmente" nulle, quindi la nuova centrale non apporterebbe un aggravio della situazione attuale, che peraltro non presenta criticità, come rilevato dalle centraline di monitoraggio gestite in zona dall'Arpa Friuli Venezia Giulia». Veniamo alle emissioni di anidride carbonica. A2A Energiefuture osseva: «Grazie al maggior rendimento garantito dalla nuova centrale a gas, sarà possibile ridurre in maniera significativa l'emissione di CO2 che passerebbe dagli attuali 884 kg a 323 kg per megawattora prodotto. Per quanto non esistano valori limite di legge per le emissioni di anidride carbonica - aggiunge -, A2A ha scelto di allinearsi al target di riduzione delle emissioni definito dalla Science Based Targets Initiative, diminuendo il fattore di emissione di CO2 al 2030 del 47% rispetto al 2017». Insomma, A2A Energiefuture ritiene come il progetto presentato tenga conto della minimizzazione degli impatti proprio a fronte del ricorso di tecnologie d'avanguardia, le migliori disponibili per questa tipologia di impianti.In relazione alla conduttura, l'azienda afferma: «Le attività di posa del metanodotto verranno gestite con la massima attenzione, al fine di minimizzare qualsiasi possibilità di interferenza con le falde acquifere e i corsi d'acqua sotterranei. Il progetto prevede inoltre l'utilizzo di tecnologia trenchless, che consente di evitare scavi e di salvaguardare gli habitat caratterizzati dalla presenza del grillo Zeuneriana marmorata». La tecnologia "senza trincee" permette di non ricorrere agli scavi a cielo aperto evitando le manomissioni di superficie ed eliminando così pesanti e negativi impatti sull'ambiente sia naturale che costruito, sul paesaggio, sulle strutture superficiali e sulle infrastrutture di trasporto. L'azienda ricorda che «come da accordo siglato il 12 marzo 2020 tra A2A e i sindacati, il progetto prevede di mantenere gli attuali livelli occupazionali». Infine si osserva: «A2A ha espresso più di una volta e in tutte le sedi disponibili, la piena volontà di investire nel territorio di Monfalcone con le migliori tecnologie, attuali e future, garantendo ai cittadini e ai suoi dipendenti la massima cura dell'ambiente e della salute, secondo le norme di legge. La nostra intenzione è quella di partecipare allo sviluppo dell'area, affiancando le istituzioni locali e tutte le organizzazioni territoriali che, come noi, hanno a cuore lo sviluppo sostenibile del nostro Paese».

Laura Borsani

 

 

Mare arancione, esperti di tre enti in campo
Sotto esame la massiccia presenza della microalga Noctiluca scintillans, in concomitanza con quella delle meduse
Ampie strisce color arancione, tendenti al rosso, hanno invaso ieri le acque di Grignano e di Miramare. Che sarà mai? È sempre lei, Noctiluca scintillans, una microalga che di notte diventa luminescente e che già dai primi di aprile è presente sotto costa in questa zona di Trieste. Il volume di quest'organismo predatore, non pericoloso per l'uomo, si è però espanso a vista d'occhio nelle ultime ore, lasciando perplessi anche i ricercatori locali. Che non solo studieranno le cause di questa abbondante fioritura, ma anche la concomitanza con la sciamatura di meduse, Rhizostoma pulmo, ancora numerosissime in questi giorni in Adriatico. Noctiluca scintillans si presenta di solito in periodo primaverile, ma la fioritura è un fenomeno comunque raro. A Trieste, l'ultimo avvistamento precedente risaliva al 2017, sempre in aprile, a Muggia. Ad analizzare il fenomeno sono scesi in campo l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale (Ogs), l'Agenzia regionale per la Protezione dell'ambiente del Friuli Venezia Giulia (Arpa) e l'Area Marina protetta di Miramare (Amp), con puntuali campionamenti e conseguenti analisi accurate. Oltre a spiegare che Noctiluca scintillans è un'alga unicellulare, appartenente al gruppo tassonomico dei Dinoflagellati, viene sottolineato che è una specie prevalentemente eterotrofa ovvero si nutre di altri organismi. Ma perché si sia presentata in forma così massiccia è appunto ancora da approfondire. Per l'Arpa il motivo riguarda, oltre il periodo dell'anno, l'aumento della temperatura e l'apporto di nuovi sali nutritivi, che giungono attraverso l'azione delle piogge e dello scioglimento delle nevi. Una tesi che Marina Cabrini, prima ricercatrice dell'Ogs, non smentisce ma che preferisce ancora studiare. «È da fine marzo che mi arrivano segnalazioni di acque rosse di questa microalga», spiega la studiosa, che si occupa assieme ai colleghi da molto tempo della dinamica della comunità fitoplanctonica del golfo di Trieste. Inoltre in Ogs è presente l'unica preziosa collezione italiana di microorganismi marini. «Questa fioritura è stata avvistata prima a Marano, a fine marzo - prosegue -. Mi sorprende però questa lunga e ben distribuita concentrazione, visibile solo quando è molto abbondante e colora le acque di rosso». E aggiunge: «Qui è favorita anche dalle correnti. Bisogna studiare il fenomeno mettendo in relazione la presenza delle cellule con i dati di temperatura, salinità e i nutrienti. Curioso comunque che avvenga questo episodio dopo la sciamatura di meduse». Quel che è certo, appunto, è che la microalga non è pericolosa per l'uomo. «Casomai è dannosa per gli altri organismi - aggiunge Cabrini -, perché respira ossigeno e potrebbe essere causa di ipossia o anossia con eventuale rischio di moria. In passato ci sono stati fenomeni simili». «In condizioni particolari - specifica poi Maurizio Spoto, direttore dell'Amp - viene anche elencata come alga tossica per la fauna marina, specialmente i pesci, per la secrezione di ammoniaca all'esterno attraverso i suoi vacuoli e per il consumo di ossigeno». E questa estate, come sarà il mare? «Non sappiamo dire quanto durerà questa fioritura di Noctiluca scintillans - conclude Cabrini -, di solito sono fenomeni che in linea di massima durano un mese».

Benedetta Moro

 

 

Alle 18.30 - La flora marina del mare di Trieste

Oggi, alle 18.30, il Centro Culturale Veritas, propone una videoconferenza dedicata a Josef Ressel. Si parlerà de "La flora marina di Trieste: rischi e opportunità di sviluppo sostenibile" con Annalisa Falace, algologa e professore all'Università di Trieste. Per partecipare su zoom, scrivere a centroveritas@gesuiti.it. La conferenza si potrà vedere in diretta sulla pagina facebook del Centro Culturale Veritas.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 20 aprile 2021

 

 

Nuovi percorsi ciclabili fra Rive e Porto vecchio e piazza Foraggi-Muggia
Corsia pronta sulla bretella da largo Città di Santos a piazza Duca degli Abruzzi - Obiettivo prolungarla verso l'antico scalo entro l'estate. Poi si passa in periferia
Tanti, ieri, i pedoni e i ciclisti che si sono diretti da piazza Libertà alle Rive e viceversa attraverso il nuovo tratto ciclopedonale realizzato accanto al parcheggio del molo IV. Una corsia molto ampia, asfaltata, protetta dai panettoni in cemento, e con la segnaletica orizzontale a indicare la bidirezionalità. Un intervento realizzato in tempi rapidi dal Comune, iniziato giovedì e concluso sabato. E l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli annuncia ulteriori novità per gli amanti della due ruote: un collegamento a breve tra il Porto vecchio e la stessa bretella appena ultimata, e i lavori previsti sull'asse piazza Foraggi-Muggia. Ieri mattina molti hanno testato la novità fra largo Città di Santos e piazza Duca degli Abruzzi con soddisfazione, sia chi è passato per caso, abituato a muoversi in città pedalando, sia chi percorre ogni giorno quel pezzo di strada, come i pendolari che utilizzano il treno per spostarsi fuori città, e lasciano la bici nella zona della stazione, o chi posteggia la propria auto nell'area del molo IV o in altri parcheggi vicini, per recarsi poi al lavoro nel centro cittadino. Alcuni hanno apprezzato in particolare le due direzioni di marcia, che consentono di muoversi anche verso piazza Libertà, senza il pericolo di farlo contromano, come accadeva prima dei lavori. Per altri poi l'opera ha permesso anche di evitare le soste selvagge di molti veicoli, che solitamente venivano lasciati alle spalle degli edifici che si affacciano su corso Cavour. «Era un intervento molto richiesto dai cittadini - rileva Giulio Bernetti, direttore del Dipartimento Territorio, Economia, Ambiente e Mobilità del Comune - che poi si collegherà idealmente con la ciclabile delle Rive, anche se prima saranno necessari un confronto con l'Autorità portuale e la conclusione dei lavori in atto sul Ponte bianco. La bretella poi sarà collegata, dall'altra parte, con l'ingresso del Porto vecchio». E su quest'ultimo ulteriore aspetto l'assessore Luisa Polli intende accelerare sui tempi. «Auspico si possa realizzare prima dell'estate - sottolinea - per consentire alle persone di utilizzare ancora di più l'area del Porto vecchio, già molto amata da tanti sportivi, ma anche per permettere alla gente di andare al mare, a Barcola, in bicicletta, in tutta sicurezza. Spero sia possibile farlo rapidamente anche se - precisa - bisogna fare i conti con gli appalti e le procedure burocratiche necessarie». Il tratto appena concluso è stato oggetto di diversi sopralluoghi in passato, prima del via libera della scorsa settimana. «Una prima visita sul posto - ricorda Polli - era stata fatta nel 2017 e poi ancora nel 2018. C'era la presenza di un cantiere, accanto al teatro Miela, e abbiamo aspettato la sua conclusione e la rimozione dei materiali. Appena è stato possibile avviare i lavori, lo abbiamo fatto e tra asfaltatura e segnaletica tutto è stato portato a termine in tre giorni». E l'assessore anticipa anche altre novità in tema di spostamenti sostenibili, relative a una zona più periferica: «Contestualmente ai lavori di sistemazione della galleria di piazza Foraggi si procederà anche con la realizzazione della ciclabile - annuncia - che proseguirà poi su via Flavia, anche se per questo obiettivo in particolare dovremo valutare ogni dettaglio insieme alla Regione. L'idea è di preferire, per una parte del tracciato, via Caboto, per evitare di percorrere tutta via Flavia, che è un'arteria particolarmente trafficata, ma al momento - precisa - sono considerazioni che stiamo esaminando, prima dell'ok definitivo». Tornando a piazza Foraggi, una direttrice ciclabile sarà a carico dei nuovi proprietari dell'ex Fiera che, in accordo con il Comune, dovranno assicurare un tratto dal comprensorio alla galleria. «Per quanto riguarda invece viale D'Annunzio - aggiunge l'assessore - nel Pums, Piano urbano della mobilità sostenibile, è prevista una percorribilità ciclabile. Stiamo esaminando alcune proposte perché non si potranno togliere i parcheggi della zona, che sono importanti per i residenti. Stiamo studiando quindi la soluzione migliore, insieme ai nostri uffici».

Micol Brusaferro

 

«L'assetto è ok» - la bidirezionalità
Tra i primi a imboccare il nuovo tratto ciclopedonale ieri Giulia Giubini. «Ho iniziato a utilizzare la bicicletta nel periodo del lockdown - racconta -, abito sulle Rive e ho scoperto che è comodo spostarsi così. Sono passata di qua già nei giorni scorsi, quando stavano ancora lavorando. È un'ottima soluzione, anche perché è bidirezionale».

 

«Basta con l'auto» - dall'inghilterra in città
«Soluzione molto utile - commenta Matthew Story, inglese trasferito un anno fa a Trieste - ormai giro solo pedalando, perché la mia patente non è più valida dopo la Brexit, ma in generale mi piace muovermi così. Sono venuto a vivere a Trieste per amore - racconta -: la mia ragazza abita qui, è una bella città, mi trovo bene e mi sposto in bici facilmente».

 

«Il passo in più» - l'assessore
«L'auspicio è di collegare la nuova bretella ciclopedonale all'ingresso del Porto vecchio entro l'estate - dice l'assessore Luisa Polli - per rendere più facile il tragitto di chi vorrà andare al mare, a Barcola, in bicicletta, e anche per far conoscere e vivere ancora di più ai cittadini la zona del Porto vecchio, già molto amata da chi fa sport».

 

«Scelta sbagliata» - la FIAB Ulisse
Critico, a proposito della nuova bretella ciclopedonale bidirezionale realizzata nei giorni scorsi nel tratto fra largo Città di Santos e piazza Duca degli Abruzzi, è Luca Mastropasqua, presidente di Fiab Trieste Ulisse. Critico «perché - afferma - continua la scelta del Comune di mettere in conflitto pedoni e ciclisti su percorsi promiscui».

 

«Il sogno Costiera» - Menis del M5S
Paolo Menis, consigliere comunale del M5s, a sua volta amante degli spostamenti in bicicletta, rivela il suo sogno nel cassetto, «che va oltre la ciclabilità urbana, anche se riguarda le biciclette in parte». Si tratterebbe infatti di «chiudere la strada Costiera un paio di domeniche all'anno e riservarla a pedoni, corridori e ciclisti».

 

I tre profili tariffari - l'azienda
Dal 25 marzo scorso Trieste Trasporti ha assunto la gestione del servizio di bike sharing in città. La società ha definito tre profili tariffari a seconda del tipo di utilizzo. Nelle prime due settimane di "governo" delle 12 ciclostazioni sul territorio, sono stati circa tremila i prelievi di mezzi a due ruote da parte dell'utenza.

 

Stazioni del bike sharing utilizzate tremila volte nel giro di due settimane - La gestione a Trieste Trasporti dal 25 marzo
Il bike sharing a Trieste conquista sempre più persone. Gli ultimi dati disponibili sono quelli forniti dalla Trieste Trasporti, che dal 25 marzo gestisce il servizio. Nelle prime due settimane di attività - fino all'11 aprile - sono state 943 le bici movimentate e quasi 3 mila i prelievi dalle varie stazioni a disposizione. La fascia oraria preferita dai triestini è quella dalle 16 alle 20. La base più gettonata è quella di piazza Libertà, ma piacciono molto anche Barcola e gli stalli di via Rossetti. Aumenta sempre più il gradimento anche di chi si serve delle bici presenti in Porto vecchio. A utilizzare il servizio, che conta complessivamente su un centinaio di mezzi e 12 ciclostazioni, sono persone di tutte le età, che scelgono di pedalare per recarsi al lavoro o semplicemente per girare la città. In questo periodo il picco è stato raggiunto sabato 10 aprile, quando si sono registrati 83 bici movimentate e 373 prelievi. Tra i percorsi più frequenti quello tra piazza Libertà e Barcola, ma spesso chi preleva la due ruote davanti alla stazione ferroviaria, la riporta poi nello stesso stallo, funzionale anche a chi arriva a Trieste in treno. Frequentato poi l'asse piazza Libertà-Porto vecchio, magari per una pedalata più breve. Per utilizzare il bike sharing è fondamentale la registrazione. Tutte le informazioni sono presenti in ogni ciclostazione, sul sito www.bicincitta.com o scaricando l'app Bicincittà, disponibile per dispositivi Android e iOS. È possibile scegliere fra diversi profili tariffari. Il primo, dedicato a chi usa con maggiore frequenza il servizio, è un abbonamento annuale al costo di 12 euro, oltre a 3 di ricarica, che prevede il noleggio sempre gratuito nei primi 30 minuti, un costo di 50 centesimi ogni mezz'ora, fino alle prime due ore, e di un euro ogni mezz'ora dalla terza ora in poi. La seconda opzione è pensata per chi si serve della bici occasionalmente, l'iscrizione è gratuita e illimitata e c'è una ricarica minima di 5 euro, mentre il noleggio, dopo la prima mezz'ora a 50 centesimi, costa un euro ogni mezz'ora o frazione di mezz'ora. C'è poi una terza possibilità di scelta, mirata più alla clientela turistica, con un utilizzo di 24 ore, per 8 euro, senza abbonamento, e una durata massima, all'interno delle 24 ore, di 360 minuti.

MI. B.

 

I consiglieri comunali ogni giorno in sella: «Si creino altri spazi riservati alle due ruote»
La dem Martini: «Sì alle bike lane in viale D'Annunzio e via Giulia» - Babuder di Fi: «Park Bovedo e oltre alternativa a viale Miramare»
La dem Fabiana Martini si definisce una ciclista urbana del quotidiano. La bici è il mezzo preferito dal forzista Michele Babuder per raggiungere il posto di lavoro ogni mattina. Predilige invece quella da corsa il pentastellato Paolo Menis. Sono i tre consiglieri comunali più avvezzi a muoversi in bicicletta tra la città e il Carso. Da veri e propri bike lover, sanno quindi bene quali sono le criticità su cui lavorare e le proposte da avanzare quando si parla di mobilità per le due ruote a Trieste. Ecco così che la bici diventa un buon argomento di sostanziale unione anziché di divisione, nonostante le differenti idee politiche. Tra le idee avanzate, Martini punta molto su tratti stradali dedicati soltanto a autobus e bici in entrambe le direzioni, a partire da un progetto sperimentale. L'esempio è via Mazzini. Altre arterie cittadine, prosegue poi, come viale D'Annunzio o via Giulia, «possono invece accogliere con un progetto ad hoc delle bike lane monodirezionali, che favorirebbero anche l'eliminazione dei parcheggi in doppia fila». Non manca poi uno sguardo verso una maggiore diffusione delle cosiddette zone 30, dove tale numero sta per il limite di velocità a cui devono sottostare i mezzi a quattro o due ruote, favorendo quindi una maggiore sicurezza per i ciclisti che vi circolano. E poi, oltre ad aumentare le rastrelliere per le bici, «bisogna potenziare la sensibilizzazione nelle scuole con l'educazione alla mobilità tenuta dalla Polizia locale». Nell'uso quotidiano della bici però Martini ha anche notato come «in questi cinque anni purtroppo, nonostante gli impegni presi, non è stato fatto tanto per la mobilità a due ruote, direi che questa giunta "no xe per bici"».È dal 2017 invece che Babuder, amante pure della mountain bike, sostiene un'alternativa all'attuale pista ciclabile di viale Miramare, proposta con una mozione ma mai realizzata, che colleghi il tratto che dai centri nautici di Barcola va fino alla nuova rotonda, passando per il park Bovedo, quindi nel lato interno di Porto vecchio. «Anche perché l'altra ciclabile, oltre a essere monodirezionale, è in alcuni punti molto danneggiata dalle radici degli alberi», commenta il consigliere. A questa idea, aggiunge anche la necessità di favorire «un percorso di collegamento tra quelli realizzati recentemente (vedi via Trento e Rive) verso il viale XX Settembre, ma non così impattante come era stato previsto dall'amministrazione precedente e garantendo comunque un'unione verso il rione di San Giovanni». Un occhio poi, come sottolineato da Martini, va a quei ciclisti indisciplinati «che considerano i marciapiedi e le zone pedonali come velodromi e che mettono a repentaglio la sicurezza di chi cammina: per questo - conclude - ci vogliono maggiori controlli da parte della Polizia locale, soprattutto a mezzo delle due ruote». Sulla bici da corsa o in mountain bike, Menis enfatizza la richiesta di «aumentare gli stalli per biciclette e i chilometri di corsie ciclabili, facendo in modo che le automobili non vi sostino abusivamente». Ma tra gli spunti c'è anche quello dell'aumento del numero delle stazioni di bike sharing, in particolare dalla Pineta di Barcola in poi. E infine un sogno nel cassetto, «che va oltre la ciclabilità urbana, anche se riguarda le biciclette in parte. Chiudere la strada Costiera un paio di domeniche all'anno e riservarla a pedoni, corridori e ciclisti».

Benedetta Moro

 

 

Rilancio del Mercato coperto: l'idea Gal Carso per il progetto
Il vicesindaco Polidori apre al coinvolgimento prospettato dalla consigliera dei Cittadini Bassa Poropat. Il presidente dell'agenzia Pizziga: «Siamo pronti»
Coinvolgere il Gal Carso nella progettazione del Mercato coperto. E perché no? Al vicesindaco Paolo Polidori piace l'idea emersa ieri in commissione. Idem per David Pizziga, presidente dello stesso Gal. Avendo tra le sue deleghe quella ai mercati, Polidori si è confrontato con la terza commissione consiliare presieduta da Massimo Codarin della Lista Dipiazza, su di un tema entrato ormai a pieno titolo non solo nel dibattito cittadino, ma anche nella campagna elettorale per il voto amministrativo. Il Gal è «un'agenzia di sviluppo economico e sociale del territorio in Italia di Carso e Istria», si legge sul sito web dell'ente. Tra i suoi compiti «aiutare privati e aziende, facendoli interagire tra loro e con le istituzioni, nonché sostenendo i privati in percorsi di progettazione». Ma pure favorire «concretamente i progetti utili allo sviluppo del territorio, di concerto con Regione e Unione europea». La proposta di chiamarlo in causa, nel merito dell'edificio di via Carducci, è arrivata da Maria Teresa Bassa Poropat dei Cittadini: «In passato produttori di vino e olio avevano già cercato uno spazio espositivo in città, si potrebbe rilanciare il tutto». Polidori le ha risposto: «Il Gal è di certo accreditato per portare avanti il discorso che, di base, stiamo facendo tutti: valorizzare i prodotti della nostra terra. Non solo Trieste e Venezia Giulia, ma anche Collio, Slovenia o Istria. La Mitteleuropa». Il vicesindaco ha ribadito che secondo lui «deve comunque intervenire un privato, che faccia squadra con chi gestisce, costruisce, propone o fa il marketing, in modo che il Comune abbia un interlocutore unico per il project complessivo». Ponendo l'accento sull'Istria e sul fare squadra, ha assecondato due osservazioni, da parte di Antonella Grim (Italia Viva) e Sabrina Morena (Open). «Il Comune offre la cornice - ha continuato il vicesindaco -. E, nei limiti delle sue competenze, una strategia complessiva: il passo che manca da compiere».A questo proposito, Polidori a margine annuncia che «a brevissimo» cercherà il Gal, coinvolgendo l'assessore comunale alle Attività economiche Serena Tonel. Contattato per un commento, il presidente dell'agenzia, Pizziga, a sua volta fa sapere: «Noi siamo pronti. Ci siamo confrontati e le idee sono tante. Possiamo senz'altro aiutare le aziende del Carso, che vogliano andare a insediarsi all'interno del Mercato, e dare una mano con la progettualità. Vanno poi coinvolte le associazioni cittadine di punta, commercianti, artigiani, albergatori, ristoratori, e alcune banche. C'è il marchio "Io sono Fvg", creato dalla Regione per raccogliere in un'unica vetrina promozionale i prodotti tipici. C'è il modello del Chelsea Market a New York, dove si sceglie il pesce che ci si fa cucinare sul posto: tra consorzi di pescatori o Prunk, per i cevapcici, qualcosa di simile mi sembra fattibile». Tornando alla seduta, sono intervenuti inoltre Michele Claudio (Lega), Roberto De Gioia (Futura), Guido Apollonio (Forza Italia) e Salvatore Porro (Fratelli d'Italia). Il comandante della Polizia locale, Walter Milocchi, ha risposto ai quesiti tecnici. «Noi vorremmo il mercato della Mitteleuropa - afferma infine Daniela Rossetti, referente provinciale di Azione, tramite un comunicato - o in alternativa dei popoli triestini, valorizzando anche le cucine serba, greca, ebraica e così via»

Lilli Goriup

 

Villa Stavropulos: al vaglio la possibilità di aprire il parco alla cittadinanza - La seduta della Commissione Trasparenza
Si riaccendono le luci sul futuro di Villa Stavropulos. Dalla seduta della Commissione Trasparenza di ieri è emerso un intento comune di trovare una destinazione sostenibile per la dimora lasciata in eredità dal mecenate greco al Comune nel 1962. Stavropulos, al fine di garantire il mantenimento della villa, lasciò in eredità anche il condominio di via Franca 16. Nel testamento vennero inseriti diversi vincoli. Da un lato la destinazione culturale dell'immobile e dall'altro il fatto che lì fossero escluse attività commerciali di natura accessoria, come quella, ad esempio, di una caffetteria.«Il problema sono i costi di gestione - ha spiegato il responsabile della Gestione patrimonio immobiliare Luigi Leonardi - calcolando che dal 1998 al 2016 i proventi delle locazioni di via Franca sono stati pari a un milione e 65 mila euro, mentre le spese sostenute dal Comune nello stesso arco per quella villa, inclusa la messa in sicurezza della scarpata, ammontano a un milione e 250 mila euro. Servirebbe ridurre dei vincoli per consentire anche un po' di attività accessoria che aiuti a sostenere i costi: abbiamo chiesto un parere all'Avvocatura». L'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, accogliendo la proposta della consigliera di Sel Sabrina Morena, si è detto disponibile a una valutazione con il Verde pubblico per una parziale fruizione del parco: «Massima collaborazione per far riconquistare ai cittadini quegli spazi, e tappeti rossi a chi si fa avanti per un progetto di gestione». «Spero davvero - ha sottolineato la presidente della Trasparenza Antonella Grim - che questa seduta sia servita a far comprendere le potenzialità della villa alla giunta: ora cerchiamo di mettere in campo le energie necessarie e sostenere il comitato che si è costituito in difesa di quella dimora». Maria Stella Malafronte, a nome del comitato, ha chiesto che «venga fatto qualcosa per la villa: sarebbe una cattiva pubblicità per chi intende lasciare qualcosa al Comune».-

Laura Tonero

 

 

Il Pd avverte Cisint sul progetto A2A «Dice di no a investimenti e lavoro»

Il segretario provinciale Moretti sulla riconversione, ma Legambiente la boccia
Mi offende, perché ha paura. In spinta sintesi, Diego Moretti, la pensa così. E dopo la «reazione, del tutto sguaiata e fuori luogo, condita dalle solite false accuse» che «dimostrano le difficoltà», al sindaco Anna Cisint il capogruppo regionale e segretario provinciale del Pd chiede su A2A: «Perché dire di no a 500 milioni di euro di investimenti a Monfalcone nei prossimi due anni, con la prospettiva di creare un centinaio di nuovi disoccupati?». E ancora: «Ha un'alternativa della stessa portata? Il sindaco, invece di accusarmi, risponda a questo». Figurarsi se non replicherà. Da un anno, infatti, Cisint sostiene che, lasciando spazi al porto, portando la crocieristica, potenziando la nautica da diporto, dal cilindro sarà capace di tirare fuori altro che cento posti: ben di più. Ma la partita sulla Monfalcone che verrà, pure da un punto di vista occupazionale, tiene banco. E sull'escavo Moretti non accetta quelle che definisce intimidazioni. «Lascio stare gli squallidi riferimenti personali e professionali che il sindaco ha voluto fare nei miei confronti perché rappresentano il classico atteggiamento di chi è debole, ha paura del confronto e non accetta il dissenso - attacca -. Accusarmi di "remare contro" lo sviluppo del territorio non sta in piedi. Sull'escavo ho detto, e ribadisco, che dopo 23 anni di continui tira e molla tra enti, un parere molto circostanziato del provveditorato delle opere pubbliche che di fatto impone un nuovo progetto, la mancata consegna delle aree e per aggiungerci le costanti "attenzioni" da parte della Procura, l'incontro romano non ha risposto a nessuna delle questioni in campo». Quindi «di fronte al rischio serio di dover cambiare progettazione e far ripartire l'iter dell'escavo da zero ho ritenuto corretto porre il tema, visti i tempi ancora indefiniti» e cioè: «Forse i 16 milioni della Regione andrebbero svincolati da subito a favore di altri interventi per Portorosega». Mentre sulla «ZLS, che forse conosco meglio di lei», Moretti rammenta come «lo strumento sia nato con il governo Gentiloni e il primo atto in Regione frutto di una delibera di giunta del 2018»; di più: «Come Pd - dice - stiamo seguendo l'argomento da allora, sollecitando la Regione a intervenire, tant'è che a luglio 2020, su mia iniziativa, è stata approvata all'unanimità una mozione, la 185, che prevede per il Fvg l'attivazione della zona logistica semplificata: tema che sarà portato con il Recovery plan della Regione». «Di tutto - termina Moretti - mi si può accusare, non certo di "remare contro" lo sviluppo del territorio». Ma su A2A interviene anche Legambiente, bocciando le integrazioni alla Via della centrale: «Oggi ogni nuovo investimento nel gas naturale è una sottrazione di risorse alla transizione energetica, alle fonti rinnovabili e a scapito dello sviluppo economico e del futuro del paese». Ancora: «Le integrazioni non affrontano il problema di fondo, cioè l'assoluta necessità di imprimere una svolta al modo di produrre energia in Italia». Legambiente rileva si debbano escludere nuove realizzazioni di centrali a gas naturale, evitando, al contempo, «operazioni di dubbia efficacia come quelle di addizionare il gas con percentuali di idrogeno che, nel caso locale, sembrano più un tentativo di acquisire accettabilità a livello politico e sociale che un credibile piano».

Tiziana Carpinelli

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 19 aprile 2021

 

 

Opzione Porto vecchio per la sede dell'Ogs
Prima riunione operativa con il Comune. Richiesti grandi spazi e vicinanza al mare. L'assessore Tonel: «Via ai sopralluoghi»
Al via una settimana di sopralluoghi che vedranno impegnati Comune di Trieste e Ogs, con l'obiettivo di valutare nuovi spazi dove poter trasferire l'attività di tutte le sedi dell'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale. Tra i siti più papabili c'è il Porto vecchio, che ben si sposa con due delle principali richieste avanzate dai ricercatori: poter contare su un edificio molto grande e la vicinanza con il mare. Nei giorni scorsi la prima riunione operativa si è svolta tra il presidente di Ogs Nicola Casagli, il direttore generale Paola Del Negro, il sindaco Roberto Dipiazza e l'assessore comunale alle Attività economiche Serena Tonel. «Abbiamo una lunga lista di siti da visitare - spiega Tonel - ma il Porto vecchio potrebbe rappresentare senza dubbio una delle soluzioni migliori e al suo interno abbiamo già individuato diverse opzioni, che rispondono soprattutto all'esigenza dell'istituto di effettuare campionamenti in acqua. Per il momento procediamo quindi con i sopralluoghi, anche in altre zone della città, prima di decidere insieme».Al momento le quattro sedi dell'Ogs sono distanti tra loro: una sulla costa, in località Santa Croce, nel Comune di Duino Aurisina, che necessiterebbe di ingenti interventi di riammodernamento, con i laboratori di biochimica e biologia, gli uffici di via Beirut a Trieste, gli edifici di Borgo Grotta Gigante nel Comune di Sgonico, dove la sola sezione di Oceanografia occupa un'intera palazzina, e a Udine il centro di ricerche sismologiche, presente in parte anche a Trieste. «La nostra richiesta - ricorda Casagli - è di avere a disposizione un ambiente di almeno 5 mila metri quadrati, perché abbiamo bisogno di unire tutti i nostri spazi, e naturalmente serve il contatto con il mare. I ricercatori hanno l'esigenza di prelevare campioni e di analizzarli in tempi rapidi, oltre che di poter contare sulla presenza di mezzi navali. Ci piacerebbe poi - aggiunge - avvicinarci alla città, perché Ogs è nato a Trieste. In base a tutte queste considerazioni credo che il Porto vecchio potrebbe essere perfetto. Inoltre c'è già un polo congressuale, molto utile, così come ci sono gli spazi espositivi. Importanti musei inglesi e americani hanno dimostrato che la vicinanza con enti di ricerca porta grandi benefici a entrambi». Edifici più ampi servono anche per i settori in crescita. «Come Oceanografia e Sismologia - ricorda il presidente di Ogs - che hanno bisogno di trovare una collocazione più adeguata rispetto a quella attuale e frammentata». Casagli si dice comunque aperto pure ad altre possibilità, ad aree dove sono presenti edifici pubblici, anche da ristrutturare, purché rispettino i criteri indicati come indispensabili. «Venerdì - anticipa il presidente dell'istituto - è prevista una nuova riunione con il Comune e speriamo arrivi già la decisione sulla futura destinazione. Poi ci saranno le dovute verifiche anche con l'Autorità portuale. Cercheremo sicuramente, insieme, di trovare la soluzione migliore per Ogs e per la città».

Micol Brusaferro

 

 

Finanza e Capitaneria: triplo cantiere in vista nell'area della Lanterna
In partenza quest'anno un programma di lavori per 7,6 milioni di euro totali - Il piano del Provveditorato alle opere pubbliche. Nuovi impianti, uffici e alloggi
Riva Traiana e via Ottaviano Augusto dovranno aspettare ancora un po' di tempo per una riqualificazione ad hoc. In attesa che qualcosa si muova sul fronte di un progetto complessivo per l'area e per i suoi edifici, a partire da quest'anno è in programma un ampio piano di restauro di alcuni immobili della zona della Lanterna, che ospitano gli uffici della Guardia di finanza ma anche l'Ufficio della Sanità marittima e alcuni alloggi della Capitaneria di porto. A capo dell'operazione di riqualificazione c'è il Provveditorato interregionale alle Opere pubbliche per il Friuli Venezia Giulia - Trentino Alto Adige - Veneto, che a Trieste ha sede in via del Teatro Romano. Il primo cantiere - Sono ben tre gli interventi, molto attesi in particolare dal personale delle Fiamme gialle, che coinvolgono non solo gli interni ma anche gli esterni degli edifici, che contribuiranno così a cambiare il volto dell'area, che acquisirà davvero nuova vita tuttavia solo quando verranno decise le sorti dell'ex area Cartubi. Le tempistiche più definite sono state scritte nero su bianco per il primo immobile adiacente alla piscina Acquamarina. Si tratta appunto dello stabile che ospita alloggi del personale della Guardia Costiera e dell'Usmaf. Con 800 mila euro, già finanziati, verranno ristrutturati parte degli interni e gli esterni e sostituiti gli impianti di climatizzazione ormai obsoleti. I lavori, che comporteranno per alcune famiglie anche un trasloco temporaneo, partiranno fra circa tre mesi - tempo di indire e concludere la gara per individuare l'impresa edile - e dureranno più o meno otto. Il secondo passo - Nel piano triennale delle opere del Provveditorato compare anche il cantiere da un milione di euro, della durata di un anno, per la sede che ospita il I Gruppo reparto operativo territoriale e il II Gruppo servizi stanziali Porto e spazi doganali della Guardia di finanza. Anche qui si parla di rinnovo dell'impiantistica e delle rifiniture interne. La gara per redigere il progetto esecutivo partirà il prossimo anno. La terza partita - Nel piazzale in cui spicca la Lanterna c'è anche l'altra caserma della Guardia di finanza, dedicata al "Maresciallo Ordinario Mare Armando Postiglioni", sede del Reparto operativo aeronavale e della Stazione navale di Trieste. Sono stati stanziati 5,8 milioni per l'immobile, al momento abbastanza sgarrupato, costruito nel 1913. Anche in questo caso si parla di una riqualificazione che partirà a breve. Attualmente i tecnici del Provveditorato devono individuare lo studio che produrrà il progetto definitivo/esecutivo, mettendosi all'opera da giugno e concludendolo in qualche mese. Qui si parla sempre di manutenzione, rifacimento della facciata e ridefinizione degli uffici, con il recupero del sottotetto per nuovi spazi di lavoro. S'inserisce anche il restauro della banchina retrostante l'edificio della Guardia di finanza. Nell'ambito di questo cantiere è prevista anche la demolizione della rimessa per il lavaggio delle barche, una struttura vecchia, che verrà trasformata in un edificio di volumetria minore, dedicato ad uffici e autorimessa per mezzi di servizio. Una decisione presa in accordo, come per gli altri progetti, con la Soprintendenza e, in questo caso, con l'obiettivo di diminuire volumetrie e cubature nell'area, da rendere così più fruibile per la cittadinanza, che fino a qui al momento stenta a inoltrarsi attraverso la passeggiata sul lungomare. Ma il cambio di passo per quest'area, a cui ha dato il suo contributo anche la Lega Navale, rimettendo a posto gli edifici del sodalizio, dipende dalla rivalutazione dell'area di Porto Lido, dove al momento è pianificata la costruzione del Parco del mare. Solo in seguito verrà messa in pratica la possibilità di unire i due spazi con l'abbattimento di un muro, presente tra gli edifici della Guardia di finanza: questa è l'idea degli addetti ai lavori, che hanno intenzione anche di dare un nuovo volto al piazzale della Lanterna, attualmente adibito a parcheggio.

Benedetta Moro

 

Il M5s sul Mercato coperto «Si guardi ai casi virtuosi» - le parole di Richetti e Danielis
Il Mercato coperto di Trieste non deve «trasformarsi in un triste episodio di speculazione immobiliare». La candidata sindaco del M5s Alessandra Richetti e la capogruppo in Consiglio Elena Danielis intervengono sulla polemica riguardante la struttura di via Carducci: «La rivitalizzazione necessaria di questa struttura passa da un risanamento alla valorizzazione, magari con interventi di arte urbana, attraverso l'offerta, nello spirito del luogo, di prodotti locali e perché no anche food». Proseguono le pentastellate: «Non bisogna andare troppo lontano per trovare modelli virtuosi di rilancio, ci sono molti esempi in Europa di mercati che son diventati importanti punti di interesse anche turistico ma oggi anche in Italia c'è un'importante tendenza a fare di questi luoghi risorse per la vita delle comunità urbane lontane dal modello "carrello/cassa" della grande distribuzione. È sufficiente guardare il format Mercato centrale che coinvolge i mercati di Firenze, Roma, Torino e Milano».

