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IL PICCOLO - LUNEDI', 26 luglio 2021

 

 

Settimana della mobilità: Duino Aurisina conferma la sua partecipazione l'adesione - L'evento su scala europea a settembre

DUINO AURISINA. Il Comune di Duino Aurisina aderirà anche quest'anno alla Settimana europea della mobilità, in programma dal 16 al 22 settembre. Il 2021 sarà un anno speciale per l'evento, che ormai accomuna milioni di cittadini e migliaia di enti nell'impegno per una mobilità sempre più sostenibile, in quanto si tratterà della 20.ma edizione. Quest'anno inoltre, per la particolare situazione che si sta vivendo a livello mondiale, la Settimana europea della mobilità sarà incentrata sulla sicurezza e sulla salubrità delle scelte di mobilità sostenibile: in tale prospettiva è stato scelto lo slogan "Muoviti sostenibile... e in salute". I cittadini europei saranno incoraggiati a tenersi in forma fisicamente e mentalmente, esplorando la bellezza delle città e avendo cura dell'ambiente e della salute degli altri nella scelta tra le differenti modalità di trasporto. «Abbiamo deciso di aderire anche quest'anno - commenta Massimo Romita, assessore a Turismo, Sport, Ambiente e Viabilità - perché si tratta di un appuntamento irrinunciabile, che permette di condividere, assieme al territorio, azioni, progetti, idee e iniziative volte al miglioramento della qualità della vita nel nostro Comune». «Stiamo lavorando su più fronti e su varie azioni amministrative - spiega la presidente della Commissione Ambiente Chiara Puntar - dimostrando come sempre estrema sensibilità verso queste tematiche». Sebbene il Covid già lo scorso anno abbia costituito una delle principali preoccupazioni per agenzie di trasporto, amministrazioni e imprese, la Settimana europea della mobilità proprio nel 2020 ha registrato il secondo numero di adesioni più alto di sempre, con quasi tremila città per 53 paesi. Chi volesse proporre iniziative per Duino Aurisina può scrivere a urp@comune.duino-aurisina. ts.it entro il 30 luglio, indicando nell'oggetto: proposta per la Settimana europea della Mobilità sostenibile.

Ugo Salvini

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 25 luglio 2021

 

 

Ancoraggi ecologici alle Incoronate per salvare fondali e turismo del mare

Al via il posizionamento di 224 gavitelli e ancore nelle acque del parco nazionale. Pronti a primavera 19 nuovi campi boe

Sebenico. Li chiamano ancoraggi ecologici, posizionati per tutelare al massimo i fondali marini, con ancore che vengono inserite - tramite martello oleodinamico subacqueo - sia nella sabbia, sia nella parte rocciosa del fondale. Non ci sono insomma i ben noti blocchi di cemento, i cosiddetti corpi morti, sostituiti invece da un sistema che protegge l'ambiente, garantendo prestazioni di eccezionale tenuta. Un sistema ideale per la creazione di campi boe, come pure catenarie per l'ormeggio e anche per pontili galleggianti. In questi giorni, allo scopo di evitare ancoraggi abusivi e il danneggiamento della biocenosi dei fondali, nelle acque dell'insenatura Vrulje, nel Parco nazionale delle Incoronate, vengono posizionati gavitelli e ancore per l'ormeggio, iniziativa firmata dalla direzione del parco, Fondo croato per la tutela dell'ambiente e l'efficienza energetica e ministero croato del Turismo e Sport. Parte dei mezzi è stata assicurata tramite il progetto comunitario Interreg. Come noto, il celebre arcipelago dalmata può essere raggiunto e visitato solo via mare e dunque le boe e le relative catene e ancore sono una specie di prezioso "parcheggio" per imbarcazioni di vario tipo. La sicurezza di questi punti d'ancoraggio è di fondamentale importanza per la sicurezza dei diportisti, che ogni anno a migliaia visitano questo parco nazionale, come ribadito dal direttore del "Nacijonalni park Kornata", Sime Jezina.«Il progetto che abbiamo in mente di realizzare prevede la sistemazione entro la prossima primavera di ben 224 ancoraggi ecologici, che riguarderanno 19 campi boe. Il nostro obiettivo è impedire gli ancoraggi abusivi e, soprattutto, difendere i fondali dall'azione incontrollata delle ancore, che possono facilmente distruggere o danneggiare la biocenosi di un singolo fondale. La nostra - specifica ancora il diretto del parco delle Incoronate - va intesa come un'opera di prevenzione». Jezina ha parlato di fissaggio tramite il sistema Earth Anchor, che non ha alcun impatto ambientale, proteggendo soprattutto le praterie di posidonia, che hanno un ruolo strategico nel proteggere l'ecosistema in tutto il Mediterraneo.A detta di Vesna Cetin Krnjevic, responsabile del Servizio per i progetti comunitari in seno al predetto Fondo, gli ancoraggi incontrollati e abusivi sono una delle principali cause del degrado dei fondali, specie della posidonia che fornisce protezione a più di 100 specie ittiche, alcune delle quali di grossa importanza commerciale. «Va ricordato - ha aggiunto - che queste praterie rappresentano una preziosissima risorsa dal punto di vita naturalistico: sono una specie di polmoni del mare e assicurano la biodiversità dell'ambiente. Gli ancoraggi ecologici daranno sicuramente un valido contributo nel preservare questo importantissimo vegetale». Secondo Anamarija Vukcevic, a capo del progetto INHERIT in seno al ministero del Turismo, l'istituzione di campi boe è una delle tante iniziative dei responsabili del parco nazionale, alcune delle quali riguardano l'introduzione della digitalizzazione, che consentira'un miglior controllo del numero di visitatori nelle Incoronate, nell'intento di eliminare il turismo di massa a favore di quello sostenibile.

Andrea Marsanich

 

 La posidonia - praterie a rischio
Il progetto di installazione di ancoraggi ecologici consentirà prima di tutto di tutelare una specie di straordinaria importanza per l'ecosistema delle Incoronate: la posidonia. Le praterie di questa pianta acquatica forniscono infatti protezione a più di 100 specie ittiche, alcune delle quali di grossa importanza commerciale. «Va ricordato - spiegano gli esperti - che queste praterie rappresentano anche una preziosissima risorsa dal punto di vita naturalistico: sono una specie di polmoni del mare e assicurano la biodiversità dell'ambiente».

La Pinna nobilis - lo scempio

Nell'elenco delle specie marine più rare e delicate compare da tempo la Pinna nobilis, il più grande mollusco del Mediterraneo. Eppure qualcuno continua a ignorarne l'importanza e a violare apertamente i divieti di raccolta. È accaduto qualche giorno fa nelle acque di Fasana, davanti alle Isole Brioni. Un turista polacco di 23 anni è stato sorpreso dalla polizia con un carico di 29 esemplari appena estratte dal mare e accatastate sul suo materassino. Un autentico scempio notato da alcuni bagnanti e segnalato poi alle forze dell'ordine, che hanno poi provveduto a denunciarlo.

(V.C.)

 

 

Tarlao apre ai fuoriusciti dal Comitato Noghere: «Uniamo le nostre forze» - Le manovre attorno al Terzo polo di Muggia

Muggia. Dopo la fuoriuscita di alcuni membri del direttivo del Comitato Noghere - No laminatoio dal progetto originario sfociato in lista civica, e in risposta a voci interne allo stesso che vedono un forte avvicinamento al terzo polo civico, è arrivata la conferma di questa liaison da Roberta Tarlao, guida in pectore del raggruppamento civico in campo per le amministrative: «Lavoro per istituire un patto tra i vari esponenti della coalizione e con i muggesani» e «la contrarietà al laminatoio ha convogliato in questo patto tre componenti, la mia lista Meio Muja, il M5S e i giovani di Podemo, che ritengono opportune alle Noghere altre tipologie di insediamenti produttivi, i Verdi e SEquS, ambientalisti per i quali un nuovo laminatoio a caldo è incompatibile qui come ovunque, e ora una parte del Comitato Noghere, per la quale l'impianto è incompatibile con la storia di questo territorio e per la sua localizzazione». Contrarietà al laminatoio di Tarlao e alleati che non convince Maurizio Allegra, tra i fondatori del Comitato Noghere, convinto assertore del progetto originario legato al Circolo Miani e al suo presidente Maurizio Fogar. Per Allegra il «cosiddetto terzo polo che fino al mese di giugno si esprimeva a favore del progettato laminatoio a caldo e che non ha ritenuto finora di aprire bocca sulla gravità del rischio dragaggi», si accorda con i fuoriusciti, «un esiguo gruppetto di persone che preferiscono impegnare il loro tempo in "accordicchi" partitici invece che rispettare la decisione assunta nell'assemblea del 27 giugno di dare vita a una civica denominata "Muggia"».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 24 luglio 2021

 

 

Legambiente monitora le acque dell'Isonzo: microplastiche in calo

Rispetto allo scorso anno la salute del fiume è migliorata «Concentrazioni più basse, ma la guardia resta alta»

Isonzo sorvegliato speciale. Da due anni il fiume è tenuto sotto osservazione da Legambiente che, attraverso dei campionamenti, esegue periodicamente delle analisi per controllare la presenza di microplastiche nelle sue acque. E c'è una buona notizia: gli ultimi dati pubblicati evidenziano una concentrazione media minore rispetto a quella dello scorso anno. Il valore passa da 0,11 a 0,02 particelle/m3. Il campionamento delle microplastiche nei fiumi viene effettuato da stazioni fisse (ponti) utilizzando una "manta", ossia una speciale rete che permette di filtrare grandi volumi d'acqua (misurati attraverso un flussimetro), trattenendo il materiale solido che si accumula nel bicchiere finale. Le analisi sono svolte dall'Enea, l'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile. Insieme all'Isonzo vengono tenuti sotto controllo altri 10 corsi d'acqua, tra i quali il Volturno, in Campania, il Tevere nel tratto laziale, e il Lambro in Lombardia. Per l'Isonzo le analisi sono state effettuate nelle stazioni slovene di Bovec e Doblar e in Italia a Gorizia e sui due ponti tra Sagrado e Gradisca. Per quanto riguarda forme e polimeri dei frammenti risulta che le forme più presenti sono frammenti (38%), pellet (25%) e polistirolo, film e filamenti (13%). Per quanto riguarda i polimeri quelli più presenti sono il polietilene (33%) e il polipropilene (11%).«Anche se le concentrazioni sono le più basse rispetto agli altri fiumi, e minori rispetto a quelle dell'altro anno, è necessario mantenere alta l'attenzione», ammonisce Legambiente.

Stefano Bizzi

 

Rimane critico l'abbandono rifiuti sulle sponde

Per il carattere transnazionale del fiume, Legambiente ha gli occhi puntati sull'Isonzo da tempo. L'associazione ambientalista evidenzia che «manca una fattiva collaborazione tra le autorità rivierasche, ma soprattutto una gestione congiunta del fiume ai sensi della Direttiva Acque». Nella sua relazione Legambiente ricorda inoltre che «si continuano a verificare abbandoni di rifiuti» e denuncia la permanenza di rifiuti «ben noti alle autorità» come quelli presenti nel parco dell'Isonzo di Campagnuzza (un centinaio di pneumatici) o quelli a nord di Montesanto (rifiuti ingombranti gettati dalla scarpata). 

 

 

G20, accordo fatto su quasi tutto Ma il carbone resta il privilegiato

Non c'è intesa neanche sull'impegno a restare sotto il limite di 1,5 gradi di riscaldamento globale

ROMA. Al vertice di Napoli il G20 trova l'accordo su 58 punti su 60 del documento finale, ed essere riusciti a tenere assieme per la prima volta clima ed energia per Roberto Cingolani è già un risultato senza precedenti, ma i due punti che mancano sono i più pesanti. Niente da fare sia per l'impegno a rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale al 2030, sia per la proposta di eliminare dal 2025 il carbone dalla produzione energetica. Usa, Europa, Giappone e Canada, erano favorevoli ad accelerare i piani di riduzione delle emissioni clima-alteranti, «ma quattro o cinque paesi, che poi al momento della firma finale si sono ridotti a due soli, India e Cina - come ha spiegato il ministro per la Transizione ecologica nella conferenza stampa finale del vertice - hanno detto che non se la sentono di dare questa accelerazione, anche se vogliono rimanere nei limiti dell'Accordo di Parigi». Per Cingolani, apparso decisamente provato dal tour de force finale, «è stata una negoziazione particolarmente complessa, durata due giorni e due notti. La scorsa notte non c'era molto ottimismo, poi invece grazie al lavoro dei team siamo riusciti a trovare un accordo sul comunicato: abbiamo proposto 60 articoli e ne sono stati condivisi 58». Ad un certo punto si è effettivamente temuto che l'intesa finale potesse saltare e così Cingolani ha deciso di incontrare singolarmente tutti i ministri del G20, affiancato in questo tentativo dall'inviato speciale Usa per l'ambiente John Kerry. Il documento finale del vertice sarebbe potuto essere anche più ambizioso, ma comunque lo soddisfa perché «segna una svolta epocale, visto che anche il più riottoso al cambiamento dei paesi che hanno preso parte al summit non ha espresso alcun dubbio sulla necessità di procedere con gli impegni in materia di clima». E soprattutto nessuno ha messo in discussione l'accordo di Parigi, compreso l'impegno di mantenere ben al di sotto dei 2 gradi l'aumento della temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale, e questo «è già importante». C'è solo «un disallineamento» di India e Cina rispetto ai tempi di intervento. Quanto ai dubbi espressi da questi grandi paesi più legati a carbone e petrolio, per il nostro ministro della Transizione ecologica, sono «anche comprensibili, perché per loro di tratterebbe di mettere in discussione il rispettivi modelli economici». E non a caso in diversi passaggi della trattativa finale alcune delegazioni si sono dovute confrontare coi rispettivi ministri delle Finanze. I punti rimasti in sospeso adesso verranno rinviati a un livello politico più alto, quello dei capi di stato e di governo ai quali Cingolani invierà una specifica relazione per spiegare le diverse posizioni in campo e suggerire come eventualmente superare i problemi. Oltre a riaffermare gli impegni di Parigi «come il faro vincolante» che dovrà condurre fino a Glasgow, dove a novembre si svolgerà la COP 26, il G20 ieri ha riconfermato il ruolo centrale dell'impegno finanziario da 100 miliardi a favore dei paesi più deboli, con l'impegno ad aumentare i contributi ogni anno fino al 2025. I Venti hanno poi concordato sull'accelerazione del passaggio alle energie pulite in questa decade, sull'allineamento dei flussi finanziari agli impegni dell'Accordo di Parigi, sull'adattamento e la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico, sugli strumenti di finanza verde, sulla condivisione delle migliori pratiche tecnologiche, sul ruolo di ricerca e sviluppo, sulle città intelligenti e resilienti, le smart city. Sono stati poi approvati due documenti della presidenza italiana sulle smart city e le comunità energetiche e sulle rinnovabili offshore, e due allegati sulla povertà energetica e sulla sicurezza energetica. «Quattro mesi fa diversi paesi non volevano neppure sentire parlare di questi argomenti, ora hanno firmato - ha concluso il ministro -. C'è stata una maturazione culturale. Non a caso, i lavori si sono aperti con le condoglianze ai delegati di Germania e Olanda per le vittime delle alluvioni».

Paolo Baroni

 

 

Il Comitato Noghere molla il Circolo Miani e tratta col terzo polo

Naufraga il matrimonio tra il gruppo anti-laminatoio e Fogar, che a sua volta si prepara al voto con una lista civica propria di nome "Muggia"

MUGGIA. Il matrimonio tra il Circolo Miani e Trieste Verde da una parte e una fetta consistente del Direttivo del Comitato Noghere è finito nei giorni scorsi. A certificare il divorzio una nota dei "fuoriusciti": «Il Comitato Noghere, gruppo informale di cittadini sorto per contrastare l'insediamento del laminatoio a caldo in Valle delle Noghere, si è dato un organo direttivo formato da circa 15 persone. L'attività del Comitato è stata animata e alimentata da Maurizio Fogar e dal Circolo Miani cui abbiamo manifestato la nostra riconoscenza», la premessa. Ma poi qualcosa evidentemente si è rotto, con Fogar che «ha cominciato a rivolgere accuse non solo contro i favorevoli al laminatoio, ma alla stampa, accusata di non essere imparziale, ai partiti, a politici e cittadini contrari al laminatoio accusati di doppiogiochismo e di molto altro, fino ad accuse rivolte a membri stessi del comitato. A questa situazione molto personale che ha finito col non riguardare più il laminatoio, la maggioranza del direttivo del Comitato Noghere ha deciso di dire basta, dichiarando chiusa la collaborazione con Fogar e il Circolo Miani. Il Comitato Noghere prosegue autonomamente l'attività di informazione, lotta e contrasto al laminatoio, con tutto l'impegno possibile e necessario». Quest'ultimo passaggio in realtà non dice proprio tutto: stando a voci interne al comitato stesso, nel frattempo sono stati intessuti dei rapporti con il terzo polo a trazione civica e guidato da Roberta Tarlao, che comprende un ampio ventaglio politico, dai Verdi ai pentastellati, un fronte visto come unica alternativa a destra e sinistra. Intanto il Circolo Miani continua con la sua proposta politica per le prossime amministrative muggesane: si chiamerà infatti "Muggia" la lista civica in corsa per il voto e il suo programma si baserà su nove punti programmatici.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 23 luglio 2021

 

 

La centrale pronta a fermarsi ma la chiusura non è vicina

A2A ha ultimato il rifornimento di energia chiesto dal mercato dal 5 al 23 luglio Cisint punta al free-carbon entro l'anno e ha preparato l'accordo di programma

È l'ultimo giorno di esercizio, da domani l'attività della centrale si ferma. È stato dunque confermato dall'azienda il programma, come comunicato al Comune di Monfalcone, relativo al rifornimento di energia elettrica per il periodo dallo scorso 5 luglio e fino al 23, in base alla richiesta del mercato. Allora era stato "rimesso in moto" l'impianto termoelettrico rimasto a lungo inattivo. Il tutto secondo i piani di produzione previsti, in virtù dell'«incremento della domanda estiva e del contesto di sistema». Stop per il momento, considerato che l'azienda A2A EnergieFuture continua a mantenere la centrale in esercizio in funzione della domanda. È stato confermato anche ieri infatti che il carbone ancora presente nello stabilimento dovrà essere smaltito. Viene ribadito quanto già prospettato a ridosso della ripartenza dell'impianto: «Il funzionamento della centrale andrà a ridurre le scorte di combustibile del carbonile che da tempo non è più stato approvvigionato. Conseguentemente, si prevede che le rimanenze potranno essere esaurite nel corso dell'anno». Almeno dunque fino a fine 2021. Oltre l'azienda non è andata, facendo capire comunque che per l'esercizio della centrale non c'è un preciso termine ai fini della chiusura definitiva. Si ragiona sempre con lo stesso criterio: l'attività rimane a disposizione della richiesta. E dal Comune rimane invece valida la "tabella di marcia" prefissata. Il sindaco Anna Maria Cisint ieri ha rinnovato la sua posizione: «All'azienda A2A EnergieFuture avevo avuto modo di rilanciare la proposta affinché la data del 23 luglio coincidesse anche con la chiusura definitiva della centrale. Continuo a rimanere di questo avviso, prima si chiude meglio è, poiché ritengo che il tempo del carbone sia ormai terminato». Un concetto ripetuto a Trieste: «La scorsa settimana ho ribadito l'opportunità di fermare quanto prima l'impianto termoelettrico. Nel frattempo - osserva il sindaco - a breve, è questione di qualche giorno, avrò la bozza dell'accordo di programma che sottoporrò all'assessore regionale Scoccimarro e ai tecnici della Regione, ai fini di una valutazione complessiva, nella prospettiva di un confronto anche con A2A». Cisint non scende in particolari circa i contenuti della bozza, però aggiunge: «L'accordo propone la chiusura e la necessità di stabilire tempi certi e ragionevoli in ordine alle opere di smantellamento, una dismissione che a mio parere dovrà compiersi nell'arco di non oltre i 36 mesi». La «palla è in campo», come dice il primo cittadino, che vuole giocare d'anticipo: «In base alla normativa in materia - spiega -, la procedura ai fini dell'avvio dell'accordo di programma può essere proposta anche dal sindaco. E il Comune di Monfalcone ha quindi avviato l'iter dal punto di vista amministrativo». Per l'amministrazione comunale comunque il countdown è già partito, puntando alla chiusura della centrale comunque entro la fine di quest'anno.

Laura Borsani

 

 

Verdi e Sinistra candidano Cimolino a sindaco

La dichiarazione d'intenti: «Intanto corriamo da soli, al secondo turno ci penseremo. Porte in faccia dalle altre formazioni»

«Rappresentare chi è stato lasciato ai margini a causa del forzato sviluppo capitalistico della società moderna». Si presenta così la coalizione della sinistra radicale Verdi e Sinistra in Comune che ha formalizzato ieri, nel corso di una conferenza stampa svoltasi in piazza Cavana, la candidatura di Tiziana Cimolino a sindaco per le prossime elezioni amministrative di ottobre. Si tratta del potenziale tredicesimo candidato alle prossime amministrative. La nuova formazione si presenta in alternativa - almeno nel primo turno - al candidato del centrosinistra, Francesco Russo: «Intanto corriamo da soli - ha sottolineato la stessa Cimolino - poi nel secondo turno ci penseremo». Come nel 2016, quindi, le diverse anime della sinistra si presenteranno separate. La candidatura di Cimolino va ad aggiungersi, alla sinistra del Pd, a quella di Riccardo Laterza per Adesso Trieste.«Abbiamo provato a portare avanti una serie di interlocuzioni con le altre anime del centrosinistra cittadino - ha ricordato la candidata sindaco di Verdi e Sinistra in Comune - senza ricevere alcuna indicazione in merito. Anzi, bussando alle porte di tutti i gruppi contrari alla deriva neoliberista del Pd, abbiamo solo ricevuto porte in faccia». I valori fondanti di questa nuova alleanza politica sono caratterizzati da uno spiccato interesse per i temi dell'ambiente, dell'europeismo e del femminismo.«La nostra sfida vuole essere quella di sentirci rappresentati all'interno dell'istituzione comunale - ha proseguito Tiziana Cimolino -, rappresentando una lista verde, ecologista, europeista e femminista, valori fondanti all'interno della sinistra e del tutto nuovi rispetto a quelli proposti dal centrosinistra di oggi. Vogliamo portare quel vento europeo di rinnovamento che sta parlando ovunque di giustizia sociale e sostenibilità ambientale e che riesce a conquistare sempre più municipi in tutti i paesi europei, sostenendo valori forti e imprescindibili attraverso un percorso aperto a tutta la città». Temi green, ma non solo, come ha ricordato Gianluca Paciucci, storico esponente di Rifondazione, a nome di Sinistra in Comune. «Non potevamo lasciare vuota l'aerea rosso-verde - queste le sue parole - senza di noi sarebbe stata un'assenza colpevole. Siamo qui a rappresentare tutte le persone lasciate ai margini dello sviluppo capitalistico della società moderna, con particolare attenzione alle minoranze e contro il revisionismo storico imperante. Abbiamo con noi sia professionisti e giovani da sempre attivi nei comitati cittadini per difendere l'aria e l'ambiente - ha proseguito Paciucci - sia persone impegnate nei movimenti per una città davvero aperta e inclusiva dove ci sia diritto alla casa, a un lavoro dignitoso e a una vita sana e gradevole per dare inizio a un reale e necessario processo di trasformazione sociale ed ecologica della nostra città».

Lorenzo Degrassi

 

Open scioglie le riserve e lancia una nuova civica a sostegno di Russo

Il nucleo degli ex vendoliani si unisce ad Articolo1 e "Un'Altra città" - Pasino e Zennaro di Trieste2030 entrano nelle fila di Punto Franco

Si allarga ulteriormente il sostegno al candidato sindaco Francesco Russo, che apre inoltre all'idea di istituire una «delega assessoriale dedicata alla vocazione portuale e marittima di Trieste». Al Caffè San Marco si è presentata in conferenza stampa una nuova lista civica, chiamata provvisoriamente "La città che vogliamo": raggruppa Open Fvg, Articolo1 e alcuni attivisti di Un'altra città, allo scopo di spostare il baricentro della coalizione di centrosinistra più a sinistra. Subito dopo, l'associazione Trieste2030 ha ufficializzato il suo preannunciato appoggio al principale sfidante dell'uscente Roberto Dipiazza: la novità è che saranno il medico Floriana Zennaro e l'avvocato Alberto Pasino a candidarsi nella Lista Russo-Punto Franco. Per Russo è importante avere in squadra Pasino, uomo in passato vicino al centrodestra moderato di Roberto Antonione, a riprova della trasversalità che il progetto civico Punto Franco ambisce a rappresentare. Trieste 2030 e la nuova civica di sinistra hanno ampiamente illustrato i loro punti programmatici, che saranno ribaditi in campagna elettorale. A nome de "La città che vogliamo" sono intervenuti Sabrina Morena (unica consigliera comunale attualmente espressa dall'area in questione), Rita Auriemma e Mirta Cok di Open; Sergio Persoglia e Marcello Bergamini di Articolo1; Roberto Dambrosi e Maria Grazia Cogliati Dezza di Un'altra città: quest'ultimo resta un «movimento civico e non un partito - ha chiarito Cogliati -. Le nostre anime vanno da Italia Viva a Rifondazione. Ma alcuni di noi vogliono contribuire alla nuova lista, per portare il nostro programma in coalizione». Tra gli interventi del pubblico pure Paolo Angiolini, membro del comitato "La città ai cittadini", che ultimamente sta sferzando le forze alternative al centrodestra affinché si uniscano: ha invocato «una forza nuova per la città». Passando a Trieste2030, Pasino e Zennaro sono per Russo «candidature di eccellenza». L'avvocato è socio di uno studio legale con numerose sedi in Italia e all'estero: ha lavorato pure a Shangai. Riveste diverse cariche associazionistiche e ha collaborato con il Ministero dei Trasporti per redigere il Codice della nautica da diporto. Zennaro è un rinomato medico, che tra le altre cose ha installato un sistema di teleradiologia in Angola, formando il personale locale all'invio di immagini in consulenza, anche a Trieste.