 

 

L'economia rurale cerca la riscossa tutelando il Boscarin e la capra istriana
I progetti portati avanti dall'Agenzia pubblica regionale Azrri - Parlano il veterinario e la professionista coinvolti nelle iniziative
Pisino. Dopo essere riuscita a salvare il manzo autoctono, l'ormai celebre Boscarin, l'Istria è al lavoro per la capra istriana, simbolo della Regione quasi scomparso dal territorio. Il progetto, portato avanti dall'Agenzia per lo Sviluppo Rurale dell'Istria (Azrri), partirà nei prossimi mesi con l'apertura di un centro genetico a Pisino che farà chiarezza sulle specie animali presenti in Istria. L'iter che si seguirà è ben rodato, dopo l'esperienza dei bovini. Come si fa dunque a riportare in vita una specie quasi estinta e trasformandola al contempo in prodotto ricercato anche da chef stellati? La risposta a una domanda in apparenza contraddittoria sta nella storia della rinascita del boscarin. «Si stima che prima della rivoluzione agricola che seguì la Seconda guerra mondiale,ci fossero in Istria tra i 50mila e i 60mila capi di boscarin, usati per il lavoro nei campi», spiega Edmondo Suran, responsabile del Centro per lo sviluppo dell'imprenditoria rurale all'Agenzia per lo Sviluppo Rurale dell'Istria (Azrri), azienda di proprietà pubblica fondata nel 2003 dalla Regione Istria. «Nel 1989/1990, quando si scoprì il rischio di estinzione della razza, si contavano 104 femmine e 4 o 5 tori, e nei primi Duemila, quando è iniziato il nostro progetto, il totale di capi non superava i 450». Nato a Pola nel 1973, veterinario, Suran parla in perfetto italiano, con entusiasmo, del suo contributo all'«operazione boscarin». Questa razza storica, usata al tempo della Serenissima per trasportare i tronchi del bosco di Montona fino alla costa (il nome del paesino di Carigador ricorda l'attività di carico del legno sulle imbarcazioni alla volta dell'Arsenale di Venezia), è oggi presente in circa 2mila esemplari ed è sempre più popolare tra contadini e allevatori. «Il boscarin stava scomparendo perché aveva perso la sua utilità: la meccanizzazione dell'agricoltura lo aveva reso superfluo nei campi e la sua carne era ritenuta troppo dura tra i ristoratori», dice Suran. Gli incentivi del governo croato (1000 euro l'anno per ogni mucca, scesi a 300 dopo l'ingresso nell'Ue nel 2013) non erano bastati. «Abbiamo capito che gli allevatori non ce l'avrebbero fatta da soli, la passione di molti di loro per il boscarin non sarebbe bastata». Per salvare la specie si è dovuto reinventare il ruolo economico dell'animale. Azrri, racconta Suran, ha iniziato ad acquistare dagli allevatori i capi adulti pagandoli «il 30% o 40% in più della media di mercato» e al fine di produrre carne. A oggi manca in Istria un'azienda specializzata nella macellazione delle mucche autoctone e nel trattamento e commercializzazione della carne: solo l'Agenzia dà questo servizio. Nel 2019 Azrri ha ritirato 170 bovini e realizzato in totale 20 tonnellate di carne venduta all'ingrosso e 15 di prodotti trasformati venduti all'ingrosso o al dettaglio. La comparsa di questo nuovo attore economico nella realtà rurale istriana ha contribuito ad accrescere il valore del boscarin.Ma senza un lavoro di educazione e sensibilizzazione fra ristoratori e albergatori, la carne del boscarin non sarebbe decollata. Qui s'inserisce l'attività di Jesenka Kapuralin, classe 1978, originaria di Pola ma laureata in Scienze e tecnologie alimentari a Milano (ha doppia cittadinanza italiana e croata), oggi responsabile a Pisino del Centro Azrri per l'educazione e collaborazioni europee e istituzionali. «Abbiamo imparato molto dall'Italia su come si valorizza un prodotto locale tradizionale e come si incentiva il settore privato a usarlo», dice Kapuralin. Tra progetti europei e Interreg Italia-Croazia, l'Agenzia ha realizzato più di 150 laboratori con cuochi da tutta Europa, coinvolgendo ristoranti, hotel locali e scuole alberghiere. «L'obiettivo era educare quanti lavorano nella filiera del boscarin alla preparazione e presentazione di questa carne». Così in uno spazio da 150 metri quadri si svolgono corsi di cucina e incontri e dove anche i turisti possono mettersi ai fornelli. Il manzo istriano è nei menù dei ristoranti più quotati della regione; e presto l'Ue dovrebbe riconoscerne la Denominazione d'origine protetta. Un successo per l'Azrri, il cui fine è far sì che nelle aree rurali dell'Istria si possa ancora vivere di agricoltura e allevamento. Ora Azrri vuole replicare il progetto adattandolo alla capra (e in futuro all'asino e alla pecora istriana): «Ne rimangono 60-70 esemplari malgrado sia il simbolo della regione», dice Suran. Ma se il progetto avrà il successo registrato per il Boscarin, non c'è da temere.

Giovanni Vale

 

«Meduse innocue emerse dopo la bora - Si riproducono in laguna a Grado»
Parla Massimo Avian, docente di zoologia all'Università di Trieste: «Rispetto ad altre queste tra le meno urticanti»-
L'abbiamo visto tutti, se non dal vivo almeno sui socialnetwork, il boom di meduse del 7 aprile scorso nello specchio d'acqua tra Molo Audace e Stazione Marittima. Un tappeto bianco di quelle che nel gergo dialettale chiamiamo Potta o Bota marina, nome scientifico Rhizostoma pulmo, dette anche polmone di mare per la forma caratteristica. Fotografatissime, ammonticchiate una sull'altra, si tratta di una delle specie di meduse di maggiori dimensioni che si trova nel mar Mediterraneo, possono infatti raggiungere i 30, 40 centimetri. Spiega l'esperto Massimo Avian docente di zoologia dell'Università di Trieste: «La Rhizostoma pulmo vive nel nostro Golfo dalla notte dei tempi, la forte bora dei giorni scorsi ha rimescolato la colonna d'acqua, portandole in superficie e trasportandole sotto costa, verso i moli. Qui da noi si riproducono - prosegue - soprattutto nella Laguna di Grado per poi disperdersi nel Golfo». Rassicura l'esperto potremo andare al mare tranquillamente (Covid permettendo). «Non sono una specie particolarmente urticante, la loro presenza è costante nel nostro Golfo, solo che di norma non le vediamo a meno che non si verifichino particolari fenomeni atmosferici che le portano in superficie». Professor Avian, perché abbiamo assistito al bloom di meduse tra il molo Audace e la Stazione marittima?Erano perlopiù esemplari di Rhizostoma pulmo, detta polmone di mare, per la forma. Gli esemplari adulti possono raggiungere anche i 30-40 centimetri. Il golfo di Trieste è come una specie di vasca da bagno, un mare cioè assai poco profondo e la forte bora dei giorni precedenti ha rimescolato la colonna d'acqua, portandole in superficie e trasportandole contro i moli. Come mai sono sempre più frequenti? La loro presenza non è inusuale, è nota nel nostro Golfo da almeno due secoli, solo che di norma non le vediamo in così grandi quantità perché stanno ad alcuni metri di profondità e sono disperse. Le meduse sono animali molto adattabili, in particolare la Rhizostoma pulmo si nutre di plancton, a differenza di altre meduse non ha un'unica bocca centrale ma centinaia di bocche piccolissime che non si vedono ad occhio nudo. Il loro aumento c'entra con l'inquinamento dei nostri mari? Non risentono particolarmente dell'inquinamento e si possono trovare in zone perfettamente pulite così come in zone inquinate senza nessuna differenza. Però il metabolismo di tutte le meduse è estremamente parco con un fabbisogno di ossigeno ridotto, riescono quindi a sopravvivere anche in zone dove altri organismi come i pesci si troverebbero invece in difficoltà proprio per la scarsità di ossigeno. E il riscaldamento globale c'entra? L'accoppiamento riscaldamento globale e meduse non è così semplice in quanto in alcune zone del nostro pianeta a livello globale sembra esserci una correlazione ma i dati finora raccolti sono a macchia di leopardo. Tuttavia, alcune attività umane possono favorire l'aumento delle meduse come la pesca. Vari tipi di pesci si nutrono anche di meduse. Incideranno sulla nostra stagione balneare? Sono note nel nostro golfo fin dal'800, in quantità variabili, ultimamente la loro presenza è costante e una delle zone dove maggiormente si riproducono è la zona della Laguna di Grado, molto ricca di potte marine soprattutto nelle fasi giovanili, da qui poi si disperdono in tutto il Golfo. Se paragonate ad altre specie di meduse questa è tra le meno urticanti perché nutrendosi plancton non ha bisogno dei tentacoli per cacciare le prede, di cui infatti è priva. Il bagnante che la urta inconsapevolmente può sentire un po' di fastidio ma niente di particolare.

Lorenza Masè

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 18 aprile 2021

 

 

In Porto vecchio il tetto di 1.500 metri quadrati sugli spazi commerciali

Nessun ipercoop ne' grandi centri nell'area: la variante urbanistica lo impedisce. Il sindaco Dipiazza: "Imprese piu' piccole insieme per investire su un magazzino"

I commercianti triestini, così come i consumatori, guardano con interesse, ma senza nascondere qualche preoccupazione, alle realtà commerciali che sbarcheranno in Porto vecchio. Punti vendita monomarca, supermercati, ristoranti, centri commerciali, mega store dell'arredamento o del bricolage: variante urbanistica alla mano, commercialmente parlando, cosa concretamente potrà sbarcare nell'ampia area del Porto vecchio? A chiarirlo è Giulio Bernetti, direttore del Dipartimento Territorio, Economia, Ambiente e Mobilità del Comune di Trieste che rassicura sul fatto che «non ci saranno grandi superfici di vendita». Per capire tecnicamente cosa si intende per strutture di grandi dimensioni, è bene ricordare che la classificazione della grande distribuzione identifica come piccole le realtà di dimensione compresa tra i 400 e gli 800 metri quadrati, come medie quelle tra gli 800 e i 1.500 mq e grandi quelle di dimensioni superiori. «La variante ha stabilito che non possono aprire in quell'area superfici commerciali che superino i 1.500 mq - precisa Bernetti -. Dunque, realtà che impattano quanto quelle che oggi vediamo in centro città». Quindi, il piccolo commercio al dettaglio o strutture come quelle che in centro propongono H&M, Zara, oppure un negozio per il fai da te come Bosco Brico le potremo vedere nascere nell'antico scalo, mentre non sarà possibile il taglio del nastro di strutture commerciali come quella che, ad esempio, ospita Obi in strada della Rosandra. Stesso discorso per i supermercati: potranno aprire sì quelli di dimensioni simili ai market di Coop Alleanza 3.0 o Despar di largo Barriera, oppure il punto vendita Pam accanto alla Stazione ferroviaria, ma non ipermercati quale è lo spazio Coop Alleanza 3.0 all'interno delle Torri d'Europa o del Montedoro Shopping Center. «In Porto vecchio invece di utilizzare l'urbanistica classica che indica cosa fare e dove farlo - illustra Bernetti -, evitando altre varianti urbanistiche che allontanano poi gli imprenditori visti i tempi necessari, abbiamo sovvertito l'approccio classico, indicando direttamente cosa non vogliamo ci sia in quell'area». Sfuma così, di fatto, anche la possibilità che all'interno del Porto vecchio sorga un nuovo centro commerciale - discorso a parte per la struttura del Silos dove c'è già un accordo per la realizzazione di un centro commerciale, ma che si trova fuori dal perimetro del Porto vecchio - o che apra una realtà come l'Ikea di Villesse. Tra l'altro, proprio Ikea che tempo addietro aveva chiesto informazioni su quell'area, specifica attraverso Ikea Italia Retail, come «Ikea è sempre aperta a valutare opportunità di sviluppo del business e a testare nuovi concept sui territori, ma al momento la città di Trieste non rientra tra le aree geografiche su cui ci stiamo concentrando. La regione Friuli Venezia Giulia resta comunque un'area importante per noi e siamo felici di continuare ad accogliere i clienti triestini e di tutta la regione nel nostro store di Gorizia-Villesse». Bernetti, inoltre, indica anche che, «raccogliendo le indicazioni del Consiglio comunale, si è definito che in quell'area non arriveranno insediamenti industriali, bensì servizi, attività di tipo ricettivo, direzionale che comprendono ad esempio l'apertura di una palestra, di uffici o centri di ricerca». «Dobbiamo anche aiutare le tante imprese di dimensioni più piccole che ci stanno contattando per trovare spazi in Porto vecchio - spiega il sindaco Roberto Dipiazza - creando un sistema tra più imprese di quelle dimensioni, affinché investendo insieme riescano a riqualificare uno dei magazzini». Il prossimo passaggio essenziale vedrà «una valutazione certificata di quegli immobili - sottolinea il primo cittadino -, in maniera che di fronte al concreto interesse da parte di determinate aziende, si possa indicare subito con certezza il valore».

Laura Tonero

 

Bassi: «Addio progetto per la Città dello sport» - Il Comune non chiude
Nel febbraio del 2019 l'incontro in municipio «ma ora leggo di altre intenzioni». Il primo cittadino «disponibile al dialogo»
«Sono saltato sulla sedia quando ho letto della volontà del sindaco Roberto Dipiazza di creare campi di tennis e padel sul terrapieno. Sparisce quella "Città dello sport" che proprio insieme al Comune stavamo progettando». Così Leo Bassi, manager sportivo, esprime il suo stupore nell'apprendere che della sua idea, avviata qualche anno fa, non resta più traccia. Replica il primo cittadino: «Sono sempre pronto al dialogo, ma non sento Bassi da tempo. Chi è interessato a investire su Trieste deve farsi avanti. La mia porta è sempre aperta». E nel frattempo in Porto vecchio spunta anche la proposta di un campo di calcio a 11. Ma facciamo un passo indietro. Nel febbraio del 2019 Leo Bassi, manager sportivo triestino trasferito a Treviso, presenta al sindaco la Cittadella dello sport, che poi si amplia e diventa "Città dello sport", complesso che Mauro Benetton, primogenito di Luciano, avrebbe voluto realizzare a Villorba, un sogno tramontato per l'indisponibilità del terreno. L'obiettivo di Bassi è costruirla quindi nel Porto vecchio. «Un progetto legato soprattutto al sociale - spiega - con strutture modulabili, adatte ad accogliere tante persone, ma vedo che al momento si sta pensando a qualcosa di completamente diverso. I campi da tennis li avevamo esclusi subito - puntualizza -: sono solo per pochi sportivi. Trovo impensabile anche inserire il padel, una moda del momento e con un costo importante. Noi avremmo privilegiato ad esempio una pista di pattinaggio versatile o campi da basket. Inoltre, dopo il crollo della piscina terapeutica, nel 2019 eravamo pronti a realizzarne subito una nuova. Ci siamo seduti a un tavolo, in municipio, abbiamo portato finanziatori, realizzatori e gestori. Riunione alla quale non è seguita alcuna azione concreta». Nel frattempo scoppia la pandemia e i ritmi, per tutti, si fermano. «Poi però capisco che di sport in Porto vecchio si torna a parlare. Ma senza di noi. E dispiace - dice Bassi -, quest'area è tra le più belle d'Italia, avrei voluto realizzare quel progetto, di respiro internazionale, che avrebbe portato a impianti maggiormente fruibili dalla gente». Replica Dipiazza: «Non sento da tempo Bassi e dopo il crollo del ponte Morandi non mi sembrava il momento giusto per contattare i Benetton. Nel frattempo sono arrivati altri progetti e io scelgo di portare avanti le idee e di concretizzarle presto. Mi sembra strano che Bassi manifesti questo malumore senza chiamarmi. In ogni caso sono sempre disponibile al dialogo». E nel frattempo arriva anche la richiesta al Comune di realizzare in Porto vecchio un campo da calcio a 11, dal consigliere circoscrizionale Andrea Giovannini, per la società Roianese. «Ognuno - commenta Dipiazza - porta avanti gli interessi che ha a cuore, a breve faremo una riunione per valutare quali proposte potranno essere prese in considerazione».

Micol Brusaferro

 

 

Il Pd: «Mercato coperto, la giunta ci ha dato ragione - Male la politica culturale» - L'offensiva indirizzata verso l'esecutivo
Il Partito democratico va all'attacco della giunta comunale partendo dal Mercato coperto e poi sul programma culturale. Andando con ordine, la segretaria provinciale dem, Laura Famulari, sul tema della struttura di via Carducci, spiega che «la giunta Dipiazza dovrebbe ascoltare più spesso il Pd». Secondo i dem le linee tratteggiate dal vicesindaco Paolo Polidori - «mandato a mettere una pezza sulle uscite poco meditate di Dipiazza» - permetteranno il mantenimento dell'eredità storica non solo della struttura, ma anche di tutto ciò che contiene, «nella sostanza, quello che chiedeva il buon senso di tanta gente e del Pd», facendosi «accompagnare da una professionista che ha contribuito a una visione di Trieste condivisa da Francesco Russo». Per Famulari positiva la scelta di chiamare Andreas Kipar per la progettazione in Porto vecchio in quanto già indicato dal centrosinistra per altri incarichi. Sul programma culturale annunciato dall'assessore Giorgio Rossi, il Pd denuncia la mancanza di ambizione «in particolare nel realizzare esposizioni in autonomia con le nostre strutture museali, valorizzando le collezioni: non basta aprire cantieri milionari per fare nuovi musei, occorre sapere come organizzare gli spazi e cosa metterci dentro». «Questo programma - aggiunge Marina Coriciatti, responsabile del Forum Cultura Pd Trieste - presentato in pompa magna porta alla luce una volta di più la mancanza di una politica culturale. Si evidenzia una forte distanza dalla città, dai suoi artisti e dai cittadini. Si sarebbe potuto trasformare i rioni, le piazze e gli spazi in luoghi al servizio di cultura e arte».

Andrea Pierini

 

La senatrice dem Rojc in sopralluogo a Servola con sindacati e associazioni «Serve progettualità»
Mattinata servolana, quella di ieri, per la senatrice del Pd Tatjana Rojc. L'esponente dem ha raccolto l'invito delle associazioni locali che da tempo auspicano una sostanziale riqualificazione del rione. Principale scopo della visita, infatti, è stato quello di prendere visione diretta delle condizioni in cui versa questa parte della città. «Spiace constatare come ormai si è perso il senso di comunità che il rione aveva da sempre», ha sottolineato la senatrice. Concetto ripreso anche dalle rappresentanze culturali, dai sindacati e dalle associazioni che hanno accompagnato la Rojc nella sua visita. Un percorso iniziato dalla chiesa di San Lorenzo e proseguito nel cuore del rione, per completarsi nell'asilo comunale. «Abbiamo visitato i pochi negozi rimasti attivi - ha rilevato l'esponente dem - visto le aree verdi in degrado e ascoltato le richieste della cittadinanza relative alle carenze presenti nell'area. È necessario salvaguardare la posta, riposizionare almeno un servizio bancomat, implementare le strutture mediche e la ricezione dell'asilo. Sono tutti motivi di criticità di un borgo al quale manca una progettualità per il suo futuro». Non solo problematiche, però, quelle riscontrate dalla senatrice. «Positiva la dismissione della Ferriera - ha annotato - ma al contempo rimangono forti preoccupazioni sulla situazione lavorativa di chi è rimasto senza occupazione dopo lo smantellamento dell'impianto». Ultimo problema rilevato dalla Rojc il traffico: «Sarebbe necessario regolamentarlo con una serie di sensi unici - è stato l'invito - in modo da evitare che le auto paralizzino il centro del rione».

Lorenzo Degrassi

 

 

MONFALCONE - Il Comune boccia la centrale a gas: «Ci sarà un aumento delle polveri sottili»
Sono le più penetranti e dannose per la salute: i due camini troppo bassi concentreranno la ricaduta anche a Staranzano
Il Comune di Monfalcone ha espresso un parere integrativo, nell'ambito della procedura di Valutazione di impatto ambientale (Via) relativa al progetto di turbogas presentato da A2A Energiefuture, in seguito all'avvio, il 12 marzo, di una nuova consultazione pubblica da parte del Ministero dell'Ambiente, legata alla documentazione suppletiva prodotta dall'azienda. Ora le osservazioni sono state inoltrate al Ministero. Le conclusioni ribadiscono la bocciatura al progetto: «Il Comune esprime parere non favorevole rispetto alla compatibilità dell'opera, in quanto ritiene che l'impatto su ambiente, e salute del nuovo impianto a gas a ciclo combinato non sia sostenibile rispetto al territorio in cui verrebbe a insediarsi», si evince. Su tutto un aspetto: sulla città le emissioni di polveri sottili aumenteranno. LE POLVERI SOTTILI. Le emissioni di polveri sottili PM 2.5, più penetranti e associabili a diverse patologie, sostiene il Comune, non diminuirebbero con il prospettato impianto a gas. L'assessore all'Ambiente Sabina Cauci specifica: «Dalla relazione integrata depositata da A2A EnergieFuture, abbiamo appreso che le emissioni di polveri sottili risulterebbero equivalenti tra la centrale a gas funzionante a ciclo combinato e la centrale a carbone funzionante con le regole dell'Autorizzazione integrata ambientale attualmente vigenti e che hanno comportato comunque una notevole riduzione delle emissioni inquinanti». EMISSIONI DI CO2. Le emissioni di anidride carbonica (Co2), si sottolinea, sarebbero equivalenti a quelle dell'attuale centrale a carbone. In sostanza, «essendo l'impianto a gas proposto circa tre volte più grande», la quantità di CO2 totale emessa sarebbe sempre circa di 2 milioni di tonnellate all'anno. L'assessore Cauci, peraltro, osserva: «L'azienda ha dichiarato che nel caso in cui la centrale a gas fosse alimentata in futuro con il 50 per cento di idrogeno, probabile solo dopo il 2040, l'emissione di CO2 sarebbe stimata in 249 grammi per Kilowattora. Sono oltre il doppio rispetto ai limiti fissati dall'Unione europea». I CAMINI. L'impianto a ciclo combinato previsto sarà dotato di due camini di 60 metri di altezza. Per il Comune ciò comporterebbero una maggiore ricaduta delle emissioni su Monfalcone e Staranzano. «I due camini di soli 60 metri - argomenta Cauci - comporterebbero una concentrazione più elevata sulla nostra città e sul Comune limitrofo rispetto all'impianto termoelettrico. I modelli di dispersione delle polveri dal camino della centrale a carbone, alto 150 metri, indicavano invece il maggiore punto di ricaduta a Doberdò del Lago. I nuovi camini, inoltre, sarebbero posizionati ad una distanza dalle abitazioni inferiore a 150 metri, rispetto ai 250 metri dall'attuale ciminiera». LA SALUTE. La fragilità sanitaria della popolazione del territorio è comprovata da numerosi studi, in particolare in relazione alle patologie cardiovascolari, e dalle analisi Istat presentate dalla stessa A2A. Il dato nuovo, evidenzia il Comune, è relativo all'eccesso di malattie dell'apparato digestivo nell'Isontino e in particolare a Monfalcone. L'amministrazione ha richiesto ulteriori integrazioni di indagine in ordine al tumore ai reni, alle patologie della laringe e della tiroide. Il Comune da parte sua ha presentato dati che dimostrano come «l'eccesso di patologie presenti nei Comuni del Basso Isontino, a Duino e a Fiumicello Villa Vicentina, previsti come siti di ricaduta delle emissioni, sono simili se non analoghi a quelli riscontrati a Vado Ligure e a Civitavecchia, dove insistevano le centrali a carbone». METANODOTTO E IMPATTO AMBIENTALE. Viene evidenziato «il forte impatto geologico che avrebbero eventuali trivellazioni e le attività di interramento del metanodotto». Il riferimento è alle consulenze di geologi ed esperti di cui s'è avvalsa l'amministrazione comunale, nelle quali si evidenzia il rischio di modificazioni irreversibili del sottosuolo carsico, con inquinamento di zone integre, alterazioni delle falde sottostanti e probabili deviazioni dei corsi d'acqua sotterranei, considerando anche le zone di interesse archeologico. La posa del metanodotto proposta da A2A attraverserà il Parco del Carso e il Biotopo del Lisert, di alto valore naturalistico. Si richiama la presenza del grillo Zeuneriana marmorata, e di specie vegetali pregiate come l'Euphrasa marchesetti, il Gladiolus palustris, il Cladium mariscus.

Laura Borsani

 

Un'opera definita «senza sostenibilità economica»
«Appare che il progetto a turbogas non abbia sostenibilità economica», fa presente il Comune. Le nuove normative sono molto stringenti circa i finanziamenti: per le fonti fossili la condizione ai fini dell'ammissibilità è la produzione di 100 grammi di anidride carbonica per Kilovattora di energia prodotta. La centrale proposta da A2A produrrebbe 228 g/KWH. Quanto al Capacity Market, meccanismo che premia con 75 mila euro a Megawatt le centrali aggiudicatesi le aste competitive di Terna, A2A, non entrata nel novembre 2019, non può che sperare nella fuoriuscita di centrali già inseritesi.

 

il sindaco - «Vogliamo dare un futuro diverso a quel sito»
Il via libera al progetto di A2A significherebbe «vanificare l'obiettivo orientato al risanamento, alla riqualificazione e alla strategia green, basata sull'esclusione per il futuro di ogni sorta di immissioni inquinanti in atmosfera, dovuti alla combustione di fonti fossili per la produzione di energia e l'opportunità di sgravare la città da una delle pressioni industriali più impattanti, continuando a esporre per altri 20 o 30 anni la popolazione alle stesse fonti di inquinamento che hanno provocato gravi conseguenze sanitarie e ambientali». Il sindaco Anna Maria Cisint ribadisce la netta posizione del Comune. «Proprio perchè questa amministrazione sta lavorando intensamente per lo sviluppo del territorio - osserva -, riteniamo di dare alla città un futuro all'insegna dell'occupazione e della sostenibilità, che non include una centrale a gas di quella portata. Nell'ambito delle nostre valutazioni c'è la dimostrazione che l'area dove insiste l'attuale centrale a carbone ha le caratteristiche per una vocazione di tutt'altro genere». Rileva che «in Italia non esiste una centrale a metano così prossima alle abitazioni», come viene prospettato nel progetto di A2A.Insiste sul tema lavoro: «Con l'impianto a metano sarebbero impiegate solo 30 persone, noi vogliamo maggiore occupazione». E rileva: «In termini di salute e ambiente la città ha già dato troppo. Siamo certi che A2A potrà comprendere che il progetto a gas è ormai obsoleto. Per loro non può che essere solo un investimento finanziario», conclude.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 17 aprile 2021

 

 

"In Porto vecchio l'eredita' storica della Mitteleuropa condurra' al futuro"

Le idee di Andreas Kipar, chiamato a costruire una visione di insieme sul futuro dell'area "Al centro gli spazi pubblici, il verde e le persone"

Uno spazio pubblico a misura di persona. Se ai tempi dell'Impero un boschetto campeggiava in Piazza Grande, un domani un boulevard verde potrebbe diventare il simbolo della rinascita del Porto vecchio di Trieste. È proprio a partire dal recupero dell'eredità storica mitteleuropea che l'architetto e paesaggista Andreas Kipar sta pensando le linee guida per il recupero dell'area, un compito che il Comune di Trieste si accinge ad affidargli nel momento in cui si appresta a passare dalla fase della pianificazione a quella della progettazione dell'area. Architetto, da quando conosce il Porto vecchio di Trieste? «Le prime passeggiate nello scalo triestino risalgono a decenni fa, quando studiavamo il Porto antico di Amburgo. È un legame che in questi anni si è sempre coltivato». È possibile il rilancio dell'area? «Penso che i tempi siano ormai maturi, visto che c'è un piano urbanistico e siamo in piena transizione ecologica». Lei stabilirà le linee guida per lo sviluppo dell'area. Quali saranno gli assi portanti del suo lavoro? «Seguo un principio molto semplice, che riporto sempre anche ai miei studenti: uno spazio pubblico ha corpo, anima e vestito. Il corpo del Porto vecchio c'è, un fantastico gigante in attesa di essere rianimato. Per dargli un'anima bisogna studiare la sua vita pubblica, i flussi, le materie. Dopo aver studiato queste cose si può pensare a fare un vestito su misura». Il Piano regolatore approvato consente un lavoro di questo tipo? «Io ho potuto accettare l'invito del Comune di Trieste perché c'è un piano urbanistico approvato che rimanda alle linee guida primarie per lo spazio pubblico: dice chiaramente che, visto che gli edifici ci sono, bisogna ragionare su quello che sta tra gli edifici. In questo senso è un approccio all'avanguardia, oggi tutta Europa sta discutendo di cosa fare dello spazio pubblico: nelle città della pandemia e della post-pandemia questo concetto assume un ruolo nuovo, è il rinascimento dello spazio pubblico». Come ripensare lo spazio pubblico in Porto vecchio? «Partendo dall'essere umano. Il modo unico in cui i triestini vivono il lungomare di Barcola riflette un uso mitteleuropeo dello spazio pubblico, inteso quasi come anticamera della propria abitazione: uno spazio di pubblica utilità. Questo dato ci offre un'apertura sullo sviluppo possibile dello scalo, che essendo un'area immensa comporterà una grande riappropriazione di spazi da parte della società. Dobbiamo cambiare, insomma, il paradigma tradizionale e mettere al primo posto l'uomo, poi lo spazio, e solo infine l'architettura». Quale sarà l'approccio architettonico? «L'architettura è al servizio delle funzioni. Siamo stati chiamati a dare una visione di spazio pubblico, una linea guida a cui tutti i singoli che vorranno intervenire dovranno concorrere un domani. Lo stiamo già facendo nel dopo-Expo di Milano, l'area Mind: lì abbiamo cento ettari di riuso che diventeranno un campus di importanza mondiale dal punto di vista scientifico e tecnologico. Allo stesso modo il Porto vecchio deve diventare un nuovo paesaggio urbano. Questo è un momento in cui tutte le città europee si stanno reinventando, e il vecchio scalo può diventare il tassello su cui si reinventerà Trieste nei prossimi decenni. Però non si può iniziare dal vestito, tornando ai principi iniziali: se parti da quello poi lo devi buttar via, prima devi capire le persone, i flussi, gli spazi». Serve quindi una visione complessiva? «Bisogna evitare che il primo che arriva faccia quello che vuole, altrimenti è l'insalata mista. E Trieste merita una portata alla sua altezza. Il Comune e la Soprintendenza hanno dimostrato saggezza nel richiedere un ragionamento d'insieme: serve un criterio in base al quale, un domani, dire sì o no agli investitori». Lei sarà incaricato anche di stabilire le linee guida sugli interventi degli edifici, che sono tutelati dalla Soprintendenza in modo molto vincolante. «Sarebbe un gravissimo errore apportare degli stravolgimenti, sarebbe come distruggere il capitale che si ha tra le mani. I due elementi di più pericolosi dei nostri tempi sono l'indifferenza e la banalizzazione. E Trieste è una città troppo importante per banalizzare anche un solo edificio. Bisogna pensare alla storia che ogni palazzo, ogni piazza portano con sé. Bisogna partire da questa grande cultura mitteleuropea per far di Trieste un luogo del desiderio, dove sulle orme della storia si sviluppa il futuro. Non è un sogno ma qualcosa che attraverso le linee guida si può portare a compimento. Mi auguro sia un lavoro corale: servirà la città, il Comune, la soprintendenza, gli operatori... Servirà che le istituzioni abbiano di nuovo voglia di ragionare sul destino non solo di Porto vecchio, ma di tutta Trieste». Il ruolo del verde? «Partire dallo spazio pubblico è partire dal verde. Bisogna riportare il suolo urbano a una propria fertilità. Il Porto vecchio ha già un suo asse monumentale e culturale, io vorrei riuscissimo a far partire dalla zona della stazione una grande passeggiata attraverso lo scalo: un boulevard green, un bosco lineare, che congiunge il centro all'area rinata, in cui un domani possano circolare mezzi di trasporto innovativi. All'area Expo di Milano stiamo attrezzando a verde il chilometro del decumano. In questo modo il verde diventa una vera e propria infrastruttura, che raccoglie le acque piovane, non le fa disperdere e le mette al servizio dell'elemento vegetale che cresce». Il Comune ha consentito di inserire una parte di residenzialità. «La trovo una decisione saggia. Oggi tutto il mondo sta studiando il modo di rendere vivibili i nostri centri città. E il Porto vecchio offre tutte le opportunità per nuovi tipi di abitazioni. Nel momento in cui diciamo che il rilancio va costruito a misura d'uomo, bisogna anche dare gli spazi alle persone. Tutto dipende dal giusto mix, da qui l'importanza della regia collettiva: tutti i grandi sviluppi richiedono una grande regia. È come un'orchestra che suona una sinfonia, ogni strumento è importante. Così i masterpalan si traducono in regole, principi, che grazie ai diversi investitori diventano un'opera corale».

Giovanni Tomasin

 

 

Il Comune rispolvera il "museo del gusto" per il Mercato coperto
Polidori tira fuori dal cassetto il progetto di rilancio siglato nel 2019 con l'Aidia di Krasovec, tra i firmatari di Punto Franco. La mossa riaccende il dibattito politico
L'amministrazione comunale ribadisce l'intenzione di preservare il carattere storico del Mercato coperto. E rilancia l'appello a farsi avanti, rivolto innanzitutto ai potenziali investitori. Allo scopo, il vicesindaco Paolo Polidori, che tra le sue deleghe ha quella ai mercati, ieri ha convocato una conferenza stampa all'interno del sito di via Carducci. Erano presenti anche il comandante della Polizia locale Walter Milocchi, il suo vice Paolo Jerman e l'architetto Lucia Krasovec, presidente dell'Aidia (Associazione italiana donne ingegneri e architetti) di Trieste, che qui ha la sua sede. Polidori ha affermato che, per rivitalizzare il luogo, restano aperte le porte «all'iniziativa privata. Il privato, chiunque sia, può presentare una proposta al Comune: ad esempio supermercato sì, no, oppure in parte. Noi offriamo la cornice, con il punto fermo che non si tocca il carattere storico del Mercato». Polidori, già espressosi a favore di postazioni street food e chilometro zero al piano superiore, ha sottolineato la volontà di costruire una «progettualità strategica. Valorizzare l'edificio è il messaggio arrivato da tutta la città, anche con la raccolta firme: lo accogliamo con entusiasmo». Adesso «proseguiamo sulla strada intrapresa in tempi non sospetti con Aidia - ha detto Polidori - rallentata dalla pandemia. L'8 maggio partiranno iniziative propedeutiche. Se la terrazza al momento è inagibile, bisogna pensare a cosa si può fare oggi». Con Aidia, il Comune nel 2019 ha infatti stipulato un "Protocollo di intesa per lo svolgimento di azioni innovative per il mercato coperto". A margine, Polidori ha sottolineato il carattere di "qui e ora" del ruolo di Aidia, che potrebbe decadere se si presentasse un investitore con un project valutato vincente. L'evento dell'8 maggio sarà culturale, in collaborazione con Italia Nostra nelle settimane dedicate ai musei. Aidia ha anche partecipato al bando ministeriale "Creative Living Lab", da cui potrebbe ottenere un finanziamento da 50 mila euro per attività culturali e creative. La cifra evidentemente non può cambiare le sorti della struttura. Ma vuole «mettere assieme attori interessati a far partire il gruppo progettuale - spiega Krasovec, che tra l'altro è tra i firmatari di Punto Franco, di Francesco Russo - con l'obiettivo finale della rigenerazione del mercato, comprese start-up dell'agroalimentare. Il progetto, a firma Aidia, esiste già». Nessuna anticipazione tuttavia sui contenuti, se non l'obiettivo di trasformare il sito di via Carducci in un "museo del gusto". Per sviscerare ulteriormente l'argomento, lunedì mattina alle 9 si riunirà la terza commissione consiliare, presieduta da Massimo Codarin della Lista Dipiazza. Rimane quindi per il momento in sospeso la commissione sulla trasparenza richiesta dal consigliere comunale di Futura, Roberto De Gioia, sul tema della concessione di nuove licenze. «Seguirò con interesse - spiega Antonella Grim di Italia Viva, presidente della trasparenza -. Poi vedremo se servirà anche un passaggio più tecnico. Ho ricevuto telefonate da varie persone, sulle licenze». Intanto il candidato sindaco di Futura, Franco Bandelli, fa sapere: «Abbiamo fatto la nostra parte, firmando la petizione di Adesso Trieste e offrendo proposte per il recupero del Mercato. Ora ci aspettiamo di venire chiamati a eventuali tavoli. Anche alla luce dei repentini cambi di indirizzo da parte dell'amministrazione». Futura vuole mantenere le bancarelle al pianterreno, creare un attrattore enogastronomico al piano superiore, e organizzare eventi in terrazza. Così Riccardo Laterza, portavoce di Adesso Trieste: «Bene se davvero il Comune aprirà a una progettazione partecipata. Noi intanto continueremo con la nostra simulazione. Il punto su cui non siamo d'accordo è la necessità di un grande investitore». «Per mettere una pezza sulle uscite del sindaco Roberto Dipiazza - commenta Laura Famulari del Pd - il centrodestra ha mandato Polidori, che ha avuto l'accortezza di far proprio quanto richiesto dal buon senso di tanta gente e dello stesso Pd».