Lilli Goriup

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 22 luglio 2021

 

 

Da Cattaneo a Cacciari Trieste Next, tre giornate per un futuro sostenibile

Dal 24 al 26 settembre il festival del sapere torna "in presenza" con eventi dal vivo. Tra gli ospiti anche Mieli, Mayor-Schonberger, Bono e Chawla

Dopo gli spettacoli teatrali, il cinema e i concerti tornano finalmente in presenza anche i festival scientifici. Non c'era davvero modo migliore per festeggiare i primi dieci anni di Trieste Next, che dal 24 al 26 settembre tornerà ad animare il centro cittadino con un denso calendario di conferenze e laboratori dedicati alla divulgazione scientifica. Il tema del 2021, complice l'esperienza della pandemia, pare quantomai necessario: si ragionerà infatti degli strumenti che la scienza offre per prenderci cura di noi stessi, della collettività e del pianeta che abitiamo, in un'ottica che vede il benessere individuale e globale legato a doppio filo al tema della sostenibilità. La decima edizione del festival, presentata ieri in conferenza stampa, sarà intitolata 'Take care, la scienza per il benessere sostenibile, e affiancherà al fertile parterre di scienziati provenienti dagli enti scientifici e accademici del territorio una nutrita lista di ospiti nazionali e internazionali. Saranno 100 gli eventi proposti e 200 le attività per le scuole e i visitatori, con una media di cinque appuntamenti in contemporanea per ogni fascia oraria. Duecento i relatori previsti, cui si uniranno oltre 300 ricercatori e studenti provenienti da tutt'Italia. Anche quest'anno il festival è organizzato dal Comune, dall'Università di Trieste, da ItalyPost, dall'Immaginario Scientifico e dalla Sissa, con la co-promozione della Regione, la collaborazione della Commissione Europea nella sua rappresentanza di Milano, la main partnership di Lago e Intesa San Paolo e la sponsorizzazione di AcegasApsAmga.A fare la forza della manifestazione saranno come di consueto gli enti del protocollo Trieste Città della Conoscenza, che contribuiranno con i loro scienziati e tante iniziative a un ragionamento sul futuro nostro e del mondo che spazierà dalle discipline Stem alle scienze umane e sociali. Come nel 2020 Trieste Next sarà proposta comunque in formula ibrida: dal vivo ma anche in digitale, con la trasmissione in diretta streaming delle conferenze sui canali del festival.Tra le discipline toccate, annuncia il direttore di Trieste Next Antonio Maconi, ci saranno, sempre in un'ottica di sostenibilità, medicina, agricoltura, intelligenza artificiale, robotica, biologia, genetica. Si rinnoverà la collaborazione con la Fondazione Airc per la ricerca sul cancro e inizieranno nuove collaborazioni con l'agenzia Spaziale Europea, con Humanitas Gavezzeni e con Inail, che presenterà il progetto di una mano robotica realizzato in collaborazione con l'Istituto Italiano di Tecnologia. Tra gli ospiti internazionali ci saranno Viktor Mayor-Schonberger, docente di Internet Governance and Regulation dell'Oxford Internet Institute e due vincitrici dell'Eu Prize for Women Innovators: l'ingegnera dei materiali Ozgë Akbulut e la direttrice dell'Icrea Cmem dell'Università di Barcellona Maria-Pau Ginebra.Oltre a loro l'accademica e senatrice a vita Elena Cattaneo, il giornalista Paolo Mieli, i filosofi Massimo Cacciari e Maurizio Ferraris, l'amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono e quello di di Eurotech Paul Chawla, il fisico Federico Faggin, il direttore scientifico della Humanitas University Alberto Mantovani e molti altri. Nella serata del 24 settembre il centro cittadino si animerà anche con le attività della Notte Europea dei Ricercatori. «La manifestazione vedrà quasi triplicati gli spazi a sua disposizione - spiega l'assessore comunale Angela Brandi -. Saranno 1600 i metri quadri a disposizione per i laboratori, con un raddoppio delle aree talk: una sarà ospitata in Piazza Unità e l'altra in Piazza Verdi. Il tema Take care ci invita a pensare al futuro con un pubblico ben preciso in mente: le nuove generazioni». Per il rettore di UniTs Roberto Di Lenarda «la decima edizione della manifestazione sarà finalmente in presenza, ma le condizioni dipenderanno da noi, essenzialmente da quante persone saranno vaccinate». L'ateneo triestino proporrà ben 17 attività interattive in piazza e 17 talk.

Giulia Basso

 

 

Olivi preda delle cimici - Vertici transfrontalieri tra gli addetti ai lavori

Incontro in vista a San Dorligo della Valle per affrontare la crisi della produzione dopo il primo focus promosso oltreconfine

SAN DORLIGO. Per alcuni addetti ai lavori il calo della produzione che si profila all'orizzonte potrebbe raggiungere il 90%. È drammatica la prospettiva per il territorio di San Dorligo - come pure di quelli del resto della provincia - in conseguenza dell'arrivo, anche da queste parti, della cimice asiatica, che si nutre principalmente di olive ma non solo: «Nel nostro Comune ci sono tanti produttori di olio, di agricoltori che si occupano di alberi da frutto, e tutti si sentono impotenti davanti a questa piaga che sta mettendo in difficoltà un intero settore economico». Lo assicura Antonio Ghersinich, assessore alle Attività produttive dell'amministrazione guidata dal sindaco Sandy Klun che governa San Dorligo, dove si sta organizzando un incontro transfrontaliero tra i produttori per affrontare la questione in un'ottica d'insieme, dopo un primo vertice promosso oltreconfine. L'amministrazione, fin dalle prime avvisaglie del fenomeno che si stava generando, ha cercato soluzioni, creando l'occasione per una serie di confronti con i colleghi sloveni e istriani che vivono anch'essi della produzione di olio. «Abbiamo già partecipato, come componenti del gruppo che fa parte della "Denominazione di origine protetta Tergeste" - prosegue Ghersinich - a un incontro svoltosi in Slovenia, che ha visto presenti i rappresentanti dell'associazione degli olivicoltori dell'Istria slovena, da cui è purtroppo emerso che la realtà è comune, a cavallo del confine. Siamo arrivati alla conclusione che rimedi immediatamente efficaci non ce ne sono. Siamo portati a pensare - osserva l'assessore della giunta Klun - che, per qualche produttore del nostro territorio, quest'anno il risultato del lavoro svolto sarà pari a zero». Il 2021 in altre parole potrebbe ricordato come l'anno senza olive, e senza olio. E ad aggravare la prospettiva va anche ricordato che non esistono risarcimenti. «Attualmente - riprende Ghersinich - non siamo a conoscenza di normative che possano garantire ai produttori colpiti da questa grave situazione un ristoro di natura finanziaria. Magari in futuro qualcosa si muoverà ma in questo momento non esiste alcuna possibilità in tal senso». I produttori della zona di San Dorligo della Valle si sentono anche bersagliati dalla sorte. «La cimice asiatica - riprende Ghersinich - sta colpendo a macchia di leopardo. Ci sono aree del nostro paese che finora non hanno avuto danni. Mi riferisco alle Marche, dove il problema non esiste». A catalogare il 2021 come annus horribilis c'è anche un altro aspetto: «C'è stato un lungo periodo di caldo nel momento decisivo della stagione e in tale situazione gli ulivi si difendono, cioè producono meno olive per risparmiare l'acqua per la propria sopravvivenza».

Ugo Salvini

 

 

Per i manufatti di plastica tipo "usa e getta" il tempo sta per scadere - Da ottobre possibili sanzioni

Si ha la percezione che il segnale di pericolo costituito dalle problematiche ambientali sia finalmente colto in tutta la sua drammaticità. I grandi progetti sono e rimarranno appannaggio dei potenti della Terra; la diatriba, solitamente economica, è tra gli interessi delle singole nazioni e l'obbligo del rispetto di un progresso sostenibile per sua natura più costoso. Al singolo consumatore compete una responsabilità minima ma quotidiana che, per il moltiplicatore costituito dalla sua pluralità, risulta fondamentale per il futuro della collettività. Ci viene chiesto di salvaguardare l'ambiente attraverso l'eliminazione della plastica. Dal 3 luglio scorso questa viene ricusata dall'Europa rendendo attiva la decisione del Parlamento europeo che punta alla sua riduzione entro il 2030. L'adeguamento alla Sup (Single-use plastic products) non sarà immediato, nel nostro Paese sarà ancora consentito l'utilizzo di diversi manufatti in plastica. I negozi potranno e continuare a vendere i prodotti vietati fino a esaurimento delle scorte; successivamente il commercio sarà vietato e verranno disposte sanzioni per i trasgressori. Al bando vi sono numerosi prodotti in plastica "usa e getta", un primo passo per ridurre la plastica monouso che, con frequenza e misura sempre maggiore, finisce sulla terra e nei mari inquinandoli per secoli: piatti e posate, cotton fioc, palette da cocktail, bastoncini dei palloncini, contenitori per alimenti e bevande in polistirolo, sacchetti in materiale leggeri, pacchetti e involucri, miscelatori per bevande, assorbenti, tamponi igienici e applicatori per tamponi, cannucce e così via. Prodotti che rimangono in commercio sono: bottiglie per acqua e bibite, flaconi per detergenti e detersivi, scatolette e buste per i cibi, mascherine, guanti e palloncini mentre per i bicchieri di plastica monouso la direttiva prevede solamente una loro riduzione. Le linee guida pubblicate a maggio vietano anche gli imballaggi plastificati con un contenuto di polimeri inferiore al 10%. Il nostro Paese fattura oltre 40 miliardi nel settore dei contenitori alimentari come piatti, posate, bicchieri e plastiche bio da cui lo stallo della nostra industria che ha dato luogo a un contenzioso tra l'Italia e la Commissione europea che s'è impegnata a rivedere alcune linee guida alla luce delle richieste del nostro governo. L'applicazione delle direttive europee e le multe sono rimandate a ottobre (quando il dlgs che deve recepirle verrà approvato). L'Unione europea ha scelto di bandire tutta una serie di oggetti monouso di cui si può fare sinceramente meno o che possono essere di facile sostituzione con altri biodegradabili. Le alternative richiedono tempo, grossi investimenti e soprattutto un cambiamento culturale da parte di tutti: detersivi alla spina, borracce, imballaggi in carta, bioplastiche. Un impegno di cui tutti dobbiamo farci carico.

Antonio Ferronato - Adoc (Ass.difesa orientamento consumatori)

 

 

SEGNALAZIONI - Montagne Fvg - Progetti lesivi dell'ambiente

Con sorpresa ho letto il comunicato sulle bandiere nere assegnate alla montagna del Friuli Venezia Giulia. Per la Carnia ci poteva essere qualcosa di meglio e ritengo doverosamente meritato. Ad esempio per quanto sta avvenendo nel comune di Forni di Sopra, dove amministrazione, Promoturismo e Regione progettano opere tanto inutili quanto devastanti sopra gli impianti Varmost: seggiovia con ristoro in cima al Simon, piste su costoni valanghivi, una orrenda strada sul più bel sentiero fornese. Di questi interventi Legambiente ha ampia conoscenza, sui quali il Cai regionale, principale conoscitore delle nostre montagne, si è già decisamente opposto. Opere dall'impatto ambientale uguale se non maggiore a quelle di Sella Nevea, senz'altro imparagonabili con le "minutaglie" di Tarvisio, le quali hanno pure "goduto" della bandiera nera. Chi conosce quei luoghi che coronano Casera Varmost sa di cosa parlo, chi non lo sa li frequenti prima che scompaiano. Sarebbe un peccato per il bellissimo ambiente, il turismo del domani e i bilanci pubblici! Un errore inconcepibile. Non so se la bandiera nera, strameritata per questi progetti, fosse servita a fermare i probabili disastri, sarebbe comunque stato un segnale importante per opere contro natura e futuro. Peccato questa che giudico voluta dimenticanza di Legambiente, che giustifica l'attacco alla natura di Regione-Comune-Promoturismo, proprio in questi tempi di eventi climatici estremi (vedi Germania): che si faranno sentire e pagare! Anche in Varmost! Invece di sanare le ferite di Vaia se ne sommano di altre quasi fosse il secondo tempo di un film dell'orrore.

Alfio Anziutti 

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 21 luglio 2021

 

 

Blocco urbanistico sull'Isonzo «Tutelare ambiente e sviluppo»

Confindustria preoccupata per i comuni di Gradisca, Romans, Villesse e Sagrado L'Anci prova a mediare. Legambiente: «Sono misure drastriche ma necessarie»

GRADISCA. La quasi totalità del territorio di Villesse o Sagrado. E praticamente metà di quelli di una Gradisca o una Romans. Sono queste le dimensioni del "blocco urbanistico" che rischia di venire innescato dai nuovi parametri europei per l'aggiornamento del Pgra, il Piano di gestione del rischio alluvioni. Uno strumento che supera il Pai, (Piano di assetto idrogeologico) e restringe i paletti normativi in nome della sicurezza ambientale. E così nelle zone P2 - a pericolosità media - sarebbe impossibile per i sindaci autorizzare nuove costruzioni. Ma anche restauri e ampliamenti di volume dell'esistente. O, ancora, licenziare nuovi insediamenti produttivi o espansioni di attività. Un vero e proprio "tappo" urbanistico su intere aree o addirittura interi paesi - Villesse, ad esempio - con conseguente depauperamento del territorio. E c'è già chi parla di rischio desertificazione. I 4 comuni sopra citati non sono gli unici a rischiare la paralisi urbanistica alla luce dei nuovi parametri. Ma sono i primi ad avere denunciato la propria preoccupazione con una lettera inviata all'Autorità di Bacino Distrettuale delle Alpi Orientali e alla Direzione centrale Ambiente Energia e Sviluppo Sostenibile della Regione.«Alcune volte il meglio è nemico del bene» commenta, citando Voltaire, il segretario regionale dell'Anci - l'associazione dei comuni italiani - Alessandro Fabbro. L'ex sindaco di Farra ha le idee piuttosto chiare sui possibili scenari che verrebbero innescati dalle nuove normative. «L'argomento è di estrema attualità e lo dimostrano i recenti eventi calamitosi in Germania e nel Benelux - afferma -. E gli amministratori dovranno abituarsi a prendere decisioni e assumersi responsabilità sempre più drastiche. Ciò premesso, però, mi sembra che le normative europee che la Regione si accinge a recepire (da qui un appello all'assessore regionale Fabio Scoccimarro) siano troppo generalizzate e stringenti, rischiando di ignorare il buon lavoro già svolto dai sindaci in materia di sicurezza idrogeologica. Mi spiego meglio: nel caso dell'Isontino non mi sembra affatto che negli anni abbia imperversato un certo tipo di abusivismo incontrollato in aree potenzialmente a rischio. Singoli errori possono essere stati commessi nei decenni precedenti, ma non mi pare che il territorio viva una situazione di disordine urbanistico. E tantomeno di incoscienza in materia di tutela ambientale e della sicurezza. Per questo bisognerebbe guardare altrove. Comprendo dunque la preoccupazione dei comuni isontini, che non possono pagare un prezzo elevatissimo con il depauperamento dei propri territori - conclude Fabbro -: giusto chiedere chiarimenti, e se serve l'Anci è disposta a fare la propria parte». Perplessità viene espressa anche da Elisa Ambrosi, dell'Area Ambiente di Confindustria: «Premesso che il principio della prevenzione in merito al rischio alluvionale non può e non deve essere messo in discussione - dice - abbiamo registrato la preoccupazione non solamente dei sindaci, ma anche dei nostri associati in merito ai nuovi scenari normativi. I tecnici ci segnalano come l'articolo 13 che ridefinisce le aree a media pericolosità sia estremamente stringente, facendovi ricadere da un giorno all'altro intere aree. Quello che chiediamo è una maggiore chiarezza e soprattutto un orizzonte temporale entro il quale enti pubblici e soggetti privati possano programmare. Si pensi alle richieste di insediamento in un territorio, o di ampliamento di un'attività: rischierebbero di essere bloccate o di risultare fuori parametro da un anno all'altro. Le conseguenze occupazionali ed economiche potrebbero essere estremamente preoccupante. Bisogna conciliare la progettualità con la mitigazione del rischio idraulico, ma serve un percorso pluriennale e condiviso». Diverso l'approccio di Legambiente: «I gravi eventi alluvionali in Nord Europa dovrebbero averci insegnato che è il momento delle decisioni difficili, anche drastiche - dice Michele Tonzar, della segreteria regionale -. Comprendo il disagio dei comuni, ma le norme a volte tagliano con l'accetta. Indubbiamente ci saranno aspetti tecnici da conciliare, ma questa rimane una grande occasione per approcciarsi in modo diverso ai nostri territori, ponendo fine al consumo di suolo o a decisioni pericolose per l'incolumità dell'ambiente e delle persone». 

Luigi Murciano

 

 

"Marless" a Castelreggio contro la plastica abbandonata in acqua - il Progetto europeo di cooperazione

DUINO AURISINA. Migliorare la qualità delle condizioni ambientali della zona costiera e del mare Adriatico, attraverso l'uso di tecnologie e approcci sostenibili e innovativi. È questo l'obiettivo di "Marless", progetto di cooperazione territoriale, finanziato dal programma europeo "Interreg" Italia-Croazia, presentato ieri a Sistiana, la località della ex provincia di Trieste prescelta, assieme a Grado e Lignano, quale sede per l'avvio della sperimentazione, dall'assessore regionale per l'Ambiente, Fabio Scoccimarro. «Con Marless - ha detto Scoccimarro - vogliamo realizzare azioni diffuse, che permettano di contrastare il fenomeno della plastica abbandonata in mare da diversi punti di vista e con nuove metodologie d'intervento». A rendersi disponibili, per avviare il progetto a Sistiana, sono stati i responsabili dello storico stabilimento di Castelreggio, che fungerà da base per le varie attività previste da "Mareless". «Ringraziamo tutti i gestori degli stabilimenti coinvolti in questa iniziativa - ha ricordato questo proposito Scoccimarro - i quali stanno gratuitamente raccogliendo il materiale plastico spiaggiato, offrendo un servizio alla cittadinanza e dando un contributo molto importante per rendere le nostre acque sempre più pulite. Nell'ambito di questa iniziativa Interreg - ha proseguito l'assessore - la Regione, in collaborazione con Arpa Fvg, si sta occupando in particolare del monitoraggio e dello studio dei rifiuti nel mare Adriatico analizzando, attraverso precisi modelli scientifici, la loro dispersione da parte delle correnti marine, le traiettorie di movimento e i punti di accumulo». Considerando le molteplici fonti di inquinamento, oltre al monitoraggio e alla rimozione, il progetto promuove anche una serie di attività di prevenzione e di educazione ambientale rivolte sia alla cittadinanza sia alle scuole. «Bisogna partire dai più giovani per modificare in senso positivo la mentalità generale in campo ambientale - ha sottolineato Scoccimarro - per questo è forte l'impegno della Regione sul fronte della tutela del mare. Tra poche settimane, in collaborazione con la Barcolana daremo vita alla prima Conferenza dell'ambiente e del clima dell'Alto Adriatico, per approfondire i temi legati alla difesa del mare cui seguiranno le sessioni dedicate al suolo e all'aria».

u. sa.

 

 

Olivi preda della cimice asiatica «La speranza nella vespina nana»

L'analisi del naturalista Bressi sui danni ai raccolti causati dall'insetto «La situazione è molto preoccupante. A rischio anche altre colture»

«La situazione negli olivi della provincia è molto preoccupante e non mi fa essere ottimista per il futuro». È l'opinione di Nicola Bressi, zoologo e naturalista del Museo di storia naturale di Trieste, sulla situazione che sta attanagliando gli olivi - ma anche altre colture e alberi di frutto - e che secondo la previsione degli esperti del settore vedrà precipitare il prossimo raccolto di almeno il 70 per cento. Una percezione confermata anche dal sindaco Roberto Dipiazza, proprietario di una cinquantina di olivi che l'autunno scorso hanno prodotto qualcosa come sette quintali di olive. «Quest'anno, se tutto andrà bene, ne tireremo giù 70 chilogrammi» commenta sconsolato il primo cittadino. Una situazione complicata, per contrastare la quale la Regione nelle scorse settimane ha deciso di introdurre la vespa samurai. «Un nome che non le rende merito - sottolinea Bressi - perché si tratta di un vespide nano, appartenente sì alla famiglia delle vespe, ma è più piccola di una formica e soprattutto non punge l'essere umano». L'uomo, però, deve aiutare questa vespina nana a compiere il suo dovere. Sul come, è presto detto. «È importante non gettare pesticidi sui frutteti o sugli uliveti, perché così si ucciderebbe anche questo predatore ghiotto di cimici asiatiche (o marmorate). Spargendo i pesticidi la cimice prima o poi ritornerebbe, e dal momento che si riproduce più velocemente degli altri predatori, una volta ripreso il controllo dei frutteti non avrebbe nessuno a contrastarla». Ma come fa, un insetto piccolo come una formica, ad ucciderne uno più grande di lui? «La vespina nana depone le sue uova in quelle delle cimici così le sue larve, una volta schiusesi, fagocitano quelle della cimice. In questo modo si interrompe la riproduzione delle cimici». È giusto ricordare, però, che la cimice marmorare hanno in natura anche altri predatori. «I suoi nemici - sottolinea Bressi - sono le mantidi religiose, i ragni, le cicale, i ramarri, ben presenti nelle monocolture. Il problema è che fanno fatica a starci dietro, perché negli anni l'uomo con i pesticidi ha ridotto le biodiversità».

 Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 20 luglio 2021

 

 

Primo disco verde per il raddoppio della centrale nucleare di Krsko

Il ministero delle Infrastrutture di Lubiana ha rilasciato un "permesso energetico" per il progetto

Lubiana. A piccoli passi, ma sempre più significativi, verso la realizzazione dell'obiettivo. Sono quelli che sta muovendo la vicina Slovenia sul fronte di "Krsko II", impianto nucleare che in un futuro non lontano potrebbe sostituire l'attuale centrale, attiva dal lontano 1983. Nuova centrale che appare più vicina, dopo che ieri il ministero sloveno delle Infrastrutture ha annunciato di aver rilasciato un cosiddetto «permesso energetico» per la costruzione della seconda unità a Krsko. La mossa, ricordiamo, arriva dopo che, la settimana scorsa, il parlamento sloveno ha approvato la "strategia climatica nazionale" fino al 2050, inserendo l'energia nucleare come una delle opzioni a lungo termine per soddisfare i fabbisogni del Paese. Quella arrivata ieri è una luce verde iniziale ma comunque importante, ha specificato il ministro sloveno delle Infrastrutture, Jernej Vrtovec. «Il permesso energetico dà il via al più ampio dibattito pubblico possibile, non solo tra esperti ma col coinvolgimento anche dell'opinione pubblica», ha spiegato il titolare del dicastero. Che non ha escluso l'ipotesi referendum, evocata anche dal presidente Pahor. «Non vedo seri problemi sul fatto che la gente possa esprimere le proprie opinioni». Il permesso, comunque, dà già il la all'avvio delle procedure di autorizzazione al futuro impianto da parte dell'azienda pubblica Gen Energija, che gestirà il progetto, ma prima l'obiettivo di Lubiana è quello di raggiungere un ampio consenso interno sul piano energetico più impegnativo che Lubiana affronterà nei prossimi decenni. Solo allora si procederà alla sua attuazione, come la concessione dei permessi di costruzione, la scelta dell'esecutore e la realizzazione dell'unità. Per ora, quegli step sono ancora remoti. L'autorizzazione energetica non è una decisione finale sull'investimento, rappresenta solo un primo passo formale, ha tenuto così a ribadire Vrtovec. Sono puntualizzazioni dettate dal realismo, ha sottolineato l'agenzia di stampa slovena Sta. Dettagli fondamentali del progetto come «il prezzo stimato, la tempistica o la scelta della tecnologia» non sono infatti ancora stati determinati e non lo è neppure il «luogo preciso» di costruzione, se in quella Krsko indicata da autorevoli geologi come area problematica perché potenzialmente oggetto di forti terremoti e dunque non idonea, a giudizio di vari esperti, alla costruzione di un impianto nucleare. Ma non è solo parte del mondo scientifico a guardare a Krsko II con sospetto. Lo è anche l'opposizione in Slovenia e autorevoli organizzazioni come Focus e Greenpeace. Non solo. L'opzione «energia nucleare in Slovenia trova opposizione in Austria e in Friuli Venezia Giulia», ha ammesso sempre la Sta. A questi timori ha risposto ieri Vrtovec, parlando di opposizioni note e antiche. E ricordando che Lubiana è responsabile per la propria produzione energetica e descrivendo il suo come un Paese che non vuole dipendere dall'importazione di elettricità dall'estero. Da qui la scelta obbligata, secondo la Slovenia, della seconda unità di Krsko. Di certo, Lubiana - ha precisato lo stesso Vrtovec - pensa in grande, immaginando una unità da 1,1 GW, che possa produrre 9.000 GW di elettricità all'anno e con una durata di vita di sessant'anni. I costi per il progetto dovrebbero aggirarsi intorno ai 5-6 miliardi di euro, da assicurare magari con fondi Ue o di co-investitori. Da parte sua, Martin Novsak, direttore generale di Gen Energija, ha assicurato che sarà utilizzata la migliore e più sicura tecnologia al momento delle future gare d'appalto. E anticipato che una decisione finale potrebbe arrivare nel giro di cinque anni, con altri cinque, nelle migliori delle ipotesi, necessari per la completa realizzazione.