Lilli Goriup

 

«La trasformazione di Casa Francol in hotel sacrifica quattro locali attivi in zona Urban»
La denuncia di Andrea Sinico, titolare di "Al Petes" di via Capitelli il cui dehors coincide con l'albergo prefigurato dal Comune
«Allucinante». Il giovane imprenditore Andrea Sinico segue alcune attività ricettivo-gastronomiche triestine, tra cui un nuovo residence in via XX Settembre e il buffet ex Mario in via Torrebianca (oggi «Monna de fer", con lieve variazione rispetto all'originario soprannome).Ma la sua più affezionata creatura è l'osteria "Al Petes" in via dei Capitelli, zona Urban in Cittavecchia. «Un investimento da 1 milione di euro», sillaba per non lasciare margine a dubbi e perplessità. Quell'allucinazione iniziale è provocata dalla lettura delle notizie su Casa Francol, una vecchia utopia comunale che sembra uscire dall'onirismo amministrativo per mezzo del nuovo Piano del centro storico, strumento che consentirebbe alla secentesca stamberga di diventare un albergo, accrescendo l'appetibilità del recupero su cui esiste un project financing da 4,5 milioni. Senonchè l'eventuale riqualificazione dell'edificio e la contestuale costruzione di un nuovo stabile a fianco in un fazzoletto di terra chiamato Umi 13 metterebbero a repentaglio - Sinico ne è sicuro - l'esistenza di quattro locali che vivono attorno a casa Francol: uno è il suo "Petes", poi "La bettola", la taverna "Sapori greci", "Maita" (ex "No"). Tra sbancamenti e malta, addio ai dehors e a buona parte dell'incasso. «Visto il periodo Covid che ci ha fortemente colpito - martella il giovane Sinico mostrando "in presenza" i luoghi coinvolti - un progetto, come quello di casa Francol, sarebbe esiziale».L'imprenditore così prende carta e penna per riepilogare: «Abbiamo un contratto d'affitto con il Comune firmato nel 2016, per cui paghiamo un annuale di 2.600 euro per un centinaio di metri quadrati all'aperto in Umi 13. Onde mettere a posto l'appezzamento e consentirne l'allestimento, abbiamo speso 30.000 euro: livellamento del terreno, telecamere, utenze, ecc.». «Avevano chiesto di comprarlo - insiste Sinico - ma per il Comune era indisponibile». «Se parte casa Francol - precisa - solo "Al Petes" lascia sul campo il 50% dei proventi: possiamo chiudere i battenti».Sinico, che in passato è stato consigliere provinciale di "Un'altra Trieste", aveva avvertito di questo problema l'assessore Elisa Lodi e il direttore dei Lavori pubblici Enrico Conte. «Ma perchè ignorarci? Perchè non tentare di progettare il sito coinvolgendoci? Perchè, in un momento drammatico per le attività food & beverage, compromettere quattro gestioni?».

Magr.

 

 

Dal centro fino al colle in meno di un minuto: l'ascensore ora è di tutti
Parte il servizio di trasporto gratuito garantito dagli impianti del Park San Giusto - La "stazione" a monte trasformata entro Natale con accanto i chioschi turistici
Il primo sistema "ettometrico" triestino, come lo chiamano gli ingegneri, è decollato ieri mattina alle 7: i due ascensori all'interno del Park San Giusto sono partiti dalla "caverna" in via del Teatro romano per ascendere in piazza della Cattedrale. Un viaggio che non tocca i 60 secondi. Una volta "landed", i passeggeri si arrampicano su una rampa di scale tipo rifugio anti-aereo e sbucano sotto il monumento ai caduti scolpito da Attilio Selva. Tutto gratis. La Regione, legittimando l'esercizio di servizio pubblico nell'ambito di «un percorso misto pedonale meccanizzato tra Teatro Romano e area monumentale del Colle», ha conferito agli ascensori una denominazione: EA01 e EA02. Franco Sergas - già presidente della compagine che ha costruito il parcheggio e oggi consulente del gestore belga Interparking - narra che gli elevatori salgono dai tre metri sotto il livello del mare di "downtown" fino ai 62 metri del capitolium tergestino: in tutto 65 metri, quelli di un palazzo alto 22 piani. L'operazione, iniziata un anno fa per rendere la coppia di lift una modalità di trasporto pubblico, ha finalmente raggiunto l'obiettivo concordato con il Comune nel quadro di un apposito atto aggiuntivo alla concessione del 2010: senza essere un utente del parcheggio, il cittadino/turista può imbarcarsi sugli ascensori per salire/scendere, evitando il bus "24" o la scarpinata attraverso Cittavecchia, affascinante ma fino a un certo punto, specie in presenza di eventi atmosferici di radicale impatto. Il potenziale del servizio sembra molto significativo: a pieno regime, evaporata l'emergenza pandemica, Sergas calcola che due milioni di passeggeri andranno ogni anno su/giù da San Giusto. Adesso, ancora condizionata dal Covid, la spola arriverà a trasportare 450 mila persone. In ogni modo entro 45 giorni saranno montate telecamere conta-passeggeri. C'è un direttore di esercizio, che è l'ingegnere Filippo Rigoni. La tradizione, toccando ferro, è buona: in sei anni solo due interruzioni. A colpo d'occhio, pesando l'affluenza ufficiosa di questi anni, circola un pubblico misto, osservano Sergas e Antonio Papa, responsabile della struttura Interparking triestina: quando è stagione molti i turisti, altrimenti i residenti nella zona di San Giusto e i genitori che portano i bambini negli istituti per l'infanzia. Risulta evidente l'agevolazione per i disabili. L'orario si allunga dalle 7 alle 23: sui notturni si valuterà di volta in volta, sentiti Comune e Regione. Gli eventi estivi nel castello di San Giusto costituiranno certamente terreno di confronto. I motivi di sicurezza e la persistente tendenza all'atto teppistico consigliano prudenza. Al momento è permesso viaggiare a due persone per ogni ascensore, quando non vi saranno limitazioni igienico-sanitarie si arriverà a 12 passeggeri per macchina. Il capolinea in piazza Cattedrale diverrà molto più grazioso, con il placet della Soprintendenza, in seguito ai lavori che dovrebbero iniziare in settembre per terminare a Natale: 220 mila euro direttamente sostenuti da Interparking. Alla "casetta" del parking faranno compagnia i rivenditori di bibite, attualmente dirimpettai del Melone. Giulio Bernetti, capo dipartimentale dell'Urbanistica, segue con interesse la novità: il Piano della mobilità sostenibile ha inserito analoghe iniziative tra via Giulia e l'Università, tra Cava Faccanoni e San Giovanni.

Massimo Greco

 

 

Multe in piazza Garibaldi «Più posteggi e tolleranza»
I commercianti lamentano il pugno di ferro dei vigili: «Così non scarichiamo le merci e i clienti scappano». Polidori apre: «Cercheremo delle soluzioni»
Reclamano una serie di parcheggi in zona, anche a pagamento, nonché un'adeguata zona di carico e scarico merci. O, in alternativa, un po' più di tolleranza da parte della Polizia locale. I commercianti di piazza Garibaldi non ne possono più delle multe e lanciano un appello al Comune di Trieste, con il vicesindaco e assessore alla Vigilanza Paolo Polidori che lo raccoglie a stretto giro e apre alla ricerca di possibili soluzioni, a fronte però di un ragionamento più ampio in cui entrano anche le possibili applicazioni della legge regionale sulla sicurezza. Ma andiamo con ordine. «È impossibile fermarsi e scaricare le merci - racconta Felix Aurelian Andreescu, proprietario di un mini market e di un bar in zona - ma anche soltanto recuperare gli incassi. Nei giorni scorsi avevo avvisato la cassiera che stavo arrivando, il tempo di fermarmi in una delle due corsie del lato della piazza che va in via Pascoli e un vigile mi ha consegnato la multa. Non è venuto neanche a bussarmi, ha fatto subito il verbale. Il carico e scarico per la merce è decisamente troppo lontano, in via della Raffineria, quello che chiediamo è solo di poter lavorare nella legalità e con serenità. Si potrebbero anche creare dei parcheggi a pagamento e, con le risorse ricavate, magari abbellire la piazza, che è sempre più un punto di riferimento per le tante comunità locali». Eva Cavalera, titolare de "I fiori de Berto", conferma le difficoltà degli esercenti della zona: «Siamo penalizzati, ci sono problemi seri per quanto riguarda i parcheggi. Mi sembra ci sia poca attenzione nei confronti di chi lavora qua. Una volta noi avevamo un mezzo, ora è insostenibile anche perché una multa è un problema grosso. I clienti che devono ritirare i fiori devono fermarsi in sosta vietata e se poi arriva il verbale difficilmente tornano. Anche per chi fa le consegne a domicilio è complicato riuscire a fermarsi per ritirare la merce da portare dai clienti». Ieri in mattinata sia il lato della piazza che arriva in via Pascoli che la prosecuzione di via della Raffineria, in realtà non percorribile se non per taxi e bus, si presentavano occupati da auto in sosta. «Ma è sempre così», racconta una residente che sta andando al Mercato coperto a fare la spesa. Anche dal chiosco "Frutta del sud" arriva la richiesta di parcheggi ad alta rotazione: «Ho clienti - racconta Francesco Miroballo, il titolare - che lasciano la macchina in viale D'Annunzio. A volte capita che uno si fermi per ritirare dei prodotti e se arrivano i vigili devono mollare tutto e correre a spostare la macchina. Portiamo le merci praticamente di corsa, nonostante l'approvvigionamento lo facciamo al mattino presto. In questo momento una multa può significare perdere il guadagno delle giornata. Abbiamo anche perso dei clienti per lo stesso motivo».Raza Naudin, titolare di "Pk pizzeria ristorante", ribadisce le necessità degli esercenti: «Dei posti auto farebbero molto comodo anche per riuscire a scaricare la merce da portare in locale o per consentire ai clienti di ritirare il cibo e magari, quando le norme lo consentiranno, di fermarsi al tavolo». Antonio Messidoro del chiosco delle chiavi ha l'attività commerciale in piazza Garibaldi dal 1980: «Sono qua da 40 anni - racconta - ed è cambiato tutto. Una volta esisteva il vigile di quartiere e dunque capiva chi si fermava per andare a bere il caffè o chi magari per necessità. C'era una comprensione maggiore». Polidori, assessore competente per quanto concerne la questione multe, conferma la volontà di intervenire nuovamente sulla figura del vigile di quartiere grazie alla nuova normativa regionale sulla sicurezza: «Con questa legge sarà possibile introdurre una figura intermedia, che magari possa fare da trade-union tra il cittadino e gli operatori delle forze dell'ordine. Quanto ai parcheggi, sicuramente possiamo fare una riflessione con l'assessore Luisa Polli per cercare una soluzione che vada incontro alle necessità di chi lavora».-

Andrea Pierini

 

 

Al via nelle scuole la campagna sui danni delle microplastiche
Fino al 15 maggio affissi in città e distribuiti negli istituti i manifesti ideati dagli studenti per sensibilizzare sul tema. Tutti gli alunni possono partecipare
Parte la campagna di sensibilizzazione per le scuole "Microplastiche: un mare di problemi", fortemente voluta dal Consiglio comunale delle ragazze e dei ragazzi (Ccrr) e dall'assessorato alla Scuola ed Educazione con la collaborazione di Sissa Medialab.«Si tratta di una campagna - spiega l'assessore Angela Brandi - di sensibilizzazione sui danni delle microplastiche che provengono dalla frammentazione di oggetti vari, da vestiti, cosmetici, processi industriali e che attraverso la catena alimentare entrano anche nel nostro corpo. La campagna prevede manifesti ideati dai ragazzi, affissi in città fino al 15 maggio e distribuiti nelle scuole con l'obiettivo di sensibilizzare gli studenti sul tema».C'è la possibilità per tutte le classi delle scuole primarie e secondarie di primo grado del Comune di Trieste di partecipare alla campagna inviando i propri materiali: poster, foto, video, canzone, storia, progetto coding) all'indirizzo di posta elettronica ccrr_trieste@medialab.sissa.it. Tutte le creazioni saranno pubblicate su una bacheca online e saranno raggiungibili dal sito http://ccrr.online.trieste.it. Grazie al sostegno di AgegasApsAmga, cinque classi di scuola secondaria di primo grado e venti di scuola primaria riceveranno delle borracce di metallo e un libro a tema ambiente offerto da Editoriale Scienza. Tutte le informazioni su http://ccrr.online.trieste.it/campagna/.Il Consiglio comunale delle ragazze e dei ragazzi è costituito da 25 giovani delle scuole primarie e secondarie di primo grado: rappresenta i giovani al Comune di Trieste ha il compito di proporre nuove idee per migliorare la nostra città.

 

 

Treno veloce Venezia-Trieste: a fine anno partono i lavori
Il Dpcm firmato dal premier affida a 27 commissari straordinari fra cui Vincenzo Macello, la gestione di 57 opere pubbliche strategiche
Dall'approvazione diretta dei progetti, d'intesa con i presidenti delle Regioni interessate dall'opera, all'esecuzione degli interventi operando direttamente come stazione appaltante. «Gli obiettivi sono terminare l'Alta velocità Brescia-Padova per il 2028, mentre la prima fase del potenziamento tecnologico della Venezia-Trieste contiamo di realizzarla entro il 2025. I lavori partiranno a fine anno». Il Dpcm firmato ieri dal premier Mario Draghi, che affida a 27 commissari straordinari la gestione di 57 opere pubbliche, assegna pieni poteri a Vincenzo Macello quale commissario della Tav Brescia-Padova e del potenziamento della linea ferroviaria Venezia-Trieste. All'ingegnere responsabile della direzione Investimenti di Rete ferroviaria italiana (Rfi) il compito di sbrogliare una matassa senza bandolo da almeno 30 anni a questa parte. La tabella di marcia è fissata. «Il primo lotto da Brescia a Verona è stato inserito nel Recovery plan e ne prevediamo l'attivazione, sempre per fasi, dal 2025» ha spiegato Macello durante la sua audizione in commissione Lavori pubblici al Senato. I due ostacoli principali da superare, però, rimangono l'attraversamento di Vicenza e, soprattutto, il tratto da Vicenza a Padova. Se tutto andrà per il meglio a lavori ultimati sull'intera linea Milano-Venezia si viaggerà a 250 km orari limando di 10' la percorrenza della tratta. A fronte del potenziamento della linea Venezia-Trieste, invece, la velocità dei treni su questa tratta potrà essere elevata a 200 km orari arrivando a coprire il viaggio in un'ora e 15 minuti. Il potenziamento prevede interventi per 1,8 miliardi. «Attualmente è previsto un finanziamento da 232 milioni che riguarda solo la prima fase di implementazione tecnologica» ha puntualizzato Macello. «L'avvio di questi lavori è atteso per fine 2021 e gli interventi sono inseriti nel Recovery plan. Contiamo di esaurire questa parte per fasi a partire dal 2023 e fino al 2025. Per quanto riguarda la soppressione dei passaggi a livello e gli interventi strutturali, l'obiettivo è completare la progettazione definitiva entro settembre 2021, mentre per la variante Ronchi-Aurisina prevediamo di avviare la progettazione di fattibilità tecnico-economica a giugno 2021». «L'ultimo passo formale è stato compiuto, ora è necessario che i commissari diventino subito operativi. Sono alte le attese per il potenziamento del tracciato Venezia-Trieste . Positivo il fatto che gli interventi tecnologici sulla linea siano inseriti nel Pnrr», afferma la presidente del gruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani.

Matteo Marian

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 16 aprile 2021

 

 

Sbarca in Porto vecchio l'archistar Kipar - il paesaggista autore di importanti opere in tutto il mondo

Il luminare tedesco delle riqualificazioni urbane definira' le linee guida per il recupero dei magazzini e progettera' le aree verdi

È l'architetto e paesaggista tedesco Andreas Kipar il nome scelto dal Comune di Trieste per definire le linee guida progettuali per il recupero dei magazzini del Porto vecchio e per la realizzazione di viali ed aree verdi. L'archistar ha visitato la città nei giorni scorsi e, nelle previsioni degli uffici, dovrebbe ricevere ufficialmente l'incarico entro il mese. Ne ha parlato ieri mattina il sindaco Roberto Dipiazza a margine della conferenza stampa al Magazzino 26 sul programma di mostre ed eventi culturali per il biennio 2021-2022. «Lo avevamo incontrato già mesi fa - commenta il primo cittadino - e ora siamo arrivati alla formalizzazione dell'incarico. Si occuperà della progettazione dei viali, ma anche di come si potrà intervenire sui magazzini».La nomina di un paesaggista che stabilisca delle linee guida complessive è una delle richieste della Soprintendenza per il recupero dell'antico scalo. Nella fattispecie il professionista tedesco stabilirà l'impianto dei due progetti su cui verte il potenziale finanziamento da 40 milioni del Recovery Fund, ovvero il viale monumentale e verde che collegherà il centro città al Magazzino 26 e il cosiddetto parco lineare, l'area verde che correrà lungo le rive. A lui spetterà anche il compito di stabilire la cornice degli interventi sui magazzini storici, altra richiesta dell'ente incaricato della tutela dei beni culturali. Paesaggista riconosciuto a livello internazionale, Kipar ha curato progetti di recupero urbano su grande scala in tutto il mondo, lavorando a progetti come gli Expo di Milano e Dubai. È l'inventore del modello dei "Raggi verdi" del capoluogo lombardo, una connessione tra centro e periferie improntata alla mobilità lenta. Il modello è stato riconosciuto come pionieristico dal settore e applicato a Essen, Capitale verde europea nel 2019, e nella Smart- city di Rublyovo-Arkhangelskoye di Mosca. Lo studio di architettura del paesaggio guidato da Kipar, Land, ha progettato anche gli spazi aperti del progetto di Porta Nuova a Milano, che nel 2018 si è aggiudicato il prestigioso premio Mipim Awards all'interno della categoria Best Urban Rigeneration. Ma l'architetto e il suo team seguono progetti di riqualificazione urbana dalla Germania a Pechino, passando per Dubai e altre località del Medio oriente. In questo modo il Comune risponde agli appelli venuti da più parti per il coinvolgimento di nomi di alto profilo per il risanamento del porto asburgico, appoggiandosi a uno dei professionisti più affermati del settore nel momento in cui passa dalla fase di pianificazione, stabilita dalla variante al Piano regolatore approvata nelle settimane scorse, a quella della progettazione vera e propria. La formalizzazione dell'incarico di Kipar dovrebbe arrivare, per l'appunto, nell'arco delle prossime due settimane.

Giovanni Tomasin

 

 

Rete ferroviaria in porto - Prende il via l'intervento sul nodo di Aquilinia - le infrastrutture
Partita la progettazione dei binari verso l'area ex Aquila a servizio del futuro terminal ungherese e del previsto impianto siderurgico che il ticket Metinvest-Danieli punta a creare alle Noghere
Trieste. Ingegneri al lavoro sui progetti e alcune gare pronte a partire. La rivoluzione ferroviaria nel porto di Trieste prende corpo e, se Rfi ha appena annunciato l'avvio delle opere a Campo Marzio, è cominciato l'intervento che rimetterà in piedi il nodo di Aquilinia, a servizio del futuro terminal ungherese e dell'impianto siderurgico che il ticket Metinvest-Danieli valuta di creare alle Noghere. I 190 milioni del piano complessivo sono già finanziati, mentre dipende dal Recovery Plan l'arrivo dei 70 milioni per la nuova stazione di Servola, che sorgerà al posto della Ferriera. Campo Marzio - L'Autorità portuale è pronta a bandire la gara per il rifacimento dei 16 chilometri di binari interni al Porto nuovo. Il progetto è approvato e si prevede di dare il via al cantiere l'anno prossimo per concludere entro il 2023. Oltre ai binari, si sostituiranno i deviatoi, che saranno automatizzati e non più attivati manualmente. Rfi ha già provveduto dal canto suo all'allungamento delle aste di manovra della stazione di Campo Marzio e nei prossimi anni costruirà un fascio di 10 nuovi binari, di cui 4 lunghi 750 metri. Il piano dell'Ap si basa a sua volta sulla costruzione di 6 binari di arrivo e partenza a servizio dei Moli V e VI, mentre il VII avrà il suo allaccio diretto, grazie a una galleria di 30 metri che lo collegherà alla stazione di Campo Marzio. Tutto dovrà essere pronto entro il 2025, quando i traffici saranno gestiti dall'interno di una sala operativa congiunta Rfi-Ap e sarà abbattuto il muro che separa i binari della stazione da quelli dell'area portuale. Verrà così creato un punto franco unico, mentre i treni potranno entrare e uscire per la prima volta dal porto grazie alla trazione elettrica, usando i locomotori diesel solo per le manovre in banchina. Il costo ammonta a circa 140 milioni: una sessantina a carico di Rfi e 77 spesi dall'Ap. Si tratta della parte più cospicua dei 190 milioni complessivi di investimenti che Rfi e Ap hanno già interamente finanziato, con lo scopo di arrivare in cinque anni al raddoppio della capacità ferroviaria dello scalo, che oggi può movimentare fino 14 mila treni all'anno:molto vicini al record di 10 mila generato dal porto nel 2019. Il presidente Zeno D'Agostino conta ora sul Recovery Plan, che ha stanziato 80 milioni per lo sviluppo ferroviario dell'intero scalo. Le risorse del Pnrr permetteranno all'Autorità di ridurre il ricorso all'indebitamento. Aquilinia - Molto si sta muovendo pure nell'area dell'ex Aquila. Lo sviluppo della banchina ungherese attende anch'esso il Recovery, ma ora anche il possibile stabilimento siderurgico di Metinvest e Danieli richiede linee su ferro efficienti. I lavori per l'elettrificazione del binario da Servola fino alla stazione di Aquilinia sono cominciati, poi da lì si procederà con locomotore diesel verso il terminal magiaro e i capannoni di FreeEste a Bagnoli, utilizzando binari che spetterà all'Ap rimettere in funzione. La gara per il binario diretto a FreeEste è imminente e la progettazione di quello fra Aquilinia ed ex Aquila è partita, con l'auspicio di ultimare le opere entro il 2023. I programmi dicono infatti che per quella data sarà rimessa in funzione da Rfi la stazione di Aquilinia. La realizzazione del comprensorio costerà 35 milioni: 27 a carico di Rfi e 8 dell'Autorità portuale. Una volta a regime, i treni lasceranno la parte sudorientale del porto, uscendo da Trieste dalla nuova bretella, che consente l'immissione nella galleria di cintura, senza transito per Campo Marzio. Servola - I 190 milioni si completano con i 7 utilizzati per la bretella e i 5,5 spesi per riattivare la linea Transalpina, che collega porto e Interporto di Fernetti. Mancano invece ancora tutte le risorse indispensabili per la nuova stazione di Servola, su cui avevano messo gli occhi i cinesi di Cccc, ritiratisi poi tanto da questa partita quanto da quella di Aquilinia. L'impegno è da 70 milioni, necessari a costruire un possente snodo ferroviario al posto dell'area a caldo: dovrebbe pensarci il Pnrr, che per Servola prevede 100 milioni tra copertura dei costi di bonifica, dragaggi e infrastrutturazione del terminal. La parte ferroviaria sarà progettata col supporto di Rfi: servirà i traffici della Piattaforma logistica, del futuro Molo VIII e dell'area sudest del porto. Per procedere bisognerà ultimare le demolizioni e realizzare i piazzali: per adesso si comincerà ad utilizzare a breve binari di nuova creazione all'ex Scalo legnami.

Diego D'Amelio

 

 

Ferriera verso il raddoppio del laminatoio - Impatto ambientale al vaglio della Regione
Ma l'avvio dell'attività potrebbe slittare di qualche mese. A Servola i valori delle polveri sottili si sono ridotti di due terzi
Trieste. La Regione ha avviato la valutazione di impatto ambientale per il raddoppio del laminatoio che il gruppo Arvedi ha previsto a Servola, creando i nuovi reparti di verniciatura e zincatura, dove troveranno lavoro gli operai dell'area a caldo. La riconversione muove un altro passo, anche se mancano ancora le autorizzazioni per la realizzazione dei piazzali e una chiarificazione del percorso di sdemanializzazione che permetterà ad Hhla Plt Italy di creare il terminal logistico al posto di cokeria e altoforno in demolizione. Sono queste le principali novità emerse ieri durante il sopralluogo dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, che ha voluto verificare l'andamento dei lavori, approfittando dell'occasione per presentare un nuovo studio dell'Arpa in cui si attesta che, dopo la fine della produzione di ghisa, i valori delle polveri sottili a Servola si sono ridotti di due terzi. Nel comprensorio si lavora per il futuro e gli uffici della Regione hanno cominciato la valutazione di impatto ambientale per il potenziamento del laminatoio. Il procedimento è partito il 24 marzo, data da cui scatta un periodo incomprimibile di 45 giorni, durante il quale gli enti pubblici interessati possono far pervenire le proprie osservazioni. Se tutto andasse liscio, la giunta Fedriga potrà modificare l'Autorizzazione di impatto ambientale, consentendo quindi la realizzazione del nuovo impianto di laminazione a freddo. I macchinari verranno forniti dal gruppo Danieli: Arvedi li acquisterà dopo lo sblocco dell'Aia. L'ad Mario Caldonazzo ha assicurato nei mesi scorsi ai sindacati di poter concludere le opere e riportare tutte le maestranze al lavoro entro il settembre 2022, cioè entro i 24 mesi di cassa integrazione stabiliti dall'Accordo di programma, che a regime prevede 417 addetti. La speranza era tuttavia di firmare l'acquisto entro marzo, perché ci vorranno sei mesi per l'arrivo degli impianti e altri dodici per la messa in funzione. La data di settembre parte destinata a slittare di alcuni mesi. Pur nella rara velocità dei lavori di smantellamento, qualche apprensione in più la desta al momento il versante dell'ex area a caldo. Come spiega il presidente di Icop Vittorio Petrucco (che opera nell'area per conto di Plt), «sulla conferenza dei servizi che darà il via alla messa in sicurezza dei terreni non abbiamo segnali, ma la vera questione ancora in sospeso è quella della sdemanializzazione, che speriamo possa essere accordata rapidamente». Senza quel passaggio, infatti, Icop e Hhla Plt non avranno titolo per lavorare sui terreni, perché non sarà possibile il trasferimento della loro proprietà. Intanto i lavori di demolizione continuano, la vista del mare è sempre più aperta e i servolani possono contare su un'aria migliore. «Arvedi ha quasi sempre rispettato i limiti di inquinamento - riconosce Scoccimarro - ma ora le pm 10 sono diminuite di due terzi, come dimostra lo studio dell'Arpa. Siamo venuti a verificare dopo un anno dall'attuazione dell'Adp e siamo soddisfatti del rispetto del cronoprogramma che ci porterà a un'industria pulita, tanto che qui a Servola si potrà fare il bagno. Oggi i livelli di polveri sottili sono migliori di quelli del centro città. Lo smantellamento crea certamente qualche disagio a livello di polveri e odori, ma l'Arpa vigila ed è sempre intervenuta celermente», sia dopo il grande spolveramento seguito alla demolizione del nastro trasportatore dell'altoforno, che dopo l'abbattimento del gasometro, con odori molto forti prodotti dalle morchie all'interno del silo.

D.D.A.

 

 

L'infopoint mai aperto sulla ciclabile Cottur nella struttura in abbandono da cinque anni
L'edificio di via Orlandini era stato affittato in passato da Fiab e altre associazioni. Fvg Strade: «Situazione da valutare»
Un piccolo edificio, moderno, in metallo e vetro, accoglie, alla fine di via Orlandini, i ciclisti e i pedoni che percorrono una delle piste ciclopedonali meglio riuscite del territorio, la "Giordano Cottur", dedicata allo storico campione di ciclismo giunto tre volte terzo al Giro d'Italia e vincitore della famosa tappa di Trieste nell'edizione del 1947. Un percorso, lungo 12 chilometri, che è frutto della riconversione del sedime dell'ex ferrovia Campo Marzio - Erpelle, che dal 1887 al 1959 aveva messo in connessione Trieste con Erpelle, stazione, quest'ultima, posta lungo la linea ferroviaria Pola-Divaccia, strategica ai tempi dell'impero perché lontana dal mare e dalla portata dei cannoni navali. Anche l'edificio, dal design moderno come i lampioni vicini, ha un nome, come la pista ciclabile per cui è sorto: nel 2010 durante l'inaugurazione del percorso la struttura, posta al centro della carreggiata quasi come fosse un casello autostradale, venne dedicata a Rodolfo Crasso, campione italiano degli amatori di marcia. Doveva fungere da punto informativo - in realtà mai operativo - dell'intero percorso che, attraverso suggestivi scorci urbani e gli spettacolari panorami lungo la Val Rosandra, conduce oggi al confine con la Slovenia, poco dopo Draga Sant'Elia.Un percorso ciclopedonale, fabbricato di via Orlandini compreso, che all'epoca venne a costare 7,9 milioni di euro, di cui due milioni erogati dalla Regione Friuli Venezia Giulia, che ne acquisì la proprietà nel 2017, e due milioni dall'allora Provincia di Trieste, prima proprietaria. Oggi l'edificio, a distanza di undici anni, versa in totale stato di abbandono. Anche se nel corso di questo periodo per quasi un quinquennio c'era stato il tentativo di dargli uno scopo: «Avevamo chiesto all'allora Provincia - ha spiegato il presidente di Fiab Ulisse, Luca Mastropasqua - di utilizzare, previo pagamento di un piccolo affitto, l'edificio insieme ad altre associazioni, per farne la nostra sede estiva, tenuto conto della valenza strategica dell'edificio. Non è stata, purtroppo, un'esperienza positiva, per diversi motivi, dall'abnorme presenza di zanzare alla posizione dello stesso immobile nel contesto, in quanto non di facile accesso in bicicletta per i nostri soci. Abbiamo deciso di lasciare nel 2016, anche approfittando del passaggio in vista alla Regione. Sta di fatto che la mission dell'edificio, ossia quella di essere il punto informativo della pista ciclopedonale, non si è mai realizzata». «La struttura - ha evidenziato Federico Zadnich di Fiab Ulisse - presenta un'ampia sala riunioni, un stanza deposito, un bagno accessibile ai disabili e ha anche un impianto di climatizzazione. Chiaro che se nello spazio antistante ci installi una fontanella, una postazione per il bikesharing, un'officina per piccole riparazioni, le cose cambiano e rivitalizzi». A Luca Vittori, della divisione nuove opere di Fvg Strade, che gestisce le ciclabili regionali, i motivi per i quali l'edificio sia in stato d'abbandono non sono noti «in quanto è da meno di un anno che mi occupo di gestire le ciclabili della regione. In questo breve periodo non ho ricevuto alcuna richiesta o proposta di utilizzo del fabbricato. Che sarebbe giustissimo ma il perché non decolli è tutto da capire, da valutare».

Luigi Putignano

 

 

Alle 17.30Agricoltura biologica negli orti urbani

Terzo incontro sul web di "percorsi di formazione orti urbani" oggi, alle 17.30, organizzato da Bioest e Legambiente Trieste. Gigi e Cristina Manenti relazioneranno sul loro metodo di agricoltura biologica in azienda. É un metodo di coltivazione "naturale" riassunto nel libro "Alle radici dell'agricoltura". Per info Tiziana Cimolino 3287908116, orticomuni.trieste@gmail.com

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 15 aprile 2021

 

 

Centri commerciali, fra tre anni il raddoppio

Fiera, Silos, Maddalena, gli occhi di Ikea su Porto vecchio: equilibri destinati a cambiare. E i poli storici si preparano alla sfida

La provincia di Trieste attualmente vanta tre centri commerciali, ma da qui a tre anni - in base ai progetti oggi in piedi - assisteremo all'inaugurazione di un'importante struttura di vendita negli spazi un tempo destinati alla Fiera, alla concretizzazione (se tutto filerà liscio) del rilancio del Silos, alla realizzazione del complesso commerciale all'ex Maddalena (cinquemila metri quadrati tra Despar e altri punti vendita), senza contare i nuovi insediamenti commerciali attesi all'interno del Porto Vecchio nell'ambito della sua rivitalizzazione. Se, come già annunciato dal sindaco Roberto Dipiazza, il colosso Ikea ha messo gli occhi su una porzione dell'antico scalo, è verosimile che lo sbarco del colosso svedese non resterà isolato. Davanti a un simile contesto futuro, si apre il dibattito su quale potrà essere la sorte dei centri oggi esistenti. Partiamo dal primo costruito a Trieste, con precisione nel 1991, Il Giulia, che sta completando i lavori che hanno ridato un nuovo volto alla struttura, con il marmo che ha lasciato spazio al parquet, una ripensata illuminazione e un nuovo volto pure per la facciata esterna. Dopo che nel 2016 Piero Coin, uno dei protagonisti della celebre famiglia di imprenditori veneti, ha acquisito tutte le quote della Iulia srl, diventando il nuovo proprietario del centro, Il Giulia ha di anno in anno registrato nuovi ingressi. Di poche settimane fa anche l'apertura della gastronomia Come di Casa. «Abbiamo commercializzato il 90% della superficie commerciale disponibile - riferisce la proprietà - e ci prestiamo a chiudere la trattativa per l'apertura di un nuovo store da 1.600 metri quadrati: i nuovi centri commerciali non ci spaventano, la nostra è una dimensione diversa». A dare una prospettiva a Il Giulia da qui a due-tre anni è la sua vocazione più rionale - è quasi un'estensione di San Giovanni - ma soprattutto l'importante progetto dello studentato che sorgerà alle sue spalle. Quest'estate, burocrazia permettendo, partirà infatti il cantiere che in via Bonomo trasformerà l'ex Telecom in casa per studenti da 450 posti letto. Un bacino commerciale non indifferente, con centinaia di ragazzi che inevitabilmente usufruiranno di quel centro ai piedi della loro residenza per fare la spesa, per mangiare un panino e bere una birra. Senza contare l'interesse per i servizi. «Abbiamo cercato di dare al centro una fisionomia che diversifichi l'offerta merceologica e migliori il servizio alla clientela, anche con un servizio di consegna a domicilio - spiega la proprietà de Il Giulia - con un occhio particolare ovviamente anche ai giovani, vista la nuova realtà che nascerà qui accanto».Il centro commerciale di più recente costruzione è Montedoro Shopping Center di Aquilina. «I centri commerciali in progetto non ci fanno paura - sostiene il direttore Sergio Bavazzano - perché riteniamo di attingere a un bacino d'utenza, d'oltreconfine soprattutto, diverso da quello che a nostro avviso sceglierà altre strutture. A nostro favore gioca anche l'aspetto legato alla viabilità». Tra l'altro uno studio commissionato dallo stesso centro commerciale evidenzia la distanza dagli attuali centri rispetto all'ex Fiera: cinque minuti in auto e 19 in bus dalle Torri: nove minuti in auto e 21 in auto da Il Giulia, 13 in auto e 23 in bus da Montedoro. Montedoro che vede oggi occupato il 90 % delle superfici commerciali. «Stiamo valutando l'inserimento di nuovi marchi - illustra Bavazzano - e lavoriamo a una declinazione del piano superiore tra servizi sanitari e spazi ludici, con un ampliamento dell'offerta indirizzata a giovani e famiglie».

Laura Tonero

 

 

La Capodistria-Divaccia infiamma il dibattito - Gabrovec esce dall'aula - Polemiche in commissione a Duino Aurisina
DUINO AURISINA. «Abbandono la seduta in segno di protesta per la superficialità con cui si affrontano temi complessi». «Rispediamo con forza al mittente tale accusa, che riteniamo offensiva, perché il nostro lavoro è stato approfondito e motivato». È questo il vivace scambio di cui sono stati protagonisti, nell'ordine, il consigliere di opposizione Igor Gabrovec e la presidente della seconda Commissione, Chiara Puntar, nell'aula del Municipio di Duino Aurisina, in cui l'altro giorno si discuteva di una mozione, preparata dalla stessa Puntar, relativa al raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia. «Un progetto - l'introduzione di Puntar - che desta grande preoccupazione. La nostra mozione esprime, come in passato, contrarietà a un cantiere che rischia di creare danni irreversibili alla Riserva della Val Rosandra e di deturpare parte del Carso. Per questo vogliamo aggiungere la nostra voce alla posizione della Regione e dei Comuni coinvolti, in primis quello di San Dorligo, cui chiederemo di poter di essere presenti alla prossima audizione con la 2Tdk, azienda costruttrice del tratto ferroviario». «Siamo un Comune - la replica di Gabrovec - che ha impiegato 12 anni per la ristrutturazione di una piazza e vogliamo esprimere giudizi ambientali e giuridici su un progetto a valenza strategica internazionale, del valore di oltre un miliardo, vagliato e finanziato dalla Ue, con una documentazione che per la sola incidenza ambientale vale 700 pagine. Non partecipo a una pagliacciata a uso di campagna elettorale». Ed è uscito.

u. sa.

 

 

Futura: piano per le ciclabili e il ritorno del Giro d'Italia - Le proposte della civica sul tema della mobilità

Riportare il Giro d'Italia a Trieste è la proposta, provocatoria, che Futura lancia sul tema della mobilità. La civica vuole inoltre mettere a punto un piano generale per la ciclabilità, allo scopo di collegare tra di loro gli spezzoni di pista attualmente esistenti creando un unico circuito, e organizzare un grande evento cicloturistico per attrarre sportivi e ciclisti amatoriali di Italia, Austria, Slovenia e Croazia. «L'amministrazione guidata da Roberto Dipiazza ha inserito un bici-plan nel Piano urbano mobilità sostenibile (Pums) - ha dichiarato il consigliere comunale Roberto De Gioia durante una conferenza stampa in Porto vecchio -. Ma nei fatti, sono riusciti a realizzare 265 metri di pista ciclabile in 5 anni, davanti al Centro congressi. Quella di viale Miramare è piena di buche; per rimettere a posto la Cottur hanno dovuto alzare la voce i cittadini. Hanno fatto il bike sharing senza piste ciclabili». Il candidato sindaco Franco Bandelli ha illustrato le già citate proposte di Futura, commentando: «La città a volte ha la memoria corta. La giunta Illy fece la pista sul marciapiede parallelo a Barcola: ne vediamo le conseguenze. Cosolini la fece passare per Campo Marzio, mettendo a rischio la sicurezza dei ciclisti. Ma soprattutto, dobbiamo chiedere scusa per il comportamento del sindaco Dipiazza, che nel 2009 prese letteralmente a calci il Giro d'Italia. Trieste ne fu allontanata per cinque anni. Cosolini riuscì a riportarlo nel 2014. Adesso siamo di nuovo senza da 7 anni. Siamo pronti a cospargerci il capo di cenere per riavere il Giro, una delle manifestazioni sportive più amate dagli italiani, e che a Trieste assume un sapore patriottico».

L.G.

 

 

La sanzione - Legno nel cassonetto:500 euro di multa

Il personale del Distretto di Opicina ha rintracciato il responsabile del conferimento nei cassonetti dell'indifferenziata di travi e assi di legno, che andavano invece depositate in un centro di raccolta. All'uomo una sanzione da 500 euro, la rimozione dei rifiuti e la messa in ripristino dei cassonetti.