Stefano Giantin

 

 

«Impianti fotovoltaici altamente impattanti» - il sindaco di Palmanova

PALMANOVA. Raffica di richiesta per la realizzazione di parchi fotovoltaici nell'area del Palmarino: la difficoltà dei sindaci dei Comuni, Trivignano Udinese, Pradamano, Palmanova e Santa Maria la Longa, informati a procedure in corso, a esprimere un parere senza nessun potere decisionale. Sarà infatti la Regione a dare l'idoneità per quattro progetti: quello di Chiopris-Viscone e Trivignano, proposto dalla Salit srl per il quale è stata già avviata la pratica di Via; quello di Trivignano da 17,95 kw della Eg Nuova Vita srl per il quale è in corso la verifica, che occuperà 26 ettari di terreno; quello di Pradamano, Trivignano e Palmanova della Ellomay Solar Italy Eight srl da ubicare in 107,72 ettari per il quale è in corso procedura di Via; e i due di Santa Maria La Longa, uno da 60 Mv e uno da 105 Mw che occuperanno 130 ettari. Il sindaco di Palmanova Francesco Martines, sottolinea che «questi impianti sono altamente impattanti, consumano territorio e rovinano l'aspetto delle nostre terre. Andranno a cambiare radicalmente un vastissimo territorio, ora agricolo, tra Clauiano, Jalmicco e la località Vecchia Dogana. La Regione blocchi questo e tutti gli altri progetti: prima si approvi una legge sul consumo di suolo che regoli il proliferare di questi impianti. Vari una norma che definisca le aree più adatte e dia ai Comuni il potere di intervenire prima della realizzazione».

 

 

Allarme clima in archivio anche dopo una tragedia

L'amigdala dunque parrebbe essere una zona del nostro cervello dedicata a valutare la pericolosità di determinati stimoli. È una sorta di archivio della nostra memoria emozionale. Oltre a segnalarci l'allarme esistente in una situazione corrente, la nostra amigdala derubrica i precedenti pericoli facendoli scendere di importanza. In questi ultimi tempi questa parte del nostro cervello ha lavorato sodo: gli italiani infatti, che durante la tempesta Greta Thurnberg nel 2019 consideravano il cambiamento climatico come nemico numero uno (subito dopo venivano gli sbarchi dalle coste africane e il tema del lavoro), oggi sono ovviamente turbati dalla pandemia e dalle sue possibili conseguenze. Analogamente sembrano lavorare i cervelli di chi guida, imposta e dirige i principali mass-media. Lo dico perché il racconto dell'esondamento dei fiumi in Germania, Olanda e Belgio con le centinaia di morti e dispersi che si porta appresso, è durato sulle pagine - ad esempio - del primo quotidiano italiano lo spazio di due giorni. Oggi il tema è già scivolato in decima pagina e io - come al solito - devo confessare di essermi sbagliato. Pensavo infatti - con non poco ottimismo - che l'evento catastrofale verificatosi nel centro dell'Europa, avrebbe avuto come inevitabile ricaduta una sensibilizzazione dell'opinione pubblica nostra, di quei paesi e dei rispettivi sistemi mediatici sul tema del cambiamento climatico. Non sembra sia così. Ieri e oggi le agenzie di stampa raccontano delle difficoltà che incontra il cosiddetto Green Deal, del problema che si aprirebbe per il settore automotive in Francia, Germania ed Italia etc etc. Nel nostro paese in particolare il ministro della transizione ecologica (sic! ) Stefano Cingolani - proprio nel giorno della tragedia tedesca - ha annunciato che seguendo la strada tracciata nella riduzione di impiego delle energie fossili "la nostra Motor Valley chiude! "Macron dal canto suo, in vista della campagna elettorale, sarebbe terrorizzato da una ripresa dei'gilet gialli', mentre in Germania ci sono interrogativi sull'atteggiamento che prenderanno i Verdi e sulla linea di difesa che andrà ad adottare la Cdu. Non oso immaginare quale potrebbe essere la reazione delle nostre forze (? ) politiche se e quando una effettiva riduzione nell'impiego di energie fossili avverrà davvero. Ancora in Italia - diversamente che negli Usa - non si è visto l'emergere di un'negazionismo climatico', di gente cioè disposta ad affermare che non è in atto un cambiamento climatico o che se lo è esso non dipende in maniera significativa dall'uomo. Perché in Italia, siamo più furbi. Dalla "nostra incapacità di guardare in faccia il passato e anche il presente" - sono, parole pensate un po', di Renato Curcio - nasce infatti un'attitudine alla menzogna, al dire e non dire, tutti conditi di retorica, che impediscono un atteggiamento alla Trump. Servirebbe in questa fase raccontare quanto abbiamo davanti. Dire che la transizione ecologica necessariamente inciderà sull'occupazione. Precostituire qui ed oggi, quegli ammortizzatori economici di lunga durata, che renderanno meno pesante il cammino di chi verrà espulso dal mondo del lavoro. Servirebbe resettare le testoline di una larga degli imprenditori italiani (e ovviamente europea), facendogli capire che "business as usual" non è compatibile con la sopravvivenza del pianeta. Ma di tutto ciò la politica italiana non sembra occuparsi e il popolo italiano, più o meno convintamente, sembra seguirla. La scusa adottata in genere è legata alla'complessità': degli interessi, della democrazia rappresentativa, del sistema, dei territori, del rapporto con l'Europa, etc etc. E io - con il cinismo che mi è proprio - comincio a pensare che forse servono eventi catastrofali più frequenti, più intensi e più diffusi. È l'unica cosa capace di farci intendere il dolore degli altri: che tocchi anche a noi.

Roberto Weber

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 19 luglio 2021

 

 

Il consumo del suolo emergenza in regione: persi altri 65 ettari   -   la situazione in FVG

A Monfalcone il primato della città meno verde: il 45,9% è invaso dal cemento Regione settima in Italia con 525 metri quadrati per abitante sottratti alla natura

TRIESTE. Nell'Italia della cementificazione perdiamo 60 chilometri quadrati di territorio all'anno al ritmo di due metri quadrati al secondo. Per il consumo del suolo oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana sono deviati in superfice provocando, a causa dell'emergenza clima, collassi idrogeologici del territorio all'origine di alluvioni devastanti come quella come sta falcidiando la Germania in queste ore. C'è la denuncia di una emergenza ambientale annunciata nel Rapporto Ispra Snpa sul «Consumo di suolo in Italia 2020» che non risparmia neppure la nostra regione: il rapporto è una mappa dell'Italia urbana dove crescono "alberi di trenta piani", cantava Celentano in una delle sue invettive musicali contro la sparizione del verde dalle città. Analizzando lo scenario su base regionale, la Lombardia è la regione che ha registrato il più alto consumo di suolo con 765 ettari in più rispetto al 2019, seguita da Veneto (682 ettari), Puglia (493), Piemonte (439) e Lazio (431). Il Fvg si piazza a metà classifica dopo che sono spariti altri 65 ettari (in frenata dopo il -239 di due anni fa): nel 2020 il paesaggio del Fvg è attraversato da 63 mila ettari di asfalto e cemento rispetto ai 42 mila del Trentino e ai 27 mila del Veneto.Di fatto dal dopoguerra nel nostro Paese cresce più il cemento che la popolazione: dal rapporto emerge che, considerando l'avanzamento di quasi 60 km quadrati annuali, «è come se ogni neonato me avesse portato nella sua culla ben 135 metri quadrati». Se ne è accorta l'Unione europea che ha posto il traguardo del consumo di suolo netto zero entro il 2050. É bene chiarire che per consumo di suolo si intende «l'incremento della copertura artificiale». Con suolo consumato si intende «la quantità complessiva» e qui gioca un ruolo cruciale la presenza industriale. Al primo posto in regione troviamo infatti Monfalcone, la città dei cantieri, "occupata" per il 45%, segue Pordenone con il distretto degli elettrodomestici (40,6%) quindi Udine (42,4%), Trieste (32,4%) e la verde Gorizia con il 26,6%. L'Ispra fa calcoli impietosi: in Italia la sparizione del suolo ha "consumato" 3,7 milioni di quintali di prodotti agricoli e 25.000 quintali di prodotti in legno. Il danno economico potenziale sarebbe compreso tra gli 81 e i 99 miliardi di euro, in pratica la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Di fatto a ogni italiano corrispondono 359 metri quadrati di superficie cementata mentre sessant'anni fa, nell'Italia del boom economico, erano la metà: «Dal 2012 ad oggi-spiega il rapporto- il suolo non ha potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli e lo stoccaggio di quasi tre milioni di tonnellate di carbonio, l'equivalente di oltre un milione di macchine per strada».La situazione non è migliore nelle aree a rischio idraulico e sismico dove, secondo il rapporto, in Fvg non ci sono stati interventi poco rispettosi dell'ambiente. Va detto che in regione, nonostante la frenata di quest'anno, la percentuale di suolo consumato resta fra le più elevate in Italia (il 7,99%) e ci piazziamo al settimo posto con 525 metri quadri per abitante oltre la media nazionale (359 metri quadri). Tuttavia questo indicatore -ricorda il rapporto- va letto anche come il riflesso statistico di una densità di popolazione medio-bassa. Le restrizioni sulla produzione industriale, sugli spostamenti e quindi sul traffico imposte dalla pandemia, potrebbero avere frenato l'avanzata del cemento anche se restiamo in sostanza sotto osservazione. Su scala provinciale al primo posto troviamo Udine (33.710) seguita da Pordenone (19.053), Gorizia (6.139) e ultima Trieste (4.365). Su scala nazionale la sola Milano ha "bruciato" 49.858 ettari (31,62% del suolo). A Roma addirittura 69 mila ettari, più di quelli consumati in tutto il Fvg. Secondo il rapporto, nella nostra regione l'incremento percentuale di consumo di suolo dal 2019 al 2020 (0,10%) è stato contenuto. Potrebbe essere il segnale di una migliore gestione soprattutto nelle aree protette dove il Fvg viene segnalato come area virtuosa insieme a Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta. Tornando ai dati, nel 2020 in provincia di Trieste per ogni abitante si sono «consumati» 189 metri quadrati di territorio. É andata peggio a Udine (640), Pordenone (614) e Gorizia (445). A livello comunale, i primi tre Comuni per incremento di consumo di suolo dal 2019 al 2020 sono Udine (5,09 ettari), San Giorgio di Nogaro (4,02 ettari) e Faedis (2,66 ettari). Rapportando, invece, il consumo di suolo con l'estensione territoriale, il Comune più "consumato" come detto è Monfalcone (45,9%), seguito da Udine (42,4%) e Pordenone (40,6%). Diminuisce la percentuale di consumo di suolo per attività di logistica e distribuzione pari a 1,50% (3,31% la media Nord Est).

Piercarlo Fiumanò

 

"Attenzione agli squilibri fra ambiente e industria"

Giovanni Fraziano, urbanista ed ex preside della facoltkà di architettura dell'ateneo giuliano, analizza le trasformazioni del territorio regionale

«La dimensione del Fvg ha forti disequilibri, ma viviamo pur sempre in una zona fortunata. Qui ci sono ancora molti spazi verdi in confronto ad altre regioni italiane». Giovanni Fraziano, docente di composizione architettonica e urbana ed ex preside della facoltà di Architettura dell'Università di Trieste, commenta così i dati Ispra sull'occupazione del suolo. Fraziano sottolinea un altro aspetto: «L'agricoltura meccanizzata di oggi ha costretto a modificare le colture agricole rispetto a quelle di una volta. Questo non può considerarsi consumo di suolo, ma è comunque una trasformazione pesantissima per il terreno». Anche la morfologia ha la sua importanza. «Facciamo un confronto tra Monfalcone e Buttrio, entrambe aree dove sono presenti delle industrie pesanti: mentre nella cittadina friulana è stato portato avanti negli anni un lavoro di mitigazione nell'impatto delle strutture con il territorio, nella città isontina la situazione è molto più complicata. La dimensione stessa della navi, cresciuta a dismisura negli ultimi anni, implica la costruzione di strutture tecniche e costruttive di grande impatto, che rendono difficile la mitigazione sull'ambiente. Ovviamente questo ha grandi ricadute sul territorio, legate anche a una forte concentrazione di abitanti in pochi chilometri quadrati».Un'altra variabile da tenere in considerazione, secondo Fraziano, è quella del consumo del suolo legato agli spazi commerciali. «Questo aspetto non viene mai preso in considerazione - spiega - però si prenda come esempio la zona un tempo molto verde a nord di Udine: lì, negli ultimi 30 anni, l'area commerciale ha impattato molto. Questo significa che bisogna entrare nel merito e valutare le situazioni nel loro complesso». Per quanto riguarda l'area giuliana è plausibile pensare che rubare spazio al mare sia l'unica via di sviluppo del futuro? «È una possibilità da prendere in considerazione - conclude Fraziano - a patto che non comporti un aumento dell'inquinamento».

Lorenzo Degrassi

 

"La sfida del Porto vecchio sarà cruciale per Trieste"

Alberto Masoli, geologo e proprietario della Geosyntech srl, ragiona sulla morfologia di un territorio che ha ancora spazi per espandersi

«Quella realizzata dall'Ispra è una fotografia molto lineare della situazione esistente in Fvg». Alberto Masoli, geologo e proprietario della Geosyntech srl, commenta così il report offerto dall'Ispra.Masoli come valuta il quadro in Fvg?«Il rapporto dice che la percentuale di suolo consumato è molto alto, ma questo è rapportato alla popolazione, pertanto se questa è in calo il parametro si alza, ma è altrettanto vero che abbiamo il più basso consumo di suolo, concentrato in aree dalla chiara vocazione industriale, come Monfalcone, Udine, San Giorgio di Nogaro e Pordenone». Trieste appare più in basso in classifica...«Perché il capoluogo regionale non ha una grande vocazione industriale, oltre al fatto che ha una morfologia completamente diversa rispetto a Udine o Pordenone. Trieste però ha dalla sua un altro aspetto molto significativo che può utilizzare in futuro, quello del Porto Vecchio o di altre aree dismesse. Sono due grandi carte da giocare per evitare che la città eroda altri metri quadrati di territorio». Un'operazione che Monfalcone, prima in Regione per occupazione del suolo, non potrebbe fare.. «Qui stiamo parlando di un punto molto strategico, è una città dall'ottima connessione portuale, stradale e ferroviaria. Credo però che la città dei cantieri sia abbastanza satura di spazi, non vedo perciò grandi possibilità di espansione ulteriore. Al contrario di zone come San Giorgio di Nogaro o Udine, che per ovvi motivi geografico-morfologici, potranno allargare le aree occupate». Trieste ha anche tanti edifici abbandonati, figli del forte calo demografico in atto. «Il piano regolatore degli anni '90 della giunta Illy ipotizzava una città di 400 mila abitanti, e lo spazio utilizzato è dimensionato a questa funzione di crescita; al contrario la città si è contratta demograficamente, ma non è tanto il suolo occupato a fini residenziali a venire intaccato, bensì quello dei grandi insediamenti » . --Ldg

 

 

Gli olivi preda della cimice asiatica - Allarme a Bagnoli: -70% di raccolto

Il parassita incombe ora anche sulla produzione dell'extravergine triestino. A rischio pure uva e verdura

SAN DORLIGO. Ben il 70% in meno, da un anno all'altro, per quanto riguarda la raccolta di olive a livello provinciale, pari a 500 tonnellate. E la previsione di un conseguente aumento del prezzo dell'olio commerciale del 25- 30%. È l'allarme lanciato da una serie di olivicoltori del circondario triestino, colpiti in modo massiccio dall'arrivo, anche a queste "latitudini" della temuta cimice asiatica, che si nutre, prosciugandolo, del prezioso frutto necessario alla produzione dell'olio. «Non sappiamo come combatterle», spiega Paolo Starec, proprietario di un frantoio a Bagnoli della Rosandra: «L'unica cosa a noi certa è che questo insetto, al momento, non ha antagonisti. Nei due anni precedenti avevamo avuto delle avvisaglie del fenomeno, ma quest'anno esso ha raggiunto livelli altissimi, tanto che prevediamo di dover "buttare" il 70% del raccolto». Una situazione drammatica per gli olivicoltori locali, insomma, che temono perdite senza precedenti. «Quest'anno la situazione è veramente pesante - gli fa eco Euro Parovel - perché, oltre alle olive, la cimice sta intaccando a catena l'uva, i pomodori e le ciliegie». La speranza per il futuro è affidata a un altro insetto, destinato, secondo le aspettative degli addetti ai lavori, a uccidere le larve della temuta cimice asiatica. Si tratta dell'Anastatus Bifasciatus, meglio nota come vespa samurai, predatore naturale di questo etedottero, che la Regione a breve inizierà a liberare in qualche centinaio di esemplari su tutto il territorio. «Da noi esistono altri parassiti che si nutrono delle uova delle cimici - osserva l'agrotecnico Alan Mechi - ma la loro peculiarità è quella di cibarsi di tutti gli esemplari, dalla cimice verde alla grigia, e soltanto dopo la asiatica. Quest'ultima, però, essendo molto più prolifica, si sviluppa in maniera rapida, e così i nostri parassiti non riescono a starci dietro». Da qui l'idea della Regione di inserire appunto la vespa samurai nelle coltivazioni. «Questo insetto riconosce solo l'ovatura della cimice asiatica», racconta ancora Mechi: «L'unico aspetto da verificare nel tempo è se l'Anastatus Bifasciatus riuscirà a riprodursi in numero tale da riuscire a combattere la temuta cimice orientale». La situazione, nel frattempo è molto preoccupante, «emergenziale», a detta dell'agronomo. «La cimice asiatica entra in azione nel mese e mezzo successivo alla fioritura della pianta, cioè quando l'oliva è piccolina, emettendo una sostanza che necrotizza il frutto e alla lunga lo fa cadere». Il grande problema è rappresentato dalle neamidi, ovvero le piccole della cimice. «Queste crescono sull'albero e necessitano di una nutrizione continua», prosegue Mechi: «Se non mangiano entro la giornata, muoiono. Inoltre, più caldo fa e più devono nutrirsi, eliminando di conseguenza le olive che trovano a disposizione. In 10 giorni abbiamo visto che cinque cimici fanno cadere tutte le olive di un albero». Questi motivi fanno sì che il danno, per il raccolto di quest'autunno, sia ormai irreparabile. La speranza degli olivicoltori è che la vespa samurai possa far rientrare l'emergenza a partire dal 2022. «A mio avviso quest'anno dovrebbe rappresentare l'apice quanto a gravità», il messaggio di speranza dell'agronomo: «Una cosa è certa. I cambiamenti climatici in atto non aiutano. In estate si raggiunge la temperatura massima di 35 gradi a malapena per qualche giorno. Un periodo non sufficiente per uccidere in maniera naturale i predatori che attaccano gli olivi. Rimangono i repellenti biologici, come i sali potassici e la polvere di roccia, che non sono autorizzati dalle autorità sanitarie per gli ulivi, mentre lo sono per gli alberi da frutto».-

Lorenzo Degrassi

 

 

Moria di mussoli sui fondali attorno all'isola di Selve - fenomeno per ora inspiegabile

FIUME. Allarme fondo marino a Selve (Silba), isola dell'arcipelago di Zara, dove è stata registrata una moria di mussoli senza precedenti in quest'area, che pare avere cancellato del tutto la presenza del prelibato mollusco bivalve sui fondali di un'isola molto nota e cara ai diportisti di Trieste e dintorni. L'allarme è stato lanciato dallo zagabrese Kresimir Serdarusic tramite il gruppo Facebook intitolato Silba u srcu (Selve nel cuore), allarme ripreso anche dal portale Morski.hr. Serdarusic, 35 anni di immersioni e una vita trascorsa in vacanza a Selve, ha detto di non aver mai visto una strage del genere, che gli ha ricordato quanto avviene purtroppo negli ultimi tempi in Adriatico con spugne, pinne nobili e parzialmente anche con le cozze. «Una quindicina di giorni fa ho voluto compiere un'immersione nella parte settentrionale dell'isola, quella da cui si vede l'isola di Ulbo - ha postato su Facebook - ho notato tantissime Arche di Noé, i popolari mussoli, la cui pesca in Croazia non è vietata. Ne sono ghiotto. Dieci giorni orsono ho raccolto diversi esemplari per gustarmi un'ottima cena, accorgendomi che uno di essi puzzava. Una settimana dopo ho ispezionato gli stessi fondali ed ho visto migliaia di mussoli morti, tutti coperti dai murici, predatori necrofagi. Una moria consumatasi in neanche due settimane e la stessa cosa a Selve è stata osservata da un mio amico di Spalato». Interpellato da Morski.hr, il professor Tomislav Saric, del Dipartimento di ecologia e acquacoltura dell'Ateneo di Zara, ha dichiarato che circa quattro anni fa un caso analogo si era verificato nelle acque della Regione zaratina. «Per il momento non so nulla di quanto avvenuto nei fondali di Selve - ha detto - appena possibile mi recherò sull'isola per appurare di persona quanto verificatosi e prendere un paio di esemplari per capire cosa sia successo». Ad esprimersi è stato anche Drazen Oraic, capo del laboratorio per le patologie dei pesci in seno all'Istituto zagabrese di veterinaria. «La morte di massa di conchiglie e altri animali non è un evento rarissimo - ha detto - per quanto concerne Selve, saranno le analisi a fare luce sulle cause di questa strage». Ad esprimersi è stato anche Drazen Oraic, capo del laboratorio per le patologie dei pesci in seno all' Istituto zagabrese di veterinaria. «La morte di massa di conchiglie e altri animali non è un evento rarissimo. Per quanto concerne Selve, saranno le analisi a fare luce sulle cause di questa strage. Non credo che la morte sia stata provocata dallo stesso parassita fatale alle nacchere o pinne nobilis. Comunque sia, non è una buona notizia».

Andrea Marsanich

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 18 luglio 2021

 

 

«Progetto Noghere, le preoccupazioni meritano ascolto»

Il vicesindaco Bussani all'incontro promosso da Rifondazione sul futuro laminatoio

MUGGIA. «Non esiste alcun progetto, solo l'interesse verso un insediamento industriale. E non esiste alcun obbligo assunto dal Comune teso a favorirlo. Non esiste alcun segreto». Lo ha affermato il vicesindaco di Muggia Francesco Bussani - che è pure candidato sindaco del centrosinistra in vista delle amministrative d'autunno - in occasione dell'incontro pubblico organizzato da Rifondazione sulla questione del laminatoio alle Noghere. «Esiste uno strumento che è il Protocollo di intesa - ha spiegato Bussani - che impone di ascoltare anche le preoccupazioni prima di arrivare a qualsiasi accordo. Queste preoccupazioni, che sono anche le nostre, come amministrazione le rappresenteremo al tavolo di lavoro quando la Regione lo convocherà, per ottenere ogni chiarimento utile a permettere una valutazione completa di questa ipotesi industriale. Questa la realtà dei fatti, molto diversa dalla propaganda di alcuni». Daniele Dovenna, della Federazione Rc di Trieste, ha a sua volta auspicato «una correzione di rotta rispetto a una gestione iniziale della vicenda contrassegnata da chiusura verso le giuste richieste di informazione da parte del sindacato». E sono intervenuti quindi il segretario della Cgil Michele Piga e quello della Fiom Marco Relli, i quali hanno sottolineato «l'importanza per il territorio di investimenti industriali in connessione con le attività del porto, accompagnati però dalla massima trasparenza». I due esponenti sindacali hanno sollecitato il governatore Fedriga a «riunire a un tavolo i soggetti coinvolti per una valutazione complessiva del progetto dal punto di vista logistico e dei trasporti, ambientale, sociale ed economico».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 17 luglio 2021

 

 

Laminatoio alle Noghere - Slitta a dopo l'estate la decisione di Metinvest

Il Cda del gruppo ucraino prende tempo e rinvia all'autunno il disco verde all'investimento -  In ballo un progetto da 700 milioni di euro e 450 posti di lavoro. No comment di Danieli

L'alleanza siderurgica dei gruppi Metinvest e Danieli rinvia a dopo l'estate ogni decisione sul progetto del nuovo laminatoio nell'area delle Noghere a Trieste. La compagnia ucraina prende tempo e dal consiglio d'amministrazione non arriva dunque il pronunciamento decisivo, necessario a dare il via libera all'investimento da quasi 700 milioni per realizzare uno stabilimento di laminazione a caldo di blocchi d'acciaio provenienti dall'Est Europa. Dalle due società non trapelano informazioni e tanto meno arrivano comunicazioni ufficiali, ma il cda che avrebbe dovuto esprimersi sulla questione slitta all'autunno. Metinvest desidera evidentemente fare ulteriori approfondimenti, a cominciare dal tipo di produzione da impiantare a Trieste e dal segmento di mercato da aggredire, optando di conseguenza per lavorazioni di qualità più o meno elevata. Da ciò dipende la scelta dei macchinari e delle catene di fornitura. Il capoluogo giuliano non è inoltre l'unica opzione in campo per la società, che sta valutando soluzioni alternative nella provincia di Ravenna e in Croazia. Le risorse del Recovery Plan e i collegamenti ferroviari fanno ad ogni modo pendere per ora la bilancia a favore della soluzione triestina. Non è infine da trascurare che il gruppo ucraino ha appena deciso un investimento da mezzo miliardo a Mariupol' sul Mar Nero, dove sorgerà un altro laminatoio con macchinari forniti sempre da Danieli, dopo un accordo firmato alla presenza dei ministri degli Esteri Di Maio e Prystajko. Sommando i due investimenti di Trieste e Mariupol' si supera il miliardo e la prudenza è d'obbligo.Sulle Noghere è intanto impossibile ottenere dichiarazioni, ma le decisioni saranno chiarite con ogni probabilità da settembre, mentre in città e nel comune di Muggia è cominciato il dibattito sul destino della zona, sull'impatto ambientale della nuova fabbrica e sull'opportunità delle clausole di segretezza che coprono il protocollo firmato tra imprese private, Regione, Autorità portuale e consorzio industriale Coselag (ex Ezit), all'interno del quale le istituzioni hanno offerto sostegno all'iniziativa, impegnandosi per quanto di loro competenza a velocizzare pratiche e procedure autorizzative. Il progetto finirà per di più nella corsia preferenziale del "pacchetto Trieste", inserito dal governo Draghi nelle dieci strategie del fondo complementare del Pnrr, per cui si prevedono procedure semplificate. Lo stabilimento Metinvest-Danieli vi rientra perché i terreni interessati, oggi di proprietà di Coop Nordest, verranno acquistati dal Coselag e infrastrutturati con risorse del Recovery Plan italiano, secondo le linee del piano Adriagateway dell'Autorità portuale. L'impegno economico pubblico vale 60 milioni, sugli oltre 400 stanziati per lo scalo triestino. Scegliendo le Noghere, i privati otterrebbero insomma un risparmio non dovendo comprare le aree e sostenere per intero i costi di messa in sicurezza ambientale. Gli ucraini però temporeggiano. L'esborso è rilevantissimo e va meditato, poiché l'impianto costa poco meno di 700 milioni, con i quali Metinvest e Danieli stimano di creare 450 posti di lavoro di medio-alta specializzazione e almeno altrettanti nell'indotto. Il Comune di Muggia apprezza le ricadute occupazionali, ma allo stesso tempo vuole vederci chiaro sugli aspetti ambientali e sulla convivenza tra la fabbrica e l'abitato di Aquilinia. Dall'amministrazione muggesana dipende l'attuazione della variante urbanistica necessaria per cambiare destinazione ai terreni interessati. La zona pare comunque destinata a trasformarsi nel giro di alcuni anni: se l'iniziativa degli acciaieri è ancora in embrione, la società ungherese Adria Port ha affidato a PwC la stesura di un piano di sviluppo per il terminal portuale multipurpose che sorgerà all'ex Aquila, all'imbocco del Canale navigabile.