 

 

La causa transfrontaliera sulle interferenze radio sbarca in Corte d'Appello - Il "duello" tra emittenti italiane e slovene
Un altro capitolo nella "battaglia delle antenne" che vede confrontarsi nelle sedi giudiziarie triestine emittenti italiane, come il gruppo Sphera e Radio Maria, e la tv di stato slovena Rtv Slovenija, supportata dalla Repubblica slovena. La questione di fondo è sempre la stessa: le radio italiane lamentano che le interferenze slovene, dovuti ai potenti impianti posizionati sul monte Nanos e ad Antignano, disturbano le trasmissioni. A indicare l'importanza in cui vengono considerati i responsi triestini, ieri erano presenti in Corte d'Appello il procuratore speciale di Sphera e di Radio Maria, Gianantonio Guarnier, e l'avvocato di punta dello schieramento legale, Felice Vaccaro, professionista fiorentino ritenuto uno dei maggiori conoscitori della materia. Si teneva la prima udienza del parziale appello di Radio Maria verso una sentenza del Tribunale di Gorizia proprio sul "duello" tra i trasmettitori del Nanos (Rtv) e quelli di Porzus (Radio Maria). L'emittente cattolica insiste, corroborata dalla perizia del tecnico triestino Edoardo Marega, sul fatto che il Nanos "inonda" il 70% del territorio regionale, da Pordenone a Trieste. Ieri Vaccaro ha eccepito le nuove domande di Rtv e la carenza di giurisdizione relativa alla presenza in giudizio della Repubblica slovena, in quanto il giudice italiano non può decidere su uno stato estero. Aggiornamento il 2 febbraio 2022. C'è tempo per riflettere e valutare soluzioni che possano prescindere da una sentenza. Una settimana fa in Tribunale era invece iniziato il confronto sulle interferenze da Antignano: attore il gruppo veneto Sphera.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 14 aprile 2021

 

 

Mercato coperto, AT vara il progetto partecipato
Parte la raccolta di proposte per simulare il futuro per il sito. Intanto Bassa Poropat (Cittadini): «Non si snaturi la struttura»
«Datemi un progetto e vi do le chiavi», disse il sindaco Roberto Dipiazza a chi critica la giunta sul Mercato coperto. La civica Adesso Trieste, dopo aver raccolto oltre 6.300 firme con la sua petizione online, prende sul serio la sfida del primo cittadino e avvia una simulazione di progetto collettivo sul futuro della struttura: i firmatari e i commercianti della stessa sono invitati a partecipare. Nel frattempo interviene sul tema anche la consigliera dei Cittadini Maria Teresa Bassa Poropat, che invita a recuperare la struttura seguendo quanto fatto a Lisbona e Stoccolma, così da non snaturare Barriera Vecchia. La simulazione, spiega Adesso Trieste, vuole essere un banco di prova per una possibile amministrazione partecipata: la simulazione raccoglierà virtualmente e in presenza i bisogni e le aspettative delle persone sulla struttura (via mail scrivere a assembleapartecipazioneat@gmail.com). I portavoce di AT Giulia Massolino e Riccardo Laterza sottolineano che il punto di partenza della simulazione è un dato diffuso di recente: «Nel corso della puntata di Ring di venerdì scorso il consigliere Codarin della Lista Dipiazza ha dichiarato che i costi per la gestione ordinaria del mercato ammontano a 200 mila euro l'anno. Si tratta di una prima, importante informazione, la cui pubblicità è un altro risultato della nostra campagna. Siamo convinti che si possa costruire una gestione diversa, consorziando chi già opera al suo interno insieme ad altre imprese e cooperative, attività agricole, artigianali e ristorative, servizi pubblici e associazioni culturali». Un percorso che At auspica venga avviato dal Comune, «ma nel frattempo riteniamo sia importante dimostrare che tutto ciò era ed è già possibile, oltre che necessario».L'ex presidente della Provincia Bassa Poropat si augura che il rinnovato interesse per il Mercato non sia figlio della campagna elettorale, e pone come necessario «un cambio di paradigma nell'affrontare il tema del recupero del Mercato coperto, spostando l'attenzione dalla dimensione meramente architettonica e gestionale, a quella relazionale, definita dal suo inserimento in un tessuto urbano fortemente caratterizzato». Barriera vecchia, prosegue, «non è un rione interscambiabile con altri, sia perché ha mantenuto nel tempo una connotazione popolare, sia perché oggi mostra una molteplicità di etnie e culture diverse. Ecco perché l'ipotesi di un supermercato a mio parere va a collidere con la dimensione identitaria che caratterizza mercato e rione».

Giovanni Tomasin

 

Anche la quinta asta senza investitori per il cantiere a fianco del Freetime
La vicenda si trascina da oltre dieci anni: in zona Noghere erano previsti hotel e spa
Ci sono asset difficili da piazzare che hanno bisogno di attraversare molti esperimenti d'asta e soprattutto necessitano di veder abbassare considerevolmente la stima di partenza. Il compendio edile incompiuto, che si erge contiguo al centro commerciale Montedoro "Freetime" in zona Noghere, appartiene a questa categoria di "clienti" ostici per i professionisti che ne seguono la vendita. Anche ieri pomeriggio, quando alle ore 15 il commercialista Matteo Montesano si è connesso alla gara telematica che aveva bandito, lo schermo è rimasto deserto. Il prezzo cominciava a essere interessante, perché la quotazione di 2,2 milioni era riducibile a una proposta minima di 1,5 milioni. Non ancora sufficiente, però, per allettare l'investitore. Nonostante, rispetto alla prima asta tenutasi nel marzo del 2019, il prezzo si fosse ridotto di quasi i due terzi: infatti la prima tornata valutava il "cantierone" di Montedoro 6,3 milioni di euro, con la possibilità di "auto-ridurre" l'offerta a 4,7 milioni. Siamo intanto giunti alla quinta puntata con i tentativi di collocare il bene: due aste si tennero nel 2019, due vennero bandite nel 2020, la numero "5" si è disputata ieri. Montesano, professionista delegato per l'esecuzione immobiliare "individuale", non può demordere e spera di rilanciare un ulteriore tentativo addirittura prima dell'estate: a quel punto l'esca sarà ancor più ghiotta per l'eventuale interessato, perché la base d'asta scenderà di un altro 25%, per cui l'offerta minima presentabile sarà di 1,1 milioni. La vicenda si trascina da oltre dieci anni. L'edificio in questione avrebbe dovuto ospitare un hotel da cinque piani e un'area "wellness" sviluppata su quattro, il tutto accompagnato da rimesse e vani tecnici. La vicinanza al centro commerciale e al raccordo autostradale Lacotisce-Rabuiese sembrava renderlo un buon investimento. La società, che aveva avviato il progetto, era la Enide srl, domiciliata a Castelnovo di sotto in provincia di Reggio Emilia. Sul bene l'ipoteca a favore di molte banche (Carige, Bper, Mps, Intesa Sanpaolo, Unipol, Bnl, Cassa di risparmio di Parma e Piacenza). A promuovere un pignoramento fu Mps per 8,5 milioni. -

Massimo Greco

 

 

«Doppio binario - L'Unione europea vigili sui lavori» - PD e Verdi sulla Capodistria-Divaccia
TRIESTE. L'inizio dei lavori del secondo binario della linea ferroviaria tra Capodistria e Divaccia suscita malumori e proteste nell'ambito politico del Friuli Venezia Giulia. A preoccupare è il passaggio del tracciato lungo aree, come la parte alta della Val Rosandra, che potrebbero subire l'inquinamento delle falde acquifere con danni ambientali anche per l'area italiana. «Ho chiesto alla Commissione Ue - scrive l'europarlamentare Elisabetta Gualmini (Pd) - di fare tutto il possibile per salvaguardare la riserva naturale della Val Rosandra, rientrante nella Rete Europea Natura 2000, minacciata dalla realizzazione del progetto "secondo binario" per la linea ferroviaria Capodistria-Divaccia». «Occorre che questo sito di interesse ambientale - precisa - sia protetto attraverso un attento monitoraggio dei lavori e con adeguate misure economiche di attenuazione degli effetti del progetto». Allarme anche dei Verdi del Fvg che spiegano come «l'impatto transfrontaliero del Progetto del raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia da anni al centro delle preoccupazioni dei Verdi del Friuli Venezia Giulia».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 13 aprile 2021

 

 

Da Capodistria a Divaccia - Il secondo binario apre i cantieri - il tracciato
Il progetto decolla con la firma dell'appalto con un consorzio sloveno-turco per la tratta tra il porto sloveno e Crni Kal
LUBIANA. Dopo due referendum contro e una crisi di governo sfociata nelle elezioni politiche anticipate (caduta del governo Cerar il 14 marzo del 2018), Lubiana ora marcia decisa verso la realizzazione del secondo binario della ferrovia Capodistria-Divaccia, opera infrastrutturale indispensabile per consentire lo sviluppo dei traffici nel porto del capoluogo del Litorale e il collegamento con il corridoio europeo Adriatico-Baltico. Oggi, il porto di Capodistria offre il tempo di viaggio più breve da Shanghai a Monaco di Baviera. Il tempo di navigazione marittima è più breve di 5-6 giorni rispetto ai porti dell'Europa settentrionale e poi c'è la velocità della logistica. Risultato: oltre 1 milione e 200 mila Teu movimentati all'anno contro i circa 750 mila del porto di Trieste.Il 31 marzo scorso il ministro delle Infrastrutture Jernej Vrtovec ha firmato il contratto di appalto per i lavori nella tratta Capodistria-Crni Kal con il consorzio sloveno-turco Kolektor Cpg, Yapy Merkezi e Ozaltin per un valore di 224,7 milioni di euro. E qui, improvviso, giunge l'anatema da parte dell'assessore regionale dell'Fvg all'Ambiente Fabio Scoccimarro che parla di un «no assoluto» della Regione al progetto del secondo binario «perché il cantiere rischia di creare danni ambientali per la Riserva naturale della Val Rosandra» e chiede al governo italiano di bloccare i lavori. A Scoccimarro arriva l'aiuto bipartisan del Pd del Fvg che avanza la stessa richiesta. La risposta della Slovenia è però categorica. «Il progetto è stato sede di una valutazione transfrontaliera completa dell'impatto ambientale, sono state ottenute approvazioni ambientali e il progetto ha un permesso valido per la sua attuazione», risponde la società 2Tdk che gestisce la costruzione del secondo binario (società al 100% di proprietà dello Stato sloveno). «Tutta la documentazione - si precisa - faceva anche parte della domanda di sovvenzioni europee, che è stata esaminata sia dall'istituzione europea Jaspers, sia dal direttorato della Commissione europea Dg Ambiente, e dalla Banca europea per gli investimenti(Bei)». «Che tutto sia stato attuato in conformità della legislazione ambientale vigente - concludono alla 2Tdk - è dimostrato anche dal fatto che tutti i fondi per il progetto sono stati approvati con il placet anche della direzione generale della Commissione europea». Quindi: noi andiamo avanti. Lo conferma lo stesso ministro alle Infrastrutture Jernej Vrtovec che non risponde alle obiezioni del Fvg, ma invita a lavorare «per aumentare la capacità del porto di Capodistria per il bene di tutta l'economia del Paese» e ricorda come l'anno scorso il 59% delle merci provenienti dallo scalo è stato movimentato su treno. E che quello che va su treno non va su gomma e quindi c'è un beneficio per l'ambiente. E che l'opera non si può più fermare lo conferma anche il capogruppo alla Camera del Pd ed ex presidente dell'Fvg Debora Serracchiani. «In un'articolata delibera del 2015 abbiamo dichiarato - prosegue - che gli interventi previsti dalla Strategia per lo sviluppo del trasporto della Repubblica di Slovenia 2014-2020 potevano determinare impatti ambientali anche a carico del nostro territorio». «A questo punto abbiamo il dovere di esercitare la massima vigilanza sull'esecuzione dei lavori, pretendendo che siano rispettati i vincoli ambientali per evitare impatti idrogeologici». «E su un altro fronte dobbiamo finalmente pretendere che si lavori a un sensibile riduzione di tempi di percorrenza sulla Trieste-Venezia e all'efficientamento della direttrice Trieste-Udine-Semmering - conclude Serracchiani - perché se adesso abbiamo capienza di trasporto sulle linee esistenti, certo non possiamo stare ad aspettare che Capodistria torni a farci concorrenza».«Sono opere previste dalle infrastrutture europee», spiega Maurizio Maresca docente di diritto dell'Unione europea all'Università di Udine. «Opere per il Corridoio Adriatico-Baltico inserite nel regolamento 1.315 del 2013 dell'Ue e devono essere ultimate entro il 2030 altrimenti Lubiana dovrà risponderne a Bruxelles». Posizione condivisa anche dal presidente della Port Authority di Venezia Paolo Costa, mentre il suo "collega" triestino Zeno D'Agostino glissa. «Non ho mai guardato quello che fanno gli altri - dice - che facciano pure, abbiamo buoni rapporti internazionali con la Slovenia». La sensazione che si ha dopo essersi confrontati con i vari interlocutori è che, diciamo, Fvg e Slovenia non si vogliono un gran bene. Vuoi perché già oggi il Porto di Capodistria mobilita più Teu di Trieste, vuoi per alcuni progetti europei dello scalo triestino rispediti al mittente e da rivedere (vedi Molo VIII), sta di fatto che Lubiana, visto che l'Italia non fa investimenti strategici sul corridoio Adriatico-Baltico va per la sua strada per far crescere lo scalo di Capodistria.

Mauro Manzin

 

LEGAMBIENTE RILANCIA L'ALLARME - «A rischio le acque del Rosandra» - Gli ambientalisti sul piede di guerra
LUBIANA. La principale accusa degli ambientalisti italiani alla nuova infrastruttura ferroviaria tra Capodistria e Divaccia, oltre a quella dell'impatto paesaggistico, è il rischio che vengano inquinate le falde acquifere che poi si gettano nel torrente Rosandra che scorre lungo l'omonima valle in territorio italiano. Un gruppo di speleologi triestini si è recato sul pianoro di Ocizla e si è calato nelle grotte che vi si trovano. Versando del colorante nell'acqua intercettata nelle cavità si è visto che la stessa sgorga poi nel torrente Rosandra. Il rischio più elevato di inquinamento delle falde si avrà proprio in fase di realizzazione dell'opera quando i macchinari adoperati per realizzare i trafori potrebbero sversare olii e combustibile nel terreno, prodotti che si infiltrerebbero nelle falde acquifere.«Dagli studi e ricerche effettuati da geologi e speleologi sloveni e italiani risulta che i lavori di costruzione del cosiddetto secondo binario tra Capodistria e Divaca nell'area dell'alta Val Rosandra (in territorio sloveno) e del sistema carsico di Beka-Ocisla, ricco di grotte e cavità naturali, potrebbero inquinare e compromettere le acque sotterranee che poi sgorgano a Bagnoli/Boljunec», conferma Andrea Wehrenfennig, presidente del Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste. «Non è da trascurare - precisa - anche il probabile inquinamento acustico della Valle dell'Ospo dovuto al tratto di ferrovia in superficie previsto sul lato sloveno». «Purtroppo nella fase della valutazione d'impatto ambientale transfrontaliera - ormai conclusa da diversi anni - le autorità italiane non hanno coinvolto la popolazione interessata, mentre da parte slovena le proposte di tracciati alternativi non sono riuscite ad avere spazio», afferma ancora Wehrenfennig chiedendosi che cosa ci sia da fare ora che i lavori di costruzione della nuova ferrovia stanno per iniziare. «Ci sembra insensato richiamarsi a una Via transfrontaliera già conclusa», constata, ma Legambiente propone alle autorità italiane (Governo, Regione e Comune di Dolina) di puntare su una trattativa col governo sloveno, che preveda di affiancare ai tecnici della società statale slovena 2Tdk (che gestisce il progetto) un gruppo interdisciplinare di esperti di parte italiana (geologi, naturalisti, chimici, speleologi) facendo ricorso ad Arpa Fvg, a esperti dell'Anpa e ad esperti indicati dal Comune di Dolina. Questi avrebbero il compito di sorvegliare la progettazione ed esecuzione dei lavori, verificandone allo stesso tempo gli effetti sulle acque in territorio italiano. «Per questo, oltre all'accordo tra i due Stati - conclude il presidente di Legambiente Trieste - serviranno dei fondi da parte del Governo e della Regione». E sul versante sloveno? Decisamente poco. C'è la proposta presentata nel giugno del 2019 al Consiglio di Stato da parte della Siz, Slovenska inzenirska zveza (Lega degli ingegneri della Slovenia) in cui gli estensori, il professor Joze Duhovnik, e il professor Janvit Golob, presentano un tracciato molto più a est verso l'interno dell'Istria che avrebbe permesso anche una maggiore interconnessione con la parte croata della Penisola. In precedenza, nell'aprile 2018, un dossier contiene un appello di tre associazioni di ingegneri sloveni (Siz, Inzenirska akademija Slovenije e Inzenirska zbornica Slovenije) che prendono posizione per un ripensamento del progetto ufficiale. Il tracciato più interno proposto nel 2019 ha avuto eco sui media sloveni ma il governo non ha cambiato di una virgola il proprio progetto anche perché dei collegamenti con l'Istria croata a Lubiana non interessa un granchè.

M. MAN.

 

Slalom nei terreni carsici fra tunnel e viadotti - 44 milioni investiti per ciascun chilometro

LUBIANA. Per la Slovenia il raddoppio della linea ferroviaria tra Capodistria (porto) e Divaccia è senza ombra alcuna la più importante opera strutturale dopo l'ultimazione della rete autostradale e il suo collegamento al sistema europeo. Costerà complessivamente 1 miliardo e 194 milioni di euro. Il tutto per costruire 27,1 chilometri. Indicativamente oltre 44 milioni di euro a chilometro. Una cifra enorme, motivata però dalla natura (carsica) e orografica del tracciato. Il finanziamento sarà garantito dalla Slovenia e dai Paesi dell'entroterra (si sta trattando con l'Ungheria per 300 milioni e l'ingresso dei magiari alla logistica del Porto di Capodistria), prestiti (già sottoscritto uno con la Nova Ljubljannska Banka e con la Bei). I finanziamenti a fondo perduto dell'Ue copriranno il 21% dei costi. Tracciato che complessivamente sarà costituito da otto trafori, due viadotti, 1 galleria e due ponti. Il lungo serpentone di cemento armato parte da Divaccia e procede in direzione sud ovest. Il primo "ostacolo" è costituito dall'altura di Rodik che viene "bucata" con un traforo lungo 6.714 metri. Superata Cosina si arrivata al delicatissimo passaggio sopra la fine della Val Rosandra (in sloveno Glinscica) che viene superata con due ponti e tra di essi una galleria. I ponti sono lunghi rispettivamente 70 e 100 metri mentre la galleria è di 45 metri. Per rendere al minimo l'impatto ambientale il passaggio sul primo dei due ponti avverrà come se si viaggiasse in galleria in quanto l'infrastruttura verrà "inscatolata" sopra il suo livello in modo tale che non si vedranno passare i convogli. La traccia spunta così sulla piana di Ocizla e qui supera in un altro traforo la sovrastante autostrada Lubiana-Capodistria, traforo lungo 6.071 metri. Anche questo è un passaggio molto delicato e discusso dagli ambientalisti in quanto si passa su un terreno carsico nel cui sottosuolo vi è un complesso sistema di grotte. Si arriva così a Crni Kal dove un viadotto di 452 metri piega decisamente verso ovest. Ci si infila quindi risalendo verso nord ovest in una serie di trafori, cinque in tutto, lunghi rispettivamente 330 metri, 1.954 metri, 128 metri, 358 metri e 1.163 metri. Usciti dai tunnel si spunta sopra la valle delle Noghere, tra Vignano e Prebenico, sopra un viadotto che curva verso sud ovest lungo 647 metri. Da qui, all'altezza di Plavie si ritorna in galleria, un tunnel lungo 3.808 metri che piega verso sud per sbucare tra Scoffie e Villa Decani dopo essere passato sotto l'autostrada Lubiana-Capodistria, ancora in tunnel. Qui il binario gira decisamente a ovest allacciandosi alla vecchia linea che fino a Villa Decani è a doppio binario. La massima pendenza della linea è del 17% mentre il vecchio tracciato arriva a un massimo del 26%. A opera conclusa la capacità dei due binari sarà di 231 treni al giorno che potranno smaltire fino a 43,4 milioni di tonnellate di merci all'anno.

M. MAN.

 

 

Corsi di ballo, fitness e yoga nel cuore di Porto vecchio
L'iniziativa di 17 associazioni unite sotto il nome di Trieste Professione Benessere con un bacino d'utenza da 8 mila sportivi, per ovviare allo stop di sale e palestre
Il Porto vecchio si prepara ad accogliere corsi e lezioni di 17 realtà cittadine, per un bacino d'utenza di circa 8 mila sportivi. Associazioni, scuole ma anche singoli professionisti, riuniti sotto il nome di Trieste Professione Benessere, un sodalizio spontaneo nato nei mesi scorsi, che ha presentato richiesta ufficiale al Comune per svolgere attività nell'area, come in parte aveva già fatto qualcuno prima della zona rossa. Col ritorno in arancione, sono pronti a ripartire subito, già in settimana, sostenuti dalla Terza Circoscrizione che sul tema ha organizzato un'assemblea pubblica nei giorni scorsi, con il sindaco Roberto Dipiazza. «Abbiamo già preparato un calendario in base alle varie esigenze di tutti - spiega Edoardo Gustini, portavoce del gruppo - e appena il quadro meteo sarà più favorevole cominceremo. L'area per noi più utile, e punto di riferimento, sarà il grande spazio con la pavimentazione dipinta, davanti alla Centrale idrodinamica. Ideale finché le giornate non saranno troppo afose, poi magari ci sposteremo anche in altri luoghi più ombreggiati, non lontani». Si susseguiranno lezioni e corsi di yoga, arti marziali, zumba, danza, ballo e tante altre discipline, che al momento non possono contare su sale e palestre, chiuse da tempo a causa della pandemia. «Per tutti noi rappresenta una soluzione fondamentale - prosegue Gustini - per continuare l'attività. Il nostro bacino d'utenza è grande, ma siamo aperti non solo a chi già ci segue, sarà un'opportunità per farci conoscere anche da chi, passando, vorrà provare e magari poi deciderà di iniziare un percorso con noi».Massima apertura da parte del Comune, ma «priorità alle attività di supporto al centro vaccinale - puntualizza l'assessore comunale alle Attività economiche Serena Tonel -, quindi gli sportivi potranno occupare il piazzale giallo compatibilmente alle necessità degli edifici vicini, ma comunque - sottolinea - piena disponibilità per tutte le altre aree all'aperto presenti». Anche per il sindaco Dipiazza le associazioni «possono tranquillamente operare, hanno carta bianca». Oltre alle varie realtà di Trieste Professione Benessere, il Porto vecchio continua ad attirare anche tanti runner, e poi amanti della bicicletta e chi pratica sport in modo autonomo. Per rendere ancora più funzionale l'area, secondo molte associazioni, servirebbero alcuni collegamenti con l'energia elettrica, prese per impianti audio, soprattutto per chi utilizza la musica per i corsi, e poi qualche panchina per appoggiare abiti e borse, e i servizi igienici. «Sono richieste che se recepite, soprattutto per le toilette, credo farebbero felici anche altri sportivi e cittadini che frequentano il Porto vecchio e che sono davvero tanti, in particolare da quando dobbiamo fare i conti con il Covid-19, ma per ora - rileva Gustini - già la possibilità di poter svolgere attività liberamente, grazie all'ok del Comune, è una conquista importante e la zona è talmente bella e comoda, considerando anche i parcheggi a disposizione, che anche in futuro - annuncia il portavoce - quando le palestre riapriranno, vorremmo sfruttare questo spazio per altre iniziative e magari per continuare anche con alcuni momenti sportivi all'aperto».

Micol Brusaferro

 

Pronta al restyling la bretella da largo città di Santos al Miela
Imminente l'intervento sulla strada che corre parallela a corso Cavour, da effettuarsi entro il 30 aprile - Divieti di sosta e di transito
Fresatura, eventuale risanamento in profondità, ripavimentazione in asfalto, rifacimento della segnaletica stradale orizzontale: barba e capelli per la "bretella innominata", che collega largo città di Santos (dove spicca sala Tripcovich) e piazza duca degli Abruzzi. Ne aveva proprio bisogno. Innominata ma importante, perché rappresenta la naturale continuazione dell'uscita dal varco di Porto vecchio in direzione del centro e perché decongestiona corso Cavour. Infatti si tratta di quel tratto stradale che corre parallelo proprio a corso Cavour, alle spalle degli edifici che ospitano il popolare negozio di abbigliamento "Mirella", la sede di Trieste città digitale (Tcd), il recentissimo e illuminatissimo Urban center bioscientifico comunale, la sala espositiva "Magazzino delle idee" gestita dalla regionale Erpac, il teatro "Miela Reina". Sull'altro lato della strada, si allunga la rete metallica al di là della quale è visibile l'avancorpo di Porto vecchio con il Molo IV e il cosiddetto villaggio Greensisam.Committente dei lavori sulla "bretella" è lo stesso Comune, attraverso il dipartimento urbanistico diretto da Giulio Bernetti. L'ordinanza concede all'impresa esecutrice, la tolmezzina Spiga, tempo fino al 30 aprile per l'effettuazione dell'intervento, il cui inizio è imminente. Divieto di sosta, divieto di fermata, divieto di transito: per 72 ore dalla "bretella" non si passerà. L'unica concessione di Bernetti riguarda l'entrata/uscita al servizio del parcheggio di Molo IV, la cui operatività deve essere garantita. I lavori vanno presegnalati all'altezza degli incroci prima/dopo l'area d'intervento.

Magr

 

Due campi da tennis e altrettanti per il padel nel futuro del terrapieno - Poi l'ipotesi skatepark
Il sindaco Dipiazza durante una riunione online con la III circoscrizione svela i dettagli della zona sportiva e apre al progetto degli appassionati
Due campi di padel, due di tennis e l'apertura a un possibile skatepark, proposto dai tanti appassionati del settore. Il sindaco Roberto Dipiazza svela qualche dettaglio in più sulla cittadella dello sport che prenderà forma in Porto vecchio e per la prima volta, durante una riunione online con la Terza circoscrizione, delinea il progetto dei campi sportivi fronte mare. «Abbiamo raccolto tante richieste sia per il padel che per il tennis - sottolinea Dipiazza -, per questo stiamo programmando la realizzazione di questo tipo di strutture, nella zona del terrapieno, facilmente utilizzabili dai cittadini anche contando sull'ampio parcheggio vicino. Ma tutta l'area si prepara a cambiare, a favore di tanti altri sportivi, pensiamo che a poca distanza ci sarà anche la piscina e che il Porto vecchio è sempre più frequentato dalla gente che si dedica al fitness. Penso che con questa destinazione - aggiunge - possa essere anche un ottimo biglietto da visita per chi entra in città». E durante l'assemblea, il parlamentino, guidato dalla presidente Laura Lisi, ha manifestato al primo cittadino le richieste di tanti ragazzi che vanno in skateboard, e che vorrebbero un impianto regolamentare proprio nella zona. «Possiamo contare su spazi molto ampi - ha risposto Dipiazza -: invito i ragazzi a presentarmi un progetto, che poi valuteremo insieme agli uffici. Dobbiamo capire le misure e le strutture che richiede». I giovani sportivi non hanno perso tempo, hanno completato il disegno dell'opera nel dettaglio, e in questi giorni lo consegneranno al Comune. «A Trieste abbiamo due skatepark malmessi, a San Giacomo e Altura - ricorda Giulio Manzin, dell'associazione Wheel Be Fun, che raccoglie skater e pattinatori -: c'è bisogno di nuove aree attrezzate, anche perché ormai in città siamo in tanti e il movimento è in costante crescita. Inoltre, costruendo una pista regolamentare, potrebbe diventare un'importante attrattiva turistica e non solo, ospitando gare nazionali e internazionali e altri eventi di richiamo, come già succede in diverse città della Slovenia o in Friuli. Richiamerebbe - sottolinea - anche tanti spettatori, oltre a moltissimi appassionati, per una disciplina sempre più popolare e ricordiamo - aggiunge - che nel 2021 lo skateboard è entrato nelle discipline olimpiche ed è finalmente riconosciuto anche dal Coni». Il progetto preparato segue le linee guida che la federazione di riferimento indica per un impianto a norma. Tennis, padel, skate, la piscina, ma Laura Lisi lancia anche un'altra proposta al Comune. «Servirebbe un pezzo di costa, sempre nella stessa zona, uno squero pubblico, per sup, canoa, windsurf, canoa polo - ipotizza - da destinare a queste e altre discipline, sarebbe fantastico e molto utile a tante persone. Al momento non è previsto, ma chissà. C'è bisogno di garantire spazi che molti cittadini - conclude - sognano da anni».

Mi.Br.

 

 

Vigneti, uliveti e asini - Monte d'Oro cambia coi giovani agricoltori
Sulla collina un allevamento dei miti quadrupedi anche per la pet therapy. Già attivi quattro viticoltori e olivicoltori
SAN DORLIGO. Un allevamento di asini, nuovi vigneti e uliveti che si stanno sostituendo a una parte del bosco. Cambia volto il versante della collina di Monte d'Oro che guarda verso Trieste, destinato a ospitare, a breve, questi miti e forti quadrupedi, di cui si apprezza in particolare il latte, molto utilizzato in pediatria. Lo spunto per questa novità assoluta è dovuto all'intraprendenza della dirigenza della Comunella di Dolina, che amministra complessivamente 230 ettari nel territorio di San Dorligo della Valle. «Dovendo procedere con un parziale disboscamento dell'area - spiega il presidente, Franco Pecar - abbiamo cercato di creare i presupposti per un utilizzo degli spazi che così si verranno a creare, per offrire opportunità di lavoro ai giovani. È così maturata, di concerto con Andrej Kosmac, imprenditore locale e presidente del Circolo ippico Monte d'Oro "Dolga Krona" - aggiunge - l'idea di impiantare un allevamento di asini sui 16 ettari che stiamo disboscando». «Sono animali straordinari - sottolinea Kosmac - buoni, mansueti, onnivori, che contribuiscono alla pulizia degli appezzamenti nei quali vanno a pascolare. Pensiamo anche di dare vita all'asino terapia». Pratica definita anche onoterapia, di cui è perno questo animale docile ed empatico, definito dagli esperti "affettuoso, dotato di grandi capacità relazionali e amante del contatto fisico, statico e riflessivo, in grado di creare, attorno a sé, accoglienza e tranquillità". «In prospettiva - riprende Kosmac - sarà mio figlio Patrick, che ha 20 anni, a dedicarsi a questa attività, iscrivendosi negli elenchi dei giovani agricoltori, che possono beneficiare anche di contributi europei. Entro l'estate - conclude Andrej Kosmac - contiamo di poter alzare i primi recinti e collocare in loco i primi capi, ai quali potrebbero aggiungersi anche bovini». La collina di Monte d'Oro vede già attive da qualche tempo anche quattro aziende che si occupano di vigneti e uliveti, distribuite su una superficie di una quarantina di ettari, anch'essi ricavati con il disboscamento, gestito in collaborazione con la Guardia forestale. «Di esse sono titolari giovani imprenditori - precisa Vojko Kociancic, memoria storica della Comunella - che stanno beneficiando dell'impianto di irrigazione che fu realizzato a suo tempo dalla Provincia e che porta l'acqua fino alla sommità della collina, dove abbiamo un serbatoio di mille metri cubi di capacità, utile anche se dovesse verificarsi un incendio». Uno dei giovani agricoltori operativi sulla collina è Martin Merlak: «Questo è un lavoro duro - osserva - ma che garantisce grandi soddisfazioni». «Abbiamo in previsione di proseguire col disboscamento per altri 30 ettari - riprende Kocjancic - sempre in stretta collaborazione con la Guardia forestale e, quando saranno liberi, intendiamo proseguire con questa politica di utilizzo del territorio, riprendendo le tradizioni locali dell'allevamento zootecnico e della produzione di vino e olio. Il nostro principale problema - conclude - è il riconoscimento giuridico delle Comunelle, strutture storiche, nate per garantire la condivisione dei prodotti del territorio e non sempre adeguatamente apprezzate».

Ugo Salvini

 

 

A Muggia nuovo sistema di raccolta della plastica attraverso i sacchi gialli - modifiche alla procedura per gli imballaggi
MUGGIA. Cambiamenti in vista a Muggia per quel che concerne la raccolta porta a porta degli imballaggi in plastica, che non devono più essere conferiti sfusi nel contenitore unifamiliare, ma raccolti prima nei sacchetti gialli che sono già stati consegnati a domicilio nella quasi totalità del territorio comunale. Il sacco giallo andrà quindi inserito nel contenitore unifamiliare che sarà esposto per la raccolta. La consegna riguarda, in questo momento, l'utenza con fornitura di bidone, mentre chi già utilizzava i sacchetti potrà proseguire nell'iter sino ad oggi adottato. «È una scelta - fa sapere l'assessore Laura Litteri - che andrà a migliorare il servizio laddove la plastica sfusa, proprio in virtù della sua leggerezza, è soggetta a maggior rischio di dispersione nelle attività di raccolta, mentre il tutto si semplifica se contenuta all'interno di un sacchetto. Da una prima verifica sull'ultima raccolta di plastica effettuata, peraltro, l'utilizzo dei nuovi sacchi è già entrato nelle buone pratiche della maggior parte dei muggesani. Ciò fa ben sperare che, a conclusione delle consegne, il riscontro sia ancora più positivo». Dal Comune fanno sapere che, per garantire la copertura di tutta l'utenza del territorio, a breve sarà messo a disposizione un indirizzo e-mail al quale segnalare l'eventuale non recapito dei sacchi in modo da poter verificare e conseguentemente colmare eventuali difetti di intervento. Una volta conclusa la distribuzione dei sacchi, quindi, qualora non si utilizzi il sacco giallo il rifiuto non verrà raccolto e verrà affisso un bollino di avviso all'utenza sul contenitore.

L.P.

 

 

Il grifone presente nell'area friulana nel primo incontro proposto da CoNa

Sono tre gli appuntamenti in programma on line la prossima settimana promossi dall'associazione Co.Na. (Conservazione della natura) con sede al centro visite della riserva naturale regionale -Isola della Cona di Staranzano.Siccome le attività in presenza continuano ad essere irrealizzabili, spiega il presidente Graziano Benedetti, viene organizzato un ciclo di conferenze in rete che sarà possibile seguire dal computer di casa o dallo smartphone utilizzando la piattaforma Skype. Tutti gli interessati che vorranno partecipare agli eventi, sono invitati a mandare una e-mail a: info@associazionecona.it entro martedì prossimo 14 aprile per ricevere il link di collegamento. Il ciclo di appuntamenti prende il nome "Sotto gli occhi della natura" e inizierà venerdì alle 20.30.Si comincia con la conferenza di Fulvio Genero, responsabile scientifico della riserva naturale lago di Cornino. Parlerà su "Il Grifone in Friuli Venezia Giulia, storia ed evoluzione del progetto di reintroduzione".Il secondo incontro avverrà il venerdì successivo 23 aprile, sempre alle 20. 30 e sarà la volta dell'ornitologo e ricercatore Enrico Benussi, collaboratore dell'associazione "Liberi di volare" di Trieste che tratterà l'argomento "Il Gabbiano reale. Problematiche sulla presenza in ambito urbano". Il terzo e ultimo incontro del ciclo è affidato a Maurizio Tondolo, direttore dell'Ecomuseo delle Acque del Gemonese di venerdì 30 aprile alle 20.30 che parlerà su "Il lavoro naturalistico dell'Ecomuseo delle acque del Gemonese". Il presidente di Co.Na. Benedetti, dopo aver sottolineato il successo di partecipazione sempre in streaming nella passata edizione a fine 2020, ricorda che eventuali variazioni del programma o l'aggiunta di ulteriori conferenze saranno comunicate per tempo a tutti i partecipanti.

Ciro Vitiello

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 12 aprile 2021

 

 

MERCATO COPERTO - La ricetta "lenta" di Petrini: «Nel mercato c'è l'identità Trieste non l'abbandoni»
Mentre in città si discute sul futuro della struttura coperta, l'anima di Slow Food rilancia il piccolo Commercio di livello: «Diamo chance ai giovani, la politica non bussi sempre alle grandi catene»
«Una grande città come Trieste non può permettersi di abbandonare il piccolo commercio e il suo storico mercato, perché è lì che possono trovare nuove opportunità i giovani ed è lì che risiede l'identità del territorio». Carlo Petrini, fondatore e presidente dell'associazione Slow Food, è uno che di cibo, cultura, società e territorio, e della relazione che li lega, ne sa parecchio: ci ha costruito sopra una vita, una carriera, uno stile. Gastronomo, sociologo, scrittore, attivista convinto del valore del cibo e del modo in cui lo si produce, lo si consuma e lo si conosce, Petrini entra nel vivace dibattito pubblico che da giorni coinvolge la città e il futuro del Mercato coperto. Non lo fa ovviamente immergendosi nella polemica politica o nei dettagli tecnici di un eventuale intervento di recupero, ma riflettendo sul ruolo che i mercati possono e devono ricoprire nei centri storici delle città, con benefici sul fronte economico e occupazionale, ma anche culturale, sociale, turistico. Da Budapest a Madrid, da Firenze a Valencia, da Londra a Siviglia, in tutta Europa la riqualificazione e valorizzazione dei mercati storici, con la loro esplosione di profumi e colori, tipicità e folclore, è stata considerata uno strumento per vivere le città e presentarle ai turisti in modo nuovo. A Trieste se ne parla da una vita, ma non si conclude. E la responsabilità, secondo Petrini, è della politica, «che non può aspettare che arrivi il salvatore della patria, il grande investitore, l'attrattore che porta i soldi e occupa gli spazi: le istituzioni non devono attendere progetti, ma pensarli».Carlo Petrini, in che modo la politica è responsabile?«Lo è perché si deve assumere l'onere di scegliere e di considerare questo tema come una priorità. Qui si parla di politica in senso alto, quella che deve individuare nuovi paradigmi, che richiedono capacità di visione. Le istituzioni devono porsi come garanti della comunità e di un nuovo tipo di rapporto tra produzione e distribuzione».Come devono farlo?«Viviamo una fase storica difficile e unica. Questa terribile crisi pandemica ci insegna che dobbiamo davvero cambiare rotta. La pandemia ha riempito le tasche della grande distribuzione e dei colossi dell'online, come Amazon, che hanno fatto ricchi affari, mentre ha devastato il piccolo commercio, che già da tempo viene soffocato dalle logiche dei prezzi imposte dai grandi. È la politica, sono le istituzioni che devono scegliere con chi stare, chi supportare». Come dovrebbero essere sfruttati i mercati in questo senso?«I mercati sono i luoghi ideali per consentire alle piccole realtà agricole del territorio di avere spazi per la vendita diretta dei loro prodotti. Ci sono tantissimi giovani che, complice la crisi occupazionale, negli ultimi anni sono tornati alla terra. Si mettono in gioco, generosi, e costruiscono cooperative e piccole realtà di valore e qualità. E noi non li aiutiamo? Diamo spazio solo ai supermercati? Quei giovani devono avere la possibilità di vendere direttamente i loro prodotti: si dia a loro quegli spazi».Ma concretamente come si deve procedere?«Ci sono mille esempi, dai Mercati della terra di Slow Food a Campagna Amica di Coldiretti. Sono progetti che funzionano, strade che vanno percorse prima di bussare alla porta della grande distribuzione, che ha avuto sin troppi benefici in questi anni. È una strada più difficile, ma spetta al pubblico farsi carico di queste decisioni».Ancora una volta, è una questione di scelte.«Certo. Sostenere il commercio di prossimità deve essere considerato dalla politica una battaglia giusta, necessaria. Non si possono più difendere gli interessi di pochi colossi a discapito dei piccoli: è intollerabile. E poi un paese come il nostro non può permettersi di perdere il suo rapporto con la terra, la sua identità più alta e nobile».

Elisa Coloni

 

Marini: «Raccolta firme ad hoc contro Dipiazza» - l'affondo del forzista

«Raccogliere firme è sempre stato uno sport molto praticato a Trieste. Ma esistono diversi tipi di raccolta firme, da quelle fatte in perfetta buona fede per sollevare un problema e chiederne la soluzione, come la riapertura del Parco di Villa Necker, assolutamente trasversale, alla quale ho aderito, e altre strumentali, come quella sul Mercato coperto». Lo afferma Bruno Marini, consigliere comunale di Forza Italia, che aggiunge: «si tratta di una petizione strumentalizzata da forze politiche, sulle quali costruire improbabili alleanze o addirittura stipulare patti di carattere squisitamente partitico. Sul Mercato coperto - spiega Marini - si sta costruendo una campagna rivolta dichiaratamente contro l'attuale sindaco Dipiazza, peraltro poco difeso e supportato dalla sua maggioranza, con affermazioni inverosimili quando non francamente ridicole».

 

Polemica su Villa Haggincosta L'Aias ora "sfida" Giorgi sul posto
Il Comune non ha i 4 milioni necessari per il restyling. L'associazione, invitata a trovare i soldi, rilancia e chiama l'assessore a un sopralluogo
Villa Haggincosta, chiusa dal 2008, è al centro di un botta e risposta tra l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi da una parte e l'Associazione per l'indipendenza, l'assistenza e la sicurezza delle persone con disabilità (Aias), ultimo ospite dell'immobile 13 anni fa, dall'altra. In seguito alla denuncia di abbandono del bene da parte del Comune, scritta dalla presidente dell'ente, Claudia Marsilio, l'esponente della giunta Dipiazza aveva invitato quest'ultima, se intenzionata, a proporre un progetto supportato da investitori. Al momento infatti l'amministrazione non ha a disposizione quattro milioni di euro, la spesa preventivata per riqualificare la villa. «Invitiamo l'assessore a un confronto sul posto dedicato all'edificio principale di Villa Haggiconsta per valutare quanto afferma», scrive in una nota la presidente Marsilio: «Sicuramente non sono le barriere architettoniche il problema dell'edificio, in quanto eliminate dalla stessa Aias Trieste nel lontano '72, quando ancora nessuno parlava di barriere architettoniche, ma è il degrado totale dovuto alla mancanza di manutenzione ordinaria e straordinaria che competeva e compete al Comune di Trieste».Quanto al progetto, «la proposta c'è ma chiedo cortesemente all'assessore di farci sapere in quale veste noi possiamo chiedere contributi per un edificio sul quale non abbiamo titolo», continua Marsilio. Che aggiunge: «Quando la villa era stata donata dalla Regione al Comune, l'istituzione donante aveva aggiunto nella delibera la raccomandazione di agire in fretta per non deteriorare ulteriormente il bene già notevolmente trascurato. La Regione permetterà che un bene pubblico venga abbandonato a se stesso oppure accoglierà la richiesta dell'Aias di una collaborazione per salvarlo e renderlo un bene prezioso per la città?».La villa in questione, lo ricordiamo, è in viale Romolo Gessi, in una posizione panoramica su Passeggio Sant'Andrea. Fu costruita nel 1889, su progetto di Ruggero Berlam, commissionata dal mercante greco-russo Giorgio Haggincosta.

be.mo.

 

Meno lacci burocratici - Adesso Casa Francol può diventare un hotel
Il Piano del centro storico leva i limiti di destinazione d'uso: 10 mesi fa il flop dell'asta sul project financing da 4,5 milioni
Casa Francol, il Comune insiste e non desiste: prima che termini il terzo Dipiazza, cerca una soluzione che consenta a un angolo, teoricamente prestigioso in pieno centro, di scuotersi di dosso una spessa patina di mesto abbandono. Forse esiste lo strumento che può attrarre investitori: è il Piano particolareggiato del centro storico, che entro la fine di aprile dovrebbe tornare in commissione per il secondo giro di approvazione (circoscrizioni, aula) e poi entrare così in vigore. Il direttore dipartimentale Giulio Bernetti e l'architetto Beatrice Micovilovich, che ha coordinato il gruppo di lavoro sul Piano, danno una buona notizia al collega Enrico Conte, che ha seguito il dossier Francol: una volta varate le nuove regole, non ci sarà più limite di destinazione d'uso per l'antico ma fatiscente edificio in zona Urban, costruito a metà del XVII secolo. Edificio che potrà essere trasformato anche in albergo. A pochi metri fischieranno le orecchie a Manuel Costantin, titolare dell'hotel Urban, fino a un anno fa molto ben disposto, insieme ad Andrea Monticolo, a scommettere sullo stabile dei nobili Francol. La cubatura disponibile è inoltre incrementabile, essendoci facoltà di costruire "ex novo" nello spazio libero a fianco, denominato nel burocratese municipale "Umi 13". Naturalmente il progetto dovrà essere compatibile con i desiderata della Soprintendenza, che su quell'area, sia per la centralità (Crosada, Capitelli, salita verso Barbacan e San Giusto)che per l'interesse archeologico, vuole dire la sua. Poi bisogna verificare la convivenza delle eventuali intenzioni private con i programmi comunali: nel settembre 2019 venne approvato dalla giunta il progetto redatto dall'architetto Fulvio Urbano Bigollo. Si trattava di un project financing pubblico- privato, che ridisegnava quello spicchio di centro: casa-vacanze in casa Francol e adiacente "Umi13", verde nell'ex parcheggio dei comunali, nuova salita verso San Silvestro. Valore dell'operazione 4,5 milioni, di cui  un terzo denari comunali residuati dalla ristrutturazione Urban. I Lavori pubblici, da cui dipende la redenzione Francol, misero in gara il progetto, prima a scadenza 23 marzo 2020 poi - lockdown Covid imperante - 24 giugno. Ma nessuno si fece vivo, poiché Costantin e Monticolo, gli imprenditori che parevano più interessati alla riqualificazione, ritennero la proposta comunale non conveniente se rapportata ai tre milioni di euro a carico dei privati (concessione troppo breve, no parking, edificabilità troppo vincolata). Si era fatta viva anche una società londinese, la Oyrone ltd, ma senza alcun approccio ufficiale. Adesso, con il Piano del centro storico, la partita Francol, ferma da 10 mesi, si riapre: gli investitori sono avvertiti.-

Massimo Greco

 

Il Covid frena il rilancio del Museo Ferroviario - Servono 16 mesi in più
Il cantiere sarà terminato nel 2023 e non più nel 2022, come indicato in origine - Ok il recupero della facciata e il restauro delle locomotive, prossimo step gli interni
Slitta di 16 mesi la fine dei lavori del restauro relativo all'intero Museo Ferroviario. Un termine previsto, quindi, non più nel 2022 ma nel 2023. La pandemia ha inciso anche sul cantiere della Fondazione Ferrovie dello Stato che, nei mesi scorsi, con 2,5 milioni di euro finanziati dal gruppo Fs, dal MiBact e dalla Regione Fvg, ha completato la prima tranche dell'operazione, rivolta in particolare alla facciata. «Nei mesi scorsi è stato ultimato il recupero del fabbricato prospiciente via Giulio Cesare», sottolinea Luigi Cantamessa, direttore generale della Fondazione: «Sulle facciate è stato effettuato il risanamento degli intonaci, dei cornicioni di gronda, delle cornici e delle modanature, con delicati interventi di rifinitura. Contemporaneamente, si è proceduto al restauro estetico delle locomotive "683. 015" e "229.170", conservate all'interno del Museo».Tre anni fa era stato presentato l'articolato progetto di riqualificazione da 18,5 milioni di euro, al fine di rendere il Museo Ferroviario di Trieste il secondo in Italia dopo quello di Pietrarsa. Era stata annunciata in quella occasione anche la realizzazione del primo hotel a tema ferroviario. Dei 18,5 milioni di euro per il momento ne sono stati reperiti solo 6,5. Oltre ai 2,5 impiegati per la facciata, ne restano altri quattro che serviranno a ristrutturare, entro il 2023 appunto, gli interni del Museo Ferroviario con l'esposizione permanente. Seguirà la realizzazione di un nuovo allestimento, che costituisce assieme al primo intervento la seconda fase del cantiere. Il progetto definitivo per il restauro degli interni è già stato approvato dalla Soprintendenza. La gara d'appalto, per individuare la ditta che svolgerà i lavori, partirà questo mese. È invece ancora in corso la redazione dei disegni per la realizzazione del luogo espositivo, riguardo il quale i progettisti devono tenere conto che la Soprintendenza aveva caldeggiato il coordinamento tra interni e allestimento definitivo. «L'ultimo incontro tecnico su questo tema - spiega la soprintendente Simonetta Bonomi - risale alla scorsa estate, quando erano stati decisi alcuni punti sull'allestimento. Da quel momento non abbiamo più avuto occasioni di confronto». Secondo il rendering diffuso dalla Fondazione Fs, a opera conclusa dovrebbero trovare posto una grande area di quasi 700 metri quadrati per la collezione permanente, poi una sala polivalente, laboratori didattici, altre zone espositive, una sala conferenze e una caffetteria con affaccio sulle Rive. Tutto questo è previsto al piano terra, dove c'era l'intento di inserire l'ingresso dell'hotel, che si svilupperà anche al primo e al secondo piano. Un'idea però che potrebbe subire delle variazioni, visto l'exploit delle nuove strutture alberghiere che in questi ultimi tre anni sono state costruite o progettate. Questa terza e ultima operazione del programma, nata assieme al resto nel 2016 con il primo studio di fattibilità, prefigura anche una terrazza prospiciente il Golfo e il ripristino della volta che sormontava il fascio binari, smantellata nel 1942 per esigenze belliche. Verrebbe così creato un vasto cortile coperto per eventi e manifestazioni culturali. Necessitano per questo in totale 12 milioni di euro, risorse però che - come abbiamo riferito - non sono ancora state finanziate. Al termine degli interventi di riqualificazione comunque, la Fondazione Fs gestirà direttamente il Museo Ferroviario, avvalendosi anche del contributo dell'omonima associazione di appassionati. Devono ancora però essere individuate le funzioni di supporto dei volontari, che richiederanno accordi una volta completato l'intero restauro.

Benedetta Moro

 

 

Nanoplastiche nell'organismo: dove finiscono - Uno studio cui partecipa Promoscience di Area
Microplastiche e nanoplastiche sono molto diffuse nell'ambiente e sono ormai entrate a far parte della vita di tutti i giorni. Possono trovarsi nel cibo che mangiamo, nell'acqua che beviamo e nell'aria che respiriamo. Nonostante la loro pervasività, non si conoscono ancora i rischi per la salute umana che l'esposizione a queste particelle comporta. ? al suo calcio d'inizio il progetto europeo sulle microplastiche e le nanoplastiche finanziato dal programma Horizon 2020 dell'Unione Europea con un finanziamento di oltre sei milioni di euro e intitolato Imptox - An innovative analytical platform to investigate the effect and toxicity of micro and nanoplastics combined with environmental contaminants on the risk of allergic disease in pre-clinical and clinical studies. Studierà l'impatto di queste piccolissime particelle di materiale plastico sulla salute umana. 12 partner e 8 Paesi: Serbia, Belgio, Austria, Svezia, Francia, Croazia, Italia e Svizzera. ? triestino, invece, uno dei partner che si occuperanno delle attività di comunicazione del progetto e della disseminazione dei suoi risultati. Si tratta di Promoscience Srl, insediata in Area Science Park, una Pmi dinamica e con grande esperienza nell'ambito dei progetti finanziati dalla Comunità Europea. Il progetto cercherà di identificare quali micro e nano plastiche sono presenti in ambienti diversi e andrà anche a determinarne la quantità e cercherà di capire che tipo di contaminanti si attaccano sulla loro superficie e dove vanno a finire, all'interno del nostro organismo, una volta che vengono inalate o ingerite. Si stima che più di cinquemila miliardi di particelle di plastica circolino nelle acque superficiali degli oceani e si ritiene che probabilmente, ora, questo numero sia ancora più elevato, a causa dell'aumentato utilizzo di plastica e dell'associato incremento nella produzione di rifiuti che si stanno registrando dall'inizio della pandemia di Covid-19. «Sappiamo molto poco su come queste particelle possano influenzare le malattie allergiche - commenta Tanja Cirkovic Velickovic, coordinatrice del progetto Imptox e professoressa presso la Facoltà di Chimica dell'Università di Belgrado - Nell'ambito del progetto Imptox, per la prima volta, verranno indagati gli effetti delle micro e nano plastiche sulle allergie e sull'asma. Studieremo vari tipi di esposizione a queste particelle, sia ambientale sia attraverso la dieta, utilizzeremo diversi modelli preclinici per condurre le nostre ricerche e realizzeremo uno studio clinico su un gruppo di bambini allergici». Insieme, i partner svilupperanno strumenti innovativi per identificare, estrarre, caratterizzare e quantificare le micro e nano particelle di plastica presenti nell'ambiente, ne seguiranno il destino e ne valuteranno l'accumulo all'interno dei tessuti, ne valuteranno la tossicità in studi preclinici e approfondiranno gli effetti dell'esposizione nei bambini.

Lorenza Masè

 

 

SAN GIORGIO DI NOGARO - In due anni tolti 27 mila camion con le bramme lungo le strade
In due anni sono stati tolti dalle strade regionali circa 27 mila mezzi pesanti. Molti i camion che da Monfalcone portano ai laminatoi di San Giorgio di Nogaro le bramme (manufatti di ferro), che ora vengono dirottati su rotaia e via mare. Il trasporto marittimo delle bramme di ferro da Monfalcone a Porto Nogaro è reso possibile per un preciso sostegno economico approvato dalla Commissione europea nel 2015: 2,8 milioni di euro in tre anni, che resterà in vigore fino al 31 dicembre 2021, per il miglioramento delle reti di trasporto. Per quella data, la Regione presenterà richiesta all'Ue di prolungare anche al 2022 i contributi atti all'abbattimento di tali costi, che permettono alle aziende di essere competitive sui mercati internazionali. Ricordiamo che questi incentivi possono essere considerati aiuti di Stato che la Ue non autorizza, ma con tali dati, la Regione, potrà sostenere di essere in linea con le strategie dell'Ue atte al miglioramento della connettività - in termini di reti di trasporto - nella Macroregione Adriatico-Ionica e con il resto d'Europa. Dal 2018 al 2020 il numero di bramme trasportato con due motonavi via mare è passato dalle 6.500 alle 13.400, mentre quelle trasportate su rotaia negli ultimi due anni sono state 10.942 per altrettanti Tir (una bramma per Tir), che hanno permesso di passare, in questo arco temporale, dai 13 mila ai 27 mila camion tolti dalla strada regionale 14. A utilizzare questo sistema di trasporto nella zona industriale Aussa Corno di San Giorgio di Nogaro, considerata il polo della laminazione italiana, sono i quattro stabilimenti insediati: Marcegaglia Plates, Marcegaglia Palini e Bertoli, Metinvest Trametal e Officine Tecnosider, che occupano 700 addetti diretti e circa 200 indiretti. «Questi sono i risultati ottenuti dalla nostra Regione nello sviluppo delle infrastrutture e dei servizi marittimi e ferroviari intermodali che hanno collegato sia i porti della Regione che alcune aree produttive - spiega l'assessore regionale a Infrastrutture e Trasporti, Graziano Pizzimenti - consentendo quindi di togliere dalla strada un traffico pesante e particolarmente pericoloso come quello delle bramme di ferro, per un totale di circa 27mila Tir. La nostra amministrazione intende mantenere e sviluppare ulteriormente questa misura anche nei prossimi anni. Per questo chiederemo alle autorità europee di rinnovare tale sostegno».

Francesca Artico

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 11 aprile 2021

 

 

Fra Pineta di Barcola e Bivio per sei fontanelle verdi - restyling ormai al traguardo
L'intervento dei tecnici di AcegasApsAmga finanziato dal Comune con 40 mila euro. Ultima fase di un'operazione avviata l'anno scorso
Barcola finisce sotto il bisturi di AcegasApsAmga per presentarsi al meglio durante la prossima estate. Dopo i 300 mila euro inseriti di recente nel bilancio di previsione triennale per rimettere a posto i cubetti di porfido danneggiati dalle mareggiate, il Comune ha stanziato 40 mila euro per ultimare un intervento tecnico ma anche di carattere estetico su sei delle 12 fontanelle di acqua potabile pubbliche e sulle fontane con gettito sferico, collocate nel tratto di lungomare stretto tra la fine della Pineta e il Bivio. Un intervento che terminerà a metà aprile e che chiude il restyling iniziato lo scorso anno. Da una parte dunque vengono sostituite le tradizionali colonnine verdi, dall'altra invece gli operatori della multiutility stanno terminando lo sdoppiamento delle linee di alimentazione idrica, separando la parte irrigazione da quella dedicata esclusivamente al rifornimento delle fontanelle. In che modo? Da AcegasApsAmga spiegano che dalla condotta principale si estendeva fino ad ora un'unica derivazione, che approvvigionava sia la parte dedicata all'irrigazione delle piante sia le fontanelle. Adesso invece viene installata una derivazione per ciascuna fonte in modo da avere un servizio più resiliente. Così, nel caso di rottura di una tubazione utile a bagnare la parte verde, non sarà necessario bloccare quella utilizzata invece per approvvigionare le fontanelle, molto usate durante la bella stagione. Finora sono stati posati e ripristinati i primi quattro punti acqua che vanno dalla fine della Pineta al molo G, di fronte alla salita di Cedassamare. Restano da ultimare due fontanelle nel tratto prima del Bivio e le fontane a gettito sferico presenti all'altezza del California. Lo scorso anno la stessa operazione era stata prevista per altre sei fontanelle, ubicate a partire da piazzale 11 Settembre, e per la derivazione della grande fontana di Barcola. «Questo è un intervento ad hoc di manutenzione finanziato dal Comune e realizzato dal gestore dei sottoservizi AcegasApsAmga - sottolinea l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi -. La multiutility si occupa anche di ripristinare la pavimentazione in porfido una volta conclusi i vari piccoli cantieri». Su tutto il territorio comunale di Trieste si trovano circa 300 fontanelle pubbliche, che in gran parte risalgono al XIX secolo - alcune delle quali riparate nel 2020 - aperte principalmente dal 15 marzo al 15 novembre di ogni anno, da cui sgorga acqua potabile. A proposito di lavori sulla riviera, intanto il consigliere comunale forzista Michele Babuder chiede d'inserire delle nuove opere nei prossimi lotti di manutenzione: «Chiedo per ragioni estetiche ma soprattutto di sicurezza pubblica il restauro e il ripristino di parte della barriera di protezione sul lungomare dopo il Bivio: in molti mi hanno segnalato la necessità di sistemare alcuni manufatti dell'ultimo tratto di lungomare».

Benedetta Moro

 

 

Troppe meduse in golfo - L'allarme dei pescatori: «Attività compromessa»
"Bote marine" entrano nelle reti al posto delle seppie e allontanano gli altri esemplari. Riflessi negativi nelle rivendite: i prezzi lievitano
«Andiamo per mare da 50 anni, non abbiamo mai visto una cosa del genere. Si tratta di una vera e propria invasione che non ci permette di lavorare». Non usano mezzi termini i pescatori della provincia di Trieste, costretti negli ultimi giorni a fare i conti con un'insolita escalation di meduse nel golfo. Si tratta delle "Rhizostoma pulmo", enormi meduse bianche con il bordo blu, conosciute a queste latitudini con il soprannome poco aulico di "bote marine". Le foto dei giorni scorsi, con il mare coperto di esemplari davanti alle Rive cittadine, hanno fatto il giro del mondo, ma al di là dell'aspetto meramente spettacolare tale inconsueta densità sta creando grandi danni a chi, con l'habitat marino, ci vive e deve arrivare alla fine del mese.«Il problema è che entrano nelle reti e con il peso finiscono per strapparle», sottolinea un allarmato Fabio Vascon, pescatore muggesano: «Essendo questa la stagione delle seppie, usciamo in mare con reti dal filato molto fine, che ben presto si rovinano. A causa delle meduse, inoltre, il pesce non si avvicina a riva e la stagione finora è compromessa. È difficilissimo lavorare con questi esemplari che riempiono il mare. Ce ne sono lungo tutta la costa, fino a Duino. Fra poco inizia la "saccaleva" e, non dovessero andarsene, le "cocce" dei pescherecci si riempiranno solo di "bote marine"». Sul fatto che si tratti di un episodio più unico che raro Vascon non ha dubbi. «Faccio il pescatore da 50 anni e, sinceramente, non mi ricordo di una quantità del genere», spiega: «Certo, in passato è capitato di avere dei periodi in cui ce ne fossero di più, ma non mi è mai successo di passare con la barca sopra tappeti di meduse e di farle a pezzi con le eliche. Ce ne saranno 50 ogni metro quadrato». Come conseguenza di questa situazione i prezzi della "materia prima", il pescato, sono lievitati considerevolmente. «Di seppie non ce ne sono quasi», sottolinea Vascon: «Ieri ne ho pescati cinque chili, l'anno scorso in questo periodo ne pescavo una trentina».«È vero», conferma Andrea Bozic della pescheria "Al Golfo di Trieste": «Di seppie ne abbiamo pochissime e, di conseguenza, le dobbiamo vendere a un prezzo più elevato per la stagione. Ma il problema delle meduse ha finito con l'influire anche sugli altri pesci». Un mese fa lo stesso problema si era verificato sulle coste istriane, tanto che molti pescatori avevano approfittato per fermarsi e fare lavori a secco sui loro pescherecci. «Ma febbraio e marzo sono mesi notoriamente poco pescosi», spiega Bozic: «Ora invece in piena primavera si dovrebbe trovare più pescato, ma a causa delle meduse, di pesci se ne vedono pochi».Così i prezzi aumentano. «Fortunatamente questa strana situazione si è venuta a creare nella settimana successiva a quella di Pasqua notoriamente caratterizzata da meno lavoro dopo la grande abbuffata - ricorda Furio Lorber, titolare della pescheria "Big Fish" di strada del Friuli - ma il problema resta. Senz'altro l'invasione delle meduse non ha aiutato i pescatori nel loro lavoro. Di conseguenza, essendoci poco pescato, i prezzi sono aumentati».-

Lorenzo Degrassi

 

Strana chiazza d'olio avvistata a Miramare - Ma sono solo alghe - le correnti le hanno rese visibili
Come se non bastasse l'invasione di meduse, nella mattinata di ieri la Guardia Costiera ha segnalato ai responsabili dell'Area Marina di Miramare la presenza di un'insolita sostanza oleosa galleggiante nei pressi delle banchine. Le analisi fornite dai biologi, che hanno provveduto a raccogliere alcuni campioni di acqua marina, hanno fugato ogni timore iniziale: l'insolita sostanza non era altro che un grosso accumulo di Noctiluca Scintillans, ovvero una microscopica alga da sempre presente nel mare Adriatico, ma che solitamente giace in mare aperto risultando invisibile. In questi giorni, complici gli sbalzi di temperatura, le correnti marine e i venti hanno trasportato queste alghe verso la costa, accumulandole nei porticcioli. Diverse e svariate, invece, sono le spiegazioni sul perché della recente invasione di meduse nel golfo. «Le meduse aumentano perché peschiamo troppi pesci - ammonisce Nicola Bressi, direttore del Museo Civico di Storia Naturale del comune di Trieste -. Ci sono pesci che mangiano meduse mentre altri, ad esempio i "sardoni", sono dei competitori delle Rizhostomae pulmo, perché mangiano lo stesso cibo, ovvero zooplancton. Perciò, se l'uomo pesca più pesce, alla fine lascia maggiore spazio alle meduse». La pesca, però, non è l'unica causa della recente esplosione di "bote marine". «Un'altra è sicuramente l'inquinamento climatico - spiega Bressi -. Più l'acqua è calda e più il mare si riempie di meduse. Senza dimenticare che il golfo di Trieste rappresenta il cul- de-sac del mare Adriatico».

L.D.

 

 

Il Parco di Miramare riapre nel pieno della fioritura - LE VISITE DA DOMANI. PER IL MUSEO STORICO BISOGNA ATTENDERE ANCORA
TRIESTE. Con l'ingresso in zona arancione del Friuli Venezia Giulia, da domani riapre il Parco di Miramare, mentre per il Museo storico si dovrà ancora attendere un ulteriore miglioramento dei dati che consenta il passaggio in zona gialla.«È un vero sollievo poter aprire nuovamente i cancelli - dice il direttore del Museo storico e il Parco del Castello di Miramare Andreina Contessa - riaprire il Parco grazie alla deroga ricevuta, mi dà particolare soddisfazione perché è davvero importante che i cittadini possano fruire della bellezza e dell'armonia che, particolarmente in questo periodo, regalano il parterre, il sentiero delle camelie, i porticati ricoperti di glicine e tutta la natura che si sta risvegliando».Lo scorso autunno - fanno sapere da Miramare - sono stati piantati decine di migliaia di bulbi di crochi, narcisi, muscari e altri fiori che in queste settimane tinteggiano le aiuole del parterre, le zone alte vicino al boschetto dei corbezzoli, le scarpate che fiancheggiano il sentiero sopra il Viale dei lecci e la zona delle serre vecchie. Sono fiorite anche le camelie messe a dimora recentemente nel rinnovato sentiero che proprio a loro è da sempre dedicato. Per il glicine nel piazzale antistante il castello servirà ancora qualche giorno, ma è ormai questione di poco. A breve inoltre saranno portate all'esterno, dopo il ricovero invernale nelle serre, le piante di agrumi che costituiscono il primo progetto di Agrumetum intrapreso lo scorso settembre. Il Parco di Miramare riaprirà al pubblico con i consueti orari di questo periodo: dalle 8 alle 19. Si tratterà come sempre - è l'invito che viene rinnovato - di osservare in modo rigoroso le norme igienico-sanitarie e, in particolare, di indossare la mascherina coprendo naso e bocca, rispettare il distanziamento interpersonale di almeno un metro e il divieto di assembramenti, igienizzare di frequente le mani.

 

 

SEGNALAZIONI - Commercio - Sul Mercato coperto serve coraggio

Da qualche parte a Passo Costanzi dev'essere custodito un "libro delle risposte" molto particolare. Ogni volta che uno spazio comunale necessita di una riqualificazione vengono sfogliate le pagine di questo libro leggendo le soluzioni che suggerisce. Il problema è che l'edizione triestina contiene solo due pagine: nella prima c'è scritto "supermercati" e nell'altra "parcheggi". Il mercato coperto non è sfuggito a questo collaudato processo risolutivo, di questo passo verrà allestito un supermercato stile drive-in: potremo sfilare tra le corsie stando comodamente seduti a bordo della propria auto. Prima che questa battuta venga presa in considerazione provo ad aggiungere una pagina al "libro delle risposte" dei dilemmi comunali. Mi piacerebbe che l'amministrazione evitasse di delegare a terzi - in questo caso una grande catena - il destino di luoghi pubblici e facesse delle scelte un po' più creative e coraggiose, innovando la struttura ma lasciando che resti un contenitore di tanti piccoli commercianti e artigiani, magari con un occhio di riguardo a chi ha dovuto abbassare la saracinesca in questi ultimi dodici mesi a causa del Covid.

Lorenzo Pellizzari

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 10 aprile 2021

 

 

Golfo di Panzano oasi naturalistica con il nuovo prato in fondo al mare
Primi riscontri positivi del progetto sperimentale avviato un anno fa che riguarda la semina delle fanerogame
Stanno crescendo le fanerogame sul fondale del golfo di Panzano, è uno spettacolo osservarle sott'acqua mentre ondeggiano con il movimento del mare, illuminate dal sole di primavera pronte a produrre i semi per ripopolare il tratto di mare. Sta avendo successo il progetto europeo Saspas di cui è capofila il Comune di Monfalcone e che vede il Golfo di Panzano tra i protagonisti assieme alle Incoronate e il parco delle Dune in Puglia. A breve saranno posizionati anche i corpi morti e agganciati i gavitelli per evitare che i diportisti usino l'ancora che rovina il fondale, e il tratto di mare che su allunga davanti alla spiaggia verso Marina Julia diventerà sempre più attraente dal punto di vista naturalistico e turistico "green" Da un lato la spiaggia per i bagnanti che è stata risistemata, dall'altra le aree naturali del mare che vanno verso l'Isola della Cona, altro paradiso naturale. Una zona sempre più interessante per un turismo "green", che si allargherà presto con le nuove proposte di gite nella Cavana alla scoperta di angoli naturali intatti grazie a piccoli tour con i gommoni. Ed è tutto pronto dunque anche per il progetto delle fanerogame e del ripopolamento del Golfo di Panzano con l'obiettivo di prevenire l'erosione del tratto di costa a causa delle mareggiate. Dopo la prima fase di piantumazione dello scorso anno è pronta la seconda. Se le condizioni meteo e di marea lo consentiranno tra il 14 e il 15 di aprile gli esperti della società Selc incaricati dell'operazione torneranno nelle aree. I sopralluoghi effettuati per verificare risultati della prima campagna di innesti hanno confermato che l'operazione è riuscita e le piantine stanno crescendo rigogliose. Questi piccoli trapianti come detto sono in grado di produrre un'alta quantità di semi diventando un centro di diffusione e colonizzazione su larga scala delle fanerogame nelle aree del litorale. Un risultato, hanno fatto sapere gli esperti, già ampiamente raggiunto. Queste piante consentono il ripristino e il consolidamento dell'habitat marino per contrastare l'erosione causata dal moto ondoso e delle mareggiate. Uno degli obiettivi è anche promuovere l'auto-sostenibilità dell'ecosistema dell'Adriatico. «Abbiamo anche concluso le procedure per il posizionamento in via sperimentale di gavitelli d'ormeggio ecologici che prevediamo di sistemare entro il prossimo giugno» fa sapere il sindaco di Monfalcone, Anna Cisint. Si punta a linee guida per la conservazione delle praterie di vegetazione acquatica specie in quei contesti di pregio dove il transito e l'ancoraggio delle imbarcazioni da diporto possono costituire un'importante causa di rarefazione e, quindi, di danno. Lo sviluppo delle fanerogame ha anche un'importante funzione di riduzione della Co2 e ciò rappresenta un valore aggiunto per un comprensorio industriale come quello monfalconese. L'area interessata, fra i Comuni di Monfalcone e Staranzano, comunque, è al di fuori della Riserva naturale della Cona. Per l'attuazione del progetto il Comune ha acquisito un contributo sui fondi comunitari di oltre 2 milioni di euro. Monfalcone conta anche su altre progettualità finanziate dalla Ue sempre con la finalità di migliorare la sostenibilità ambientale: Ecosmart, per la valorizzazione della Cavana, Smooth port, relativo alle attività portuali, FramesPort, riguardante i centri nautici e il progetto Ecomosaico del Carso, che sarà avviato a maggio.

Giulio Garau

 

 

«Lavori anti frana e bus» - Appello da clivo Artemisio
I residenti chiedono al Comune di mettere in sicurezza la strada nel tratto del cedimento di oltre dieci anni fa e poi un collegamento con il centro città
Chiedono la messa in sicurezza della strada, una fermata dell'autobus e l'installazione di presidi per ridurre la velocità dei veicoli dei "furbetti" che la usano come scorciatoia. Clivo Artemisio è la strada che collega via Alfonso Valerio con la parte finale di via Baiardi che sbuca in Strada Nuova per Opicina. Una impervia salita nel primo tratto in asfalto e poi, vista la pendenza importante, in pavé, da cui partono altre due strade, via Calpurnio e via Fleming, in un dedalo di sterrati e passeggiate che si snodano sul monte Valerio dietro all'università. «Una volta eravamo in tanti - racconta Gianfranco Cermelj -, ora molte case sono vuote. Succede in altre zone della città, qua è però più sentito il fenomeno in quanto non ci sono mezzi pubblici e quindi, soprattutto gli anziani, sono costretti a migrare verso il centro. La nettezza urbana passa spesso, però molto è fatto anche da noi residenti che magari tagliamo l'erba, se troppo alta, o buttiamo il sale in inverno per evitare che la strada si ghiacci». Mario, decano della zona che chiede di pubblicare solo il nome, conferma di sentirsi abbandonato: «Quando c'è neve o ghiaccio qua non passa nessuno del Comune». Se l'arrivo della bella stagione inevitabilmente fa passare in secondo piano il rischio gelate, a far arrabbiare i residenti è la situazione di Clivo Artemisio nella parte iniziale, dove una frana decennale ha fatto crollare un pezzo di strada. «La preoccupazione - spiega Mario - è che possa crollare del tutto visto che le piogge stanno erodendo la parte sottostante. Qua c'è un terreno orizzontale, lo so perché ho costruito la mia casa, e con le piogge e il ghiaccio il rischio è che si frantumi ancora di più. Non so bene se sia una zona di proprietà del Comune, dell'Università o di privati, però così non si può andare avanti perché qualcuno rischia di farsi male». La frana risale a più di dieci anni fa e da allora, oltre al posizionamento di alcuni new jersey - denunciano i residenti -, nulla è stato fatto. L'assessore comunale ai Lavori pubblici Elisa Lodi conferma di come l'amministrazione sia a conoscenza della situazione. «Sono al lavoro con gli uffici per reperire le risorse necessarie, parliamo di circa 250 mila euro, per l'opera di ripristino. La situazione è così da troppi anni e noi vogliamo risolverla». Al problema frana, in un punto dove peraltro qualcuno nei giorni scorsi ha anche gettato delle porte, si aggiunge quello dei "furbetti" che usano clivo Artemisio come scorciatoia per arrivare in città nonostante sia vietata la svolta per chi scende da Opicina. «Prima del pavé - racconta Bruno Hussu - c'è una specie di marciapiede ma è tutto dissestato. Qua vengono giù abbastanza veloci, nonostante i cartelli messi ancora da Roberto Cosolini, ed è pericoloso. Inoltre molti usano i nostri cassonetti dei rifiuti, fra l'altro se ne potrebbe aggiungere uno per le sterpaglie visto che li hanno messi in via Valerio dove servono a poco. Ho chiesto al sindaco anche un collegamento con l'autobus, basterebbe fino a via Fleming, con un mezzo piccolo, giusto per aiutare i più anziani ed evitare di avere pedoni che camminano sulla strada». Proprio in via Fleming ha sede il circolo culturale Svetko Pecar, oggi chiuso causa emergenza Covid, spiega Fabrizio Salvi che abita poco distante ed è presente in sede per dare da mangiare ad Ika, il gatto padrone di casa. «Quelli dei mezzi pubblici e della frana sono i problemi maggiori, qua si vive bene ma siamo un po' abbandonati. Sono anni che sentiamo parlare di lavori ma nulla si è mosso». «Come sempre quando il bacino è piccolo l'interesse è scarso - attacca invece Stefano Radoicovich - e come periferie siamo sempre abbandonati. La strada è pericolosa e andrebbe messa in sicurezza prima che qualcuno si faccia male seriamente».

Andrea Pierini

 

 

SEGNALAZIONI - Via Carducci - Nove idee sul Mercato coperto

Caro direttore,spinto dal rimpianto per le molte e piacevoli visite (ben prima degli attuali immobilizzanti 95 anni d'età mia) al Mercato coperto, un capolavoro originalissimo dell'architettura moderna più avanzata, vengo a pregarla di ospitare queste mie proposte di rilancio del nostro "foro" urbano. Non occorre dire che è da scartare l'insano proposito di cederlo a qualche avido speculatore "foresto", che vi installerebbe l'ennesimo supermercato, a tutto danno delle attuali venditrici, che vantano il rifornimento "a meno di un chilometro" alla periferia della città, sul Carso e dal Capodistriano. Ecco qualche suggerimento per l'aggiornamento: 1. Disponibilità di carrelli per raccogliere gli acquisti. 2. Servizio di recapito a domicilio degli acquisti. 3. Ascensore per il piano superiore. 4. Adeguata pubblicità. 5. Pescheria. 6. Filiale di un negozio di alimentari (per esempio Bosco). 7. Drogheria e passamaneria. 8. Caffetteria al piano superiore, con giornali da consultare. 9. Libreria. Sono certo che per le ditte triestine intervenire sarebbe un buon affare. Grazie per l'ospitalità.