Diego D'Amelio

 

 

Il rione Enel ha avviato una raccolta di firme contro la centrale a gas

La presidente Paoletti: «Obiettivo è lanciare un appello ai ministri Cingolani e Giorgetti e al presidente Fedriga»

Sono circa 200 le firme raccolte finora dall'associazione Rione Enel a sostegno dell'appello rivolto ai ministri della Transizione ecologica Roberto Cingolani e dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, al presidente della Regione Massimiliano Fedriga e all'assessore regionale alle Attività produttive Emidio Bini contro il progetto di A2A di nuova centrale termoelettrica a gas. «Non sono tantissime, ma finora abbiamo lavorato soprattutto con il passaparola e ora pensiamo anche di avviare una sottoscrizione online», spiega la presidente dell'associazione Antonella Paoletti, che intanto mercoledì era con un banchetto in piazza della Repubblica assieme a un altro esponente del comitato, Mauro Basso. Un'iniziativa che l'associazione ripeterà altre due volte a luglio, sempre in concomitanza con il mercato settimanale, per continuare a raccogliere le adesioni cartacee al proprio appello, ma anche per dialogare e confrontarsi direttamente con i cittadini. «Chi si è fermato finora era già sensibile al tema - spiega Paoletti - e condivide le nostre motivazioni, che abbiamo condensato in tre punti: la pericolosità di una centrale a metano a ridosso delle abitazioni e del ventilato impiego dell'idrogeno, il parere negativo al progetto già espresso dal Comune di Monfalcone e altri soggetti, la produzione di inquinamento da parte del nuovo impianto dopo che quasi 60 anni sopportiamo le pesanti ricadute di quello esistente». A Roma e alla Regione il comitato Rione Enel, convinto sia giunto il momento di cambiare strada, chiede quindi di non approvare il progetto. «Pensiamo di fare un volantino da distribuire per cercare di informare più cittadini possibile», aggiunge Paoletti. «Purtroppo Monfalcone ha un elevato ricambio di residenti e i nuovi arrivati spesso non sanno di cosa stiamo parlando e di quale sia l'impatto dell'impianto», ha rilevato mercoledì Basso. L'età media dei firmatari è inoltre abbastanza elevata, dimostrando, secondo l'associazione, una difficoltà anche a coinvolgere i più giovani, che, comunque, si sono fatti vedere il banchetto. Una ragazza si è recata appositamente in piazza, facendo firmare anche la madre. «Era doveroso», ha detto alla presidente dell'associazione. «Vorremmo fosse chiaro che questa raccolta di firme è una nostra iniziativa - sottolinea Paoletti -, rivolta da cittadini, come siamo, ad altri cittadini». Peraltro l'unica avviata nel territorio. L'associazione Rione Enel proseguirà quindi la sua azione, anche di sensibilizzazione della comunità, con la presenza in piazza della Repubblica il 21 e 28 luglio e, appunto, lanciando una raccolta firme anche online.

Laura Blasich

 

 

 

 

COMUNICATO STAMPA - VENERDI', 16 luglio 2021

 

 

Legambiente Gorizia e Trieste preoccupate per le notizie su nuova centrale nucleare a Krsko

Secondo Legambiente, le mancate risposte della Slovenia sul rischio sismico della centrale di Krško non possono giustificare il prolungamento o il raddoppio della centrale.

I Circoli di Legambiente di Gorizia e Trieste seguono con apprensione le notizie circa l’approvazione da parte del Parlamento sloveno del progetto di costruzione di una nuova centrale nucleare a Krško, in prossimità della vecchia centrale nucleare entrata in funzione nel 1983 e per la quale si è già deciso un prolungamento della vita utile fino al 2043. L’area di Krško è caratterizzata da un elevato rischio sismico: la presenza dei due impianti nucleari e delle relative scorie, per le quali non è ancora stata individuata una collocazione definitiva, rappresenta un potenziale grave pericolo destinato a incombere per i prossimi decenni sui residenti in Slovenia e nelle regioni limitrofe in Italia, Austria e Croazia. La Commissione Europea ha già evidenziato la scarsa ambizione del Piano Nazionale Energia e Clima presentato dalla Slovenia sul fronte dell’uso delle energie rinnovabili, che rappresenterebbero un’alternativa valida, sicura e ormai competitiva anche in termini di costo rispetto al nucleare per decarbonizzare il sistema energetico. Auspichiamo fortemente un cambio di rotta e un’evoluzione delle politiche energetiche slovene che dia maggiore spazio a queste fonti, decisamente più sicure e sostenibili nel medio e lungo periodo. Per il Circolo Legambiente Gorizia, Anna Maria Tomasich (presidente) per il Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste, Andrea Wehrenfennig (presidente)

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 16 luglio 2021

 

 

Geoparco del Carso: la Regione accelera - l'incontro con i comuni coinvolti

DUINO AURISINA. Valorizzare il patrimonio geologico del Carso e proporne uno sviluppo economico sostenibile, creando un marchio comune di qualità, per incrementare il turismo legato alle peculiarità del territorio. Sono questi gli obiettivi che la Regione intende centrare attraverso l'istituzione del Geoparco transfrontaliero del Carso, candidandolo alla Rete mondiale dei Geoparchi Unesco, all'interno della quale costituirebbe il quinto caso transfrontaliero nel mondo, il primo transfrontaliero in Italia. Lo ha sostenuto ieri l'assessore regionale Fabio Scoccimarro, rivolgendosi ai rappresentanti delle 17 amministrazioni, 12 del versante italiano e cinque di quello sloveno, che fanno parte del perimetro del cosiddetto "Carso classico", cioè dell'area coinvolta nel progetto. «Grazie al progetto Interreg 2007-2013 Carso-Kras - ha precisato Scoccimarro - abbiamo già completato uno studio di prefattibilità del Geoparco, attraverso un sondaggio con la popolazione e numerosi incontri con le parti interessate. Fra l'altro sono già stati firmati un Protocollo d'intesa tra i 12 comuni dell'area carsica italiana e un accordo tra i cinque comuni di quella slovena, con Sesana capofila. Quest'ultima amministrazione ha anche sottoscritto un'intesa con la nostra Regione. L'Insiel - ha proseguito l'assessore - ha in preparazione una pagina web dedicata al Geoparco». Scoccimarro ha infine annunciato che «in autunno si organizzeranno per la prima volta gli Stati generali dell'Ambiente dell'Alto Adriatico tra Friuli Venezia Giulia, Slovenia, Croazia e altre regioni italiane, perché condividiamo la stessa area. Penso però - ha concluso con una nota polemica - che sia inaccettabile che il Geoparco del Carso, che include anche il monte Cocusso, possa ospitare una scritta (il riferimento è a quella che inneggia a Tito, recentemente ripristinata) per la cui realizzazione è stato usato il poliuretano, un materiale inquinante non compatibile con i nostri comuni intendimenti».

Ugo Salvini

 

 

L'alga aliena presente nei nostri mari rende la carne del sarago "di gomma"

La scoperta di uno studio nel Mediterraneo: le sostanze contenute nella specie infestante rendono il pesce immangiabile

Trieste. Negli abissi del mare riposano misteri della natura al cui svelamento contribuiscono anche studiosi dell'Università di Trieste. È il caso del sarago "di gomma", il pesce che, dopo aver ingerito un particolare tipo di alga aliena (la cosiddetta Caulerpa cylindracea), diventa di una consistenza immangiabile subito dopo essere stato preparato ai fornelli. Questo tipo di alga ha occupato tutta l'area del Mediterraneo a partire dal 1990, ma non si è mai spinto nell'Alto Adriatico, infatti nel golfo di Trieste non si sono verificati episodi. Tuttavia, ci sono anche ricercatori dell'ateneo giuliano nel team che tenta di studiare le cause del fenomeno. «L'ingestione dell'alga fa male al pesce perché porta all'accumulo di certe sostanze che fanno sì che, una volta cucinata, la sua carne sia talmente dura da assomigliare al cuoio - ha sottolineato Antonio Terlizzi, biologo marino dell'Ateneo di Trieste -. Gli effetti negativi dell'alga sono messi in evidenza anche dalla maturazione delle gonadi, che provoca un calo del potenziale riproduttivo. Il sarago è già impattato da una pesca eccessiva. Se poi gli risulta impossibile riprodursi, sarà sempre più in pericolo». L'analisi delle interazioni tra la caulerpina (un composto estratto dall'alga) e il sarago maggiore proseguono da anni, ma recentemente è stato fatto un passo in avanti, che ha portato alla pubblicazione di uno studio sulla rivista scientifica «Frontiers in Marine Science. Il gruppo di ricercatori (di cui fanno parte anche docenti dell'Università della Tuscia, dell'Università di Catania e della Stazione Zoologica Anton Dohrn), ha infatti avuto modo di analizzare dei saraghi pescati durante una competizione. «Ne abbiamo caratterizzato il contenuto, li abbiamo cucinati e ci siamo accorti di una cosa che sospettavamo da tempo: tutti casi in cui i pesci sono diventati "di gomma", corrispondevano a esemplari maschili». L'obiettivo, però, non è scoprire in anticipo quali dei pesci che abbiano ingerito l'alga saranno o meno commestibili. Ma è aggiungere di volta in volta «un pezzo del puzzle per completare la ricerca e trarne il maggior numero di benefici», spiega lo studioso di Napoli, che da molto tempo si occupa di individuare tutti gli step molecolari e fisiologici che contribuiscono ad alterare il metabolismo dei saraghi. «Questa specie invasiva è interessante nell'ottica dell'economia sostenibile del mare, perché dimostra che è possibile immaginare di sfruttare grandi biomasse di alghe per fini farmaceutici. Abbiamo constatato che la caulerpina estraibile dalle alghe ha un effetto selettivo su cellule tumorali del carcinoma ovarico, e questo apre frontiere a un suo utilizzo per composti anticancerogeni». Ma non solo. «L'effetto che ha sui saraghi dimostra che ha un ruolo nel metabolismo degli acidi grassi. E, di conseguenza, può contrastare problemi come il colesterolo o aiutare a prevenire l'infarto». In sostanza, se non c'è modo di eliminare l'alga aliena dai mari, tanto vale cercare di trasformarla in alleata: «Si tratta di una specie che invade e poi compete con la biodiversità locale, non è possibile liberarsene. Chi parla di una sua rimozione selettiva sta raccontando una bugia - conclude Terlizzi -. In prospettiva futura, l'unico consiglio che si possa dare è di stare più attenti a quello che si butta in mare. Ma nel frattempo, vanno cercati dei modi per trasformarla in un fattore di vantaggio».

Linda Caglioni

 

 

Benedetti confermato alla guida di Co.Na.

STARANZANO. Graziano Benedetti è stato confermato alla guida dell'associazione per la Conservazione della Natura (Co.Na.), durante l'assemblea dei soci al centro visite "Fabio Perco" della riserva naturale Foce dell'Isonzo all'isola della Cona. Riaffermata la fiducia anche all'intero direttivo attualmente in carica. Oltre al presidente Benedetti, che sarà al suo terzo mandato, ci sono infatti la consigliera Nicoletta Perco, naturalista e guida naturalistica, che diventa vicepresidente del sodalizio alleviando così l'impegno a Chiara Calligaris che rimarrà segretaria-tesoriere. Completano la squadra Umberto Sarcinelli, Enrico Benussi, Franco Moselli e Maurizio Blasi. La nomina del direttivo, che rimarrà in carica per il triennio 2021-2023, è avvenuta dopo la relazione sulle attività svolte nell'anno 2020, della lettura e approvazione del bilancio consuntivo 2020 e dell'approvazione del programma di attività sempre per il prossimo triennio. Nelle attività associative negli ultimi tempi ridotte a causa della pandemia, c'è stato l'incremento di opere di promozione della conservazione della natura, dando maggiore impulso all'impegno dei volontari che, come afferma Benedetti «grazie alle proprie esperienze e preparazioni professionali, hanno potuto dimostrare concretamente la possibile collaborazione del sodalizio no-profit alla gestione di ambienti protetti». Nell'ultimo periodo, a causa delle norme anticontagio, diversi appuntamenti sono stati programmati in streaming riscuotendo ugualmente interesse e partecipazione oltre che dei soci anche di appassionati. Fra i temi portati all'attenzione la reintroduzione del Grifone in Friuli Venezia Giulia, la presenza del Gabbiano reale in ambito urbano, il camoscio e la lince. È stata sottolineata poi la novità della realizzazione del calendario 2021 che riproduce alcuni disegni a china della riserva naturale del naturalista ornitologo Fabio Perco, indimenticato ex vicepresidente.

CI.VI.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 15 luglio 2021

 

 

Nucleare, sì al Parlamento sloveno alla realizzazione di Krsko 2

L'approvazione nell'ambito della legge sul clima fino al 2050. La ferma protesta delle opposizioni

LUBIANA. La notizia circolava da tempo, sempre sotto traccia, sempre tra le righe, come quelle del programma energetico del governo fino al 2023. Ora che la Slovenia edificherà una seconda centrale nucleare a Krsko è stato approvato anche dal Parlamento di Lubiana con 49 voti a favore e 17 contrari. Dunque la Slovenia raddoppia e lo fa secondo la fin troppo elementare filosofia "ambientalista" dell'esecutivo il quale sostiene che bisogna drasticamente ridurre le emissioni come quelle prodotte dalle centrali termoelettriche. Insomma l'energia nucleare sarebbe una sorta di "energia pulita" in quanto non produce emissioni. E gli scarti nucleari? Quelli per Lubiana non inquinano l'aria semmai costituiscono qualche problema per la terra. O per gli abitanti delle zone cui capita la disgrazia di trovarseli seppelliti nelle vicinanze. E le falde acquifere? E i terreni agricoli? Silenzio. Lo stesso silenzio e circospezione con cui i partiti di maggioranza hanno reinserito in Parlamento la parte che riguarda l'energia nucleare in un primo momento stralciata dalla legge sulla strategia per il clima fino al 2050 in Commissione ambiente, grazie anche alle ferme proteste degli ambientalisti e delle Ong. E così l'intero pacchetto clima, compreso quello nucleare è stato approvato.La risoluzione dichiara quindi che «nel campo dell'energia nucleare, la Slovenia pianifica l'uso a lungo termine dell'energia nucleare e a tal fine svolge le procedure amministrative e la preparazione della documentazione per le decisioni di investimento». Tradotto dal politichese e dal burocratese eguale a Krsko2.Una parte importante del dibattito parlamentare si è concentrata ovviamente sul suddetto emendamento, che lega la Slovenia all'energia nucleare in silenzio e senza un'adeguata discussione. «Non sono contro il nucleare, ma sono contro la decisione di avviare le procedure amministrative per la costruzione del secondo blocco della centrale nucleare poco prima dell'estate, in una seduta con 50 punti all'ordine del giorno, e con un inserimento nella delibera», ha sostenuto il coordinatore di Levica (Sinistra) Luka Mesec. Egli ha ribadito che lo svolgimento dei procedimenti e del dibattito pubblico a riguardo devono essere trasparenti. Allo stesso modo, Dejan Zidan dei Socialdemocratici (Sd) ha sottolineato che la risoluzione sul clima è un documento ambientale. «Questo non è quindi un documento appropriato per prendere una decisione sul futuro energetico della Slovenia», ha affermato l'esponente di Sd.«Abbiamo la centrale nucleare di Krsko da un po' di tempo, sappiamo che funziona bene. Non abbiamo dovuto affrontare grossi problemi. Non riesco a immaginare di non avere questa centrale nucleare», ha dichiarato invece Boris Doblekar del Partito democratico del premier conservatore Janez Jansa (Sds). Anche Anja Bah Zibret (Sds) ha affermato che è facile essere contrari, ma è importante rispondere alla domanda su dove troveremo effettivamente l'energia. Pochi giorni fa, i deputati dell'Assemblea nazionale hanno invitato anche le organizzazioni non governative Focus, Greenpeace Slovenia e il PIC-Legal Information Center of Non-Governmental Organizations a respingere il controverso emendamento. A loro avviso, il suo reinserimento nella legge sul clima «eviterà il dibattito pubblico, senza una valutazione di impatto ambientale e, contrariamente all'attuale piano nazionale per l'energia e il clima, creerebbe una base per le procedure formali per la costruzione di un reattore nucleare».

Mauro Manzin

 

 

CIO' CHE NON VA - Al museo De Enriquez eliminato del verde utile

È stata eliminata (foto) la vegetazione che copriva con bell'effetto la parete di testa del Museo de Henriquez e riempiva il fossato fra il capannone e la strada, lasciando l'edificio in tutta la sua bruttezza. Oltretutto i rampicanti che coprivano tutto il muro avevano anche la funzione di ridurre il riscaldamento estivo, essendo la parete esposta a Sud. Perché? Quella vegetazione non dava nessun fastidio; si poteva semplicemente tagliare qualche ramo che stava andando oltre il muretto della strada risparmiando anche un po' di soldi.

Roberto Barocchi

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 14 luglio 2021

 

 

Gli ambientalisti a Kipar: "Porto vecchio senz'auto. Si punti su un tram"

Un gruppo di associazioni scrive all'architetto incaricato di delineare il Piano paesaggistico e gli spazi aperti dell'area: bocciata pure l'ovovia

I 65 ettari di Porto vecchio sarebbero più belli senza traffico e senza parcheggi delle auto. Per i collegamenti all'interno dell'area basterebbe una linea tranviaria con una buona sequenza di fermate. Insomma, una soluzione "car free". Non solo: come sostenuto alcuni giorni fa, anche "ovovia free". Sette associazioni - Aidia, Cammina Trieste Auser , Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste, Fiab Trieste Ulisse, Spiz, Trieste bella, Tryeste - hanno risposto con questa proposta all'invito formulato dall'architetto tedesco Andreas Kipar , incaricato dal Comune di redigere il Piano paesaggistico e spazi aperti del Porto Vecchio. Il professionista aveva chiesto al mondo delle professioni e delle associazioni di inviare i propri suggerimenti. Ieri le "sette sorelle" hanno diffuso la nota che riassume la loro posizione. «Il Porto vecchio - scrivono - è un'occasione straordinaria per ripensare la città. La maggior parte dei triestini non è mai entrata in quell'area, pur essendo centralissima, sul mare, e ben collegata alla città data la sua vicinanza al centro storico. Di quell'area "sconosciuta" hanno però interiorizzato due caratteristiche: lo spazio e la bellezza». Data questa premessa - prosegue la nota - le associazioni «sono unanimi nel ritenere un grave errore portare il traffico dove non c'è»: «Il Porto vecchio rappresenta un'occasione unica per reinventare la vivibilità e sostenibilità della città, facendone un quartiere senza auto». È la parte "forte" della proposta di parte ambientalista: «I quartieri senza auto offrono benefici ecologici, economici e sociali. Riducono l'inquinamento dell'aria, l'inquinamento acustico e gli incidenti. Grazie al ridotto numero di parcheggi si renderanno disponibili spazio e risorse finanziarie da investire in una migliore qualità residenziale, più spazi verdi, più servizi collettivi». Come potrebbero muoversi cittadini e residenti all'interno di un perimetro "off limits" per le vetture? «La mobilità - la replica delle associazioni - dovrà essere garantita da una linea tramviaria con stazioni ravvicinate che renderanno possibile il raggiungimento di qualsiasi punto in 5 minuti a piedi». « La viabilità automobilistica - insiste l'alternativa ambientalista - dovrà scorrere solo al margine della zona. Due parcheggi, sempre al margine della zona, saranno riservati ai lavoratori impegnati all'interno del comprensorio». «Le attività commerciali e i negozi del quartiere saranno avvantaggiati dalla mobilità sostenibile e dai necessari tragitti brevi - conclude la proposta trasmessa a Kipar -. I residenti faranno uso del trasporto pubblico e della mobilità condivisa, parcheggiando gli eventuali mezzi privati motorizzati ai margini o al di fuori dell'area».

MAGR.

 

 

Barriere a mare a Servola - Piano fermo in attesa di due firme da Roma

Invitalia chiarisce: lo sblocco della messa in sicurezza da 41 milioni dipende dall'ok dei ministeri della Transizione ecologica e dello Sviluppo economico

Invitalia fa chiarezza sull'iter del progetto di barrieramento a mare da 41 milioni legato alla messa in sicurezza ambientale del comprensorio della Ferriera di Servola. La progettazione è andata avanti ed è stata approvata nell'ottobre scorso dall'allora ministero dell'Ambiente. Il via libera ai lavori attende però da dieci mesi l'autorizzazione formale, che dipende dalla firma del decreto congiunto da parte dei ministeri della Transizione ecologica e dello Sviluppo economico. È lo stesso problema che sta incontrando l'autorizzazione necessaria a consentire al gruppo Arvedi e alla Icop di ultimare le demolizioni e avviare la realizzazione dei piazzali in calcestruzzo che sostituiranno l'area a caldo. La pratica del barrieramento si è persa di vista poco dopo lo sblocco dei fondi nel 2015 per la mancanza di chiarezza sul destino del comprensorio. Dopo l'ultimo incontro fra il governatore Massimiliano Fedriga e l'amministratore delegato di Arvedi Mario Caldonazzo, è la stessa Invitalia a fare il punto della road map. La società pubblica, braccio operativo del Mise per il rilancio delle aree industriali in crisi, spiega che «l'iter approvativo del progetto definitivo presso il Mite è stato avviato a luglio 2019 e si è concluso positivamente nell'ottobre 2020. Invitalia potrà procedere alla conclusione della progettazione esecutiva, all'appalto dei lavori e all'esecuzione del barrieramento dopo l'autorizzazione formale, che avverrà con il decreto congiunto dei ministri della Transizione ecologica e dello Sviluppo economico». Il decreto però tarda ad arrivare e i tempi non si preannunciano brevi, fra attesa delle firme, progettazione esecutiva, gara e realizzazione delle opere, che prevedono il consolidamento della linea di costa e l'installazione di un impianto di trattamento delle acque di falda, per evitare lo sversamento in mare degli inquinanti contenuti nei terreni, a cominciare dagli alti livelli di benzene. Da notare che Mite e Mise stanno facendo aspettare da mesi anche la firma sul decreto che autorizza appunto le ultime demolizioni che i privati stanno conducendo a Servola. La società in house del ministero evidenzia di operare «a supporto del commissario straordinario per l'attuazione dell'Accordo di programma per l'area della Ferriera, nominato nella persona del presidente della Regione. La Regione è beneficiaria del finanziamento pubblico di 41 milioni di euro per la messa in sicurezza della falda in tutta l'area della Ferriera. È in virtù di questo intervento pubblico che gli operatori privati possono realizzare i progetti integrati di bonifica e reindustrializzazione». Dei 41 milioni, 26,1 risultano già incamerati dalla Regione, sbloccati nel 2015 e mai spesi. I restanti 15,4 sono ancora nella disponibilità di Invitalia attraverso il Cipe a valere sul Fondo di Sviluppo e coesione 2014-2020. Nel frattempo il gruppo Arvedi conclude il 2020 della pandemia con un risultato netto di 34,5 milioni (22 milioni in meno rispetto al 2019). I ricavi risentono del calo dei consumi nel primo anno del Covid, ma l'azienda sottolinea di aver continuato a investire (200 milioni quest'anno e 1,4 miliardi dal 2007) anche in termini di innovazione, mettendo al lavoro a Cremona il forno elettrico «più moderno al mondo». Il fatturato consolidato globale del gruppo ammonta a 2,3 miliardi, contro i 2,7 del 2019. La società richiama inoltre il nuovo piano industriale da circa 400 milioni, in buona parte dedicati alla riconversione del sito di Servola e alla creazione di un ciclo dell'acciaio sostenibile fra Trieste e Cremona. Il gruppo occupa in Italia più 3.800 addetti, con un trend in crescita e «senza fare ricorso alla cassa integrazione Covid». La nota della società definisce la performance soddisfacente, «ben superiore a quella dei maggiori competitori, nonostante l'impatto negativo sulla domanda dovuto alla chiusura di molte attività a seguito dell'emergenza sanitaria, che ha determinato una contrazione dei prezzi di vendita». Per il 2021 «le prospettive sono decisamente positive, con una previsione di crescita. Nei primi mesi dell'anno è proseguito il trend incrementale della domanda sul mercato dell'acciaio, che aveva già caratterizzato la seconda metà dell'esercizio 2020».

Diego D'Amelio

 

Laminatoio alle Noghere Appello di Cgil e Fiom: «Risposte sul progetto» - SOLLECITATA IN PARTICOLARE LA REGIONE

La Cgil e la Fiom, sulla questione relativa al laminatoio a caldo alle Noghere, bussano alla porta della Danieli ma non ricevono risposta. Lo ha ribadito ieri pomeriggio nel corso di un incontro il segretario della Fiom Fvg, Maurizio Marcon. Prossimo passo ora è la costituzione di una cabina di regia guidata dal presidente della Regione Fvg Massimiliano Fedriga e condivisa tra istituzioni, gruppi industriali e cittadinanza. «Come rappresentanti degli operai metallurgici - ha ricordato Marcon - è nostro dovere analizzare gli investimenti e incalzare gli investitori per comprendere a cosa andremo incontro». Lo scorso 29 giugno la Fiom Fvg e la Cgil di Udine avevano inoltrato una richiesta di incontro alla Danieli, principale azienda coinvolta nel protocollo d'intesa, ma senza ricevere alcuna risposta. «La Danieli - ha rimarcato Marcon - che, come sappiamo dai 60 iscritti Fiom al suo interno, investe risorse per evitare contrattazioni sindacali, occupa lo scranno principale della Confindustria di Udine e ha scelto di rispondere alle nostre richieste con il silenzio». Obiettivo del sindacato è conoscere l'entità dell'investimento, la qualità contrattuale dell'occupazione e dei luoghi di lavoro, l'impatto ambientale, le conseguenze sul territorio in termini di bonifica, riqualificazione e viabilità, «senza pregiudizi» ha sottolineato Marcon. «L'intera vicenda - ha incalzato Marco Relli, segretario provinciale della Fiom Trieste - è stata gestita dal principio in modo superficiale, a partire dalle prime comunicazioni comparse sui giornali. Il protocollo di intesa è stato firmato in tempi troppo brevi, anche se le informazioni finora contenute non bastano a tracciare un quadro chiaro della situazione. Se le aziende pensano di lavorare senza coinvolgere i cittadini dimostrano poca lungimiranza e disinteresse per la vita pubblica. Condividiamo le preoccupazioni dei residenti di Muggia e Aquilinia». Nicola Dal Magro, della Cgil Trieste e coordinatore per Muggia, ha ricordato come «alla firma del protocollo d'intesa da parte del presidente Fedriga a nome della Regione, è seguito un silenzio assordante, mentre sarebbe necessario organizzare gli attori coinvolti, a partire da Danieli e Metinvest, per lavorare in modo trasparente per il bene dei cittadini e dell'intero tessuto economico del territorio. La Regione esca dall'ambiguità e dica la sua». Sul tema, a margine dell'incontro, è giunta da Adesso Trieste la richiesta di rendere pubbliche le condizioni di insediamento del progetto. Per Riccardo Laterza, portavoce e candidato sindaco del movimento, «si deve tener conto non solo dell'accordo con gli enti locali, ma anche e soprattutto coinvolgere i naturali portatori di interessi, tra cui appunto, le organizzazioni sindacali, i lavoratori, le associazioni civiche e ambientaliste e, più in generale, i cittadini». Intanto per domani alle 18.30 all'esterno della biblioteca di Muggia Rifondazione comunista organizza un'assemblea pubblica sull'argomento con sindacalisti e politici.

Luigi Putignano

 

 

«Piazzale Rosmini vivibile ma lo vogliamo più verde»

Gli umori di chi abita e lavora in zona. Pulizia, ordine e servizi nel rione promossi Le segnalazioni all'Ufficio mobile del Comune sulla salute di piante e aiuole

La vivibilità di piazzale Rosmini - stando agli umori raccolti ieri mattina tra i cittadini in occasione della tappa in loco da parte dell'Ufficio mobile del Comune, attualmente in tour tra i rioni - incassa la "promozione" di chi, in zona, ci abita e ci lavora. Ma se proprio si vuole cercare il pelo nell'uovo, il desiderio espresso da alcuni intervistati è che il parco, oggetto in tempi recenti di una serie di lavori di bonifica dopo che i terreni erano risultati inquinati, diventi più verde. Ma andiamo con ordine: il "polmone" di San Vito viene vissuto come un punto foriero di benessere per tutti, giovani, anziani e amici a quattro zampe. Nelle calde giornate estive, specialmente a seguito di questo travagliato periodo di emergenza sanitaria, il giardino rionale diventa una piccola oasi di pace e "freschezza": c'è chi legge, chi porta a spasso il cane, chi gioca in compagnia e chi semplicemente cerca l'ombra degli alberi dopo una passeggiata. «La zona è assolutamente ben fornita di servizi e il parco è pulito e curato», assicura una signora seduta proprio su una panchina, da poco trasferitasi a Trieste, interrotta nella sua lettura dalle nostre domande. «Questo è l'unico rione che trovo ben frequentato, tranquillo», sostiene a sua volta il signor Mario (nome di fantasia perché si fa fotografare ma chiede che le sue generalità restino riservate), classe 1931, ancora in gran forma: «Dimentico persino le chiavi sul motorino e quando torno indietro le ritrovo esattamente dove le avevo lasciate». Con aplomb energico e arzillo il novantenne passeggia tutti i giorni in piazzale Rosmini per poi bersi un caffè col figlio al Bar Mauro, «proprio lì, all'angolo con via Combi». Non tutto però può convincere chi frequenta e vive piazzale Rosmini da oltre mezzo secolo: «Un tempo questo posto era sicuramente tenuto meglio, un guardiano sorvegliava e custodiva il decoro urbano, prendendosi cura anche della manutenzione del verde, oggi sicuramente più spento e meno rigoglioso di anni fa. Eppoi una certa "muleria", non del posto però, la sera si trova qui e compie sicuramente qualche ragazzata. Nulla di ché, posso immaginare, qui certamente la situazione è meno pesante rispetto a tante altre zone». Sono in effetti i frequentatori più "navigati" del giardino pubblico ad avere più a cuore la salute e la biodiversità di piazzale Rosmini, la cui natura e il cui verde risulterebbero «asfittici, quasi esausti». Alcuni lo hanno fatto presente nella mattinata di ieri, ai banchetti del "Comune in movimento", l'iniziativa itinerante promossa dall'amministrazione comunale per offrire informazione ai cittadini, ma anche per raccoglierne le istanze e gli eventuali suggerimenti. Sul tema, il Comune ha ricordato qui la recente riapertura del giardino, chiuso nel 2016 per gli alti livelli d'inquinamento del suolo: l'area verde è stata sottoposta a piantumazione con il cosiddetto "fitorimedio", al fine di depurare naturalmente il terreno. Presenti anche l'assessore Lorenzo Giorgi, il vicesindaco Paolo Polidori e il presidente della Quarta circoscrizione Riccardo Ledi. «L'area sarà sottoposta a sfalcio nel breve periodo, rispettando la procedura di depurazione del terreno», così Giorgi in risposta ad alcune lamentele di incuria delle aiuole. L'assessore ha poi annunciato il rifacimento ex novo della zona gioco del parco, «indicativamente tra fine agosto e inizio settembre». E non è tutto: vista la grande affluenza di amici a quattro zampe, è stata anche presa in considerazione l'idea di ricavare uno spazio esclusivo per i cani, «considerando che non c'è per loro alcun divieto di accesso, e per evitare che possano eventualmente arrecare fastidio a qualcuno che fruisce della zona». Polidori ha invece posto l'accento sulla sicurezza: «I giardini pubblici sono una priorità nel piano delle prossime installazioni di telecamere, quantomeno per quanto riguarda le aree giochi».

 Stefano Cerri

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 13 luglio 2021

 

 

Dai sottotetti abitabili alle terrazze a vasca: il nuovo centro storico

Il piano in vigore dal 21 luglio. Fra le opportunità per i proprietari immobiliari anche ascensori all'interno degli stabili, tetti verdi pensili, interventi nelle corti

Mercoledì 21 corrente mese, in concomitanza con la pubblicazione sul Bollettino ufficiale regionale, entrerà in vigore il nuovo Piano particolareggiato del centro storico (Ppcs), a oltre 40 anni dal precedente che era ormai noto come "piano Semerani". La delibera è la 23/2021, gli allegati più importanti il "B" e il "C". Bene, a meno di 10 giorni da quella data, che coincide tra l'altro con il genetliaco del direttore dipartimentale Giulio Bernetti, i proprietari di immobili all'interno di una vasta zona urbana - la città "murata", i tre borghi imperiali teresiano-giuseppino-franceschino, alcune aree più recenti (l'asse XX Settembre-Maggiore, parti di via Udine e viale Miramare) - potranno presentare progetti di riqualificazione degli stabili, tenendo presenti i margini innovativi prospettati dal Ppcs.Mini terrazze a vasca, abitabilità dei sottotetti, collegamenti verticali (dalle scale agli ascensori) anche all'interno dei corpi di fabbrica, tetti verdi pensili sulle coperture piane: ecco alcune delle novità più attese dalla proprietà immobiliare e dagli ambienti professionali per accrescere qualità e valore degli edifici.Cosa deve fare allora il proprietario interessato a intervenire sul proprio stabile? L'iter è compendiato da Bernetti con il supporto di Beatrice Micovilovich, responsabile della Pianificazione urbanistica comunale. Tanto per cominciare, bisogna dotarsi di un professionista addentro le discipline edili, che, qualora si tratti di un immobile vincolato dalla Soprintendenza, avrà da essere un architetto. Altrimenti si potrà ricorrere a geometri, ingegneri, ecc.La prima cosa, che detto professionista è chiamato a svolgere, è identificare la categoria di intervento. Il Ppcs ne prevede quattro: edifici di pregio, elementi tipologici e architettonici negli edifici di rilevante interesse architettonico, la trasformazione degli edifici di valore storico-documentale, demolizione e ricostruzione. Si tratta di una schedatura che riguarda 1621 immobili: quelli di più cogente criterio conservativo sono un'ottantina; quelli di maggiore flessibilità circa 800; quelli di più accentuata trasformabilità circa 500; quelli rasabili al suolo quasi 250.Come si può notare, dal punto di vista statistico, la categoria di gran lunga più rappresentata, con quasi la metà degli immobili schedati, è la "classe"2" che contiene il "rilevante interesse architettonico": per fare un esempio, rientrano in questo raggruppamento alcuni palazzi di piazza Libertà, come Kalister e Panfili, e l'ex Intendenza di finanza. Siamo di fronte a edifici di una certa importanza architettonica, suscettibili però di radicali trasformazioni interne. Poi - precisa l'architetto Micovilovich - ci sono gli "ibridi", cioè gli immobili che conservano parti di pregio accanto ad ampie porzioni riadattate: un caso di scuola è palazzo Carciotti, dove convivono splendori neoclassici e uffici municipali dismessi.Una volta che il professionista abbia redatto l'apposito progetto, lo inoltrerà al Servizio edilizia privata al quinto piano di largo Granatieri, diretto dall'ingegnere Lea Randazzo: e da allora partirà l'istruttoria. Ma Beatrice Micovilovich resta a disposizione dei professionisti impegnati, soprattutto per quelle materie che più si prestano a malintesi o a incertezze: per esempio, le procedure che implicano la "scia" (inizio attività) o le cosiddette "unità minime di intervento" (umi).Altri chiarimenti: l'edificio è uno, non scindibile dal punto di vista classificatorio in piani diversi. Le destinazioni d'uso sono quelle del Piano regolatore generale, per cui, se per esempio un proprietario vuole trasformare uno stabile in un albergo, lo può fare.Su queste sollecitazioni il giudizio di Stefano Nursi, presidente degli immobiliaristi triestini: «Un piano di ampio respiro che pone anche attenzione ad alcune esigenze abitative che oggi sono estremamente apprezzate e richieste, in particolare alla realizzazione di terrazze a vasca anche sulle falde prospicienti la pubblica via, la possibilità di creare dei parcheggi sotterranei nelle corti interne, la possibilità di installare dei ballatoi esterni sulle corti per poter redistribuire in maniera più intelligente tutta una serie di appartamenti». 

Massimo Greco

 

 

Terreno danneggiato dai cinghiali: la Regione lo risarcisce con 12 euro

L'agricoltore Ferluga: «Mi sento preso in giro. La Provincia mi ascoltava». No comment di Zannier

«Chiederò alla Regione di indicarmi una ditta che possa rimettere a posto il mio terreno, danneggiato dai cinghiali, in base al lauto risarcimento di cui mi hanno gratificato». È amaramente ironico, e non potrebbe essere diversamente, il commento di Vincenzo Ferluga, l'agricoltore triestino, proprietario di un appezzamento di terreno adibito a uliveto e frutteto, nella zona sopra Roiano, nota come Pisc'anzi, che ha ricevuto dall'amministrazione regionale un bonifico pari a 12,6 euro, più o meno il prezzo di una pizza e una birra, per «il ripristino per i danni cagionati al cotico erboso dei prati stabili». Un somma che appare evidentemente inadeguata. «Anzi - aggiunge Ferluga, in conflitto con la Regione da parecchio tempo anche per altri motivi - mi sento preso in giro. Per questo ho replicato alla Regione, invitandone i rappresentanti ad aiutarmi a trovare l'azienda specializzata che, per 12,6 euro, una cifra per la quale non si muove nessuno, venga a sistemare il mio terreno sul quale transitano regolarmente, indisturbati, decine di cinghiali». La vicenda è semplice da raccontare. Ferluga, che da mezzo secolo lavora un appezzamento di terra dotato di circa 600 piante da frutta, che danno soprattutto susine e amoli, ereditato da uno zio che, prima di lui, faceva lo stesso lavoro, stanco di vedere gruppi di cinghiali che, sempre più aggressivi, gli distruggono gli alberi da frutta, si era rivolto alla Regione, per ottenere il giusto risarcimento. Esiste infatti una legge regionale, la numero 6 del 2008, che disciplina le denunce per danni da fauna selvatica e le relative richieste di indennizzo che possono essere inoltrate. La Regione a suo tempo aveva pure predisposto una tabella per i conteggi dei risarcimento. Ma proprio qui sta il problema. Per i danni arrecati al "cotico erboso", l'amministrazione prevede in partenza un indennizzo di 250 euro per ettaro. Nel caso di Ferluga, essendo 700 i metri quadrati danneggiati, quindi una superficie corrispondente a una piccola parte di ettaro, basta fare una semplice proporzione e si arriva al risultato finale, che prevede poi due ulteriori decurtazioni di legge. In realtà, la Regione è arrivata a questa conclusione dopo aver fatto pure una seconda perizia, in quanto Ferluga aveva rifiutato la prima proposta di risarcimento, giudicandola "inesatta". «Ho imparato questa attività da giovanissimo - riprende l'agricoltore triestino - ma quello che sta accadendo da qualche tempo in qua non l'avevo mai visto prima, in mezzo secolo di cura delle mie piante. Oramai - evidenzia Ferluga, oggi 68enne - sono all'ordine del giorno gli attacchi ai miei terreni e alle mie piante da parte dei cinghiali, che si avvicinano alla città sempre di più, anche perché si moltiplicano a dismisura ed essendo molto numerosi sul territorio, sono di conseguenza costretti a cercare il poco cibo che c'è in giro nel circondario di Trieste, assaltando anche i miei appezzamenti».Poi l'agricoltore torna su uno dei suoi cavalli di battaglia. «I guai - sottolinea - sono iniziati con l'eliminazione della Provincia, alla quale era possibile rivolgersi con buone probabilità di essere ascoltati e capiti. Poi, dopo l'eliminazione dell'ente di palazzo Galatti, le competenze in materia sono state assunte dalla Regione. Il primo risultato è stato lo spostamento a Udine degli uffici che dovrebbero assistermi, obbligandomi quindi a continue trasferte. Poi è stato fatto un nuovo regolamento in base al quale i risarcimenti si sono subito rivelati ridicoli. Gli unici che mi sostengono - conclude - sono i responsabili dell'Associazione degli agricoltori del Carso, ma non possono essere certo loro a risarcirmi».Sul tema intanto l'assessore regionale competente, Stefano Zannier, opta per il «no comment». -

Ugo Salvini

 

Ritrova la libertà al largo la tartaruga ferita in golfo - Dopo le cure per i due ami infilzati in bocca

La tartaruga infilzata da due ami e recuperata al largo di Muggia, giovane esemplare di Caretta caretta, ha riconquistato finalmente la libertà a due miglia dal marina Hannibal di Monfalcone, dopo il ricovero al Centro di recupero della fauna selvatica di Terranova, a San Canzian d'Isonzo. Si è consumato dunque l'happy end atteso per la povera tartaruga, che lo scorso 3 luglio era stata avvistata da un diportista sul litorale muggesano. L'animale, visibilmente in sofferenza, nuotava con gli ami infilzati nella bocca: impossibile, per lui, liberarsene da solo. Di qui l'allerta del cittadino, che aveva immediatamente contattato la Capitaneria di Trieste e consegnato la tartaruga ai militari della Guardia costiera in zona Sacchetta. Per una settimana l'esemplare di Caretta caretta è rimasto in custodia al Centro di Terranova, l'unico del Friuli Venezia Giulia autorizzato a ospedalizzare la specie, protetta e a rischio estinzione nel Mediterraneo, quindi sottoposta a particolari regole di tutela. Rifocillandosi e riprendendosi dallo stress degli ultimi tempi, la tartaruga ha soggiornato nelle vasche piene di acqua salmastra di cui la struttura, gestita da Damiano Baradel, è dotata. A prendersi materialmente cura della creatura il veterinario Stefano Pesaro.

TI.CA.

 

 

SLOVENIA - Batosta per Jansa al referendum sull'acqua

Il governo conservatore aveva difeso la legge che allentava la tutela sui corpi idrici, ma alle urne i contrari vincono con l'86%

Zagabria. Con oltre l'86% di voti contro e poco più del 13% a favore, la Legge sull'acqua è stata bocciata dai cittadini sloveni. La norma approvata a marzo dal governo conservatore di Janez Jansa non può più entrare in vigore, ma più di tutto il referendum solleva il dibattito sulla tenuta del governo, con le opposizioni che ne chiedono le dimissioni. Al referendum che si è tenuto domenica, organizzato dalle associazioni ambientaliste con il sostegno dei partiti di opposizione di sinistra, ha partecipato quasi il 46% degli elettori: un quorum sufficiente, stando alla legislazione slovena, per rendere vincolante il risultato del voto. Per i promotori dell'iniziativa, si tratta di una vittoria netta, che trasmette un messaggio politico chiaro di sfiducia all'esecutivo. La pensa così la leader dei socialdemocratici Tanja Fajon che parla di «una grande insoddisfazione generale» e chiede le dimissioni di Jansa. Per Luka Mesec (Levica), Marjan Sarec dell'omonima lista o ancora Jernej Pavlic del Partito Alenka Bratusek - tutti all'opposizione - sarebbe ora opportuno andare al voto anticipato, perché «questo governo non gode più della fiducia degli elettori». Ma l'esecutivo di Jansa minimizza. «Esiste un governo di sinistra che si sia dimesso dopo aver perso un referendum?», chiede retoricamente il premier su Twitter, prima di concludere chiedendo di non fare «nessun dramma», perché il governo non ha intenzione di mollare. Dello stesso avviso anche il ministro dell'Ambiente Andrej Vizjak, strenuo difensore della riforma. «Peccato che l'acqua venga strumentalizzata a fini politici», ha dichiarato Vizjak. Su cosa si è votato esattamente domenica in Slovenia? La normativa approvata a marzo andava a riformare la Legge sull'acqua, che dal 2002 tutela i corpi idrici del paese. Due, in particolare, erano i punti della riforma che più avevano suscitato l'opposizione degli ambientalisti: l'autorizzazione a industrie e agricoltori per l'utilizzo di sostanze pericolose anche a ridosso dei fiumi (una norma poi ritirata dallo stesso governo) e la possibilità di costruire vicino a fiumi, laghi e a pochi metri dalla costa «strutture semplici» e «ad uso pubblico». In questa definizione, rientravano tuttavia bar, hotel, serre, manifesti pubblicitari e stazioni di servizio. Insomma, per gli attivisti la norma avrebbe aperto la strada a un far west edilizio in aree molto sensibili del paese e legate a un tema molto caro agli abitanti: l'acqua. In Slovenia, infatti, una campagna di successo aveva già portato nel 2016 all'inserimento nella Costituzione di un articolo che protegge il diritto all'acqua pubblica, un caso unico in Europa. Ecco che, anche questa volta, la campagna «Za Pitno Vodo» (Per l'acqua potabile) - portata avanti da diverse Ong tra cui Greenpeace e Eko Grog - è riuscita nel suo intento. Prima sono state raccolte 50 mila firme in due mesi, costringendo il governo a organizzare un referendum sulla legge, poi è arrivata la vittoria alle urne. Gli attivisti accusavano l'esecutivo di aver inserito gli emendamenti più controversi all'ultimo minuto, dopo la chiusura delle due settimane di dibattito pubblico sulla legge. Ma ora, di fronte al risultato schiacciante, il governo Jansa dovrà ricominciare da zero. 

Giovanni Vale

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 12 luglio 2021

 

 

Al summit di Venezia il piano green Generali "Stop ai gas serra" - il numero uno del gruppo triestino al vertice dei grandi

Trieste guida l'alleanza dei big delle polizze. Investimenti fino a 9,5 miliardi. Donnet: economia a emissioni zero

TRIESTE. Il piano green di Generali approda al G20. Il gruppo triestino guida il fronte dei big mondiali delle assicurazioni riuniti per la prima volta in una grande alleanza per il clima presentata a Venezia: «Quella climatica è un'emergenza che richiede non solo la nostra piena attenzione, ma anche la nostra azione urgente. Vogliamo supportare attivamente una transizione giusta e inclusiva verso un'economia a zero emissioni nette», ha sottolineato il numero uno del Leone Philippe Donnet al fianco del ministro dell'Economia e delle Finanze, Daniele Franco. La ripresa per Donnet deve essere green e digitale. A margine del G20 ieri è stato anche presentato il progetto della Fondazione Venezia «capitale mondiale della sostenibilità» che mette in campo fino a 4 miliardi di finanziamenti pubblici e privati, con un occhio al Recovery Plan, e avrà sede nelle Procuratie Vecchie in piazza San Marco messe a disposizione dalle Generali.Una scelta non casuale quella di chiamare il gruppo triestino al palcoscenico dei Grandi a Venezia. Le Generali sono state incluse nella «2020 Global 100 Most Sustainable Corporations» di Corporate Knights, la classifica che individua le 100 imprese più sostenibili del mondo: «Gli assicuratori -ha detto Donnet- possono davvero sostenere l'ambizione dell'Europa di diventare il primo continente a impatto climatico zero, per poterlo fare dobbiamo avere il giusto contesto politico che stimoli, o almeno non scoraggi, gli investimenti in progetti a lungo termine e sostenibili». La ripresa per il Ceo deve essere «green e digitale». Un messaggio in piena sintonia con il governo Draghi che su ambiente e digitale ha fondato il piano del Recovery Plan: «Possiamo sostenere politiche governative impegnate per una transizione socialmente giusta dei settori economici», ha detto Donnet.La Net-Zero Insurance Alliance si propone «di unire le forze di istituzioni e big mondiali delle polizze per conseguire un impatto significativo e duraturo sul clima», sottolineano le Generali. Riunisce un gruppo di 18 fondi pensione e compagnie assicurative, nato su iniziativa delle Nazioni Unite, che si impegna a ridurre a zero l'emissioni nette di gas serra dei propri portafogli per evitare un aumento della temperatura globale oltre l'obiettivo di Parigi di 1,5 gradi centigradi. L'alleanza è stata sottoscritta da otto dei leader mondiali delle assicurazioni e riassicurazioni solitamente rivali fra loro: oltre alle Generali Axa, Allianz, Aviva, Munich Re, Scor, Swiss Re e Zurich Insurance Group. Questi big assicurativi lavorano a stretto contatto con le società in portafoglio al fine di cambiare i modelli di business «adottando pratiche rispettose del clima e impostando idealmente un obiettivo di zero emissioni nette». Gli asset totali gestiti dai membri di Alliance superano i 4,3 trilioni di dollari. Le compagnie intendono azzerare entro il 2050 le emissioni nette dei propri portafogli assicurativi e riassicurativi, contribuendo così a mantenere l'aumento della temperatura globale entro i limiti. Ciascun membro stabilirà individualmente ogni cinque anni obiettivi intermedi che si sottolinea saranno basati sui risultati della scienza e comunicheranno annualmente in modo indipendente i progressi realizzati per contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell'Accordo di Parigi sul clima.La sostenibilità è diventata il nuovo mantra della grande finanza. Le Generali prevedono di realizzare tra il 2021 e il 2025 ulteriori investimenti in obbligazioni verdi e sostenibili per un valore compreso tra 8,5 e 9,5 miliardi escludendo dai portafogli il settore del carbone «per arrivare a una completa dismissione del finanziamento di queste attività». Nel corso dell'ultimo triennio, il Leone ha effettuato 6 miliardi di nuovi investimenti verdi e sostenibili, superando con un anno di anticipo l'obiettivo strategico di 4,5 miliardi di euro entro il 2021. L'esposizione assicurativa ai combustibili fossili a livello globale è inferiore allo 0,1% dei premi danni.