Giulio Montenero

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 9 aprile 2021

 

Le 5.500 firme aprono la sfida sul destino del Mercato coperto
Consegnate a chi lavora nel sito le sottoscrizioni raccolte da Adesso Trieste - Russo: la mobilitazione faccia riflettere. La Fipe: diventi il paradiso delle eccellenze
Sono oltre 5.500 le firme consegnate ieri mattina da Adesso Trieste ai commercianti del Mercato coperto in segno di solidarietà. Tra il pubblico della conferenza stampa c'era pure il candidato in pectore del centrosinistra Francesco Russo. E sempre in via Carducci, oggi alle 11 tocca a Futura, il cui candidato sindaco Franco Bandelli presenterà il proprio progetto per l'area. Sull'argomento è confermata inoltre per il 19 aprile l'audizione degli assessori Paolo Polidori (Mercati), Serena Tonel (Attività economiche) e Lorenzo Giorgi (Patrimonio) in Quinta circoscrizione, nel parlamentino presieduto da Roberto Dubs di Fdi, che intende così «proseguire la proficua condivisione con la giunta sui temi del territorio».Le sorti della struttura sono al centro del dibattito cittadino dopo la notizia di un'interlocuzione in corso tra Lidl, Despar e il Comune, alla ricerca di un investitore per un project financing finalizzato al rilancio del sito. I civici di Riccardo Laterza e Giulia Massolino sono immediatamente saliti sulle barricate per dire "no" all'idea che l'edificio diventi un supermercato. Il primo cittadino Roberto Dipiazza e il vicesindaco Polidori hanno smentito questa eventualità, ipotizzando «postazioni di street food» al piano superiore e «linee guida» da imporre a tutela del «carattere storico» del luogo. Ma intanto la petizione online di Adesso Trieste ha accumulato in 48 ore più di 5.500 firme, tra cui quelle degli stessi Russo e Bandelli. Le esercenti cui sono state consegnate hanno specificato di non volere «strumentalizzazioni, di colori politici ne abbiamo visti tanti. Siamo felici di questa calorosa manifestazione da parte della città, cui diciamo solo grazie». L'unico punto su cui sono tutti d'accordo è infatti che quel luogo avrebbe bisogno di una rivitalizzazione. «Prendiamo sul serio le parole di Dipiazza», hanno affermato Massolino e Laterza in risposta alla sfida del sindaco, che aveva invitato chiunque avesse progetti a venirsi a prendere le chiavi del Mercato stesso: «Coinvolgeremo commercianti, associazioni, imprese e cittadini con gli strumenti della progettazione partecipata. Il futuro del Mercato va disegnato partendo da chi ci vive e ci lavora. Se triestine e triestini lo vorranno, siamo pronti a prenderci le chiavi della città». Massolino e Laterza hanno inoltre ribadito di voler mantenere la «dimensione popolare e non di nicchia» del sito. Russo ha diffuso a sua volta una nota a nome di Punto Franco, firmata anche dalla presidente dell'Aidia, l'Associazione donne ingegneri e architetti, Lucia Krasovec: «Chi governa la città e chi si candiderà a prenderne il posto deve prendere sul serio il fatto che migliaia di persone si sono attivate in poche ore. Bisogna capire che ruolo può ancora avere il Mercato coperto all'interno della comunità. Cosa che è mancata nella cura di quel luogo negli ultimi anni». La capogruppo del Pd in Consiglio comunale Fabiana Martini ricorda che dal 2017 i dem chiedono di «dotare il sito di wifi e destinarne alcuni spazi inutilizzati a coworking, presentazioni di libri, dibattiti o sedi di associazioni». «Bene valutare proposte - afferma Giorgio Cecco, coordinatore di Progetto Fvg - ma non partecipiamo a raccolte firme da campagna elettorale». Così Federica Suban, presidente Fipe Trieste: «Il Mercato coperto andrebbe ripensato, in ottica sostenibile a livello di costi, trasformandolo nel paradiso delle eccellenze del territorio. Solo così la ristorazione là avrebbe senso. Aprirvi l'ennesima pizzeria o paninoteca creerebbe solo problemi agli esercizi della zona».

Lilli Goriup

 

Caserme di Gropada e Basovizza senza appeal: restano invendute
Asta del Demanio deserta anche per la piccola struttura di Lipizza
Ammonta a circa 90 mila euro l'incasso del Demanio in seguito alle vendite di terreni e immobili in Friuli Venezia Giulia nel primo trimestre del 2021. A Trieste continuano a non attirare acquirenti le due caserme di Gropada e di Basovizza, così come la struttura al valico di Lipizza, che anche in questa tornata di gare non sono state aggiudicate. Venduto invece un terreno agricolo in via del Gattorno, prezzo base 2 mila euro circa, venduto a 2.500 euro, così come un appartamento in via Gorizia, che dai 42 mila euro richiesti inizialmente è stato comprato da chi ne ha presentati poco più di 64 mila. Anche il resto dei lotti presenti in regione sono quasi tutti terreni, tra Udine, Gorizia, Cormons e Tolmezzo. Gli avvisi per i vari beni erano stati pubblicati lo scorso dicembre, con proposte da presentare entro il 18 aprile. Sul web, al momento, non sono ancora approdati i nuovi annunci. Probabile però che, come già successo in passato, torneranno nuovamente l'ex caserma dei Carabinieri del valico di Gropada, costituita da diversi fabbricati, con un ampio spazio esterno. Finora non ha attirato l'attenzione di nessun potenziale nuovo inquilino soprattutto per le pessime condizioni in cui versa l'edificio, colpito anni fa anche da un vasto incendio e da conseguenti crolli del tetto. L'ultima base d'asta indicava 179 mila euro per una superficie di poco superiore agli 800 metri quadrati, che comprendono la palazzina principale a due piani, con annesso garage e vano tecnico, e un'ulteriore casupola completamente ricoperta dalla vegetazione e lontana alcuni metri. Condizioni migliori per l'ex caserma dei Carabinieri di Basovizza, da 125 mila euro e 741 metri quadrati, composta da un edificio principale, in origine a uso caserma e alloggio, da uno secondario, un'ex autorimessa. È una struttura metallica invece l'ex sede della Polizia di frontiera di Lipizza, 64 mila euro per 239 metri quadrati.

Micol Brusaferro

 

 

Sistiana, in baia diventa un caso la spiaggia sfrattata dal cantiere
Gli ambientalisti: «Ci stanno togliendo un'intera area fruibile liberamente» - L'opposizione: «Danni alla balneazione». Il Comune: «Qui decide la Regione»
DUINO AURISINA. Grandi massi sistemati dove prima c'era una comoda spiaggia in ghiaia. Una sorta di sentiero ricavato in parallelo al bagnasciuga. Un'area completamente ristrutturata rispetto al passato. È già polemica "balneare" a Duino Aurisina. Nonostante l'estate sia ancora lontana e le regole per la balneazione ben lungi dall'essere definite, le discussioni fioccano vivaci per quel che riguarda la baia di Sistiana. In questo caso, l'oggetto della polemica è il tratto di spiaggia situato fra il comprensorio di Castelreggio e l'ingresso a mare di Portopiccolo, interessato da giorni da un intenso viavai di camion e da un importante intervento sul lungomare. A sollevare il problema è il gruppo "Salute e Ambiente" che, in una nota, critica innanzitutto la definizione di "ripristino", utilizzata nella tabella dei lavori sistemata a inizio cantiere. «Con tale termine - precisano gli ambientalisti - si indica il riportare un bene immobile nel suo stato primitivo, mentre le modifiche attuate incidono pesantemente sui luoghi, la veduta e gli spazi. Inoltre - aggiungono - se maggiori spazi di spiaggia, anche in prossimità di Portopiccolo, sarebbero accolti a braccia aperte da tutti, quella che sta sorgendo sembra invece una specie di scogliera muraglia che certamente, nei prossimi mesi, non permetterà agli amanti del mare di sistemare i loro asciugamani. In sostanza - proseguono - quella che era una spiaggia di piccoli scogli, fra l'altro gratuitamente fruibile, sarà sottratta ai cittadini». Inevitabile poi l'immediato collegamento con la polemica, in atto da tempo, sulla nascita delle sedi nautiche di tre sodalizi sportivi locali nel comprensorio di Castelreggio: «Gli spazi di libera balneazione nel nostro Comune - riprende la nota di "Salute e Ambiente" - non vivono un momento felice, considerando il fatto che nella stazione balneare di Castelreggio stanno sorgendo nuove costruzioni che sottrarranno spazi ai bagnanti. Ci chiediamo perciò - conclude il testo - come sia possibile che questa amministrazione comunale e tutte le altre istituzioni, che dovrebbero tutelare e valorizzare i beni pubblici e salvaguardare gli interessi della cittadinanza e del turismo, non riescano a impostare interventi di trasformazione sul territorio, di carattere sia pubblico sia privato, in grado di portare soddisfazione ai cittadini, aumentando invece il degrado paesaggistico». Del tema si è interessato anche il consigliere comunale di opposizione, Lorenzo Celic (M5S), presentando un'interrogazione nella quale, dopo aver parlato di «intervento che porterà possibili peggioramenti alla qualità dell'area di libera balneazione», evidenzia che «i materiali utilizzati non sono posati nei limiti delle sagome orizzontali e verticali previsti dalla norma che disciplina le opere di ripristino. Sarebbe stato perciò molto più opportuno - conclude Celic - creare un bordo costa più consono alla balneazione conservando, al contempo, il valore paesaggistico del luogo». «Il Comune non ha competenza su questo intervento - spiega l'assessore comunale per i Lavori pubblici, Lorenzo Pipan - le cui caratteristiche sono decise dalla Regione, in quanto gestore dell'area demaniale».

Ugo Salvini

 

Sbancato il colle di Pubrida per fare posto a nuove vigne
L'intervento dell'azienda Attems viene definito da Legambiente uno «scempio» - La proprietà: «Non fermarsi all'impatto attuale, valorizzeremo anche il bosco»
Il colle di Pubrida, alle spalle di Lucinico, sta cambiando radicalmente volto, oggetto di un corposo intervento di ripristino di un vecchio vigneto abbandonato da tempo. Lavori nei quali è impegnata l'azienda vitivinicola Attems, proprietaria dei terreni, e che stanno suscitando le preoccupazione degli ambientalisti. In particolare quelle del circolo goriziano di Legambiente, che parla di «scempio» e contesta il metodo utilizzato dall'azienda per dissodare i terreni dove troverà posto il futuro vigneto, «che in barba ai più recenti orientamenti in materia ambientale vede un intervento che ha fatto tabula rasa in poche settimane di circa 13 ettari di vegetazione arbustiva e arborea, senza salvare nemmeno un albero». Il tutto, secondo Legambiente, a scapito non solo del paesaggio, ma anche dell'ecosistema, visto che le siepi lungo le scarpate, che sono state a loro volta eliminate, «sarebbero state un valido ricovero per insetti impollinatori o uccelli come cinciallegre, codibugnoli e fringuelli, e avrebbero potuto supportare la biodiversità».Critiche alle quali risponde con una ferma rassicurazione l'azienda, per bocca del direttore tecnico delle tenuta Attems (dal 2000 proprietà del gruppo Frescobaldi) Gianni Napolitano, che parla tanto del metodo utilizzato quanto sui suoi esiti finali, che non minacceranno l'ambiente, ma al contrario lo valorizzeranno. «L'impatto estetico dei lavori di dissodamento in questo momento è ovviamente piuttosto forte, ma l'intervento è appena iniziato, e bisogna guardare piuttosto alla valorizzazione del territorio a cui esso porterà - dice Napolitano -. Tutto è stato fatto di concerto con le autorità, e con grande attenzione ad aspetti come la regimentazione delle acque e al recupero dei sentieri. Questo non perché siamo dei santi, ma perché siamo i primi a volerci prendere cura dell'ambiente che è il cuore del nostro lavoro, e vorrei ricordare che se non ci fossero le aziende agricole a occuparsi della manutenzione del territorio, non lo farebbe nessuno».Ma non solo. Napolitano sottolinea come il ripristino intenda preservare anche dal punto di vista ambientale il colle di Pubrida, una piccola altura isolata dove un vecchio vigneto era stato espiantato nel 2009 e l'ultima pulizia risale al 2013. «Nella parte centrale del colle esiste un piccolo bosco che, seppur non datato visto che dopo la Grande Guerra qui non esisteva più nulla, ospita essenze autoctone come querce, castagni e frassini - spiega -. Piante molto belle, che manterremo e che abbiamo già iniziato a liberare dall'edera infestante, oltre a recuperare un primo sentiero. Inoltre anche una parte delle terrazze sui versanti del colle, quelle più strette, non saranno occupate dal vigneto, ma coltivate con altre essenze, sia perché non redditizie sia per valorizzare la biodiversità e l'estetica dell'ambiente. Di fatto la percentuale di superficie vitata sarà più bassa ora rispetto a quella originale». Una precisazione che rassicura sui timori espressi per il futuro dell'area boscata, anche se le preoccupazioni di Legambiente restano pure anche per le potenziali ripercussioni sanitarie per i cittadini che risiedono a Lucinico, visto che «sono accertati gli effetti negativi per la salute da parte di molti pesticidi utilizzati oggi», dicono gli ambientalisti ricordando la candidatura del Collio a patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco.

Marco Bisiach

 

L'ultimo intervento di ripristrino lungo un'area di 60 ettari
Quello nell'area del colle di Pubrida è l'ultimo degli interventi di ripristino e rinnovamento dei vigneti condotto dall'azienda Attems, tenuta tra le più ricche di storia in regione. Se la cantina ha sede a Capriva del Friuli, i suoi vigneti sono tutti a Lucinico, dove si estendono per una superficie di circa 44 ettari, destinati a diventare poco meno di 60 una volta che sarà stato completato quest'ultimo ripristino che interessa un'area di quasi 14 ettari. Sull'altura di Pubrida i lavori si dovrebbero concludere nel giro di un paio di anni, vista la rilevanza dell'intervento, e per il nuovo vigneto l'azienda intende dare «priorità alle varietà autoctone».

M. B.

 

 

Meduse ammassate davanti alle Rive - Ed è corsa alle foto
Il fenomeno favorito dalla bora dei giorni scorsi che le ha spinte sotto costa e verso la superficie
È stata probabilmente la bora dei giorni scorsi, che ha favorito il richiamo delle acque di fondo verso la costa, a far emergere davanti alle Rive un numero esorbitante di Rhizostoma pulmo, la medusa detta "barile", bianca con il bordo blu, conosciuta anche come polmone di mare e, dalle nostre parti, come "botta marina". Un fenomeno anomalo, di cui i triestini si sono subito accorti, immortalando questi esemplari marini con decine di foto e video che hanno invaso i social. Attorno all'Audace, vicino alla Marittima e in Sacchetta, dopo le forti raffiche di vento registrate lo scorso martedì, le Rhizostoma pulmo - fra le più grandi meduse che abitano l'Adriatico, osservata nel golfo triestino già da fine Ottocento - sono state avvistate in superficie a centinaia. Anche ieri, con un fenomeno che andava progressivamente calando, hanno continuato a invadere il mare delle Rive. Si tratta di un vero e proprio "bloom" (dall'inglese "fioritura"), ovvero un grande sciame di meduse. Tali episodi si verificano nel golfo di Trieste già da inizio Novecento. Dagli anni Duemila sono tuttavia sempre più frequenti e sembrano durare anche più a lungo. Difatti già da settimane erano state avvistate molte Rhizostoma lungo le coste italiane e slovene. Ma come mai stavolta si sono presentate in maniera così copiosa? «Questo inverno - spiega Valentina Tirelli, ricercatrice dell'Ogs - non c'è stato un raffreddamento intenso dell'acqua e quindi queste meduse sono probabilmente riuscite a sopravvivere più a lungo. Lo si vede dalla loro grandezza. Potrebbe quindi essere questo il motivo per cui ce ne sono così tante». Al momento si resta comunque nel campo delle ipotesi, perché non sono stati raccolti ancora sufficienti dati scientifici. Il fenomeno delle meduse è quindi oggetto di analisi da parte degli studiosi, che possono essere supportati anche dalle immagini che chiunque può inviare utilizzando "AvvistApp": un'applicazione che permette di registrare un ampio numero di specie marine e partecipare in maniera attiva alla raccolta di informazioni sugli avvistamenti, utili anche alla valutazione dello stato del nostro mare.

Benedetta Moro

 

 

Capodistria-Divaccia - I Verdi: «Bisogna opporsi con forza» - il raddoppio della linea
«La politica non può limitarsi a chiedere precisazioni, ma deve dare un parere forte e contrario all'opera e sostenerlo soprattutto al Parlamento europeo, visto che è l'Europa stessa che dovrà finanziare l'opera». Così Tiziana Cimolino e Giuseppe Prasel per i Verdi Trieste - Trieste Verde, sul progetto di raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia. «Il progetto - aggiungono - è da anni al centro delle preoccupazioni degli ecologisti della nostra regione. Nonostante tutto l'impegno profuso, ci ritroviamo con le ruspe pronte a entrare in azione e con accordi fatti per la realizzazione del primo tratto tra Capodistria e Crni Kal: 10 chilometri di tratta che comprenderà sei tunnel di chilometri e due viadotti».

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 8 aprile 2021

 

 

Da Confcommercio un freno ai colossi nel Mercato coperto «Piccoli da tutelare»
Paoletti: «Capisco che le grandi catene siano viste come un'opportunità ma lì deve restarci un servizio pubblico vivo»
Cosa succede al Mercato coperto? La notizia dell'interessamento di Lidl e Despar, con annesse polemiche, per la struttura di via Carducci porta a muoversi Confcommercio, che interviene attraverso il presidente Antonio Paoletti, auspicando la tutela dei piccoli commercianti che vi lavorano. E mentre prosegue la raccolta di firme (vedi articolo a destra) il sindaco Roberto Dipiazza decide di rispondere alle critiche andando sul posto: «È ovvio che qui non si farà un supermercato, ma serve un attrattore». Il vicesindaco e titolare della delega al Commercio Paolo Polidori precisa: «Stiamo pensando a un project financing per il recupero». Partiamo però da Confcommercio, che sottolinea come il Mercato coperto rappresenti una realtà commerciale viva, per quanto ridotta: «Sia ben chiaro - premette Paoletti - che qui non si tratta di fare crociate pro o contro questa o quella soluzione», ma di avere una visione di insieme che «assicuri equilibrio tra tutte le componenti della rete distributiva, elemento essenziale quest'ultimo per evitare di aggravare la già forte criticità del piccolo commercio e di quello di vicinato».Confcommercio non entra «nel merito di costi e disponibilità finanziaria» ma auspica un rifacimento della struttura, «come peraltro era anche nelle intenzioni dell'amministrazione», che ne mantenga le peculiarità adeguandola al nuovo contesto commerciale e di clientela. Il tutto, sottolinea il presidente di Confcommercio, «in una prospettiva d'intervento inserita nel quadro di quelle politiche di tutela delle realtà produttive di prossimità che crediamo dovranno essere il filo conduttore delle future azioni e scelte che saranno effettuate sui territori in materia di commercio». Aggiunge Paoletti a margine: «Anche con la Camera di commercio se n'era parlato ai tempi del secondo mandato Dipiazza, quando avevamo più disponibilità economiche». Di fatto, però, non se n'è mai fatto nulla: «Capisco che oggi si vedano i colossi come opportunità, ma sarebbe meglio piuttosto trovare dei fondi per rimetterlo in sesto e farne un servizio pubblico alla città. I mercati piacciono se sono vivi». Gli risponde indirettamente Dipiazza, in trasferta al Mercato coperto, mascherato, per rispondere a critiche e raccolte di firme: «Negli anni qui abbiamo fatto le scale mobili, messo le reti per i colombi, rifatto i servizi igienici. Quel che manca è un attrattore, per far sì che la gente entri». «Io pensavo anche di creare un mini Eataly», è l'esempio del primo cittadino, che poi aggiunge: «Ma devono esserci gli artigiani, anche l'ambulatorio piuttosto che il ristorante». Ai critici risponde ribadendo la sua apertura a suggerimenti: «Portatemi un progetto invece di raccogliere firme, e vi do le chiavi». Ai microfoni di Telequattro, il primo cittadino aggiunge una considerazione sul cambiamento della società negli ultimi decenni: «Noi qui a Trieste non abbiamo più gli ambulanti, quando ero bambino io andavo con la signora Iolanda al mercato in Ponterosso e c'erano cento bancarelle. Adesso ce ne sono quattro in piazza Sant'Antonio. È cambiato il mondo, adeguiamoci al mondo che cambia».Ma a che tipo di attrattore fa riferimento il primo cittadino quando parla di rivitalizzazione del Mercato coperto? L'interessamento di Lidl e Despar c'è, spiega il vicesindaco Polidori, ma al momento non è ancora stato definito lo strumento che il Comune adotterà per gestire eventuali interventi. E quindi nemmeno la loro tipologia. «Ci stiamo lavorando da tempo - dice Polidori -. Al momento pensiamo a un project financing con delle linee guida fisse: se ad esempio il privato viene e dice che vuole farci un supermercato, noi diciamo che non può farci solo quello, ma che vanno mantenute le bancarelle e il carattere storico, eccetera». Questa formula, ovviamente, prevede un ritorno per l'investitore privato, che in qualche modo si quantificherà nelle eventuali proposte di project. In ogni caso serviranno realtà dalle spalle robuste, ché le stime per l'investimento si aggirano fra i cinque e i sei milioni. Polidori sottolinea che il supermercato non è l'idea che ha in mente: «Ci interessa molto rivitalizzare il piano superiore, lo vedrei benissimo come un insieme di postazioni street food. Una cosa a chilometro zero con i nostri produttori». A riprova dell'interesse della giunta per il carattere storico dell'edificio, cita il progetto Mercatocritico della sezione triestina dell'Associazione italiana Donne Ingegneri e Architetti, che prevede una serie di incontri, conferenze, letture, mostre, documentazioni fotografiche e riprese video, laboratori di città e cittadinanza, proprio sul tema del mercato a chilometro zero.

Giovanni Tomasin

 

La petizione online verso le 5 mila adesioni - la mobilitazione contro la grande distribuzione

Dopo il dem Russo anche Futura sottoscrive l'appello lanciato da Adesso Trieste. Oggi consegna simbolica ai commercianti

Le sorti del Mercato coperto fanno allineare Futura con la petizione online di Adesso Trieste, che viaggia verso le 5 mila firme, e riaprono il confronto interno alla maggioranza. Il presidente della Quinta circoscrizione, Roberto Dubs di Fratelli d'Italia, convocherà infatti una seduta del parlamentino rionale di San Giacomo e Barriera Vecchia, invitando in audizione l'assessore o gli assessori competenti su quel sito. Oggi a mezzogiorno, intanto, gli attivisti di Riccardo Laterza saranno in via Carducci per conferenza stampa e consegna simbolica delle firme raccolte ai commercianti: «Le adesioni sono un segnale - è il commento dei civici - del fatto che a Trieste esiste una maggioranza di persone che chiede attenzione a un'economia più equa, a qualità e accessibilità degli spazi pubblici. Siamo pronti a portare questa maggioranza al governo della città». Le firme ieri avevano già raggiunto quota 4.800. Tra queste, anche quella del candidato sindaco di Futura, Franco Bandelli, e dei suoi sodali. Il giorno prima la petizione era stata sottoscritta pure da Francesco Russo, candidato in pectore del centrosinistra. «Noi siamo andati al Mercato coperto già a dicembre - afferma Bandelli -. Mi sembra che su molti temi la città ci stia venendo dietro. Nel merito, se il sindaco Roberto Dipiazza ci sfida, allora troveremo una cordata di imprenditori triestini disposti a rimettere a posto quel luogo. Andremo a prenderci le chiavi. Abbiamo firmato tutti la petizione di Adesso Trieste (fatto confermato da Laterza). Abbiamo fatto appello a tutte le forze politiche, per venerdì, quindi abbiamo ritenuto di fare noi per primi un gesto trasversale». Il riferimento è al fatto che domani, alle 11, nella struttura di via Carducci andranno a loro volta Bandelli e i civici di Futura: illustreranno nel dettaglio la loro idea per il futuro del sito, basata su «piccolo commercio e prodotti locali, su modello di un grande mercato come quello di Madrid». Gianfranco Depinguente, coordinatore provinciale di Italia Viva, fa sapere: «Solo operazioni immobiliari, da parte di questa giunta, e non un progetto complessivo». La seduta del Consiglio circoscrizionale presieduto da Dubs si svolgerà verso il 19 aprile: l'esponente di FdI ha dato mandato alla sua segreteria di confrontarsi con Palazzo Cheba per capire se invitare uno o più assessori, dal momento che sul tema si possono intersecare le deleghe di Paolo Polidori (Mercati), Serena Tonel (Attività economiche) e Lorenzo Giorgi (Patrimonio). «Il dialogo sul Mercato coperto è sempre aperto, con giunta e cittadini - dichiara Dubs -. Vorremmo sapere dagli assessori e dai tecnici, anche in passato sempre disponibili, quali sono i progetti. Poi ci faremo un'opinione». La questione sarà inoltre discussa nella commissione Urbanistica del parlamentino rionale, su richiesta dei consiglieri circoscrizionali di Progetto Fvg Sabrina Polacco, Silvio Pahor e Monica Fabris.

Lilli Goriup

 

La ricetta del poeta Nacci a passeggio fra le bancarelle "Si salvi l'anima popolare e poi primizie del territorio"

Per lo scrittore "se l'idea di un supermercato e' da escludere a priori, nemmeno un posto di nicchia andrebbe bene in questa dimensione"

Un luogo dove far non solo confluire calzolai, rigattieri, il microcosmo di artigiani e commercianti del rione di Barriera Vecchia che a seguito della crisi economica in questo momento si trovano in difficoltà a pagare le rate dell'affitto. Ma anche i produttori di ortaggi, vino, miele e formaggi del Carso, del Breg, dell'Istria o della Carniola slovena. Il poeta Luigi Nacci immagina così il futuro del Mercato coperto, da riscrivere nel solco della tradizione che in passato vedeva "venderigole", "mlekarice" o donne del latte e altre figure contadine scendere a piedi ogni mattina in città, per vendere i frutti della terra: «Venivano anche le istriane, attraverso la Val Rosandra, per vendere nient'altro che uova. Quanto dovevano essere povere». Dal suo punto di vista, l'importante è che rimanga il «posto dei piccoli» e mantenga intatta la sua «dimensione popolare», preservandosi dal rischio della gentrificazione che negli anni ha coinvolto ad esempio via Torino. Facciamo quattro passi assieme a Nacci all'interno del Mercato coperto. Verso ora di pranzo, quando il viavai scema e la gente torna a casa a cucinare, qui restano solo gli esercenti che chiudendo i banchi scambiando quattro chiacchiere. Si conoscono tutti. Per loro, che si sono alzati alle quattro del mattino per scaricare la merce, è come fosse pomeriggio inoltrato. «Vedo una questione urbanistica e una sociale: non vorrei che il quartiere diventasse una sorta di "parcheggificio", e il Mercato un posto per "fighetti" - afferma lo scrittore -. Assieme all'operaia San Giacomo, la Stalingrado triestina, Largo Barriera è uno dei rioni più popolari della città. Qui c'era la barriera dei dazi, dunque una sorta di confine dentro la città. James Joyce, che amava questa dimensione, ci viveva. Qua dietro c'era La chiave d'oro, uno dei più grandi lupanari di Trieste. Mussolini fece poi Largo Impero e demolì una serie di edifici. E arrivò il Mercato coperto che, diciamolo, è una splendida architettura fascista. Popolare. Ha la forma di una nave in mezzo al nulla, nata nel 1936 per dare un tetto alle "venderigole" grazie a una donazione della benefattrice Sara Davis». L'atmosfera popolare c'è tuttora. Un signore che vende frutta e verdura racconta che «la gente viene qui perché apprezza chi sta dietro un banco. Alcuni clienti li conosciamo per nome. Facciamo inoltre una politica basata non solo su prezzi bassi ma anche sulla qualità. Nel giro di una decina d'anni da 200 siamo diventati 20, e non c'è stato rilancio. Non vogliamo fare la fine del mercato del pesce o del macello di Valmaura». Ecco perché secondo Nacci «se l'idea di un supermercato è da escludere a priori, nemmeno un posto di nicchia in stile Eataly andrebbe bene: sarebbe per pochi, perderebbe la sua anima. Questo posto potrebbe diventare invece il fulcro di una cultura che c'era ai tempi dell'Austria. Oggi ad esempio si potrebbero portare qui i formaggi di Ceroglie, Basovizza, Borgo Grotta». E alle considerazioni del sindaco Roberto Dipiazza, secondo cui c'è penuria di soggetti che presentano progetti all'amministrazione comunale, risponde: «Il sindaco non ha solo le chiavi ma anche il compito di avere una visione, gli investitori arrivano in base all'idea di città che si produce. Il Comune dev'essere garante morale di questo luogo». Accanto alle scale c'è uno spiazzo dove Nacci aveva presentato il suo libro "Trieste selvatica". La struttura inoltre in passato ha ospitato mostre artistiche: tutte iniziative che si potrebbero riproporre, secondo Nacci, naturalmente anche aprendo locali enogastronomici al primo piano, che si rifornirebbero di primizie al mercato. Oggi sopra, oltre che la recente sede della locale sezione dell'Aidia, sopravvivono forse un paio di negozi. Si cammina tra le saracinesche abbassate.

L. G.

 

SEGNALAZIONI - Mercato coperto - Una struttura da rivitalizzare

Gentile direttore, chi gira in Europa specialmente come turista, sa bene che dappertutto si cerca di salvare non solo l edificio stesso dei vecchi mercati, ma la funzione stessa, senza volerlo trasformare in supermarket o parcheggi. Potrei mostrare tante foto di quei mercati sia a Budapest che Stoccolma, Parigi o addirittura Melbourne. Non è un caso. La popolazione che non necessita sempre correre e fare la spesa velocemente, per qualsiasi giusto motivo in un supermarket, necessita invece di punti di incontro dove può chiacchierare, scambiare idee di cucina, darsi suggerimenti, chiederne ai venditori. . ...La nostra società ha bisogno di socializzare e -guarda un po'- avere tempo per se stesso. Parcheggi, importanti sì, ma mi è venuto un fortissimo dubbio sulla necessità d'uso dell'auto proprio durante la pandemia ne che stiamo subendo, vedendo quante persone preferiscono camminare, anche con la spesa, pur non essendo vietate l uso delle auto. Non toglieteci questo palazzo interessante, utile al quartiere e-perdonatemi se parlo anche in modo egoistico- sito interessante per noi fotografi che documentiamo Trieste di oggi per le generazioni future."

Giulio Salusinszky

 

Verdi - «Villa Necker, il parco sia di nuovo dei triestini»
«Il parco di Villa Necker sia di nuovo dei triestini». Lo scrive in una nota Roberto Viscovich del gruppo Verdi Trieste - Trieste Verde: «Il gruppo si riconosce pienamente nello slancio e nelle intenzioni del comitato aderendo alla raccolta di firme che ha superato i mille sottoscrittori e invitando iscritti e simpatizzanti a farlo quanto prima. Le persone che hanno a cuore la città e la salvaguardia delle aree verdi non possono esimersi dalla partecipazione».

 

 

Nuovo allarme in via dei Peco dopo il fuoco ai rifiuti abusivi - la denuncia di Open FVG e Commissione Amianto

Dei vecchi nastri segnaletici con cui la polizia aveva provveduto a circondare la discarica abusiva di Borgo San Sergio non resta ormai che qualche brandello lacero. Non sono più un elemento sufficiente a separare l'immondizia dai sentieri stretti in cui si inerpica via di Peco. Ancor meno dopo lo scorso venerdì, quando le fiamme sono divampate in mezzo al cumulo di scarti, riducendo tutta l'area circostante a una macchia omogenea fatta di cenere e di resti anneriti dal fumo. «È pericoloso che venga dato fuoco ai rifiuti, sia per questioni di inquinamento, sia perché si tratta di una zona di interesse naturalistico, dove la gente passeggia e dove è possibile imbattersi in molti animali - sottolinea la consigliera comunale di Open Fvg Sabrina Morena, che già lo scorso gennaio aveva fatto pressione affinché il Comune procedesse a sanare l'area -. Sappiamo già che la discarica è sotto indagine. Ma crediamo che, nel frattempo, la polizia potrebbe mettere almeno delle transenne per la sicurezza di tutti. Non si può lasciare tutto come è - continua ancora Sabrina Morena -, permettere che ogni malintenzionato di passaggio sia libero di appiccare incendi». Il rischio, secondo Morena, è che «se non si agisce al più presto per cambiare le cose, le montagne di immondizia continueranno ad aumentare. Attualmente, a pochi metri di distanza da quella discarica più consistente, purtroppo se ne trovano già diverse altre». Negli uffici dell'amministrazione comunale il problema è conosciuto da tempo, ma l'assessore all'Ambiente Luisa Polli sostiene che, al momento, non ci siano le condizioni per mettere in moto alcun tipo di azione: «Ho piena fiducia nell'autorità giudiziaria, che sta portando avanti il suo lavoro - sottolinea Polli -. Il fatto che la zona sia sotto sequestro implica che non la possa toccare nessuno». Di diverso parere è Paolo Tomatis, che fa parte della commissione Amianto: «Il Comune ribadisce che c'è in corso un procedimento e che non abbia quindi possibilità di compiere alcuna azione. Ma noi riteniamo che non abbia fatto abbastanza. La messa in sicurezza di quell'area non può essere ostacolata dalle indagini - spiega Tomatis, presidente dell'Eara di Trieste -. La discarica è stata segnalata tempo fa da un nostro socio che l'aveva notata durante una passeggiata. Successivamente, fra i rifiuti erano stati trovati anche dei manufatti in amianto». I residui in eternit di cui è stata denunciata la presenza a Borgo San Sergio non rappresentano un caso isolato. «Tutto il paesaggio del Carso, purtroppo, è disseminato di discariche abusive che contengono materiale molto pericoloso - conclude Tomatis -. È necessario fare qualcosa. È troppo alto il rischio che dei bambini finiscano per giocare vicino ai rifiuti, o che dei passanti tocchino inavvertitamente resti di materiale estremamente dannoso».

Linda Caglioni

 

 

Generali: stop a investimenti in aziende del carbone - Replica a Greenpeace
TRIESTE. L'esposizione assicurativa ai combustibili fossili a livello globale del Gruppo Generali è inferiore allo 0,1% dei premi danni. Lo precisa Generali in una nota replicando a Greenpeace e Re:Common secondo cui il Leone assicura aziende del carbone. Generali spiega di avere interrotto i rapporti di business con 4 aziende su 8 che non avevano presentato piani per una transizione giusta, come riportato nella Relazione Annuale Integrata 2020. Nel periodo 2018-2020 «il Gruppo ha realizzato 6 miliardi di euro di nuovi investimenti green e sostenibili, superando con un anno di anticipo l'obiettivo strategico di 4,5 miliardi di euro entro il 2021».

 

 

Interferenze radio - Battaglia di confine al via - IL CONTENZIOSO SUI SEGNALI CHE ARRIVANO DALLA SLOVENIA
Guerra delle antenne tra emittenti italiane e slovene. Ieri è iniziato "a distanza" il confronto tra le parti in merito alla perizia preparata dal consulente tecnico di ufficio riguardo le interferenze sulle frequenze radio. Questa specifica vicenda (è in piedi anche un appello di Radio Maria in materia analoga su una sentenza del Tribunale di Gorizia) è quella di maggiore pertinenza triestina, in quanto attiene il contenzioso che coinvolge gli impianti di Conconello e di Chiampore da parte italiana, quello di Antignano da parte slovena. Ad avviare la causa in sede civile, dove il fascicolo è seguito dal giudice Filomena Piccirillo, il gruppo trevigiano E-Sphera (avvocati Piero Gerin e Felice Vaccaro), che lamenta le forti interferenze prodotte dalle attrezzature di Rtv Slovenija (avvocati Rado Race e Marco Jarc) che trasmettono da Antignano. A supporto di E-Sphera è intervenuto nel procedimento anche Rmc Italia (Marzia Amiconi). Lo Stato sloveno (avvocato Samo Sanzin) appoggia invece la propria televisione pubblica.