Piercarlo Fiumanò

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 11 luglio 2021

 

 

SEGNALAZIONI - Economia verde - La contraddizione della rottamazione

Egregio direttore, green economy, ecosostenibilità, transizione energetica ed ecologica. I termini per definire il nuovo corso della produzione "ad emissioni zero", verso un futuro di crescita economica coniugata alla salvaguardia dell'ambiente, riempiono le pagine dei giornali e le bocche di politici ed economisti. Poi si legge la notizia sul bonus da 100 euro per l'acquisto di nuovi televisori e la rottamazione dei vecchi. Vecchi si fa per dire: sono passati appena 8 anni dal passaggio da analogico a digitale del segnale televisivo che ha comportato la trasformazione in rifiuto di milioni di apparecchi ancora funzionanti. Chi allora non optò per l'acquisto di un televisore digitale dovette comperare un decoder. Ora anche questi non serviranno più. I programmi televisivi saranno trasmessi con il nuovo standard Dvtb-2, di cui certamente tutti sentivano l'impellente necessità. Altri milioni di apparecchi finiranno in qualche discarica, probabilmente in Africa (Ghana e Nigeria sono gli immondezzai di rifiuti elettronici), altra materia prima ed energia sarà usata per produrre le nuove tv. Con l'ennesimo bonus.

Dario Pacor

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 10 luglio 2021

 

 

Assicurazioni - Allianz dice addio agli investimenti nel settore carbone

Milano. Allianz Global Investors, uno dei principali asset manager attivi a livello mondiale, ha annunciato l'introduzione di una politica di esclusione globale che comprende disposizioni specifiche per il settore del carbone. Il gruppo, spiega una nota, «non investirà in società che generano oltre il 30% dei ricavi annui dall'estrazione di carbone termico, nè in aziende che basano oltre il 30% della generazione di elettricità sul carbone». «La nuova politica rappresenta un ulteriore esempio dell'impegno di AllianzGI nell'affrontare il cambiamento climatico attraverso il disinvestimento dalla principale fonte di emissioni di carbonio», aggiunge il comunicato, che ricorda anche come la decisione sia «in linea con la politica già adottata dal gruppo Allianz per i propri asset». Inoltre, in base alla nuova più ampia politica di esclusione, AllianzGI rafforzerà le attuali restrizioni agli investimenti correlati a bombe a grappolo e mine antiuomo, e introdurrà limitazioni per altre tipologie di armi controverse. La nuova politica entrerà in vigore a partire da dicembre 2021 e si applicherà a tutti i fondi esistenti per cui AllianzGI agisce in qualità di società di gestione (i cosiddetti fondi proprietari).

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 9 luglio 2021

 

 

«Cinghiali, è emergenza» - Incontro con Zannier Coldiretti in piazza a Trieste - Chieste modifiche legislative

Trieste. Il grido d'allarme di Coldiretti Fvg per denunciare i danni che i cinghiali stanno creando all'agricoltura ha raggiunto ieri materialmente piazza dell'Unità. Il delegato confederale Giovanni Benedetti e il direttore regionale Cesare Magalini, con le delegazioni provinciali e diverse decine di agricoltori, hanno manifestato davanti al palazzo della Regione denunciando un'emergenza nazionale che alimenta gravi problemi sociali, economici e ambientali. In un incontro con l'assessore regionale alle Risorse Agroalimentari Stefano Zannier prima, e con alcuni consiglieri regionali e con il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza poi, Coldiretti ha espresso le forti preoccupazioni e denunciato un aumento del 15% di cinghiali - la stima è ora di 2,3 milioni in Italia e di oltre 20mila unità in Fvg - che ha aggravato i pericoli per le persone, con più danni all'agricoltura e aumento di incidenti stradali.Coldiretti Fvg, chiedendo modifiche legislative in materia, ha rimarcato come, «in un periodo in cui c'è molta attenzione al consumo di prodotti locali, è doveroso il sostegno a un'agricoltura garanzia di sicurezza alimentare. Le istituzioni sono chiamate a mettere gli imprenditori in condizione di tutelare le nostre eccellenze». Giorni fa, ha riferito Zannier, la Regione ha notificato all'Ispra una precisa richiesta di modifica del Piano di controllo del cinghiale. «Un atto - così l'assessore - conseguente alla sentenza di aprile della Corte costituzionale che, dopo 15 anni, ha innovato la propria linea su questa tematica, consentendo l'uso dei coadiutori in aggiunta all'azione del Corpo forestale regionale». Zannier ha spiegato che «quando questa modifica sarà approvata, in Fvg potremo confidare sull'apporto di soggetti diversi - principalmente i cacciatori - dotati di formazione specifica». Così «amplieremo in modo sostanziale la disponibilità di persone da impiegare sul territorio per il contenimento di questi ungulati». La Regione ha chiesto anche che l'attività svolta già adesso dagli agricoltori con licenza di caccia possa avvenire anche sui terreni limitrofi a quelli di proprietà.

 

 

«Salvate il giardino di Villa Engelmann da topi e degrado»

I dem chiedono maggiore videosorveglianza, una derattizzazione, un'area per i cani e pure il miglioramento dei servizi igienici

Il Pd lancia una raccolta firme per «salvare» il giardino di Villa Engelmann. All'ingresso dell'area verde comunale, al civico 5 di via Chiadino, gli esponenti dem locali ieri hanno presentato l'iniziativa e incontrato i cittadini, nell'ambito del tour elettorale portato avanti dal partito nei rioni. Sono intervenuti la segretaria del Quinto circolo Pd Maria Luisa Paglia, la vicesegretaria del Sesto, Sandra Di Febo, e Luca Salvati, capogruppo nella sesta circoscrizione.Sono sei le richieste che la petizione avanza all'amministrazione comunale: introdurre maggiore videosorveglianza, avviare una campagna di derattizzazione, realizzare un'area di sgambamento per cani nonché contenitori per rifiuti tali che gli uccelli non possano disperderne il contenuto, migliorare le aree interne a partire dal roseto, effettuare una manutenzione urgente dei servizi igienici che tenga conto della necessità di fasciatoi per cambio di pannolini, dovuta alla presenza di bambini piccoli nelle aree gioco.La raccolta firme si potrà sottoscrivere sia online che durante i circa 30 appuntamenti, in totale, che saranno promossi da tutti i circoli Pd di qui al voto amministrativo autunnale. Paglia e Di Febo hanno sottolineato l'importanza del parco, molto utilizzato dai residenti. «Villa Engelmann rappresenta l'ennesimo esempio di abbandono di un gioiello del territorio da parte di questa amministrazione comunale», ha aggiunto Salvati: «Il viale delle rose è chiuso da anni e ridotto a una selva incolta. I contenitori delle immondizie non sono protetti dalle incursioni degli uccelli, che gettano il contenuto per terra attirando i ratti. L'edificio al centro del giardino è pericolante, quello all'ingresso abbandonato da decenni».

Li.Go.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 8 luglio 2021

 

 

Svolta per il caso di villa Cosulich: il Comune la toglie dai beni in vendita
Dipiazza e Giorgi hanno deciso: no a "insidiose" polemiche in periodo elettorale. Se ne riparlerà dopo il voto d'autunno
La giunta comunale non vuole dotare l'opposizione di munizioni in campagna elettorale e preferisce evitare «sceneggiate strumentali», come le definisce l'assessore all'Immobiliare Lorenzo Giorgi. Per cui, dopo i magazzini concessi a Greensisam in Porto vecchio, l'esecutivo Dipiazza ritira anche villa Cosulich dall'elenco dei beni da alienare: dal punto di vista tecnico, lo farà mediante un emendamento alla delibera prossima all'esame consiliare. Del tema si riparlerà dopo le amministrative autunnali. Il caso di villa Cosulich era deflagrato nei giorni scorsi, in seguito a una "letteraccia" del soprintendente Simonetta Bonomi ai vertici del Municipio, nella quale si rimproverava la civica amministrazione di mettere all'asta lo storico edificio senza prendere in considerazione il finanziamento governativo di 1,1 milioni destinato a riqualificare lo stabile. Giorgi aveva replicato a stretto giro di posta, ricordando che villa Cosulich è nella lista dei beni in vendita dal 2018 e nessuno aveva mai obiettato alcunchè. E comunque la Regione Fvg, in epoca Serracchiani, aveva autorizzato la vendita dell'immobile (non del parco), che in passato era appartenuto al Burlo Garofolo ed era stato destinato a funzioni assistenziali. Con deliberato spirito provocatorio, Giorgi aveva invitato il ministero a esercitare il diritto di prelazione sulla villa, acquistabile oggi a 904 mila euro rispetto agli 1,9 milioni della quotazione precedente. Ieri sera l'argomento era scivolato nel "parlamentino" della Terza circoscrizione, presieduto dalla pentastellata Laura Lisi. Ma in via ufficiosa prima il sindaco Roberto Dipiazza poi lo stesso Giorgi avevano disinnescato il caso, avendo preannunciato appunto che la villa sarebbe stata sfilata dall'elenco degli immobili alienandi.La polemica politica stava comunque già lievitando con una nota del consigliere dem Giovanni Barbo: «Dipiazza - attaccava l'esponente del Pd - avrebbe potuto chiedere quattrini in Regione, per finanziare il recupero, visto che proprio in questi giorni si discute in piazza Oberdan un dovizioso assestamento di bilancio. Il sindaco - il rimprovero del consigliere dell'opposizione - ha fatto così il bis: dopo aver perso due milioni sul Carciotti, ha bruciato un milione abbondante su villa Cosulich».La storia di villa Cosulich si protrae in strada del Friuli da perlomeno due secoli, come ricostruisce a pagina 447 la scheda a essa dedicata nell'Atlante dei beni culturali, pubblicato dal Comune. Nacque dimora di campagna prima dei Burlo poi di Demetrio Carciotti, finchè durante il XIX secolo venne comprata da Robert Romano Rutherford, di famiglia scozzese. Nei primi decenni del '900 gli eredi Rutherford cedettero l'edificio ad Antonio Cosulich e da allora la villa reca la denominazione risalente alla dinastia imprenditoriale di origine lussiniana. Nel 1906 avvenne la ristrutturazione eseguita sul disegno di Ferruccio Piazza. Negli anni Settanta il passaggio all'istituto Burlo Garofolo e poi al Comune. Il Municipio calcola che, per rimettere la villa in sesto, occorrano non meno di quattro milioni di euro.Villa Cosulich sorge in una zona popolata di case di nobile lignaggio: villa Tripcovich, villa Prinz, villa Panfili (oggi consolato di Serbia).

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 7 luglio 2021

 

 

Villa Cosulich all'asta: è scontro fra Comune e Soprintendenza

Bonomi scrive al Municipio contestandogli la vendita di un bene su cui esiste un finanziamento governativo. La risposta: è nel Piano delle alienazioni dal 2018

Scambio di "molotov" tra Soprintendenza e Comune: al centro degli scontri la volontà di cedere villa Cosulich in strada del Friuli da parte della civica amministrazione. Stasera alle 19.30 l'argomento sarà ripreso dal consiglio della III circoscrizione alla presenza (telematica) dell'assessore Lorenzo Giorgi. L'antico edificio, ristrutturato nel 1906 su disegno di Ferruccio Piazza, viene oggi quotato poco più di 900.000 euro. Gli incidenti hanno avuto inizio in notturna tra sabato e domenica scorsi con una mail spedita all'una meno dieci dalla soprintendente Simonetta Bonomi a vari indirizzi del Municipio, dal sindaco alla III circoscrizione. La missiva contesta l'inserimento dell'edificio nel Piano delle alienazioni, ricordando che il ministero della Cultura aveva assegnato a palazzo Economo un finanziamento pari a 1,1 milioni di euro da destinare alla verifica del rischio sismico, alla riduzione della vulnerabilità, al restauro. La comunicazione al Comune - sottolinea la Bonomi - era rimasta senza riscontro. L'immobile - prosegue la soprintendente - versa in uno stato di grave degrado a causa della «totale mancanza di cure e di manutenzioni» imputabile al Municipio proprietario, venuto meno ai doveri contemplati dal Codice dei beni culturali. Ciò premesso, la Bonomi esprime «sconcerto» per la decisione di alienare la villa, nonostante il sostegno statale, alla faccia del «pubblico godimento» e della «pubblica fruizione». E conclude attendendo chiarimenti «urgenti».Toni pesanti nelle relazioni tra pubblici enti, senza neppure accompagnati dai rituali saluti. Ai quali, nella tarda mattinata di ieri, replica Giorgi, che, in qualità di titolare dell'Immobiliare, ha la responsabilità politica del Piano delle alienazioni. Risposta in tre atti. Il primo: per la verità - scrive Giorgi - l'inserimento di villa Cosulich tra i beni da vendere risale al febbraio 2018, cioè a tre anni fa. Decisione preparata - passiamo al secondo atto - dalla delibera 1904/2017 della giunta regionale targata Serracchiani, che autorizzava la cessione dell'immobile, mentre l'annesso parco sarebbe rimasta proprietà del Comune. Ma perché la Regione interveniva in merito a un bene comunale? Una storia complessa lunga più di trent'anni. Villa Cosulich era stata acquistata dal Burlo Garofolo, intenzionato a trasformarla in centro di assistenza per cerebropatici. A sua volta il Municipio, avendo allora ritenuto di ampliare le competenze in quel comparto assistenziale, aveva chiesto al Burlo di cedere il compendio: così nel 1989 la Regione autorizzava l'istituto a passare la mano. Nel 1997 il Comune, a guida Illy, destinava all'assistenza dei cerebropatici lo stabile ex Ipami in strada di Fiume e chiedeva così alla Regione di mutare la disponibilità di villa Cosulich, ottenendo il sì dell'ente sopraordinato. La delibera 1904/2017 prosegue così il suo racconto: nel 2000 il Comune provvedeva a riqualificare il parco, aperto alla cittadinanza, e nel 2008 la villa otteneva la dichiarazione di interesse culturale. Ma le giunte Dipiazza e Cosolini non riuscirono a concretizzare le ipotesi di riconversione a fronte dei sempre più cogenti vincoli di finanza pubblica e in considerazione di altre priorità di carattere programmatico. Villa Cosulich non è «un bene strettamente funzionale ai fini dell'ente proprietario», quindi venderla - scriveva la delibera - può diventare occasione di valorizzazione da parte di privati acquirenti. Per cui l'interesse pubblico può essere soddisfatto utilizzando il ricavato della vendita per ristrutturare, ampliare, manutenere altri immobili destinabili a finalità collettive. Naturalmente Giorgi, replicando a Bonomi, allega la delibera. E aggiunge malizioso - siamo al terzo atto - che magari il ministero esercitasse nei confronti di villa Cosulich la prelazione prevista dall'articolo 60 del Codice dei beni culturali «cosicché da poter poi destinare il bene a un uso istituzionale». Infine l'assessore, qualora non si realizzasse la vendita, non esclude altre soluzioni, come, per esempio, un partenariato pubblico-privato: ne parlerà con la collega Elisa Lodi.

Massimo Greco

 

Il tema al voto in III circoscrizione Lisi annuncia il «no alla vendita»
La presidente del parlamentino, esponente del M5s: «Si metta a posto invece lo spazio verde. I soldi ci sono»
Continua a battersi per Villa Cosulich la presidente della Terza circoscrizione Laura Lisi, che a febbraio aveva anche promosso un incontro a distanza tra i bambini di due classi elementari della Saba e la soprintendente dei Beni culturali Simonetta Bonomi, per presentare il progetto degli alunni, dal titolo "Salviamo Villa Cosulich". I piccoli avevano esposto con grande fantasia e impegno idee e progetti per valorizzare l'area, con tante iniziative studiate per la gente, con proposte per tutte le età, dai bambini agli anziani. «Proprio Bonomi ha scritto al sindaco, al presidente del Consiglio comunale e anche a me - spiega Lisi - una mail dove chiede urgenti chiarimenti sulla grave decisione di disfarsi di un bene tutelato. La Terza circoscrizione deve votare una proposta di alienazione per la villa, persino ribassata del 50%, ovviamente il mio voto - anticipa Lisi - e quello del Movimento 5 Stelle, rispetterà la volontà dei bambini, della soprintendente, della comunità ma anche la volontà testamentaria, espressa dalla famiglia Cosulich, che ha desiderato - rammenta l'esponente pentastellata - donare questo bene prezioso alla città». Lisi ricorda come «il parco sia un bene da tutelare, ci troviamo in una zona popolosa, come il rione di Roiano e anche quello di Gretta, che può contare su un unico spazio verde, il giardino della villa. Considerando che i soldi ci sono, è arrivato il momento di rimettere a posto tutto, si tratta di un intervento indispensabile e la scelta di alienare l'edificio - ribadisce infine Lisi - è più che inopportuna».

Micol Brusaferro

 

Sala Tripcovich addio e il futuro della piazza: ecco gli undici motivi per cui l'area è cruciale

Il docente di Storia dell'arte contemporanea, Contessi, analizza la situazione dell'ex stazione autocorriere. "Sì a un concorso di idee"

E finalmente fu il Vuoto, ciò che tutti temono, afflitti dal famoso horror vacui degli antichi, che miete vittime anche fra moderni e postmoderni. Che fare? Che dire? Naturalmente stiamo parlando dell'area che si renderà disponibile una volta abbattuto il sordo volume dell'ex Stazione autocorriere, progetto non fra i migliori di Umberto Nordio, trasformato frettolosamente, ma a fin di bene, in sala teatrale da tempo dismessa e da taluno rimpianta. L'area in questione è cruciale per più d'un motivo. 1) È parte dell'ingresso, diciamo così monumentale, della città di Trieste. Un ingresso bastantemente integro, qua e là compromesso da qualche smagliatura, nel suo dispiegamento di una cortina di edifici ottocenteschi di grande dignità. 2) La natura del luogo è quella di una vasta piazza trattata a giardino secondo un modello abbastanza diffuso (vedi la piazza Carlo Felice antistante alla Stazione ferroviaria di Porta Nuova a Torino, tuttavia più regolare e integra di quella triestina. Una sorta di esedra porticata). 3) Si sarà ben compreso che la misura della monumentalità, specialmente nel XIX secolo, non è estranea all'architettura dei servizi. Essa, nella fattispecie, consiste in una stazione ferroviaria e un grandioso silo cui, in età novecentesca, si sono aggiunti gli ingressi "ufficiali" del Porto vecchio. 4) Là dove venne costruita la stazione delle autocorriere (anni Trenta del Novecento) si trovava una prosecuzione per così dire "laterale" del giardino antistante alla stazione. Il monumento all'imperatrice Elisabetta era collocato davanti al prospetto del Silo. 5) Stante l'assetto fondamentale dell'area non è difficile comprendere come, pur secondo l'ideologia utilitaristica che storicamente presiede all'ethos triestino (e non potrebbe essere diversamente), il corpo di fabbrica della Stazione delle autocorriere costituiva un accidente tra Stazione ferroviaria e Silo. Ciò sebbene il nesso tra trasporto su rotaia e su gomma, come si usa dire, appaia evidente a ciascuno. Se non fosse stata riciclata come sala teatrale, oggi a nessuno verrebbe in mente di commuoversi a causa dell'eliminazione di una stazione autocorriere ormai degradata. Un luogo comune vuole che la storia non si faccia con i se e ciò probabilmente ha qualche fondamento, ma la critica storiografica ragiona frequentemente proprio sui se. 6) Ed ora il problema del dopo, ovvero, che fare? I grandi vuoti spaventano e producono coazione al riempimento purchessia; succede anche negli arredamenti domestici cari a tante persone. E si tratta, per lo più, di superfetazioni inutili. Non pertanto ci si deve ispirare alle forme dei minimalismi oggi di moda. A Pietroburgo, che però è nata come capitale imperiale nel 1703, non mancano gli spazi vuoti che giovano molto all'immagine della città. Ora, a prescindere dall'abitudine triestina di sparare a zero su qualsiasi progetto, sì certo, perché lo status quo è rassicurante come hanno insegnato i tardi anni dell'Impero austro-ungarico, ora, si diceva, a prescindere, visto che è stato affidato a un valente architetto tedesco l'incarico di studiare la sistemazione "paesaggistica" del Porto vecchio, non parrebbe sbagliato che proprio a lui venisse affidata la curatela dell'area su cui prima insisteva l'edificio di Nordio. Ma un concorso di idee non guasterebbe, purché seriamente e convintamente bandito. 7) La questione è delicata come lo è in generale la sistemazione delle piazze per le quali ciò che va categoricamente evitato è di cadere nell'equivoco provinciale che la soluzione risieda nel cosiddetto "arredo urbano". Le città non ne hanno bisogno. Less is more proverbialmente sentenzierebbe Mies va der Rohe. Le piazze triestine non godono di buona fama, essendo spazi di risulta della incalzante urbanizzazione moderna (quella seguita alla proclamazione del Porto Franco, 1719) per capirci. L'orrore della piazza Goldoni, già stigmatizzato a fine '800 da Camillo Sitte ed eguagliato solo a Losanna da Place de la Riponne, avrebbe potuto essere attenuato da sguardi meno provinciali e dunque sprovveduti della amministrazione civica. Varrà la pena di ricordare che il padre della patria tergestina, Domenico Rossetti, che era persona colta ma non faceva il sindaco, sognava una Trieste palladiana, mentre oggi si lascia agonizzare il Palazzo Carciotti, gioiello dell'umanesimo mercantile triestino, nell'indifferenza dei più e confidando in un suo futuro alberghiero o che altro, senza rendersi conto che anche per la dimora-fondaco dell'imprenditore greco andava bandito un concorso di idee, ma per farle poi proprie. 8) Quello che Sitte non aveva bene colto era la qualità di piazza della Borsa, tipica piazza austriaca oblunga con colonna che regge un Leopoldo e non Carlo VI, che sta in piazza Unità, prego. Ora, piazza della Borsa è il perno di un sistema di tre piazze che si compenetrano: le altre due, ad evidenza, sono la stessa piazza dell'Unità e quella su cui si affaccia il Teatro Verdi. Che cosa c'entri, in un contesto coerente siffatto, la ridicola e mediocre statuina multipla dannunziesca lo sa solo chi l'ha rifilata alla città, che si fa convincere da qualsiasi pifferaio che la confermi nel suo narcisismo e nella sua autoreferenzialità fatta di luoghi comuni, ovunque ribaditi fino alla sfinimento. 9) A distanza di secoli due grandi figure della storia dell'architettura occidentale, Etienne Louis Boullée e Frank Lloyd Wright (fine Settecento per il primo, Novecento l'altro) si chiedevano perché alle persone destinate o comunque preposte ad amministrare la Cosa pubblica non venisse impartita una istruzione minimale riguardante architettura e urbanistica. Forse, fatti salvi i limiti del gusto di ciascuno di noi, determinate circostanze neppure si verificherebbero. 10) Tema delicato la piazza. Particolarmente a Trieste, s'è visto. Le piazze bisogna saperle trattare. Sitte sosteneva che statue e monumenti in genere andavano collocati ai margini, per non compromettere la utilizzabilità del sito. Il quale, con la goliardata del tallero in piazza Ponterosso, griderebbe vendetta al cielo nei secoli. E come se non bastasse, le onde marine, gradite a qualcuno, in mezzo a una piazza Unità già arricchita da un supermercato. Vivente Marcello Mascherini certe idee non avrebbero trovato cittadinanza, neppure per un giorno. Via, alla città che si vuole cosmopolita non si addice Strapaese. 11) Infine. Eravamo partiti da Largo Santos che, a sua volta, è parte di un sistema urbano in cui si fronteggiano parti di città che afferiscono a enti e/o istituzioni diversi: Comune, Autorità Portuale, Ferrovie dello Stato. Difficile tentare di sciogliere tutti i nodi in una volta sola. Ma andrebbe, andrà? Compreso che, per la rilevanza dell'intera area, risolvere un nodo non basterà se altrove tutto sarà come prima. Ogni triestino che faccia uso del treno e pure qualche croato o sloveno, si sarà reso conto del degrado del corridoio selvaggio ubicato fra il fianco del Silo e quello della Stazione ferroviaria. Una scarpa e una ciabatta? No, grazie. I tempi cambiano, in fretta. Quando Elena Croce, Giorgio Bassani e altri cittadini eminenti del Paese diedero vita all'associazione Italia Nostra, tuttora operante, sebbene appannata, molti, non troppi si entusiasmarono. Un ecologismo anche lievemente piagnone ne ha preso il posto. E tra porti e riporti, nuovi e vecchi, ogni città individua i suoi temi di affezione. Chi vivrà, vedrà. --*Professore ordinario di Storia dell'arte contemporanea all'Università di Torino

GIANNI CONTESSI

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 6 luglio 2021

 

 

Ferriera, Fedriga va in pressing su Roma
Dopo un incontro con l'ad di Arvedi il presidente s'impegna a sollecitare l'accelerazione dell'iter per la riconversione dell'area

Trieste. Il gruppo Arvedi ha presentato ieri alla Regione la lista delle pratiche in ritardo nel percorso di riqualificazione della Ferriera e il presidente Massimiliano Fedriga si è impegnato a fare pressing su ministeri e Agenzia del Demanio, affinché vengano sbloccate le autorizzazioni ambientali ancora ferme e si trovi la quadra sul percorso di sdemanializzazione e permuta delle aree. L'ad di Acciaieria Arvedi Mario Caldonazzo si è confrontato ieri anche con il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino, da cui dipende la modifica del piano regolatore del porto per consentire l'edificazione dei volumi del nuovo laminatoio. Dopo la lettera indirizzata a Fedriga nei giorni scorsi per denunciare la lentezza della burocrazia e il rischio per lo sviluppo del business plan da 330 milioni (di cui 50 coperti dal Mise), Caldonazzo ha fatto presente al governatore che il punto più delicato è quello della permuta dei terreni, perché oggi il laminatoio sorge su una superficie in concessione. L'Accordo di programma prevede uno scambio, che assegni definitivamente ad Arvedi i terreni del laminatoio (rendendo invece demaniali gli attuali terreni privati dell'area a caldo): la società la considera condizione indispensabile per edificare le nuove parti dell'impianto, che ospiterà linee aggiuntive di verniciatura e zincatura. L'impresa ha inoltre evidenziato che dai ministeri competenti ancora non arriva la firma che autorizza la demolizione delle palazzine, dopo che le parti metalliche sono state tutte asportate e gli altoforni ridotti alle sole fondamenta. Al palo anche la Conferenza dei servizi che deve autorizzare la messa in sicurezza, ovvero la realizzazione dei piazzali in calcestruzzo che tomberanno i terreni inquinati. «Siamo fermi», è stata la conclusione di Caldonazzo, che nel frattempo ha già fatto partire gli ordini per i nuovi impianti di laminatoio e centrale elettrica. L'ad ha sottolineato l'importanza del progetto e la sua valenza di modello nei processi di decarbonizzazione e produzione industriale a basso impatto, oltre che di riconversione di un impianto a zero esuberi. L'ad ha rivendicato la solidità del piano industriale e la serietà delle intenzioni di Arvedi, che ha scelto di rimanere a Trieste pur in presenza di un clima spesso ostile nei confronti dello stabilimento. Da qui la richiesta alla giunta di condurre un'opera di moral suasion sulle istituzioni centrali. Gli ottimi rapporti di Fedriga con il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti sono noti e la Lega Fvg esprime inoltre la pordenonese Vannia Gava come sottosegretaria del ministero della Transizione ecologica. Dopo l'incontro, il presidente ha sottolineato che «l'impresa riconosce la celerità della Regione per quanto riguarda le nostre competenze. Siamo alleati delle imprese che vogliono investire e daremo una mano per quanto possibile, facendo un'opera di sensibilizzazione sugli organi competenti a livello nazionale. Le questioni principali sono legate al Demanio. La grande sfida del Pnrr per trasformare il paese sono le semplificazioni e le velocizzazioni dei processi: se avverrà, avremo una crescita strutturale». Sulla questione lavorerà la sottosegretaria Gava, almeno per quanto riguarda la parte ambientale: «La Conferenza istruttoria per la messa in sicurezza dei terreni si è tenuta nei primi di maggio e i pareri degli enti sono tutti arrivati. Entro luglio dovrebbe arrivare la convocazione della Conferenza decisoria, dopo la valutazione della documentazione. Cerchiamo di fare le cose presto e bene». Rispetto alla firma mancante sull'autorizzazione a demolire, Gava ha precisato che «abbiamo trovato molte autorizzazioni ferme: se basta la firma del ministro la manderemo subito avanti. C'è tutto il supporto ad Arvedi e alla Regione per partire presto».

Diego D'Amelio

 

«Sulle Noghere vanno coinvolte le parti sociali» - il focus della CGIL
«Sosteniamo da anni la necessità di nuovi investimenti produttivi in relazione con le attività del porto. E i progetti, in particolar modo quelli nuovi, devono garantire delle produzioni che siano sostenibili da un punto di vista ambientale e devono garantire ricadute economiche e sociali sul territorio in cui insistono»: lo ha detto il segretario generale Cgil Trieste Michele Piga al termine dell'ultima riunione, svoltasi nei giorni scorsi ad Aquilina, incentrata sul nuovo insediamento industriale nella valle delle Noghere. Impatto ambientale, atmosferico, terrestre e marino: questi i punti su cui si è focalizzato il dibattito promosso dalla Cgil. Ma si è discusso anche di tematiche legate alla logistica e alla mobilità, insieme proprio all'incertezza sulle ricadute economiche sul territorio, sia in termini di occupazione che dal punto di vista del rilancio delle imprese artigiane. «Sollecitiamo - così Piga - il presidente della Regione Massimiliano Fedriga affinché istituisca una cabina di regia che coinvolga, oltre alle istituzioni e all'impresa, le rappresentanze sociali, per la necessaria trasparenza».

(lu.pu.)

 

 

Un milione per rimettere a nuovo il "cuore" di piazza Sant'Antonio
L'assessore Lodi spiega si tratterà di un intervento «conservativo» - La collega Tonel studia il trasloco dei commercianti in Ponterosso
Il budget per ridare decoro a piazza Sant'Antonio è salito a due milioni con la manovra estiva presentata alcuni giorni fa dalla giunta e prossima a essere sottoposta all'esame del Consiglio comunale. Si tratta forse dell'intervento più significativo tra quelli che riguardano i Lavori pubblici, perché consentirà il completamento della riqualificazione riguardante l'ultima piazza centrale ancora senza cosmesi. La milionata aggiuntiva, in attesa di ratifica consiliare, sarà destinata alla parte che si estende in mezzo allo spazio urbano, ovvero quella dove si apre la vasca senza acqua e dove operano i banchetti del mercato alimentare e floreale. L'assessore Elisa Lodi, che sul punto agirà in stretto contatto col sindaco Dipiazza assai sensibile in tema di piazze (soprattutto in periodo elettorale), mette le mani avanti, avvertendo che il recupero sarà di «tipo conservativo», cioè senza cambiare l'attuale assetto dell'area. Non essendo ancora disponibile la risorsa, non è ancora avviato l'iter progettuale per questa seconda fase.Ma una cosa è certa: quando, ormai nel prossimo anno (e con la prossima giunta), si procederà con il restyling della parte centrale della piazza, sarà necessario garantire preventivamente il nuovo parcheggio per i commercianti, che in piazza Sant'Antonio hanno una sistemazione provvisoria.Ecco perché, d'intesa con la collega Lodi, l'assessore al Commercio Serena Tonel utilizzerà una posta di 100.000 euro per studiare la futura collocazione di verdure, frutta, fiori, formaggi, salumi: collocazione che, con ogni probabilità, coinvolgerà Ponterosso, tradizionale sito delle "venderigole". «Porgeremo attenzione all'arredo urbano - spiega la Tonel - cercando soluzioni che trasformino il mercato in un momento attrattivo per i turisti».Avanti invece con la prima fase della piazza, quella che concerne i cosiddetti "baffi", ovvero le corsie laterali che saranno ripavimentate con i masegni. È ormai pronto il progetto esecutivo, quindi la Lodi conta che il cantiere, "armato" da 1 milione, possa decollare in autunno.

Magr

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 5 luglio 2021

 

 

Cinghiali partiti da Lussino a nuoto fino all'isola di Sansego

Lussino. Un episodio impensabile fino a poco tempo fa: a Sansego (Susak) sono apparsi i cinghiali. Un piccolo branco si è stabilito sull'isola (300 residenti, di cui un centinaio di abitanti fissi per 12 mesi l' anno e gli altri presenti durante i weekend), dove finora questi animali non si erano mai visti. Hanno raggiunto Sansego a nuoto a quanto pare senza eccessivi problemi.Già la scorsa estate alcuni pescatori dell'arcipelago di Cherso e Lussino avevano segnalato di avere visto esemplari nuotare imperterriti verso Sansego. Il punto di partenza? L'isola di Lussino, da anni occupata da questi animali alloctoni che impensieriscono i residenti.Il tutto ha avuto inizio una quarantina d'anni fa, quando nella riserva di caccia di Cherso furono introdotti diversi cinghiali e daini per compiacere il turismo venatorio. L'intento era quello di accelerare su questa attività, che aveva peraltro negli italiani i clienti più fedeli. Poco tempo dopo essere stati portati sull'isola nordadriatica, i cinghiali (e anche i daini) sono riusciti a fuggire dall'area recintata, sistemandosi un po' ovunque a Cherso e in seguito a Lussino. Una presenza deleteria, la loro, perché oltre a danneggiare parecchi muretti a secco - uno dei simboli di questo arcipelago - i cinghiali hanno messo in ginocchio gli allevamenti di ovini.Il problema cinghiali era sorto una ventina d'anni fa anche a Veglia, ma i cacciatori dell'isola lo hanno risolto. Così non è stato invece a Cherso e Lussino, dove gli animali si sono riprodotti in modo esponenziale. La vicenda ha visto coinvolte anche autorità statali e della Regione quarnerina, ma finora non è stata trovata una soluzione adeguata.Come si diceva, la presenza dei cinghiali impensierisce la popolazione. Una decina d'anni fa un residente era stato aggredito da un branco di cinghiali mentre stava camminando lungo la strada che collega Lussinpiccolo e Lussingrande. L'uomo era riuscito a fuggire, prendendosi un bello spavento. È questo soltanto uno dei tanti incontri ravvicinati fra uomini e animali che continuano a susseguirsi. L'altro giorno un residente a Sansego intanto è riuscito a riprendere con il suo cellulare diversi cinghiali che scorrazzavano lungo la strada tra Sansego Alta (la parte più antica dell'abitato) e il faro.Anche su quest'isola la sorprendente presenza degli sta generando un po' di preoccupazione tra i locali, che temono eventuali attacchi da parte di animali impauriti o preoccupati per i propri cuccioli.

Andrea Marsanich

 

Tartaruga marina salvata da un diportista al largo e ricoverata a Terranova - AVEVA DUE AMI INFILZATI IN BOCCA

Rimarrà ricoverato almeno una settimana nel Centro di recupero della fauna selvatica di Terranova (San Canzian d'Isonzo) il giovane esemplare di Caretta Caretta rinvenuto sabato pomeriggio da un diportista nella zona di Muggia, dove l'animale nuotava con l'amo di una lenza da pesca infilzato nella bocca, senza avere la possibilità di liberarsene. Il diportista ha subito contattato la Capitaneria di Trieste e ha consegnato la tartaruga ai militari della Guardia Costiera in zona Sacchetta. Qui l'animale è stato sbarcato e accudito secondo le indicazioni del Centro di Terranova, l'unico del Friuli Venezia Giulia autorizzato a ospedalizzare la specie, protetta e quindi sottoposta a particolari regole di tutela, nelle vasche piene di acqua salmastra di cui è dotato. Il gestore del Centro, Damiano Baradel, ha attivato il veterinario Stefano Pesaro che ha preso in carico l'animale, occupandosi del trasferimento a Terranova assieme ai volontari dell'associazione DelTa (Delfini e tartarughe in Alto Adriatico) di Trieste. «L'animale, con un carapace di circa 40 centimetri di lunghezza e quindi circa 10 anni di età, aveva due ami in bocca - spiega Tommaso De Lorenzi, vicepresidente dell'associazione DelTa -. Uno gli è stato tolto forse già sull'imbarcazione, mentre sull'altro è dovuto intervenire il veterinario, che poi ha somministrato degli antibiotici all'animale, tutto sommato in buone condizioni. Per fortuna non ha inghiottito gli ami». La Caretta Caretta dovrebbe quindi rimanere almeno una settimana nelle vasche del Centro di recupero della fauna selvatica, autorizzato dalla Regione anche per la fauna esotica. «Questa è una storia a lieto fine - afferma De Lorenzi -, grazie anche alla sensibilità del diportista, che ha chiamato subito la Capitaneria, attivando una rete di collaborazioni capace di fornire una risposta adeguata all'esigenza di salvaguardia, ancora esistente, della specie. Nelle ultime tre settimane abbiamo ricevuto la segnalazione di due tartarughe marine decedute a Grado, una a Muggia e una ai Filtri». I pericoli per la tartarughe marine sono rappresentati dall'impatto con scafi ed eliche, bycatch (pesca non volontaria), pesca industriale (strascico, palamiti), inquinamento da plastiche. Il periodo del lockdown ha inciso poco, in realtà, perché la pesca non è mai diminuita nel golfo di Trieste, area di foraggiamento per la Caretta Caretta, che depone le uova molto più a sud.

Laura Blasich

 

 

Magazzini Greensisam depennati dalla lista dei beni da vendere

La giunta Dipiazza modifica la delibera di giugno perché attende tutte e 5 le stime sugli edifici posizionati all'inizio di Porto vecchio

Cucù, i magazzini opzionati dalla Regione non ci sono più. Cosa è successo ai 5 edifici del cosiddetto "villaggio Greensisam", che erano stati inseriti nel Piano alienazioni 2021-23 del Comune? È successo che una delibera, portata in una recente giunta dall'assessore all'Immobiliare Lorenzo Giorgi, li ha momentaneamente depennati dall'elenco dei beni da vendere. Vediamo perché. Antefatto. I 5 magazzini, posizionati all'inizio di Porto vecchio tra il Molo IV e i varchi di largo città di Santos, sono al centro di una trattativa destinata a sbloccarne il mancato utilizzo: concessi a Pierluigi Maneschi nel 2005, l'antico progetto di trasformarli nella sede europea di Evergreen non è mai decollato. Per cui l'erede Antonio si trova a pagare un affitto annuo di 513.000 euro al Comune e cerca una soluzione per affrancarsi dalla gabella. La ricetta elaborata sembra salvifica: i due magazzini 1-3 bordo-mare rimarrebbero a Maneschi, i retrostanti 2-4 verrebbero presi in carico dalla Regione che li trasformerebbe in uffici, il 2A si candiderebbe a diventare un parcheggio. C'è stato anche un passaggio confirmatorio in Consiglio regionale un anno fa, in occasione del dibattito sull'assestamento di bilancio. Il Municipio ha iscritto i cinque magazzini nell'albo dei beni alienandi a 7,4 milioni. Onde fissare il prezzo per l'asta e ricalibrare la locazione, lo scorso anno il Comune, proprietario dei cinque stabili dopo il trasferimento di Porto vecchio, ritiene opportuno affidare la stima degli stabili a uno dei maggiori esperti nazionali, il professor Stefano Stanghellini. Docente e professionista che ben conosce Trieste, avendo operato su Porto vecchio, su Cittavecchia, sugli ex ospedali Santorio e Maddalena. Gli viene riconosciuta una parcella onnicomprensiva di 44.000 euro. Il professore si prende alcuni mesi per redigere la perizia. A fine maggio Stanghellini è già in grado di anticipare le prime due quotazioni, che riguardano i magazzini 2-4, quelli in predicato di passare alla Regione. Il "2" sale da 2,7 a 4,4 milioni mentre il "4" cresce da 2 a 5 milioni. In complesso la stima degli edifici destinati alla Regione raddoppia a 9,4 milioni. L'Immobiliare, nel preparare la delibera che aggiorna il Piano alienazioni, riporta il nuovo prezzo. La notizia rimbalza sugli organi di informazione e in Regione - da quanto è dato sapere - non la prendono bene. Pare che lo stesso governatore Fedriga si sia fatto vivo con Dipiazza. In Municipio si decide così di gettare acqua sul fuoco: in attesa che Stanghellini proceda alla stima degli altri tre magazzini, i cinque stabili sono depennati dal Piano alienazioni. E cosa succederà quando il professor Stanghellini avrà completato l'incarico, presumibilmente entro la fine del mese corrente? Le stime sui magazzini destinati alla Regione cambieranno? Stanghellini avrà mutato opinione? La delibera "emendata" andrà in Consiglio comunale. Se mancheranno gli asset Greensisam, ci saranno comunque altri argomenti da dibattere: per esempio, il crollo di villa Cosulich da 1,9 milioni a 900.000 euro e la cessione dell'ex Duke - comprato per diventare il nuovo Mercato ortofrutticolo - a 1,5 milioni. Dove andranno i grossisti di frutta e verdura? Forse la risposta arriverà a fine mese, se l'ex Manifattura tabacchi sarà venduta a Francesco Fracasso.

Massimo Greco

 

 

L'Ostello Tergeste va all'asta per il fallimento della proprietà

Il gestore dell'attività ricettiva e di ristorazione, Giovanni Tosto, continua a operare e assicura: «Eserciterò il diritto di prelazione per proteggere quanto costruito» È in vendita all'asta l'Ostello Tergeste di viale Miramare. Un immobile oggi adibito ad attività ristorativa - molto apprezzata anche da tanti triestini - e ricettiva, in uno degli angoli più suggestivi della città. Va precisato che, forte di un contratto di affitto di ramo d'azienda che scade a fine 2025, il cambio di proprietà - qualora si concretizzi - non potrà per ora incidere sull'attuale gestione. Ma in futuro sì. A trascinare all'asta l'ostello è il fallimento dell'Associazione Italiana Alberghi delle Gioventù (Aig). La base d'asta è di 1 milione 115 mila euro. Il rilancio minimo è stato fissato a 10 mila euro, con una cauzione prevista di 167.250 euro, oltre ai diritti d'asta. Aig è stato un ente storico italiano fondato nel 1945, e dal 1° luglio 2019 si trovava in procedura fallimentare avviata dal Tribunale di Roma. Il suo fallimento ha messo in seria difficoltà la maggior parte degli ostelli del Paese. L'esame delle offerte è stato fissato per le 10 del 22 luglio prossimo. La gara - che si svolgerà in modalità telematica - avrà inizio alle 12 della stessa giornata e terminerà alle 15. La vendita dell'Ostello Tergeste include «il ramo d'azienda in fallimento di viale Miramare 331 - scrive l'avviso di vendita -, attualmente condotto in affitto di ramo d'azienda in forza ad un contratto di affitto che ha scadenza a fine 2025, con un canone annuo di 53 mila euro più iva, ridotto a fronte dell'emergenza Covid del 50% per tutto il 2021». Questo contratto prevede espressamente il diritto di prelazione a favore dell'affittuario per l'acquisto. Dunque, l'attuale gestore della parte ricettiva e del ristorante potrebbe essere il primo a farsi avanti per aggiudicarsi l'immobile. L'importo fissato come base d'asta include il complesso immobiliare con destinazione ricettiva composto da 13 camere - più della metà interrate - per un totale di 68 posti letto (valore di stima 1 milione e 50 mila euro), degli arredi per un valore di 13 mila euro e beni immateriali e licenze commerciali per un valore di 52 mila euro. Nel 2015 l'Aig aveva tentato un piano di dismissione del proprio patrimonio immobiliare nell'intero Paese, mettendo in vendita l'immobile triestino a due passi dal Castello di Miramare per ben 5,6 milioni di euro. Un prezzo totalmente fuori mercato, e infatti quel tentativo di alienazione non andò a buon fine. Va tenuto conto che sull'immobile insistono alcuni vincoli della Soprintendenza. «Combatterò con tutte le mie forze per proteggere quello che con tanti sacrifici io e le persone che lavorano con me abbiamo costruito in 11 anni - sottolinea rammaricato Giovanni Tosto, il titolare della società che oggi con un affitto di ramo d'azienda gestisce la struttura e che, di fatto, è costretto suo malgrado a subire questa vicenda -. Abbiamo sempre pagato regolarmente l'affitto - aggiunge - e la pandemia ha dato una vera mazzata alle strutture ricettive in generale, ma in modo particolare agli ostelli». Tosto spiega, infatti, che il virus ha fatto venir meno quello che era il core business di queste realtà: «La caratteristica degli ostelli è quella di far condividere una stanza a più persone, a clienti diversi, mentre ora per le questioni ormai note possiamo ospitarci solo persone singole, una coppia o una famiglia».Testimoniando quanto i triestini anche questa estate, con la loro presenza, stiano dando prova di forte affetto per l'Ostello Tergeste, Tosto anticipa: «Eserciterò il diritto di prelazione, anche per tentare di difendere il futuro delle 10 famiglie che vivono di questa realtà».

Laura Tonero

 

 

Gal Carso, 812 mila euro per agricoltori e imprese che vogliono innovare - IL BANDO PUBBLICATO SUL BUR

Trieste. Ammontano a 812 mila euro le risorse inserite nel bando predisposto dal Gal Carso e indirizzato ad agricoltori e aziende della trasformazione impegnate in processi di innovazione. Il bando, denominato "S10", è stato pubblicato sul Bollettino ufficiale della Regione (Bur) e si rivolge a soggetti aventi sede legale o unità operativa locali. «Si tratta di un bando - ha detto il presidente del Gal Carso, David Pizziga - atteso da tempo. Siamo in una fase di profonda trasformazione e perciò ci soddisfa poter mettere nuova energia a disposizione della comunità». Saranno finanziati i progetti finalizzati a introdurre l'innovazione nella produzione, trasformazione e valorizzazione dei prodotti agricoli e loro derivati, in particolare consolidando le reti di impresa e l'aggregazione a livello locale. Il tutto senza stravolgere la produzione primaria, migliorando i processi produttivi, riducendo la pressione sull'ambiente naturale, incrementando la produzione agricola tipica dei diversi comparti produttivi, mantenendone alto il livello qualitativo. Entreranno nel novero anche le attività di valorizzazione e promozione dei prodotti oggetto di finanziamento, oltre agli investimenti in macchinari e attrezzature per la coltivazione e l'allevamento, l'allestimento di locali per la trasformazione, la manipolazione, lo stoccaggio e la commercializzazione. Ogni singolo progetto dovrà avere un costo compreso fra i 13 mila e i 135 mila euro. Le aliquote di copertura andranno dal 40% per le attività di trasformazione e manipolazione, fino al 60% per la produzione primaria. Se le domande fossero superiori alle risorse a disposizione, il Gal Carso ne cercherà altre per gli esclusi. Finora il Gal Carso ha sempre soddisfatto tutte le domande ammissibili. Questa la divisione delle risorse più importanti per settore: erbe officinali 96 mila euro, coltivazioni erbacee e arboree 240 mila, apicoltura 90 mila, allevamento bovino, equino e ovi-caprino 120 mila, suinicoltura 210 mila, nuovi prodotti 56 mila. La scadenza per la presentazione delle domande è fissata per il 21 settembre.

Ugo Salvini

 

 

Laminatoio alle Noghere sotto la lente slovena - AMBIENTALISTI E ISTITUZIONI

Muggia. La questione laminatoio alle Noghere travalica il confine e arriva all'attenzione delle associazioni ambientaliste slovene. Nei giorni scorsi si è svolto nella casa della comunità locale di Skofije un incontro sul tema, che ha visto la partecipazione del presidente dell'associazione Alpe Adria Green, Vojko Bernard, e della rappresentante di Wwf Adria, Nevenka Lukic, che hanno illustrato l'impatto della struttura industriale sull'ambiente e le relative conseguenze per la Slovenia. È intervenuto il sindaco di Ancarano Gregor Strmcnik che, sottolineando la vulnerabilità ambientale del suo comune che si trova tra il porto di Trieste e quello di Capodistria, ha rimarcato che richiederà la valutazione d'impatto ambientale per motivi di natura transfrontaliera e che, qualora i risultati dovessero essere negativi, si opporrà a tale progetto per il bene delle persone e della natura con tutti i mezzi legali. Inoltre informerà il coordinamento dei sindaci del litorale che si terrà il 6 luglio, domani. Tra gli ospiti Tiziana Cimolino, dei Verdi Fvg, e i rappresentanti del comitato cittadino di Muggia mobilitato contro il laminatoio.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 4 luglio 2021

 

Pescherecci, base in Porto vecchio. La categoria "Si attrezzi l'area"
Dipiazza annuncia il trasferimento dall'ex Gaslini dove approderanno i rimorchiatori del servizio in golfo
Dovranno trasferirsi in Porto vecchio, per fare spazio, nell'area Gaslini dove operano da anni, ai rimorchiatori di servizio in golfo. È questa la notizia annunciata ieri mattina dal sindaco, Roberto Dipiazza, nel corso di un pubblico incontro che ha visto i pescatori triestini aderenti al settore ittico dell'Associazione generale cooperative italiane dell'Agrital, in stato di agitazione per le numerose problematiche del settore già dallo scorso 12 giugno, confrontarsi con le istituzioni locali e la Capitaneria di porto. E i pescatori locali non hanno reagito bene alla novità: «Non ci sposteremo in Porto vecchio - ha subito replicato Guido Doz, responsabile regionale dell'Agci Agrital - finché l'Autorità portuale non avrà attrezzato l'area individuata per noi come riteniamo necessario per poter svolgere normalmente e in sicurezza il nostro lavoro. Mi riferisco - ha precisato - alla costruzione delle banchine e alla sistemazione degli ormeggi e a tutti i servizi correlati». La necessità di procedere a questa inversione di sedi fra pescatori e rimorchiatori sembra però assoluta: «In questo momento - ha sottolineato il Direttore marittimo e Comandante del Porto di Trieste, contrammiraglio Vincenzo Vitale - i rimorchiatori sono sistemati in un punto del Porto vecchio molto decentrato rispetto al porto industriale della città. Trasferirli qui all'ex Gaslini - ha proseguito - per utilizzare questa struttura a fini commerciali, è una necessità strategica per il porto e per la sicurezza dell'intero scalo». In Porto vecchio dovrebbe trovare spazio l'ottantina di pescherecci che oggi formano la flotta locale; di essi gran parte è ormeggiata nell'area Gaslini, mentre gli altri sono attraccati al molo Venezia. Un'area quest'ultima che è sotto la gestione dell'Assonautica, l'ente istituito da Unioncamere nel 1971, per promuovere l'economia del mare, di cui è presidente, a livello locale, Antonio Paoletti. «Faremo la nostra parte per dare sostegno al settore della pesca - ha promesso quest'ultimo - perché gli strumenti ci sono». Paoletti ha poi ricordato la spesa di 24 mila euro, affrontata dall'Assonautica di Trieste «per liberare i fondali vicini al molo Venezia dalle carcasse di pescherecci affondati, non riconducibili ai legittimi proprietari». Ma ieri è stata l'occasione, da parte dei pescatori locali, di rimarcare anche altri problemi che attanagliano la categoria: «Soffriamo la concorrenza dei pescatori croati - hanno evidenziato - che propongono qui a Trieste il loro pescato a prezzi che noi non possiamo sostenere. Il pesce in golfo - hanno proseguito - sta inoltre diminuendo di quantità e oramai noi stessi, come categoria, ci stiamo assottigliando sempre di più, perdendo in proporzione anche la forza rappresentativa in tutte le sedi. A livello nazionale - hanno poi osservato - non possiamo beneficiare di ammortizzatori sociali e le giornate di fermo pesca, sulla base delle direttive europee, sono in costante aumento». Su questo tema si è soffermato Giampaolo Buonfiglio, presidente nazionale dell'Alleanza cooperative italiane, che comprende Lega coop, Confcooperative e Agci: «Lotteremo su tutti i fronti - ha annunciato - perciò prepariamoci anche a manifestazioni di protesta, perché solo tutti uniti potremo ottenere quei risultati che ci attendiamo per la categoria della pesca».