Magr.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 7 aprile 2021

 

 

Petizione sul Mercato coperto - Dipiazza: chiavi a disposizione

Oltre 1.600 adesioni alla mobilitazione anti grande distribuzione lanciata online da Adesso Trieste. C'è pure il dem Russo. Il sindaco: chi ha idee, si faccia avanti
Una petizione online per «salvare» il Mercato coperto è stata lanciata ieri da Adesso Trieste, raccogliendo oltre 1.615 adesioni in meno di ventiquattro ore. Ciò a seguito della notizia che il Comune di Trieste sta valutando la possibilità di dare in gestione la storica struttura di via Carducci a Lidl e Despar: nella lotta contro questa ipotesi i civici guidati da Riccardo Laterza trovano al loro fianco il candidato in pectore del centrosinistra Francesco Russo, che ha sottoscritto la loro raccolta firme, ma anche la lista civica Futura che candida a sindaco Franco Bandelli. Sia Adesso Trieste sia Futura avevano inoltre dedicato degli appuntamenti pre-elettorali al sito, immaginandovi una sorta di hub del chilometro zero e del piccolo commercio. Il sindaco Roberto Dipiazza tuttavia rilancia la sfida al mittente: «Le chiavi sono a disposizione, chi vuole se lo prende. Se siete capaci di rilanciarlo, oltre che di raccogliere firme, ben venga». Come a dire che dal punto di vista del primo cittadino chiunque è libero di presentare un progetto, non solo la grande distribuzione. La petizione chiede «alla giunta di bloccare immediatamente qualsiasi trattativa e aprire un percorso di coinvolgimento attivo della cittadinanza per riprogettare il Mercato coperto e il rione», sottolineando il «valore architettonico» e «sociale» dell'edificio. «Tra piazza Goldoni, piazza San Giovanni e Barriera ci sono almeno 5 supermercati - afferma Russo -. È proprio necessario farne un altro? Io penso di no. E penso a quando nel 2019 il sindaco Dipiazza per il Mercato coperto immaginava uno spazio dedicato alle eccellenze enogastronomiche del territorio, un punto di incontro per i cittadini, un attrattore per i turisti con una terrazza aperta al pubblico».Bandelli annuncia una conferenza stampa, venerdì mattina in via Carducci: «Ci auguriamo si vada oltre alle bandiere partitiche perché la trasversalità è l'unico mezzo per fermare la grande distribuzione. La città si mostri unita per salvaguardare un patrimonio di tutti. Siamo stufi di dover accettare, soprattutto in quest'ultimo periodo pre-elettorale, progetti senza una strategia complessiva». Nel frattempo sul web il dibattito è acceso. «Vi sono esempi virtuosi di recuperi di mercati in Europa - afferma un post virale del poeta e scrittore Luigi Nacci -. Ma potremmo anche fare qualcosa che ancora non c'è, qualcosa di nuovo, e farlo insieme, con la progettazione partecipata. Da anni alcune associazioni e molte persone si muovono in tal senso, basterebbe ascoltare. Il Mercato coperto è una casa del popolo. Dei piccoli». Questa la replica del sindaco Dipiazza: «Nessuno vuole farci un supermercato ma la verità è che da anni quel luogo langue. Prima ho fatto la scala mobile per andare al piano di sopra, poi ho tolto l'affitto. Ho fatto di tutto perché il Mercato coperto rimanesse tale ma la formula non funziona più: mancano persone che aprano attività all'interno. Abbiamo appena scartato un project financing perché 6 milioni di euro mi sembrano un po' tanti. Ora dico semplicemente - conclude Dipiazza -: queste sono le chiavi, il costo è zero euro. Chi vuole ha il mercato a disposizione. Se qualcuno ha idee si presenti: non polemiche, ma fare».

Lilli Goriup

 

SEGNALAZIONI - Mercato coperto - L'assegnazione agli stranieri

Caro direttore, leggo su "Il Piccolo" del 4 aprile, che l'amministrazione comunale boccia il progetto di un imprenditore locale per la valorizzazione del Mercato coperto, ritenendolo troppo oneroso per le casse comunali. Per contro, per risparmiare, l'amministrazione opterebbe per l'assegnazione dello spazio a due firme della grande distribuzione: entrambe straniere. Qualcuno in piazza dell'Unità d'Italia oltre a pensare al mero risparmio economico iniziale, ha pensato che l'imprenditore locale paga le tasse in Regione mentre le due imprese straniere molto probabilmente pagano gran parte delle loro tasse fuori Regione se non all'estero? Ovvero "meglio l'uovo oggi che una gallina domani"?

Bruno Spanghero

 

SEGNALAZIONI - Mercato coperto - Circoscrizione non consultata

Egregio direttore,ancora una volta i consiglieri della V circoscrizione vengono a sapere dai giornali dei progetti riguardanti il Rione di Barriera e san Giacomo. Si tratta delle notizie pubblicate sul quotidiano locale, nella giornata di Pasqua, che interessano il Mercato Coperto. Nessuna condivisione, nessun assessore che venga ad illustrare spunti ed idee per una costruzione collegiale di quella parte della città che ci riguarda. Il consiglio di circoscrizione nelle sue competenze ha la possibilità di indire delle assemblee pubbliche per invitare i cittadini ad esprimere il loro parere, che poi verrebbe condiviso con i rappresentanti in Comune, invece i progetti ci arrivano quasi sempre infiocchettati e pronti come un bel regalo. Ecco dimostrata la mancanza di rispetto, da parte di chi ci governa, non solo per i consigli rionali ma soprattutto per i residenti che potrebbero in tal modo esprimere le loro idee. Ci chiediamo se ci sia in questo momento l'esigenza dell'ennesimo grande supermercato e non vi sia altro modo di valorizzare il luogo e le attività esistenti.

Maria Luisa Paglia, capogruppo Pd V circoscrizione

 

Il parco Villa Necker riaperta - Il sostegno di Futura

Il Movimento Futura sostiene il Comitato che promuove l'apertura del giardino di Villa Necker plaudendo a un'iniziativa che intende restituire alla città un complesso dal grande valore storico. «Viste le nuove opportunità offerte dai fondi Ue per progetti di sostenibilità e verde pubblico - spiegano - ci pare il caso di predisporre uno studio approfondito».

 

SEGNALAZIONI - Un parco sul mare alla Lanterna

Gentile direttore, la lettera della dottoressa Stella Rasman pubblicata in "Segnalazioni" del 30 marzo tocca vari temi di grande attualità cittadina sui quali è in atto un acceso dibattito che registra profondi contrasti nella politica locale e tra i cittadini: dalla discussa scelta di adibire ad abitazioni private parte degli spazi di Porto Vecchio, alla sottovalutazione dell'importanza del tram de Opcina nell''immagine della città, dagli eclatanti preannunci di una ovovia e di un mega -aquario che dovrebbero richiamare enormi flussi turistici in una Trieste versione Disneyland, alla scarsa o nulla considerazione del valore storico e paesaggistico della Lanterna, non trascurabile pezzo di archeologia portuale ed assolutamente da valorizzare. Ebbene, proprio sulla Lanterna, oggi seminascosta da squallidi edifici amministrativi di scarso valore, la Rasman affaccia una proposta brillante e coraggiosa, atta a ridare respiro e visibilità a quel manufatto strettamente legato alla storia portuale e marittima di Trieste. Propone la Rasman, ed io condivido, di abbattere quei brutti edifici che affollano il molo attorniando e nascondendo la Lanterna, per fare posto ad un'area green de-cementificata, insomma un "parco sul mare ". .. in linea con l'attuale politica europea ed italiana della riconversione verde. Riuscirà il pensiero stupendo di Stella Rasman a sedurre anche gli anziani signori che proprio lì, accanto alla Lanterna, intendono insediare un ulteriore colosso di cemento contenente il "parco del mare" ovvero il mega-aquario?

Mario de Luyk

 

 

Lo sviluppo sostenibile del Porto Vecchio.

Oggi, alle 18.30, l'architetto William Starc, ex-dirigente pubblico e componente della rete civica triestina "Un'Altra Città", terra una video conferenza sui problemi e le potenzialità legate allo sviluppo sostenibile del Porto Vecchio. Per partecipare scrivere a centroveritas@gesuiti.it. Ssarà possibile seguire l'incontro anche sulla pagina Facebook del Centro culturale Veritas.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 6 aprile 2021

 

 

Parco di Villa Necker: per riaprirlo mille firme e iniziative nelle piazze - il tema del passaggio di proprietà dal demanio al comune

Da maggio la campagna del comitato nelle vie cittadine e sul web con un video. Obiettivo duemila sottoscrizioni

Mancano trenta firme per raggiungere il migliaio, l'obiettivo che si sono posti nel breve termine gli autori della petizione per riaprire al pubblico il parco di villa Necker, la sede del Comando militare dell'Esercito Friuli Venezia Giulia, stretto tra via dell'Università, via Belpoggio e viale Terza Armata. L'iniziativaIl Comitato "Ritorno al Parco", nato da un gruppo di residenti di San Vito, sta lavorando sul web per sollecitare la cittadinanza a partecipare al progetto che prevede il passaggio dell'area verde dal Demanio al Comune. La petizione verrà poi consegnata al sindaco Roberto Dipiazza. L'operazione che prevede l'area verde in capo al Municipio, hanno assicurato più volte il primo cittadino e l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, è in carico agli uffici da mesi ed è in attesa dell'ok da parte del Demanio stesso. Inoltre, spiega Giorgi, «stiamo attendendo dal Governo la nomina della nuova Commissione paritetica Stato-Regione, dove dovremmo discutere del passaggio non solo del parco di villa Necker, ma anche dell'ex museo del Mare, del museo de Henriquez e della pineta di Barcola. Se questi temi passano, poi si potrà continuare la trattativa con il Demanio, che per il parco in particolare è favorevole, ma le tempistiche sono lunghe. Io comunque firmerò il documento, che non va però girato al Comune bensì al Demanio». piazze e videoMa una volta raggiunti i mille firmatari, che cosa intende fare il Comitato? «Vorremmo arrivare a duemila e consegnare il documento a giugno al sindaco - spiega uno dei portavoce, Giuliano Gelci -. Per raggiungere tale cifra da maggio andremo nelle piazze e diffonderemo anche un video che stiamo preparando». Nelle intenzioni del Comitato c'è la volontà di «promuovere una gestione partecipata, una programmazione e la conduzione di questo bene comune - continua Gelci -, cercando per questo fine anche dei fondi europei. Ci appoggiano e hanno già firmato la petizione anche delle associazioni, che sono: Arci Servizio civile (un sodalizio di 40 associazioni), Legambiente, Wwf, Unione italiana sport per tutti, Amis Scout, Casa Internazionale delle Donne, Monte Analogo, Bioest, Urbi et Horti, Oltre quella sedia, Arci, Mai dire Mai e Museo della Bora».la politica A sostenere l'iniziativa si è palesata anche la realtà civica Adesso Trieste, che parteciperà alle prossime elezioni amministrative. «Adesso Trieste - afferma il portavoce Riccardo Laterza - sostiene la necessità di avere cura dei beni comuni, anche nel quadro di una gestione partecipata attraverso dei patti di collaborazione». Afferma poi Giulia Massolino, portavoce e coordinatrice dell'Assemblea ecologia di Adesso Trieste: «Nel nostro programma, che stiamo ultimando, la cura del verde urbano è fondamentale sia per questioni ecologiche sia perché avere aree verdi di qualità in ogni rione è un valore per la salute mentale, fisica e sociale».Anche il Pd si è mosso in questo senso depositando una mozione. «Chiediamo al sindaco - spiega il consigliere comunale Giovanni Barbo, primo firmatario - che intervenga con il Demanio militare per accelerare l'iter di consegna alla cittadinanza del parco di villa Necker». A questo proposito Gelci conclude: «Ci attendiamo che anche gli altri movimenti politici aderiscano a questa petizione perché il verde è di tutti».

Benedetta Moro

 

Ancora nessun progetto per Villa Haggiconsta - Giorgi: «Servono fondi» - la denuncia dell'AIAS
Villa Haggiconsta è, come villa Stavropulos e tanti altri edifici di proprietà del Comune, in attesa di una riqualificazione. Anche questo immobile ha fatto parte per un breve periodo della lista dei beni da alienare, per poi essere stralciato dall'elenco nel 2019 su richiesta anche di una petizione lanciata dall'Associazione per l'indipendenza, l'assistenza e la sicurezza delle persone con disabilità (Aias), ospite dell'immobile fino al 2008 assieme al Cem (Centro di educazione motoria), frequentato da 24 persone con disabilità. Ed è proprio l'Aias che accende nuovamente i riflettori sul destino del bene. «Dal 2008 - scrive la presidente Claudia Marsilio - l'edificio centrale è vuoto, senza alcuna manutenzione. Siamo usciti confidando nella promessa di un rientro dopo alcuni lavori di manutenzione, fatta dai rappresentanti del Comune e della Regione. Purtroppo, non solo la promessa non è stata mantenuta, ma è stato tutto lasciato in completo abbandono. Aias ha presentato varie richieste di comodato e il progetto per un Polo culturale e di inclusione aperto alla città. Oggi - continua - siamo ancora in attesa e, nonostante le sollecitazioni, non sappiamo quali siano le intenzioni del Comune, attuale proprietario, né della Regione che, donando al Comune il comprensorio, aveva posto la condizione di un suo riutilizzo. Aias confida nella collaborazione delle istituzioni per riqualificare l'edificio centrale e sta curando il parco». Richieste, queste, che l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi dice di conoscere bene, avendo avuto modo di confrontarsi con l'associazione, ma che non può accogliere per mancanza di fondi. «Ci vogliono circa 4 milioni per un progetto che preveda anche l'abbattimento delle barriere architettoniche, che il Comune però non ha. Per questo avevamo inserito la villa nel piano alienazioni - spiega -. Con i soldi avremmo comprato un altro immobile da dedicare alla disabilità. Ma l'associazione ha detto no. Essendo bene pubblico, per metterlo a disposizione dell'associazione, servono un progetto e qualcuno pronto a investire: se l'associazione li trova, sono disposto a firmare una lettera d'intenti».

B. M.

 

 

"Mujainbici": trenta chilometri di piste per la Muggia di domani
Il progetto prevede 5 itinerari per le due ruote che vanno dal mare alla collina - Gli appassionati: «Cambiamo il modo di vivere la città in sicurezza e libertà»
Muggia. La federazione dei ciclisti muggesani Fiab Muggia Ulisse, cui era stato chiesto un parere dal Comune di Muggia nel quadro della stesura del Biciplan - il piano della mobilità ciclistica comunale - ha elaborato la propria proposta, che si chiama "Mujainbici", una rete ciclabile di 30 chilometri, esattamente 29 chilometri e 390 metri, suddivisa in cinque itinerari, presentata online lo scorso venerdì. Gli itinerari sono denominati Parenzana, di 890 metri; Mujasulmar, di 9 chilometri 598 metri da via Flavia a Lazzaretto; le Vie Deisalineri, di 7 chilometri 863 metri; Deifioi, di 2 chilometri 484 metri, che si snodano nella zona delle scuole cittadine e degli impianti sportivi, e Deimonti, di 8 chilometri 520 metri, che conduce da San Floriano a molo Balota. «Sappiamo - spiega Jacopo Rothenaisler, responsabile della locale sezione Fiab e coautore della proposta - che i ciclisti potenziali sono numerosi perché a quasi tutti piace andare in bicicletta in presenza di un minimo di condizioni favorevoli. Il piano intende mostrare la via da seguire per muoversi in libertà e sicurezza. Dobbiamo agire sullo spazio urbano e cambiare il modo di vivere la nostra città: le strade sono spazi a più usi da condividere equamente. Occorre ridurre il traffico, moderare la velocità, perché la strada, cardine della socialità cittadina, è di tutti». «Nella nostra proposta - ricorda Marco Finocchiaro, consigliere comunale ex dem ora nel gruppo misto, coautore delle 45 pagine di elaborato inviate da Fiab al Comune - ci siamo attenuti strettamente alle indicazioni di legge, anche perché finalmente possiamo dire che la nostra legislazione è adeguata alle migliori esperienze europee e consente il cambiamento del modo di vivere e di muoversi in città che desideriamo soprattutto per le componenti più fragili, pedoni, bambini, anziani. Quello che proponiamo non sono linee tracciate su una planimetria, ma si tratta di interventi immediati e a bassissimo costo, come le corsie ciclabili e altri provvedimenti, che possono dare continuità immediata ai percorsi ciclabili e trasferire il traffico tradizionale sulla bicicletta». Luca Mastropasqua, presidente della Fiab triestina e muggesana, si è detto estremamente soddisfatto del lavoro: «Dimostriamo ancora una volta la costante collaborazione con le pubbliche amministrazioni e, permettetemi, la qualità delle nostre proposte. Agli amministratori e ai cittadini diciamo che non è difficile pensare a come dovrebbe essere organizzata una città vivibile. È sufficiente chiedersi quali cambiamenti dovremmo introdurre affinché un proprio figlio o nipote possa raggiungere da solo in sicurezza la propria scuola o gli amici con cui giocare in uno spazio pubblico come facevamo in un tempo non lontano».

Luigi Putignano

 

 

Da Chiampore a Zindis le 23 zone dove curare aree verdi e spazi urbani - a Muggia torna il progetto di Cittadinanza Attiva
Muggia Sarà pubblicato nei prossimi giorni il bando pubblico per aderire, in forma singola o associata, al progetto di Cittadinanza attiva nel Comune di Muggia. Il progetto, attivo dal 2016, ha visto, l'anno scorso, la sottoscrizione di numerosi patti di collaborazione. Si è trattato prevalentemente di interventi di manutenzione e pulizia di aree verdi e di spazi urbani. Secondo l'iter ormai consolidato, il Comune prevede esenzioni oppure riduzioni dei tributi locali o dei canoni, che verranno applicate sulle imposte-canoni dovuti nell'anno successivo rispetto a quello in cui l'intervento viene realizzato. «Novità di quest'anno - ha spiegato il vicesindaco di Muggia con delega alla cittadinanza attiva, Francesco Bussani - è stata l'introduzione dell'opzione aggiuntiva di un corrispettivo economico in alternativa alle detrazioni delle imposte a fronte del servizio reso. Tutto ciò - ha aggiunto il vicesindaco Bussani - per rispondere alla continua evoluzione del sistema tributario, che rende sempre più complessa la gestione delle esenzioni o delle riduzioni dei tributi locali». Il Comune ha individuato 23 aree di intervento: l'area verde attrezzata di Aquilinia; le aree verdi attrezzate di Montedoro, di Zindis, di via San Giovanni, salita di Muggia Vecchia, di via Mazzini, all'incrocio tra via Frausin e via Matteotti, di largo Caduti, sotto il castello, l'area gioco della scuola di Zindis, la ciclabile Parenzana, l'area del porticciolo e zone limitrofe, il lungomare Venezia, le aree verdi del ex comprensorio Teseco, della chiesetta di San Francesco, del teatro "Verdi", del piazzale Alto Adriatico, dei giardini Europa e le sue adiacenze, di piazzale Caliterna, i laghetti delle Noghere, la strada per le saline, la strada per San Floriano, e lo spazio pubblico di Chiampore.

L. P.

 

 

Banchine elettrificate per dimezzare l'impatto del porto entro il 2026 - IL FUTURO DELL'ELETTRICITA' A TRIESTE
La proposta nel Recovery permetterà di spegnere i motori delle navi ormeggiate e prevede anche la creazione di una rete intelligente a beneficio di tutta la città
Trieste. Tutto comincia dalla necessità di ridurre l'inquinamento che deriva da un porto in crescita. I moli del futuro permetteranno alle navi ormeggiate di alimentarsi direttamente dalla rete elettrica, potendo così spegnere i propri impattanti generatori a gasolio. Portacontainer, traghetti e navi da crociera producono oggi a Trieste 140 mila tonnellate di Co2 all'anno: con le risorse del Recovery Plan, l'Autorità portuale conta di dimezzare le emissioni entro il 2026. Per riuscirci, bisognerà però raddoppiare da 150 a 300 megawatt la quantità di energia che arriva in città. Nasce da qui l'alleanza che AcegasApsAmga, Terna e Authority hanno stretto nei mesi scorsi e che non si limiterà alla transizione energetica del porto, ma darà il via alla nascita di una rete elettrica intelligente, sempre più basata su fonti rinnovabili. Il cold ironing - Il Piano nazionale di ripresa e resilienza stanzia un miliardo per l'elettrificazione dei porti, che in gergo tecnico si chiama cold ironing. Ne beneficerà anche Trieste: nel pacchetto da oltre 400 milioni per lo scalo, ci sono 30 milioni per portare l'elettricità in Porto Vecchio e al Molo Bersaglieri per le navi da crociera, al Molo VII per le portacontainer e nell'area del Molo V e Riva Traiana per i traghetti ro-ro. La Piattaforma logistica ha già in piedi un progetto autonomo: Hhla è leader mondiale nel perseguimento di una logistica a basso impatto. Non si prevede l'elettrificazione per il terminal petroliere Siot, a causa della presenza di materiali infiammabili. Altri 6 milioni andranno alla banchina di Porto Rosega a Monfalcone. I tecnici dell'Authority stanno curando la progettazione delle sottostazioni elettriche da realizzare presso i vari moli e presto sarà bandita la gara per i lavori, con la convinzione che si possa finire nel 2026, entro i limiti del Recovery. Ogni banchina sarà dotata di una centralina che alimenterà le navi da terra, consentendo di spegnere i motori che oggi restano accesi anche in ormeggio con il loro portato di inquinamento e rumorosità. Una nave da crociera da sola consuma però un sesto dell'elettricità dell'intera Trieste e, senza in incremento dei volumi di energia diretti verso la città, l'aggancio del porto alla rete manderebbe al buio mezza Trieste. I vantaggi per l'ambiente - Nel 2019 uno studio dell'Autorità portuale ha calcolato le emissioni di anidride carbonica causate dalle attività dello scalo (navi, mezzi di lavoro, climatizzazione ecc.). Due terzi delle emissioni è dovuto alle navi: l'impatto dei generatori in ormeggio produce 128 mila tonnellate di Co2 all'anno (il 65,4% dell'inquinamento creato dal porto), cui si aggiungono 16 mila tonnellate per accosti e manovre (8,1% del volume complessivo). Le banchine elettrificate abbatterebbero 65 mila tonnellate di anidride carbonica. Si tratta dell'intervento più significativo, ma l'Ap sta procedendo anche alla sostituzione dei mezzi su gomma con veicoli elettrici e alla realizzazione di colonnine di ricarica: in due anni la trazione elettrica sarà lo standard. Potenza raddoppiata - Una nave da crociera assorbe 20 megawatt, una portacontainer 10-12 e un traghetto ro-ro 7. Considerando la presenza contemporanea di più navi, si capisce come il porto elettrificato diventerà altamente energivoro, con consumi che potrebbero arrivare a 80-100 megawatt. Nel giro di un decennio, lo sviluppo dello scalo e l'incremento dei consumi privati e industriali renderà necessari altri 150 megawatt, che si aggiungono ai 100-150 consumati oggi a Trieste. Ma da dove tirar fuori la nuova elettricità? La risposta è nelle mani di Acegas e Terna, cui spetterà raddoppiare l'attuale capacità, venendo incontro alle esigenze del porto e approfittando per aggiornare le infrastrutture di Trieste. Per il rafforzamento della linea sono allo studio tre opzioni: una nuova rete aerea ad alta tensione da Redipuglia a Padriciano che arrivi poi sul mare grazie a un percorso interrato, il passaggio dall'Isontino a Trieste attraverso la rete slovena o la posa di cavi sottomarini. Quest'ultima ipotesi avrebbe il vantaggio di ridurre l'impatto visivo dei piloni, ma va valutata la compatibilità con la navigazione in porto. L'ultimo miglio sarà rappresentato dalle sottostazioni create sui moli, che alimenteranno prese mobili sistemate su grandi carrelli capaci di adattarsi all'attacco delle navi. Quelle attrezzate allo scopo sono sempre di più: solo Msc ne ha un centinaio alimentabile da rete elettrica. La smart grid in cittàIl progetto per lo scalo è diventato la scintilla per un piano riguardante anche la rete cittadina, che oggi alimenta Trieste attraverso 4 sottostazioni (Broletto, Roiano, Rozzol e Padriciano), che trasformano l'alta tensione fornita da Terna nei classici 230 volt da portare nelle case. In pieno lockdown, Ap, Acegas e Terna si sono messe a studiare lo sviluppo delle reti interne ed esterne al porto. Il faro è il New Green Deal europeo, che entro il 2050 punta a "emissioni zero". E allora via all'impiego di energia solare ed eolica per andare verso la transizione ecologica alla base dei piani Ue. A Terna spetterà assicurare la maggiore portata della linea che arriva a Trieste, per rispondere alle necessità del porto e a consumi civili e industriali che, secondo Acegas, cresceranno del 18% in dieci anni, soprattutto a causa della nuova mobilità elettrica e delle connesse esigenze di ricarica. Acegas sta ragionando invece su come impiegare al meglio l'energia attraverso alla creazione di reti intelligenti, basate su accumulatori di ultima generazione, che permettono di immagazzinare e gestire al meglio l'energia prodotta grazie al fotovoltaico e a piccoli impianti eolici, che potrebbero fare la propria comparsa anche nelle aree portuali. Per dare vita al progetto complessivo, Acegas e Terna hanno chiesto 15 milioni sul Pnrr, cui aggiungeranno risorse proprie. Le fonti rinnovabili segnano il passaggio da centrali di grandi dimensioni a una produzione diffusa. Le reti smart nascono anzitutto per questo, davanti alla necessità di avere un sistema che non si limiti a distribuire l'energia, ma che si appoggi ai singoli cittadini per produrla, che la raccolga senza sprechi e gestisca infine la discontinuità inevitabile quando si parla di sole e vento. Servono sistemi di accumulo per rendere il sistema più stabile e rimediare alla non contemporaneità fra produzione e consumo, permettendo di rispondere ai picchi dell'attività industriale o di quella portuale. Le smart grid aiutano a non disperdere energia grazie a sistemi che fanno percorrere agli elettroni il percorso più breve possibile fra luogo di produzione e di consumo. Quando invece non sarà possibile un consumo in diretta di quanto prodotto, l'elettricità sarà immagazzinata per non sprecarne le eccedenze e verrà rimessa in circolo al momento opportuno. La rete cittadina e quella dello scalo saranno inoltre collegate tra loro attraverso la posa di nuovi cavi, in modo che l'una possa aiutare l'altra in caso di malfunzionamenti prolungati. La rivoluzione dell'elettricità è alle porte e gli sviluppi si vedranno in dieci anni: si tratta di idee in cantiere da tempo e di cui il Recovery rappresenta ora un importante acceleratore.

Diego D'Amelio

 

«Sviluppo e sostenibilità viaggiano assieme - La blue economy può inquinare molto meno»
L'esperto di economia del mare Ghribi sfata il mito del 100% green «Dobbiamo crescere o avremo le emissioni degli altri senza profitti»
Trieste. Sviluppo e tutela dell'ambiente devono e possono marciare insieme. Ne è convinto Mounir Ghribi, coordinatore della Blue Growth Initiative dell'Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale di Trieste. Secondo Ghribi, «non dobbiamo cadere nella trappola del "green" al 100% o i vicini si svilupperanno e a noi resterà solo il loro inquinamento». Quali sono i pericoli per l'ambiente derivanti dalle attività portuali? «Anzitutto, parliamo di attività che hanno impatto tanto sul mare quanto sulla terra, dove si sviluppano infrastrutture e servizi. Sul mare il pericolo maggiore sono le perdite di carburante, ma c'è pure l'impatto che non si vede: quello acustico e, come succede a Venezia, l'erosione che le onde sollevate dalle navi creano sulle coste. L'inquinamento atmosferico da Co2 è quello che ricade anche a terra, dove c'è pure l'impatto di industrie e camion». Cosa dobbiamo attenderci dallo sviluppo del porto? «Un porto genera profitti e ricadute ambientali, ma non dobbiamo finire nella trappola di voler ricercare un'economia totalmente green. Da ingegnere ambientale, dico che il porto offre grandi opportunità di crescita e proprio la crescita permetterà di risolvere i problemi ambientali. Trieste è in concorrenza con Capodistria, che è il porto di un paese intero: se non cresciamo noi, cresceranno i vicini e noi avremo il loro impatto ambientale senza godere dello sviluppo». È possibile unire sviluppo e sostenibilità? «Il compromesso è possibile e su questo si basa la blue economy. Abbiamo distrutto la terra e stiamo cercando di rimediare. Bene, i nostri mari hanno grande potenziale di crescita ma dobbiamo difenderli, con uno sviluppo sostenibile, smart e inclusivo». Elettrificare i moli è un pezzo della strategia? «Le navi non possono più stare ferme in porto consumando carburante. L'elettrificazione garantirà un risparmio importante di emissioni. Secondo l'Ue, con comportamenti corretti, la blue economy può segnare un risparmio di 276 milioni di tonnellate di Co2 all'anno. L'elettrificazione è una di queste azioni, ma servono anche energie rinnovabili, carburanti più puliti, una programmazione che eviti troppe navi in porto assieme e la buona gestione del traffico a terra, attraverso la digitalizzazione. Bisogna togliere i camion dalla strada e l'Autorità portuale lavora bene sull'uso della ferrovia». Un porto può funzionare solo con fonti rinnovabili? «Un sistema circoscritto come il porto può ricavarne grande aiuto. Non ci sono solo eolico e solare, ma anche splendidi progetti per produrre energia da onde, maree e correnti. E non dimentichiamo l'idrogeno, che può essere cardine nel processo di decarbonizzazione: abbiamo importanti professionisti a Trieste nel campo». Ha senso parlare di tutto ciò senza accorciare le catene di fornitura? «Le catene vanno accorciate, ma il "chilometro zero" è difficile, perché il mercato è globale e i prodotti arrivano da lontano, generando inquinamento ma anche valore per i tanti soggetti coinvolti dalla produzione al trasporto». Dovevamo attendere una pandemia per cominciare a pensare a tutto questo? «Il Covid ci ha fatto vedere la debolezza del sistema. È una di quelle crisi che diventano opportunità: una scossa potente per capire che dobbiamo resettare il sistema economico e ricominciare. Ora dobbiamo lavorare per il cambiamento in tutti i settori e la blue economy è uno di quelli su cui puntare».

Diego D'Amelio

 

 

Capodistria-Divaccia - Il Pd boccia il tracciato Vito: «Roma intervenga» - infrastrutture e ambiente
TRIESTE. Continua la polemica tra Regione Friuli Venezia Giulia e governo della Slovenia sul tracciato del raddoppio del binario della tratta ferroviaria Capodistria-Divaccia, opera che ricade nella strategia nazionale delle infrastrutture di Lubiana vista l'importanza che assume per lo sviluppo della logistica del Porto di Capodistria.Dopo la dura presa di posizione dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro anche il Pd non lesina critiche al progetto. «La Regione guidata dal centrosinistra ha bocciato il progetto sloveno del raddoppio della Divaccia-Capodistria già nel 2013, quando la Giunta Serracchiani ha rilasciato parere sfavorevole alla proposta dalla Slovenia. La bocciatura è arrivata per la mancanza di sicurezze sulla compatibilità ambientale dell'opera. Su input della Regione lo stesso anno il ministero dell'Ambiente italiano aveva inviato alla Slovenia un nota che sollevava grandi perplessità sull'impatto ambientale dell'opera. E anche nel 2015 abbiamo ribadito la richiesta di chiarimenti a fronte delle criticità ambientali emerse». Lo afferma la responsabile Ambiente del Pd Fvg Sara Vito, commentando la notizia della firma che stabilisce nel prossimo maggio l'inizio dei lavori per la costruzione del primo tratto del secondo binario del collegamento ferroviario strategico Capodistria-Divaccia.«Le ragioni della nostra opposizione sono tuttora valide - aggiunge il segretario regionale Pd Fvg Cristiano Shaurli - perché la Slovenia non ha ancora dato elementi di rassicurazione. Perciò chiederemo alle nostre parlamentari di attivarsi formalmente presso il governo nazionale».«Ricordiamo l'opposizione al rigassificatore della Slovenia che - ricorda l'ex assessore regionale - ha portato le sue istanze su tutti i tavoli bilaterali per preoccupazioni ambientali. Quella era anche una nostra battaglia ma ora che gli interessi sono solo sloveni - conclude Vito - chiediamo la stessa attenzione agli impatti transfrontalieri».

 

 

Domani Lo sviluppo sostenibile del Porto Vecchio

Domani, alle 18.30, l'architetto William Starc, ex-dirigente pubblico e componente della rete civica triestina "Un'Altra Città", terra una video conferenza sui problemi e le potenzialità legate allo sviluppo sostenibile del Porto Vecchio. Per partecipare scrivere a centroveritas@gesuiti.it. Sarà possibile seguire l'incontro anche sulla pagina Facebook del Centro culturale Veritas.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 4 aprile 2021

 

 

Raddoppio Capodistria-Divaccia - Scoccimarro: «Bloccare i lavori»
Secondo l'assessore regionale il cantiere rischia di creare gravi danni all'ecosistema della Riserva naturale della Val Rosandra
«Ribadiamo il no assoluto della Regione alla seconda linea della ferrovia Capodistria-Divaccia come attualmente progettata, perché il cantiere rischia di creare danni ambientali irreversibili per la Riserva naturale della Val Rosandra a Trieste. Nell'ambito dei rapporti con l'Italia e con il Friuli Venezia Giulia non è accettabile che il governo sloveno dimostri insensibilità al tema ambientale e non applichi i protocolli previsti dai rapporti internazionali».Lo ha dichiarato l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente, Energia e Sviluppo sostenibile, Fabio Scoccimarro, secondo il quale «è necessario scongiurare il rischio che si verifichi un disastro ambientale. Come evidenziato agli incontri bilaterali Italia-Slovenia e nelle missive all'ex presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte e all'ex ministro dell'Ambiente Sergio Costa, con lettera a firma del governatore Fedriga, oltre che durante i colloqui con i vertici del Mae le gallerie sotterranee previste dal progetto sloveno rischiano di provocare il prosciugamento dei torrenti Rosandra e Ospo. Un pericolo concreto, più volte sottolineato dalla Regione Friuli Venezia Giulia negli ultimi due anni, che è stato confermato anche dal parere negativo sull'opera espresso dello Stato italiano. Nonostante gli accordi internazionali prevedano per questo tipo di opera il parere favorevole anche del nostro Paese, pare che le autorità slovene vogliano comunque dare il via ai cantieri».«Far parte dell'Unione non significa solo poter accedere ai finanziamenti europei, che nel caso di quest'opera ammontano a oltre 100 milioni di euro, ma anche rispettare gli accordi comunitari e confrontarsi con gli altri Stati per raggiungere obiettivi comuni, tra i quali quello prioritario della tutela dell'ambiente. Le azioni del Governo di Lubiana hanno suscitato la contrarietà degli ecologisti sloveni, ai quali auspico che finalmente facciano eco quelle degli omologhi italiani. Nei prossimi giorni incontrerò esponenti del nuovo governo cui ribadirò le nostre preoccupazioni e chiederò anche ai nostri parlamentari europei, un intervento di massima urgenza per bloccare l'imminente partenza del cantiere».

 

 

La centrale di Krsko si ferma per il cambio del combustibile
Dal primo aprile e per 35 giorni l'impianto nucleare resterà staccato dalla rete energetica nazionale della Slovenia
LUBIANA. Dopo un anno e mezzo di funzionamento, la centrale nucleare di Krsko è stata scollegata dalla rete. Nessun incidente o mal funzionamento, spiegano i responsabili dell'impianto, la centrale ha completato il 31° ciclo del combustibile nucleare e quindi deve fermarsi per ragioni di sicurezza. Il reattore sarà completamente smontato, rimontato e, ovviamente, opportunamente revisionato. Serviranno in tutto 35 giorni di lavoro con 1.800 persone impegnate, dal muratore all'ingegnere nucleare. Non siamo certo di fronte a un'operazione semplice e i dati correlati parlano chiaro: quattromila ordini di lavoro, circa 40 mila attività connesse alla revisione e, come detto, circa 1.800 lavoratori. Tutta l'opera è gestita e supervisionata dai dipendenti della centrale nucleare di Krsko (Nek). Dopo diciotto mesi di lavoro e più di 8,5 miliardi di chilowattora di elettricità prodotti, l'impianto è stato escluso dalla rete energetica nazionale, come ha spiegato il presidente del cda Stane Rozman. «Dal primo aprile la centrale di Krsko è stata fermata per espletare tutte le operazioni necessarie per il rimontaggio, operazioni che dureranno 35 giorni». L'essenza della revisione è costituita dalla sostituzione del combustibile nucleare, ha precisato Rozman, oltre a una serie di ispezioni e aggiornamenti. «Il secondo step - ha spiegato ancora il presidente - è costituito da una serie di ispezioni, in particolare quelle collegate ad apparecchiature e a componenti del circuito primario. Il terzo step consiste nella manutenzione preventiva nel campo delle apparecchiature hardware, elettriche e di strumentazione. Il quarto e ultimo step è rappresentato da tutta una serie di aggiornamenti o modifiche del sistema tecnologico». In base ai costi delle precedenti revisioni e sostituzioni del combustibile, l'intera operazione presenterà un conto di oltre 100 milioni di euro. Tutte le attività di revisione alla centrale di Krsko saranno monitorate dall'Amministrazione per la sicurezza nucleare della Repubblica di Slovenia (Ursjvs), che ha annunciato di aver ispezionato e approvato l'attuazione di alcune attività durante e prima della revisione. L'Amministrazione sarà costantemente presente durante la revisione a Krsko e l'assistenza sarà offerta da esperti di organizzazioni autorizzate nazionali ed estere. La centrale potrà ricominciare a generare elettricità solo dopo che le organizzazioni autorizzate e l'Ursjvs avranno confermato che tutto il lavoro è stato svolto correttamente, che tutti i test hanno avuto successo e che la sicurezza nucleare è stata adeguatamente curata. Queste misure dovrebbero consentire anche di ottenere un impatto minimo della centrale elettrica sull'ambiente. Nella relazione sulle operazioni dello scorso anno, la centrale nucleare di Krsko ha annunciato che avrebbe introdotto una strategia di digitalizzazione a lungo termine in importanti sistemi di centrali elettriche, basata sulle esigenze degli utenti finali. La vecchia centrale, dunque, nata ancora nell'oramai morta e sepolta Jugoslavia, viene sfruttata al massimo e questo in attesa che parta il progetto per la costruzione del secondo reattore nucleare. Un progetto che si stima costerà tra i 3,5 e i cinque miliardi di euro, mentre gli oppositori dell'energia nucleare avvertono che l'importo finale della costruzione di Krsko 2 sarebbe compreso tra sei e sette miliardi.

Mauro Manzin

 

Questioni ambentali - Il raddoppio
Si prevede che l'energia nucleare svolga un ruolo importante nella trasformazione della Slovenia in una società a basse emissioni di carbonio. «L'energia nucleare svolge un ruolo importante nella produzione di elettricità a basse emissioni di carbonio e pertanto prevediamo il suo utilizzo a lungo termine dopo la fine del ciclo di vita della centrale esistente. È importante garantire un funzionamento sicuro, nonché una strategia adeguata e risorse per una gestione responsabile ed economica dei rifiuti radioattivi», scrive il ministero delle Infrastrutture.

 

Gli incidenti - resta la paura
Il futuro della centrale di Krsko non è ancora certo. Da molti anni sono stati evidenziati dagli Stati vicini le preoccupanti condizioni in cui versa, situazione messa in rilievo da numerosi episodi di allarme. Nel 2008 una fuga di acqua di raffreddamento del reattore, nel 2007 la centrale venne isolata e chiusa per un mese per interventi urgenti che non furono mai comunicate, come si dovrebbe da procedura in sede europea; nel 2005 il reattore è stato arrestato per problemi al sistema di contenimento dei vapori.

 

 

Gli esercenti: «Solo pedoni in via Madonna del Mare»
Lettera di chi lavora in zona al Comune: strada libera dalle auto almeno d'estate - Dipiazza possibilista: prima l'introduzione del senso unico in giù in via San Michele
Dagli esercenti attivi in zona parte la richiesta di pedonalizzare via Madonna del Mare, perlomeno d'estate. E il sindaco Roberto Dipiazza apre all'idea: «Per me si può fare, rendendo via San Michele a senso unico in giù». Ma tra gli stessi soggetti che lavorano attorno a quell'asse non c'è unanimità: c'è pure chi è contrario. E in Cittavecchia si riaccende il dibattito. Secondo i promotori dell'iniziativa, escludere il traffico significherebbe venire incontro ai locali penalizzati dai lockdown: così si attirerebbe un maggior numero di clienti, liberi di stazionare in mezzo alla strada, a maggior ragione nei mesi più caldi. «Mi rendo conto che la città non può ruotare attorno a un gruppo di commercianti - spiega il titolare del Knulp Fausto Vilevich - ma se si potessero combinare le nostre esigenze con quelle di una mobilità diversa vinceremmo tutti. È da un anno che siamo chiusi o lavoriamo a mezzo regime: una situazione già grave fra pochi mesi rischia di diventare un disastro. Con l'estate si spera nelle riaperture. Ma ad esempio noi abbiamo solo posti all'interno del locale. Essendo affacciati sulla strada, non c'è spazio per i dehors. Pedonalizzare per noi sarebbe vitale». Ecco perché Vilevich e altri sette imprenditori della zona hanno inviato una lettera agli assessorati comunali a Urbanistica e Attività economiche: «Nel tratto di strada fino all'incrocio con via del Bastione operano tre ristoranti, un residence, un negozio di abbigliamento, un bar-libreria e un negozio di gastronomia - si legge nel documento -. Inoltre i marciapiedi a stento permettono il passaggio di una persona. Considerando anche il tratto di via Cavana ci sono inoltre una pizzeria, una macelleria e una panetteria». Tra i firmatari non solo bar, ristoranti e strutture ricettive, come ad esempio Bierstube, Tavernetta e Residence del Mare. Ma anche il negozio di abbigliamento Bardot: «Tutte le città europee hanno il centro storico pedonalizzato - afferma la titolare Isabella Bullo -. Non si tratta solo di commercio ma anche di smog e sicurezza dei pedoni». Dopo aver appreso dell'iniziativa, si aggiungono al coro pure il Bar Sofia e la Trattoria Alla Valle, guidata da Paolo Bidisnich: «A me basterebbe poter mettere quattro tavolini fuori, sulla piazzetta - dice Bidisnich -. Ma ben venga chiudere la strada, sarei d'accordissimo». Alla porta accanto è tuttavia «assolutamente contrario» Pino Giarmoleo della Cantina Istriana: «Senza auto i fornitori non potrebbero fare carico scarico e i clienti non passerebbero con le auto. Sarei contento per Paolo, se potesse mettere i tavolini fuori, ma pedonalizzare mi sembra esagerato». Contrari pure Francesco e Irene, animatori dell'associazione Polvere d'Arte, a loro volta timorosi che possa essere penalizzato il flusso di persone verso lo studio artistico. Questo l'indirizzo del sindaco Dipiazza: «Dopo aver reso via San Michele a senso unico in giù, vorrei chiudere al traffico tutto il primo tratto di via Madonna del Mare». Resta da vedere se si potrà chiudere la strada in questione già da quest'estate, quando la parallela via San Michele sarà temporaneamente pedonalizzata per lavori pubblici, o se occorrerà attendere la svolta urbanistica definitiva.«Farò quanto in mio potere per venire incontro alle esigenze dei commercianti», aggiunge l'assessore alle Attività economiche Serena Tonel, mentre l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli specifica: «Via Madonna del Mare è l'unica strada in salita verso San Giusto, vi passa la 24, ci sono una casa di riposo e molti residenti anziani, queste le difficoltà logistiche. Ma una soluzione si può trovare, non siamo contrari. Avevamo già analizzato la situazione, a seguito di una richiesta analoga. Dirò agli uffici di tirare fuori le carte per trovare il giusto equilibrio tra interessi contrapposti».

Lilli Goriup

 

 

Non solo porto e turismo: a Trieste l'industria verde
Non di solo porto e turismo Trieste rivivrà: ci vuole l'industria. Non una manifattura pesante e sporca da anni Settanta, bensì industria leggera, non inquinante, ad alta tecnologia e specializzazione, che s'integri con la vocazione ai servizi del capoluogo e insieme la alimenti e ne stimoli lo sviluppo. Per questo è da salutare con favore il possibile insediamento della Danieli, insieme con l'ucraina Metinvest, per la creazione di un impianto per la lavorazione dell'acciaio - nulla a che vedere con la dismessa Ferriera - nella zona delle Noghere, non distante dalle banchine che saranno gestite dal governo ungherese, per un investimento da centinaia di milioni di euro e centinaia di nuovi addetti. È d'industria nuova e "verde" che abbiamo bisogno, avanzata e competitiva. Un tassello senza il quale la nostra economia territoriale rimarrebbe un puzzle scombinato e irrisolvibile. Non è agevole parlare d'industria a Trieste: siamo una città che non l'ama, non la capisce, la ritiene una fastidiosa incombenza di cui altri possono occuparsi. Come tutte le terre di mare e di confine, amiamo lo scambio e la transitorietà, la volatilità dei commerci e la mutevolezza di quel che passa di mano; non la molesta fissità di uno stabilimento che impesta l'aria e sporca le tute e incorpora il rischio d'impresa. Il rischio non fa per noi, ci mancano l'ardore dell'intrapresa e il culto del sacrificio. All'avventura preferiamo il disincanto; all'audacia, un salace distacco. Prosperammo nel supportare il rischio altrui, figliando le grandi case assicurative dalle compagnie di navigazione. Alla vita di stabilimento opponiamo la vita contemplativa. Siamo agli ultimi posti in Italia per quota di reddito derivante dall'industria, e non ce lo possiamo permettere. Il Covid ha approfondito fragilità già esistenti: un tessuto commerciale devastato dal commercio elettronico subito dopo i mega-centri, un turismo ancora imberbe e comunque non risolutivo, un porto superbamente rilanciato ma da solo non bastevole, se le merci si limiteranno ad andare e venire per origini e destinazioni a noi estranee. Trieste è un mosaico: ne ha il fascino e l'azzardata complessità, per la quale una tessera mancante inficia l'ordito. Ebbene, proprio nell'anno più difficile che la storia recente ricordi, il mosaico sembra comporsi. Abbiamo una disponibilità di aree industriali libere che ha pochi confronti nel Nord Italia. Sullo scalo, che vive una stagione di rinascita senza precedenti, si sono calamitati partner europei come il porto di Amburgo, l'interporto di Duisburg e lo stesso governo di Budapest, a comporre una sfera d'interessi e traffici di respiro continentale e proiettata a Est. La nascita di grandi spazi e trasporti retroportuali (piattaforma logistica e rete ferroviaria) sta rendendo lo scalo un moderno sistema integrato, in cui quel che c'è prima e dopo lo sbarco è più importante della banchina stessa. I benefici unici del punto franco, se ci riuscisse di sbloccarli a Roma dove continuano a essere vergognosamente impantanati (ed è così da decenni!), sarebbero un fattore ulteriore per l'attrazione delle imprese industriali tecnologicamente avanzate di cui abbiamo, per l'appunto, bisogno come l'aria. Ci piace pensare al progetto di Danieli come all'emblema di una fertile integrazione delle due aree regionali, la vocazione ai servizi di Trieste con il tessuto imprenditoriale friulano. Il parco scientifico e un ateneo che funziona creano il contesto ideale per alimentare saperi e risorse, e per attirare alla città i talenti che l'animeranno ulteriormente. Se tutte queste si confermeranno le tessere di un mosaico completo, o prospettive illusorie per una città avvinghiata alle proprie complessità, dipenderà da noi. E la cartina di tornasole sarà per l'appunto la nascita e l'insediamento di aziende industriali innovative e rispettose dell'ambiente. Una città in cui si producono "cose" valorizza anche i servizi con cui i prodotti arrivano e partono e vengono assicurati, come pure la qualità della vita di chi ci lavora, la visita e ne scopre l'unicità. La vecchia Ferriera non c'è più. È il momento di superarla anche nell'animo.

Roberto Morelli

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 3 aprile 2021

 

 

Mancano risorse e piani di recupero. Trenino dimenticato in Porto vecchio.

Dopo il lancio del 2016 oggi "dorme" tra erba alta e degrado. A bloccarlo e' pure la burocrazia. L'appello delle associazioni.

Fermo tra erba alta, rifiuti ed edifici fatiscenti, ma bloccato anche da una burocrazia complessa e da diverse proprietà. Il trenino del Porto Vecchio resta parcheggiato, inutilizzato e parzialmente dimenticato all'interno dell'antico scalo, visibile dal parcheggio del Molo IV. Con la sua motrice di un giallo acceso e con i vagoni colorati è difficile non notarlo, a pochi metri dalla recinzione, come nei giorni scorsi è successo a un lettore, che ha scritto alla nostra redazione. Per il momento non è atteso nessun intervento di recupero, e i convogli sono destinati a rimanere dove sono. Ma il sindaco Roberto Dipiazza non esclude che in futuro possa rimettersi in marcia. Alle spalle del trenino, diventato famoso soprattutto per aver portato triestini e turisti nel 2016 alla scoperta del Porto vecchio, anche durante la Barcolana, c'è una storia complicata e farraginosa. «Una motrice appartiene all'Autorità portuale, una al Museo ferroviario, mentre le due carrozze - spiega Leandro Steffè, presidente di Ferstoria - sono state acquistate dalla nostra associazione, con il contributo di diversi soci nel 2016, grazie a un'iniziativa collettiva. Ma non è stato mai stabilito e certificato un atto di proprietà, così come un'immatricolazione. Ci siamo occupati comunque di reperire i mezzi, che arrivavano dall'Austria, due carrozze di prima classe, adattate con tavolini, anche per un eventuale servizio ristorante, con una cinquantina di posti ciascuna, che facevano parte di una flotta privata di un'azienda, che aveva intrapreso la strada dei treni turistici a cavallo dei confini. Noi saremmo anche disponibili a gestire nuovamente tutto, ma ricordo che c'è anche un altro problema - aggiunge - il fatto che il Museo Ferroviario è passato alle Ferrovie, che andrebbero interpellate per un eventuale riutilizzo. Allora - ricorda - era stato fatto un ottimo gioco di squadra tra il Comune, con il sindaco Roberto Cosolini, l'Autorità portuale e le altre realtà coinvolte. Peccato non sia continuato». Secondo Steffè il ripristino non sarebbe difficile. «In termini pratici, - precisa - perché il treno non si trova in condizioni pessime, certo ha bisogno di manutenzione, ma soprattutto - puntualizza - servirebbero i binari, che in parte nel frattempo sono stati cementati. E ora non è possibile, ad esempio, effettuare il giro che il convoglio percorreva nel 2016. La speranza di poterlo vedere nuovamente in moto però c'è. E sarebbe anche un mezzo ecologico e sicuramente molto apprezzato dalla gente, come già successo anni fa». Marino Quaiat, dell'omonima ditta, che proprio nel 2016 si era occupato di fornire un supporto tecnico al trenino, ricorda i numeri registrati. «Oltre 14 mila persone in 8 weekend - spiega - era stato un grande successo. Erano venuti addirittura turisti giapponesi a vederlo ed erano entusiasti. Era già pronto il progetto per continuare a mantenerlo in funzione a impatto zero. Purtroppo poi non si è fatto nulla». Anche Antonella Caroli Palladini, presidente della sezione di Trieste di Italia Nostra, auspica che il mezzo non venga dimenticato, ma sottolinea come prima sia necessario valorizzare i binari. «Perché vogliamo salvare la memoria storica dello scalo - evidenzia - che era, appunto, un porto ferroviario. Mantenere almeno un binario sarebbe importante, anche se non sempre operativo. Poi magari si penserà al convoglio, che potrebbe diventare anche un punto informativo per li turisti, per le scolaresche o anche un locale, considerando le carrozze ristoranti». Da parte dell'Autorità portuale per ora non è previsto alcun progetto ma «siamo interessati - commentano - a valorizzare la nostra locomotiva appena si potrà». E tra le varie considerazioni c'è chi chiama in causa spesso il sindaco Roberto Dipiazza e si chiede come mai non abbia continuato a mantenere in vita il mezzo. «Finora era impossibile spendere ulteriori fondi per riutilizzarlo e non era funzionale - dice - ma in futuro si potrà sicuramente valutare. In questo momento - sottolinea - le priorità per il Porto Vecchio sono altre, serve ultimare gli accessi, le piste ciclabili e le strade, poi non escludo la possibilità di poterlo riattivare di nuovo, quando gli altri interventi saranno conclusi».

Micol Brusaferro

 

Capodistria-Divaccia, in maggio via al cantiere del secondo binario
Consorzio sloveno-turco al lavoro sul primo tratto di 10 chilometri. Il ministro: così crescerà il porto
Capodistria. Le ruspe entreranno in azione a maggio per iniziare la realizzazione di uno dei più rilevanti progetti strategici della Repubblica di Slovenia: la costruzione del secondo binario della tratta ferroviaria fino a Divaccia, della lunghezza pari a 27 chilometri. Il progetto è parte dell'asse Baltico-Adriatico e dei corridoi Trans European Transport Network relativi al Mediterraneo, che si prefiggono di aumentare il traffico con l'obiettivo di aumentare l'intermodale su rotaia. Il binario correrà su un percorso a parte rispetto a quello attuale, in quanto la configurazione del terreno non permette di procedere al semplice raddoppio. All'operazione comunque Lubiana punta con l'obiettivo di un ulteriore sviluppo dello scalo portuale capodistriano: l'attuale binario unico limita infatti non di poco il movimento merci con l'hinterland europeo dal quale i carichi provengono o al quale sono destinati. Secondo le valutazioni di vari analisti il nuovo binario che porterà le merci verso le direttrici agganciate all'Europa centrale va considerato anche come risposta slovena nel quadro del crescente sviluppo del porto di Trieste. A Lipizza è stato firmato il contratto per la costruzione del primo tratto del secondo binario, quello tra Capodistria e San Sergio (Crni Kal): lungo 10 chilometri, e comprenderà sei tunnel e due viadotti. A eseguire i lavori sarà la società Kolektor Cpg, l'unica che aveva partecipato alla gara d'appalto, assieme alle imprese turche Yapi Kerkezi e Ozaltin. Il consorzio turco-sloveno ha assicurato che porterà a compimento l'opera per una cifra pari a 224,7 milioni di euro, ovvero 6 milioni in meno rispetto al tetto massimo previsto nella gara dalla società statale 2Tdk che coordina le operazioni a nome del governo. «I documenti presentati sono realistici e l'appaltatore sarà senz'altro in grado di realizzare il progetto in tempo e restando nei limiti finanziari previsti, o al massimo con il rischio di spese aggiuntive del 10 per cento», ha detto il direttore di 2Tdk Pavle Hevka, intervenuto alla firma del contratto di costruzione. Quanto alle risorse finanziarie, si è ricorsi a un credito della Banca Europea per gli investimenti. «Il secondo binario - ha detto il ministro delle infrastrutture sloveno Jernej Vatovec - permetterà non solo di far crescere lo scalo merci del porto di Capodistria, ma anche di sviluppare al massimo le potenzialità logistiche del Paese, come punto di riferimento per l'intero centro est europeo. Per questo motivo - ha aggiunto il ministro- lo scalo portuale e il secondo binario devono operare in perfetta sintonia».Nel cantiere lavoreranno 500 addetti (si tratta di personale sloveno nel 60-70% dei casi).Stando alle previsioni, il secondo binario nella sua lunghezza complessiva potrebbe venire completato entro il 2025 ed entrare in funzione l'anno successivo, conclusi i necessari collaudi tecnici. Come ricorda il sito delle Ferrovie slovene, il costo complessivo dell'operazione ammonta a 1,2 miliardi di euro. Il costo così elevato dei dieci chilometri iniziali trova giustificazione nella configurazione del suolo piuttosto complessa e prevalentemente montagnosa, tale per cui si dovranno costruire appunto tre gallerie (di 6,7; 6; e 3,8 chilometri) e i viadotti. Il progetto prevede anche la costruzione di gallerie parallele di servizio per i lavori e per l'evacuazione in caso di necessità. La 2Tdk ha ottenuto la concessione dal governo sloveno sul secondo binario per 45 anni, fino a giugno 2064. Tornando all'aspetto finanziario, il progetto ha fruito del contributo di 109 milioni di euro dalla Commissione europea. In ogni caso l'opera non andrà a pesare sulle tasche dei contribuenti sloveni: l'investimento dovrebbe essere recuperato attraverso le tariffe di accesso pagate dagli operatori ferroviari sia sulla nuova linea che sulla rete ferroviaria nazionale già esistente, nonché tramite le tasse sulla movimentazione delle merci nel porto di Capodistria.

Valmer Cusma

 

 

Trasformare in un sito protetto l'area del laghetto di Bosc di Sot
Legambiente auspica che la zona umida sia sottoposta a tutela come biotopo - Già censite undici specie di uccelli e quattro di anfibi d'interesse comunitario
Cormons. «La Regione sottoponga a tutela come biotopo naturale l'area di Bosc di Sot». La richiesta arriva da Legambiente Gorizia, che evidenzia agli uffici regionali la necessità di avviare l'iter di istituzione di un cosiddetto biotopo, meccanismo che evidenzia l'importanza sotto il profilo dell'ecosistema dell'area umida alle porte di Cormons. La Legge Regionale 30 settembre 1996 n. 42 definisce come biotopo naturale "un'area di limitata estensione territoriale caratterizzata da emergenze naturalistiche di grande interesse e che corrono il rischio di distruzione e scomparsa". È questo, secondo l'associazione a difesa dell'ambiente, il caso dei laghi originatesi a "Bosc di Sot" dall'interruzione dell'attività estrattiva a cielo aperto dell'argilla e della vicina landa accanto al torrente Versa. «Si tratta - si legge in una nota diramata per spiegare le motivazioni della richiesta - di 55 ettari complessivi di cui 11 occupati da acque dolci, attorno ai quali sono state finora rilevate con certezza 9 specie di anfibi, 32 di uccelli e 9 di mammiferi. Notevole il fatto che 11 fra le specie ornitiche rilevate siano inserite nell'Allegato I della Direttiva 2009/147/CE "Uccelli" (recepita dalla Legge 157/1992), che prevede per queste misure speciali di conservazione per quanto riguarda il loro habitat, al fine di garantirne sopravvivenza e riproduzione nel lungo periodo attraverso una rete coerente di Zone di Protezione Speciale, mentre 4 anfibi, l'ululone dal ventre giallo, il rospo smeraldino, la rana agile e la rana di Lataste sono inclusi nell'Allegato IV della Direttiva 92/43/CEE "Habitat" (recepita dal Dpr 357/1997) e sono dunque specie d'interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa e la cui conservazione richiede la designazione di Zone Speciali di Conservazione». La richiesta di Legambiente nasce dallo studio effettuato da tre scienziati naturalisti, Davide Roviani, Michele Tofful e Francesca Iorda, che spiegano come «la zona umida di "Bosc di Sot", composta principalmente da un lago e due stagni, è un elemento unico nel paesaggio del Collio. Gli altri specchi d'acqua infatti sono di dimensioni inferiori e con caratteristiche diverse. L'integrità dell'intero comprensorio potrebbe essere garantita da un regime di tutela che impedisca stravolgimenti ambientali irreversibili, indipendentemente da quale soggetto, pubblico o privato, rileverà l'area, attualmente una proprietà privata in liquidazione». L'intento dell'iniziativa è quello della tutela dei valori naturalistici del sito: «L'obiettivo è mirare alla conservazione della grande varietà di habitat che vi insistono e, dove necessario, al ripristino o restauro delle condizioni ecologiche compatibili al mantenimento delle sue emergenze naturalistiche». Ciò non può entrare in conflitto con l'eventuale investimento di un privato: «Anzi - prosegue la relazione - costituirebbe un grande valore aggiunto dal momento che i consumatori cercano sempre di più la sostenibilità ambientale nei prodotti che acquistano».

Matteo Femia

 

 

 

 

IL PICCOLO -  VENERDI', 2 aprile 2021

 

 

«Impianti fotovoltaici dentro edifici pubblici per produrre energia» - la riflessione di Adesso Trieste
Adesso Trieste guarda alle altre città italiane ed europee alla ricerca di un «nuovo modello energetico e produttivo». Allo scopo ha organizzato un incontro online con ospiti Gianluca Ruggieri e Pino Tebano: entrambi sono tra i fondatori della cooperativa "ènostra", a Cuneo, la quale produce energia pulita in maniera collettiva e la vende a una platea di oltre 8.000 persone. Durante il dibattito sono state raccontate storie di «inclusione» e di «lotta alla povertà energetica attraverso la partecipazione delle comunità» che esistono a Fidenza, Napoli, Amburgo e Barcellona. «Un'amministrazione comunale deve avere un ruolo attivo nel promuovere il cambiamento - afferma una nota di At - producendo energia pulita, mappando gli edifici pubblici adatti a ospitare piccoli impianti di pannelli fotovoltaici per l'autoproduzione di energia, aprendo sportelli informativi diffusi su risparmio ed energia sul territorio, per poi cooperare con i municipi vicini. Simili azioni porterebbero alla realizzazione di comunità energetiche diffuse, in particolare nei quartieri popolari, contribuendo a ridurre le diseguaglianze sociali».

L.G.

 

 

Volpi, ricci, caprioli: in un anno all'Enpa 1.800 animali selvatici
L'attività dell'ente riassunta nei numeri del 2020: sono state 14.600 le risposte dei volontari alle telefonate dei cittadini. La presidente Bufo: «Grande attenzione al tema igienico sanitario»
Ben 1.800 animali selvatici accolti e curati, 200 tra conigli, pappagalli ondulati d'Australia, canarini, pesci, rettili presi in carico a seguito di rinunce, oltre alle cure e al supporto a centinaia di cani e gatti. È il bilancio di un anno, il 2020, il più difficile anche per le realtà che si occupano di animali, dell'Enpa di Trieste. Dati alla mano, i ritmi di lavoro per i volontari della struttura di via de Marchesetti sono stati senza tregua. Alla cura dei selvatici garantita dai medici veterinari della struttura - cinque ricoveri al giorno al Cras, il centro recupero animali selvatici dell'Enpa - e a quella per gli animali non convenzionali, si aggiunge l'attività a favore di 500 gatti in regime di sostegno per cure, vaccinazioni, sterilizzazioni anche in convenzione con contributo dei Comuni e della Regione. «Sono stati forniti 750 chili di cibo per gatti alle referenti delle colonie feline seguite dall'Enpa - fa sapere la presidente dell'ente, Patrizia Bufo -, presidi igienico sanitari e ricoveri coibentati per i mici». Accuditi anche più di 480 cani «con particolare attenzione a situazioni di emergenza, sempre più frequenti sul nostro territorio - spiega -, con la donazione di 485 chili di cibo alle famiglie che detengono un cane, ma che hanno difficoltà ad affrontare la spesa per il mantenimento dell'animale».Tornando ai selvatici, il fiore all'occhiello dell'Enpa, negli ultimi anni gli investimenti messi in campo hanno consentito all'ente animalista di ampliare gli spazi dell'oasi del Farneto, garantendo loro un habitat da mille e una notte. Gli animali selvatici accolti sono stati accuditi, visitati, sono entrati in terapia e successivamente, se possibile, sono stati rimessi in libertà. Quelli non ancora autonomi, restano ospiti del centro. Parliamo, ad esempio, di cinciallegre, merli, storni, sparvieri, gufi, pettirossi, capinere, codibugnoli, caprioli, cinghiali, volpi, ricci, tassi. Ma anche colombi e gabbiani reali con ali o zampe fratturate. Esemplari cuccioli o nidiacei privi di cure parentali, oppure adulti feriti. Sono state oltre 90 le specie accolte, ognuna con le proprie necessità alimentari, di cure specifiche e di ricovero in armonia con le peculiarità etologiche. «La presenza nella struttura di accoglimento, in stretta osservanza di tutti i Dpcm - sottolinea la presidente -, è stata sempre garantita per 12 ore al giorno. I volontari hanno risposto al numero di cellulare di servizio per ben 14.600 volte in un anno, dando anche informazioni sulla gestione degli animali in questo periodo emergenziale».A tutto questo si aggiunge «la particolare attenzione igienico sanitaria imposta dalla situazione di emergenza Sars-Cov-2 sulle varie specie di animali accolti - indica in conclusione Bufo -. Per questi aspetti ci appoggiamo, ove necessario, all'Istituto Zooprofilattico delle Venezie».

Laura Tonero

 

 

Lacunosa la progettazione nell’area della Lanterna - CIÒ CHE NON VA

Caro direttore, leggevo l'altra mattina la nota inviata dalla signora Stella Rasman, con la quale concordo perfettamente nella "visione generale" di una città futura. Purtroppo, gentile signora, non è la stessa visione di chi, per esempio, invece "di eliminare i vetusti manufatti del Dopoguerra" crea "nuovi" manufatti non di "grandi architetti del neoclassico" triestino ma di progettisti del post-portuale, sempre triestino, che personalmente critico. Questo fenomeno è recentissimo, è orrendo sia come architettura che come posizione ma potrebbe essere educativo: si invitano i cittadini, quindi contribuenti, a visitarlo magari durante una passeggiata al "Pedocin" perché potrebbero avere una visione immediata di quello che li aspetta in Porto vecchio. Non so se, come dice la signora, la dottoressa Bonomi potrà fare molto; quello o quella che l'hanno preceduta non mi sembra abbiano prestato molta attenzione a cosa edificavano sotto il loro naso "all'ombra della vecchia Lanterna."

Giorgio Grius

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 1 aprile 2021

 

 

Edifici in attesa di futuro e il nodo servizi nell'area Sacchetta-riva Traiana
Gli immobili da ripensare o sistemare fra via Ottaviano Augusto e l'Ausonia - La giunta comunale punta sul trasferimento del mercato come passo chiave
L'asfalto sulla strada e i marciapiedi all'inizio sono di recente riqualificazione. Le aiuole son ben tenute. È dall'ex Museo del mare di Campo Marzio in poi che preoccupa residenti ed esercenti: edifici per lo più fatiscenti, pochi servizi e tanta solitudine. Dalla piscina Acquamarina all'ex Etnoblog, al Museo Ferroviario: la zona che va da via Ottaviano Augusto a riva Traiana, dove inizia il Porto Nuovo, attende da anni una completa rigenerazione urbana. Una questione che potrebbe diventare un prezioso asso nella manica dei candidati a sindaco della campagna elettorale 2021, un tema da inserire nel proprio programma. Intanto ogni palazzo, oggi in mano a diversi proprietari, tra Demanio, Comune e Autorità portuale, ha una sua storia fatta di promesse, idee riproposte, stravolte e cambiate. Ma mai attuate. L'ultimo segnale di vita, che poteva attirare una mole di persone significativa, era il Museo del Mare. Il suo trasferimento è stato previsto in Porto vecchio. Così per la palazzina, di proprietà del Demanio, il Comune si è mosso perché rientri tra i suoi immobili. «Ma bisogna attendere che il nuovo governo nomini la Commissione paritetica Stato-Regione», dicono all'unisono il primo cittadino Roberto Dipiazza e l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi. Nemmeno a farlo apposta, l'edificio confina con i 24 mila metri quadrati del Mercato ortofrutticolo, un altro sito che aspetta una nuova vita. Investitori che vengono e che vanno e intanto gli operatori che lavorano al suo interno si spazientiscono. E poi il Museo Ferroviario, che deve diventare il secondo d'Italia entro il 2022, avevano detto dalla Fondazione Fs Italiane. Un anno ancora, dunque, ma i lavori non sembrano proseguire. Mancano i soldi promessi dal Gruppo Fs Italiane con Regione Fvg e ministero? Non si sa, la Fondazione, contattata, per ora non risponde. Il lungo cammino tra edifici fatiscenti continua. Con la piscina, sotto sequestro da due anni, da quando è crollato all'improvviso il tetto. Non un'anima nemmeno lì. E l'area del Pedocin, seppur manutenuta all'interno, resta all'esterno desolante, come l'ex area Cartubi: vetri spaccati, magazzini sventrati, masserizie accatastate. In tutto questo si fa largo l'unico edificio portato a termine: la nuova Stazione a mare dell'istituto Nautico. Una costruzione alquanto contemporanea, costruita accanto agli edifici in stile asburgico e fascista. La lista continua con l'ex Etnoblog e l'edificio vicino, sede di operatori della logistica e del trasporto, per cui l'Autorità portuale, la proprietaria, ha previsto un restauro. «Ma non siamo in grado di dire ancora quando, daremo con il restauro comunque un contributo alla riqualificazione dell'area in generale», fanno sapere dall'Authority. La riqualificazione generale per l'amministrazione Dipiazza parte invece dal mercato ortofrutticolo, ma si porterà a compimento nel post elezioni con in mezzo appunto l'incognita dell'esito del voto. L'obiettivo è di fare un parcheggio sotterraneo, che si abbini a quello del Molo IV, per sgomberare le Rive dalle auto. D'investitori, dice il sindaco, poi, per trasformare il sito del mercato ce ne sono. «C'è una progettualità di massima per rivedere tutta quella zona, ma ci sono di mezzo le tempistiche burocratiche», specifica l'assessore Giorgi. Al primo cittadino poi piacerebbe l'idea anche «di chiudere magari la via Giulio Cesare o qualcosa di simile, ci deve essere una nuova viabilità, ma tutto si deciderà dopo aver chiuso la partita ortofrutticolo ed ex Museo del Mare».La Soprintendenza, dal canto suo, da tutti i progetti e le promesse in ballo per l'area, si aspetta che questo luogo «diventi un posto meraviglioso, non luogo di rovine e tristezza come adesso», commenta la soprintendente Simonetta Bonomi. E quando? Da addetta ai lavori pensa che ci vorranno almeno ancora cinque anni. E poi bisognerà fare un ragionamento anche sulla viabilità, ma ciò spetta al Comune: «È comunque una cosa che s'intreccia con il miglioramento dell'area, che attirerà la gente. Adesso è ancora presto».

Benedetta Moro

 

 

Cottur, cestini vuoti e niente rifiuti - Il sollievo dei frequentatori abituali
Comune e Acegas in azione alla vigilia dell'inizio del servizio appaltato da Fvg Strade, previsto oggi
E pulizia fu. Ieri, con un giorno di anticipo rispetto all'annunciata tabella di marcia (e con un piccolo colpo di scena), è iniziata l'operazione svuotamento cestini lungo la pista ciclopedonale Cottur. Operazione apparentemente comune, ma che rappresenta una notizia, viste le polemiche degli ultimi giorni sul degrado in cui versava il frequentatissimo tracciato. A rendere possibile il via alle pulizie già ieri sono stati il Comune e AcegasApsAmga, che non hanno competenza sul percorso (la cui responsabilità è in capo alla società regionale Fvg Strade), ma sono intervenuti per risolvere il prima possibile il problema. Spiega l'assessore comunale Luisa Polli: «Viste le numerose segnalazioni, il gran caldo di questi giorni e la massiccia presenza di gabbiani, abbiamo ritenuto fosse opportuno intervenire con una certa urgenza, perché l'appalto della Regione con la cooperativa Querciambiente, affidataria del servizio, parte dal primo aprile, e ci sarebbero voluti altri giorni prima della pulizia. Così è stato chiesto il permesso alla Regione e Acegas è intervenuta a titolo gratuito». Una situazione confermata da Fvg Strade, che ringrazia il Comune per essersi fatto carico, nell'ottica della collaborazione tra enti, della raccolta delle immondizie nella giornata di ieri. Da oggi, invece, ci penserà appunto la società regionale con Querciambiente. La cacciata del pattume è iniziata intorno alle 8, dal punto di partenza della ciclopedonale in via Orlandini, a San Giacomo. Lì si trovano due contenitori in legno e ferro che fino a poche ore prima erano strabordanti di qualsiasi tipo di rifiuto: dalle bottiglie di birra alle lattine, dai bicchierini di carta del caffè per asporto a borse della spazzatura portate da casa. Uno spettacolo che aveva scatenato le ire di molti triestini, appassionati fruitori del tracciato che dalla città porta a Draga e poi in Slovenia. L'accumulo di immondizia era stato causato da diversi fattori. Il primo, di ordine tecnico-burocratico: i tempi per la gara e l'affidamento del nuovo servizio da parte della Regione avevano causato alcune lungaggini, interrompendo di fatto la raccolta dei rifiuti per alcune settimane. Il secondo, di natura umana: complici le restrizioni da zona rossa, il numero di frequentatori è aumentato, soprattutto nei fine settimana, con conseguente incremento della spazzatura gettata nei contenitori. Si aggiungano, in alcuni casi, picnic su erba e panchine nemmeno tanto "clandestini" (sabato scorso ne sono stati segnalati alcuni), con sporcizia al seguito. Ieri, appunto, la svolta: cestini svuotati e immondizia raccolta da terra, in particolare nelle zone più critiche, a San Giacomo, Campanelle e Raute, con soddisfazione dei tanti runner, pedoni e ciclisti di passaggio. Come Elio Ravalico, che sulla Cottur viene spesso: «In questo periodo è un'ancora di salvezza; ci vengo a piedi da casa appena posso. Peccato averla vista così piena di immondizia in questo periodo: sono felice di averla ritrovata pulita». E se per Mitja Jankovic lungo il percorso «persistono troppi escrementi di cani e mascherine buttate a terra, sintomo di inciviltà», Elio e Maria Rita Grisoni, che sulla Cottur camminano quasi ogni giorno, tirano un sospiro di sollievo: «Avevamo notato con grande dispiacere la sporcizia di questi giorni; è giusto che la gente possa godere appieno di un simile percorso, così bello, in questo periodo di zona rossa». Opinione condivisa da Giorgio Lipossi che, in sella alla sua bici, qui viene tre volte alla settimana: «Era troppo sporca, soprattutto tra via Costalunga e Campanelle, dove le persone si siedono sulle panchine. Bene aver risolto».

Elisa Coloni

 

 

Tornano proibiti anche i "pedoci" muggesani - il divieto per la concentrazione di tossine
Muggia. A metà mese erano gli unici "pedoci" triestini a risultare raccoglibili, commercializzabili e mangiabili, ora con l'ultima ordinanza timbrata Asugi anche quelli muggesani, ricadenti nell'area contrassegnata dal codice "02Ts", tornano proibiti. Anche in questo caso per il Servizio di igiene degli alimenti di origine animale dell'Azienda sanitaria, diretto da Paolo Demarin, la presenza, riscontrata dall'Istituto zooprofilattico delle Venezie, di biotossina algale liposolubile prodotta da alcune specie di alghe, che può causare sindromi intestinali acute dovute all'ingestione di "pedoci" contaminati, appare troppo elevata. Ora quindi vige di nuovo il divieto di raccolta e commercializzazione dei molluschi bivalvi vivi sull'intera riviera triestina.

lu.pu.

 

 

Cio' che non va - A San Giovanni la nuova strage di alberi per costruire ville

Una volta a Trieste il rione di San Giovanni era bello: casette e piccoli condomini circondati da bei giardini curati e tanto verde. Negli ultimi anni il cemento avanza, secondo logiche puramente speculative e senza nessuna attenzione al benessere degli abitanti, alla tutela degli spazi verdi così preziosi specie in questo periodo di pandemia. Qualche anno fa, nella parte alta di via Pagliaricci, adiacente al Parco di San Giovanni, furono edificati dei brutti alti condomini, addossati l'uno all'altro senza alcuno spazio verde intorno. Noi cittadini protestammo, anche perché l'improvvido scavo del terreno friabile fece crollare un muro di contenimento, mettendo a rischio la sicurezza delle persone. Tutto invano. Ora nella stessa zona si vanno a costruire numerose ville. M chiedo: in una città con una decrescita costante della natalità e con tante case vuote o da restaurare erano così necessarie? La favola non ha un finale lieto: le ruspe del cantiere edile, in azione in questi giorni, hanno creato in breve tempo una landa desolata, compiendo una vera e propria devastazione e una strage di alberi. Ne sono stati abbattuti tanti, almeno una quindicina. Alcuni erano cresciuti a ridosso del confine con le proprietà adiacenti o il Parco, quindi sarebbe bastata una minima variazione del progetto e un po' di buon senso per salvarli. In particolare è stato abbattuto un abete rosso di circa 10 metri. Era bellissimo, sano, con ampie fronde, ristoro e nido di numerose specie di uccelli selvatici stanziali o in transito durante le migrazioni. Un albero significa ossigeno, salute, bellezza, vita per l'uomo e le altre creature. Che amarezza vederlo crollare miseramente. Nel rione si sono trasferite di recente molte coppie giovani con bambini. A questi bambini, già provati dall'isolamento, dalla Dad, dalla chiusura delle strutture ricreative, cosa offriamo? Ancora recinzioni, muri, spiazzi di cemento adibiti a parcheggio? Che vita offriamo, che valori trasmettiamo? Come spiegare che le istituzioni locali sono indifferenti alla tutela del verde pubblico? E che dobbiamo ancora una volta assistere inermi a questo degrado?

Daniela Zamataro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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