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 3 luglio 2021

 

 

Ruspe sì o no: così la Tripcovich entra nella corsa pre-elettorale
Centrodestra compatto con Dipiazza per la demolizione - Contrari M5s e Futura. E il centrosinistra si scopre "fluido"
Può, persino un edificio, dividere la politica? Sì, se l'immobile in questione si chiama sala Tripcovich. L'ex autostazione divenuta teatro e poi chiusa dal 2017 irrompe nella campagna elettorale e si ritrova al centro di un dibattito che coinvolge candidati sindaco ed esponenti di liste civiche e partiti, con il centrodestra schierato per la sua demolizione, M5s e Futura su posizioni opposte e un centrosinistra "fluido", con il candidato di Punto Franco Francesco Russo che apre all'abbattimento mentre alcune forze politiche chiamate a sostenerlo contrarie alle ruspe. Il futuro dalla Tripcovich si rivela dunque tema di discussione in vista del voto dopo che la Commissione regionale per il patrimonio culturale, organo collegiale interno al Segretariato regionale del ministero della Cultura per il Fvg, ha deliberato la rimozione del vincolo delle Belle Arti, dando di conseguenza l'ok a una possibile demolizione. Un "sogno", questo, che negli ultimi anni è stato portato avanti con perseveranza dal sindaco Roberto Dipiazza, e ora condiviso da tutto il centrodestra, da Fdi a Fi fino alla Lega. Si chiede di dare spazio all'ingresso di Porto vecchio e di metterci un giardino e magari una fontana (a questo proposito una mozione di Fdi è pronta per essere discussa in Consiglio). Eppure, nel 2008, lo stesso primo cittadino aveva rassicurato, durante l'intitolazione della sala a Raffaello de Banfield, alla presenza di Uto Ughi, che la struttura sarebbe rimasta un teatro, vista anche «l'acustica perfetta». «Solo i paracarri non cambiano idea», afferma 13 anni dopo, usando una delle sue "massime", il sindaco uscente, ricandidato di fatto dal centrodestra: «I soldi per la demolizione ci sono, li troviamo nel bilancio comunale. Dico comunque a chi vuole metterla a posto che servirebbero somme incredibili, tanto è piena di amianto. E poi abbiamo il Verdi, il Rossetti, il Miela, la Contrada, il Teatro sloveno, il teatro a San Giovanni».Se il centrodestra ha un'unica opinione, non appare al contrario altrettanto compatto il centrosinistra, che oscilla tra no e sì. E qualche possibilista, a partire dal candidato sindaco in pectore Francesco Russo: «Non mi spaventa l'idea di abbatterla alla luce del fatto che è da molti anni abbandonata. Tuttavia dico no alle tifoserie, e propongo di metterci tutti attorno a un tavolo per discutere di un piano serio per il dopo, che al momento non c'è. E poi bisogna fare un ragionamento serio, come stiamo facendo noi, sugli spazi culturali della città: quanti sono e dove localizzarli». Gli fa eco Maria Teresa Bassa Poropat dai Cittadini: «Dico no alla demolizione, ma perché non c'è un progetto alternativo valido. È il momento di fare una vera stima dei costi, calcolando che si poteva intervenire molto prima». Il gruppo consiliare Pd, il partito da cui proviene lo stesso Russo, è invece contrario alla demolizione, «perché l'edificio - spiegano la capogruppo Fabiana Martini e il consigliere Giovanni Barbo - è molto funzionale per gli eventi culturali e i festival: non è che tutti gli edifici brutti li buttiamo giù». Sabrina Morena da Open Fvg si definisce contraria alla demolizione («è un teatro che si può ristrutturare»), ma la sua lista civica non ha ancora affrontato il tema internamente. «Mi rendo però conto - aggiunge Morena - che molti di Open sono favorevoli, con l'idea di dare vita poi a un grande giardino. In questo caso comunque porrei un tema: serve individuare uno spazio per i festival del cinema». Trovare una sede per i festival è l'obiettivo anche di Italia viva, con Antonella Grim che non si dice contraria alla demolizione, a patto che non si creino dopo parcheggi, supermercati o spazi vuoti di cemento. Differente l'opinione di Franco Bandelli, candidato di Futura ed ex assessore di Dipiazza: «Siamo contrari, perché non pensiamo che questa amministrazione sia capace di sostituire la Tripcovich con una proposta utile per la città». Si dice possibilista Riccardo Laterza, candidato di Adesso Trieste: «Prima vogliamo sapere che cosa diventerà quell'area. Se ci fosse un progetto valido, diremmo sì, ma al momento non c'è». Alessandra Richetti, candidata per i M5S, dice a sua volta no all'abbattimento: «Riqualificare un'area non significa, per forza di cose, abbattere. Ma anche migliorare l'esistente».

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 2 luglio 2021

 

Assegnato all'asta l'ex hotel Obelisco
Nessun rilancio dopo l'ultima offerta da due milioni e 145 mila euro. Valore raddoppiato in 15 mesi
Stavolta dovrebbe essere quella buona: l'altra mattina, nella sede Sivag di Segrate, si è disputata l'asta per aggiudicare l'ex hotel Obelisco a Opicina nell'ambito del fallimento Gladstone. Poiché è già accaduto in tre precedenti circostanze di ritenere che l'immobile fosse stato venduto e invece per ognuna delle tre circostanze l'aggiudicazione è stata smentita da nuovi rilanci, si eviteranno dichiarazioni apodittiche. Nel centro alla periferia milanese il procedimento è risultato piuttosto coinciso: c'era solo l'offerta di due milioni e 145 mila euro, presentata lo scorso marzo da un operatore misterioso versus la proposta pari a un milione e 950 mila formulata dalla famiglia Andretta, imprenditori dell'ospitalità nell'Adriatico settentrionale. E gli Andretta non se la sono sentita di alzare l'asticella a due milioni e 360 mila: «Abbiamo altre iniziative in ballo a Trieste e ci concentreremo su di esse», ha comunicato il vicepresidente Marco. Così il misterioso acquirente dovrebbe essere il definitivo aggiudicatario dell'albergo abbandonato dagli anni Ottanta. Il collegio dei curatori - tutto milanese formato dall'avvocato de Cesari e dai commercialisti Zonca e Canova - sembrava orientato a considerare come ultimo questo esperimento. Ieri nessuno dei tre professionisti era rintracciabile e, anche se lo fossero stati, il riserbo sulla procedura, a cominciare dall'identificazione del compratore, sarebbe stato inespugnabile. D'altronde, nel giro di un anno e mezzo il valore del compendio Obelisco è volato da 1,2 a oltre 2,1 milioni, quasi raddoppiando la quotazione che era scesa obiettivamente molto in basso e che comunque resta lontana dalla stima di 4 milioni 573 mila euro, che l'architetto milanese Agresta vergò nel lontano 2010. Non è dato sapere cosa intenda realizzare il probabile compratore, ma certo dovrà moltiplicare per 4-5 l'investimento effettuato per la proprietà: i 62 mila metri quadrati dell'area Obelisco sono da rimettere energicamente in sesto. A cominciare dagli 8.500 mq dell'ex struttura ricettiva, per proseguire con il parco, il parcheggio, gli impianti sportivi. Nè Gabriele Ritossa nè gli Andretta, precedenti ed effimeri aggiudicatari, avevano precisato i loro intendimenti, che oscillavano tra riedizione alberghiera, casa di riposo, residenziale. Nella giostra ci fu anche un terzo giro a opera della Matt di Stefano Campestrini, di cui non si seppe alcunchè.A questo punto non resta che attendere l'aggiudicazione definitiva, per cercare di conoscere il nome di chi vuole impegnarsi per rinverdire gli allori del progetto targato Gae Aulenti. E per ritrovare le emozioni di sir Francis Richard Burton, che in quella vecchia stazione di posta tradusse verso la fine dell'800 "Le mille e una notte".

Massimo Greco

 

 

Autorizzazioni lente per la Ferriera - Arvedi: «Rischio di danni ingenti»
L'ad Caldonazzo scrive a Fedriga lamentando il ritardo dei ministeri su procedure ambientali e sdemanializzazione - La replica dell'assessore Scoccimarro: «La Regione ha fatto la sua parte. L'azienda chiede una moral suasion su Roma»
Trieste. Altro che "fast track". Le procedure di autorizzazione sono ferme e il gruppo Arvedi sbotta. Il governo ha inserito le opere previste dal "pacchetto Trieste" nella corsia veloce del Recovery Plan: i 400 milioni finanzieranno anche la riconversione della Ferriera, ma la società è preoccupata che i ritardi sul via libera alle questioni ambientali e alla sdemanializzazione delle aree mettano a repentaglio l'operazione, tanto che l'ad Mario Caldonazzo scrive al governatore Massimiliano Fedriga per chiedere un appoggio a Roma, facendo presente che «il mancato completamento degli investimenti rischia di compromettere anche la continuità aziendale del complesso esistente». Caldonazzo spara alto per sbloccare le procedure che giacciono sulle scrivanie ministeriali. Arvedi e Icop attendono da mesi il semaforo verde del ministero per completare le demolizioni, realizzare i nuovi piazzali e procedere con la permuta fra aree pubbliche e private, che perfezionerà l'ingresso di Icop e dunque di Hhla Plt Italy nel comprensorio, allo scopo di trasformare la superficie di altoforno e cokeria in un terminal logistico. Le cose vanno troppo lente rispetto ai programmi e, in vista di un incontro già fissato con la Regione per lunedì, Caldonazzo sgancia la bomba. «Nel caso in cui il processo di sdemanializzazione e permuta non si concluda in tempi rapidi, Acciaieria Arvedi incorrerà in gravi problemi con i fornitori e subirà ingenti danni economici». E così pure, aggiunge, «qualora insorgano problemi per la costruzione del capannone», ovvero se la Regione non darà parere positivo alla Valutazione di impatto ambientale del laminatoio (in questo caso il confronto non è stato ancora avviato formalmente), di cui la società cremonese sta progettando un ampliamento che richiederà un capannone ex novo, per il quale serve pure la modifica il piano regolatore del porto da parte dell'Autorità portuale. Arvedi rivendica di aver fatto la propria parte: «Nel mese di luglio sarà ultimato lo smantellamento degli impianti dell'area a caldo, gli investimenti previsti nel piano industriale sono stati tutti lanciati». L'accusa implicita è che le istituzioni non stiano procedendo allo stesso ritmo e che la Regione non faccia abbastanza per sollecitarle, dopo essersi intestata la volontà di chiudere la Ferriera di Servola. L'azienda non commenta e fa trapelare solo di non aver gradito l'emergere della comunicazione a Fedriga. Ma di cosa hanno bisogno i privati per procedere? Il primo via libera dipende dai ministri della Transizione ecologica e dello Sviluppo economico, che non hanno ancora controfirmato il decreto che autorizza la demolizione delle parti in muratura rimaste in piedi nel comprensorio. E poi ci sono le conferenze dei servizi che devono autorizzare la messa in sicurezza, ovvero la realizzazione dei piazzali che tomberanno i terreni inquinati. Il Mite ha chiesto agli altri enti interessati di esprimere i propri pareri prima di convocare le riunioni decisorie: i trenta giorni assegnati sono ormai scaduti e nulla si muove, anche se Arpa e Ispra hanno fatto pervenire le proprie richieste di precisazione tecnica a metà giugno. Alla messa in sicurezza partecipa anche il barrieramento della linea di costa, per evitare lo sversamento di inquinanti a mare. Se ne deve occupare Invitalia, ma la società pubblica non procede e, pur avendo incamerato i 41 milioni necessari, da mesi non risponde alle richieste di chiarimenti. L'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro difende l'operato della Regione: «Ci siamo impegnati fin da subito per agevolare l'iter della transizione ecologica di Servola e l'ad Caldonazzo chiede infatti aiuto al presidente, affinché vi sia un'azione di moral suasion nei confronti dei ministeri competenti. Per quanto ci riguarda, già a metà giungo Arpa ha inviato il proprio parere sul progetto di messa in sicurezza di Icop». Sulla questione intervengono anche i sindacati: la Fiom Cgil sottolinea con Thomas Trost che «la Regione si è presa in carico l'operazione della chiusura e della riqualificazione della Ferriera: questo comporta anche l'onere di assicurare i permessi che, a 14 mesi dalla chiusura, sono ancora in attesa di rilascio. Arvedi ha investito tanti soldi e ha bisogno di avere certezze. Fra un anno scade la cassa integrazione e ci sono centinaia di lavoratori esposti».

Diego D'Amelio

 

Laminatoio alle Noghere - Fiom "bussa" a Danieli - la richiesta d'incontro

MUGGIA. Laminatoio alle Noghere, il dibattito continua. L'altro giorno la Fiom del Fvg e quella di Trieste, attraverso i segretari Maurizio Marcon e Marco Relli, hanno richiesto un incontro a Danieli e Confindustria Udine per comprendere gli aspetti tecnici, le previsioni industriali e gli impatti ambientali riferiti all'investimento in terra muggesana. «Investimento giunto attraverso un annuncio pubblico che - così la nota sindacale - ha generato allarme tra la popolazione dell'area interessata, alimentato dalla non conoscenza della natura delle attività, oltre che da una storica avversione per gli insediamenti industriali che molti danni hanno arrecato a quel territorio».Gli esponenti Fiom Cgil dichiarano nella nota di non aver alcun pregiudizio rispetto agli investimenti industriali, ma d'altro canto «siamo assolutamente attenti all'impatto sociale e ambientale che tali insediamenti possono produrre». La nota evidenzia inoltre la presenza, nel territorio rivierasco, di molti abitanti che guardano con timore all'investimento e per questo si stanno organizzando in comitati cittadini. Come nel caso del Comitato Noghere che oggi pomeriggio alle 18 si riunirà, è la quarta volta nell'ultimo periodo, insieme ai componenti di Trieste Verde e Circolo Miani, ai Giardini Europa, come stabilito alla fine dell'assemblea dello scorso 27 giugno. E qui si discuterà di come impostare il nuovo soggetto politico, sorto proprio alla fine dell'ultima assemblea, che si pone l'obiettivo di presentarsi alle prossime amministrative.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 1 luglio 2021

 

 

Cancellato il vincolo sulla sala Tripcovich - Demolizione più vicina
La commissione regionale per il patrimonio culturale ha sancito che l'immobile non è più tutelato dalle Belle arti. Ribaltata la pronuncia romana di oltre un anno fa
La sala Tripcovich non è più un bene tutelato dalle "Belle arti". Lo ha stabilito la Commissione regionale per il patrimonio culturale (CoRePaCu), riunendosi negli scorsi giorni e deliberando la rimozione del vincolo sull'immobile: un caso eccezionale, visto che questa decisione ribalta completamente la scelta presa più di un anno fa da Roma.Tale revisione permetterà quindi al Comune proprietario di procedere alla demolizione: un sogno che il sindaco Roberto Dipiazza porta avanti da tempo. Con l'abbattimento è infatti volontà dell'amministrazione di procedere poi con la riqualificazione dell'ultima parte dell'area di largo Città di Santos e la valorizzazione dell'entrata del Porto vecchio, riportando così la piazza all'assetto ottocentesco. Sarà l'ultimo atto dopo la chiusura dell'importante cantiere di piazza della Libertà che aveva coinvolto in primis la viabilità. È anche questo progetto di restyling che ha infatti spinto a proseguire nella direzione della demolizione la CoRePaCu, organo collegiale interno al Segretariato regionale del ministero della Cultura per il Fvg, che ha competenze in materia di tutela, composto da Roberto Cassanelli, segretario regionale che riveste la funzione di presidente, Simonetta Bonomi, soprintendente Archeologia, belle arti e paesaggio del Fvg, Luca Caburlotto, soprintendente archivistico del Fvg, e Andreina Contessa, direttore della Direzione regionale Musei Fvg oltre che del Museo storico e del parco di Miramare. Le motivazioni sono contenute nel decreto che verrà pubblicato nelle prossime settimane sul sito del Segretariato regionale. Sono stati gli uffici del Municipio circa un mese fa ad aver avanzato la richiesta della rimozione del vincolo, corredata dal progetto di riqualificazione dell'area, dopo aver affrontato negli ultimi tre anni una serie di passaggi che, anche a causa dei cambi di governo e di legge, avevano obbligato l'amministrazione a rivolgersi per la medesima richiesta pure agli uffici del ministero della Cultura. In attesa del documento, a dare alcune delucidazioni sulle motivazioni è Caburlotto. «È stata una decisione concorde fra tutti, approfondita in tutti i suoi dettagli - spiega -. Le motivazioni che stanno a monte hanno un loro punto forte nella revisione di un generale intervento su tutta l'area del Porto vecchio e dell'area contermine, che nel 2006, quando era stata richiesta la verifica dell'interesse culturale, non esisteva. Questo è uno dei punti, ma non è l'unico». Preferisce il "no comment" invece, in attesa della pubblicazione del documento sui canali ufficiali, il soprintendente Bonomi, che si sbilancia solo sul dopo: «Il progetto di riqualificazione dell'area dovrà avere l'ok della Soprintendenza. Il Comune dovrà poi presentare il progetto della demolizione, che riguarda un'area che resta tutelata, a differenza del bene in sé». Non poteva che accogliere con favore la notizia il sindaco Dipiazza. «Mi fa molto piacere che si sia dato l'ok per proseguire verso la demolizione di quella roba brutta e per far diventare l'area una delle più belle piazze della città - afferma -. Faremo una gara per dare l'incarico del progetto di demolizione, che costerà circa 700 mila euro. Ne parlavo proprio stamattina con l'ingegner Giulio Bernetti. Poi verrà dato il via alla gara per l'impresa che si occuperà dell'intervento. Penso che indirò anche un concorso di idee sulla piazza: prima volevamo posizionare in mezzo la statua di Sissi, ma penso ci siano delle proposte più intelligenti. Ne parleremo con l'architetto Andreas Kipar, incaricato dal Comune per lo studio paesaggistico dell'antico scalo». Tempistiche? «Non chiedetemele, non si può mai sapere in Italia. Diciamo entro la fine del mio prossimo mandato». Sul restyling della piazza commenta così l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli: «Sarà un percorso portato avanti in accordo con la Soprintendenza, cercando di ricostruire l'idea originale di progettazione della piazza e dare quindi visibilità alle mura di Porto vecchio».

Benedetta Moro

 

«Senza quell'edificio si finirà per contemplare un muro oppure Sissi» - Il comitato Ripensiamoci
«Andiamo a vedere le foto dell'800: presentavano una piazza Libertà dove si vedeva il mare, ora c'è un muro. Senza la sala Tripcovich, diventerebbe la contemplazione di un muro o della statua di Sissi: è un recupero per modo di dire, non è lo stesso scenario di due secoli fa. La demolizione è l'assenza di fantasia che c'è oggi. Basterebbe invece poco per immaginare una soluzione diversa, anche per i giovani». A opporsi all'idea di una demolizione della sala Tripcovich è la triestina Ambra Declich Grandi che, con la scenografa Elena Zamparutti, ha dato vita al comitato "Ripensiamoci", nato a fine 2019, quando iniziava a farsi sempre più vicina l'idea del Comune di abbattere il teatro di largo Città di Santos. Due i punti fondamentali che il comitato sostiene per scoraggiare le intenzioni dell'amministrazione: ripensare l'edificio e cavalcare l'onda della Trieste cinematografica, optando per la Tripcovich quale sede d'elezione per la settima arte. «Sono una triestina - sottolinea Declich Grandi - che vuole fare una proposta alternativa, per salvaguardare un bene cittadino, ma non per tenerlo come reliquia ma per opportunità future». Quindi riqualificazione, in primis. «In molte parti del mondo occidentale ciò avviene, qui no - continua -. Dopo avere ripensato l'edificio con un abito nuovo, allora si potrebbe avviare un sondaggio: solo così si potrebbe far capire al pubblico quale potrebbe essere l'alternativa». E poi c'è la vocazione cinematografica di Trieste, «che sta diventando punta diamante di questa città, che può diventare capitale del cinema dell'Est: ogni festival del cinema che si rispetti ha un suo luogo d'elezione, noi ce l'abbiamo, basterebbe rilanciarlo».

B.M.

 

L'ex stazione delle autocorriere sorta nel '36 che per cinque anni sostituì il teatro Verdi
L'edificio firmato da Baldi e Nordio venne adattato agli spettacoli in sei mesi grazie al contributo del barone de Banfield
Costruita nel 1936, opera degli ingegneri Giovanni Baldi e Umberto Nordio, la sala Tripcovich nacque inizialmente come stazione delle autocorriere, con tutti i servizi relativi ai passeggeri (biglietteria, bar, deposito bagagli). Tra i primi a Trieste ad essere stato edificato in cemento armato, l'immobile, al tempo dismesso, fu poi trasformato nel 1992 in una grande sala da oltre 900 posti con palcoscenico e un'acustica che, per gli addetti ai lavori, era ed è considerata ottima. L'intervento fu richiesto dopo che il teatro Verdi chiuse per ristrutturazione e c'era bisogno di trovare un'alternativa. Si pensò prima a un teatro tenda. «Il barone Raffaello de Banfield, presidente del gruppo Tripcovich, nonché direttore artistico del Verdi, decise di mettere in campo 1 miliardo e mezzo di vecchie lire per questa operazione», ricordava in un'intervista al Piccolo Franco Malgrande, classe 1950, di origine maceratese, oggi direttore dell'allestimento scenico alla Scala di Milano, che con lo stesso ruolo lavorò dal 1988 al 1992 al teatro Verdi. «Venne fuori poi che si voleva demolire la stazione delle autocorriere - continuava -. Così, invece di utilizzare il teatro tenda, rumoroso, si pensò di trasformare la stazione in teatro. Io feci il progetto assieme allo scenografo Andrea Viotti, che ha contribuito alle finiture all'interno della sala». Nell'arco di soli sei mesi, con uno sforzo che coinvolse tutte le maestranze e le risorse lavorative del Verdi, nacque la sala ora denominata de Banfield-Tripcovich, che fu inaugurata solennemente il 16 dicembre 1992, «quasi un miracolo di tempismo e professionalità, tanto da meritare al Teatro "Verdi" il riconoscimento del prestigioso Premio Abbiati», si legge sul sito del Verdi, che la sala sostituì fino al 1997. Nel giugno 2008, alla presenza del maestro Uto Ughi, fui poi intitolata a de Banfied, uomo simbolo della cultura musicale "a e di" Trieste e, non ultimo, grande mecenate. Fu lui che diede infatti il maggior contributo per la copertura finanziaria dell'operazione, accanto ai finanziamenti di Regione Fvg e Comune. Sul palcoscenico si sono avuti debutti e conferme di grandi valenze artistiche: dall'Orfeo di Gluck diretto da Peter Maag ai balletti di Carla Fracci fino alla presenza del direttore cinese Lü Jia, oggi conosciuto a livello internazionale, con la Messa in si minore di Bach. Il palcoscenico ospitò tanti altri spettacoli che, anche dopo il 1997, fino al 2018, sono stati rappresentati in questa sala. Il 2018 è l'anno in cui l'immobile dalla Fondazione Verdi torna al Comune in cambio dei magazzini teatrali delle Noghere: la sala era stata infatti conferita gratuitamente al Verdi il 10 dicembre 2012. All'epoca il Consiglio comunale aveva votato così la delibera del passaggio dell'immobile: 33 voti favorevoli su 39 presenti nell'aula tra gli applausi del pubblico presente. Un voto che era stato preceduto da diverse polemiche riguardanti il valore della permuta. Solo il Movimento 5 Stelle (che aveva appunto posto a più riprese una pregiudiziale sull'operazione) aveva scelto di non partecipare al voto. Da tre anni ormai la sala è chiusa al pubblico perché, hanno spiegato più volte dal Comune, è «un edificio fuori legge, con i camerini nei container», poi rimossi, «pieno di amianto». Per ristrutturarlo ci vorrebbero circa 1,5 milioni di euro. Questa era stata la cifra palesata in passato. Ora, forse, ci vorrebbe qualcosa in più, ma la volontà dell'attuale amministrazione punta verso altri progetti.

 

 

Le fermate degli autobus "che parlano ai ciechi" con il bastone Letismart - Il Progetto di Trieste Trasporti e Inner Wheel

Un bastone che comunica con i capolinea degli autobus, permettendo così agli ipovedenti di orientarsi nel crogiolo di fermate della Trieste Trasporti, presenti tra piazza Libertà e largo Città di Santos. Si tratta di un "service" realizzato grazie al contributo della sezione triestina dell'Inner Wheel Italia, club tutto al femminile impegnato da anni nell'assistenza a persone o categorie meno fortunate. L'oggetto che, tramite degli impulsi sonori, permette il dialogo fra ipovedenti e le fermate dei bus si chiama Letismart, strumento di soli 8 grammi realizzato dall'azienda triestina Scen. «Con questo sistema - spiega Marino Attini, ideatore del prezioso strumento e membro della Direzione Nazionale dell'Unione Italiana Ciechi - l'utente che esce dalla stazione centrale, riceve le informazioni audio che gli consentono sia l'attraversamento pedonale tramite semaforo, sia il corretto posizionamento sulle banchine dell'autobus desiderato. Il tutto dal proprio bastone bianco dotato di due soli, ma importantissimi per l'utilizzatore, pulsanti. Con il primo l'autista viene avvertito tramite un cicalino che sta per salire un ipovedente, mentre con l'altro l'utilizzatore sa dove deve recarsi per salire sull'autobus.Le fermate "che parlano ai ciechi" sono il risultato del lavoro congiunto fra Inner Wheel, Unione Italiana Ciechi e Comune di Trieste. «Al di là del contenuto di questo progetto - ha sottolineato l'assessore comunale al territorio, Luisa Polli - ritengo che prestare attenzione a qualsiasi forma di disabilità deve essere da stimolo per tutti noi ad aiutare chi è costretto a convivervi».

Lorenzo Degrassi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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