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RASSEGNA STAMPA  gennaio - giugno 2021

 

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 30 aprile 2021

 

 

Parte dal golfo di Trieste la caccia alla plastica dei cestini mangiarifiuti

Al via dalla baia di Sistiana il tour per mare nazionale di Coop Italia che consentirà la posa di 34 nuovi seabin e che si concluderà proprio  in acque giuliane a ottobre

Parte da Trieste, dalle acque della baia di Sistiana, la caccia alla plastica lanciata da Coop Italia che, per il secondo anno consecutivo, ha deciso di portare avanti, rafforzandolo, il progetto "Un mare di idee per le nostre acque". La campagna, che si chiuderà di nuovo a Trieste in occasione della Barcolana, ha lo scopo di sensibilizzare i cittadini sul tema dell'inquinamento dei nostri mari, laghi e fiumi, zeppi di rifiuti di ogni genere. E lo fa non solo a parole e slogan, ma attraverso la posa di 34 seabin, i cosiddetti cestini "mangiarifiuti", in diverse località italiane. L'obiettivo è intercettare e raccogliere, in un anno, ben 23 tonnellate di plastica, superando il risultato del 2020, quando i seabin posizioni furono 12, con otto tonnellate di plastica rimaste intrappolate nei filtri. Di fatto quella di Coop e del suo partner scientifico, LifeGate, sarà una vera e propria traversata ecologica attraverso l'Italia, anche grazie alla barca a vela nostrana Anywave, ormeggiata a Portopiccolo e di cui Coop è sponsor. Si tratta della prima imbarcazione ad aver istituito la figura del Responsabile ecologico, e porterà in giro per l'Italia il suo esempio, durante le regate alle quali parteciperà. Ma cosa sono i seabin? Sono dei cestini per i rifiuti che galleggiano in superficie. Sul fondo hanno una pompa che filtra 25 mila litri di acqua marina all'ora e può catturare fino a 1,5 chilogrammi di detriti al giorno, oltre 500 chili all'anno. Numeri che sembrano impossibili? Assolutamente no. Bastava trovarsi ieri a Portopiccolo, dove è stato posizionato il primo di questi 34 nuovi seabin, per rendersene conto: messo in acqua la sera precedente, aveva già catturato pattume di vario genere. Dovrà essere svuotato ogni due giorni, e di questo si occuperanno gli addetti del marina di Portopiccolo.La posa del cestino "mangiarifiuti" e la visita sulla barca sostenibile Anywave con mininavigazione nel golfo sono stati due dei momenti portanti della mattinata di ieri nella baia di Sistiana, preceduti da un incontro durante il quale i protagonisti del progetto hanno spiegato l'importanza di investire sulla lotta alla plastica, in particolare alle microplastiche, quelle invisibili ma non per questo meno dannose, visto che finiscono nello stomaco dei pesci e, di conseguenza, pure nel nostro, quando li mangiamo. «Il problema della plastica in mare è enorme e siamo vicini a un punto di non ritorno - ha evidenziato Maura Latini, amministratore delegato di Coop Italia -. Abbiamo deciso di partire da Trieste anche per la sua grande tradizione marinaresca e per la collaborazione con Anywave». Hanno partecipato anche Enrico Quarello, direttore Politiche sociali di Coop Alleanza 3.0, che ha sottolineato che «verranno coinvolti tutti i soci presenti in regione», l'esploratore e divulgatore ambientale Alex Bellini, e il navigatore Ambrogio Beccaria. Presenti in sala anche il sindaco di Duino Aurisina Daniela Pallotta e l'assessore regionale all'Ambiente Fabio Scoccimarro, che ha ricordato il progetto Mare Fvg e l'impegno della Regione per concretizzare la «rivoluzione verde necessaria al nostro pianeta, nella quale siamo e dobbiamo essere tutti attori».

Elisa Coloni

 

Molteni: «L'ecosistema soffre - Alghe e meduse? Segnali forti» - il direttore scientifico di Lifegate
Un piccolo oggetto che possiamo usare anche solo per venti secondi, come una cannuccia con la quale sorseggiare una bibita fresca, non muore mai: «Venti secondi contro la vita eterna, perché la plastica ha vita eterna». Lo spiega bene uno degli intervenuti ieri a Sistiana, Simone Molteni, direttore scientifico di LifeGate, partner di Coop nel progetto ambientale, che dà battaglia all'inquinamento dei mari partendo da un concetto da incubo: se non cambieremo rotta, nel 2050 avremo più plastica che pesci. Dottor Molteni, quali rischi rappresenta la plastica?È un materiale non biodegradabile, non sparisce da solo con il passare del tempo, quindi più ne arriva in acqua e più se ne accumula. Come si risolve il problema? Con LifeGate lavoriamo su più fronti. A monte c'è la sensibilizzazione sul tema e la formazione nelle aziende, per renderle plastic free. Poi vengono messi in campo strumenti concreti come i seabin, efficaci ma poco costosi e con zero impatto ambientale. Quali sono i loro vantaggi? Un seabin può catturare fino a 500 chili di spazzatura in un anno. Per capirci, corrispondono a 100 mila sacchetti di plastica usati per fare la spesa. È efficace anche con le microplastiche? Soprattutto con le microplastiche. Quelle cioè sotto i 5 millimetri, che riescono a entrare nei nostri tessuti. Sono dannosissime. Ciò che mi colpisce dei seabin è che funzionano anche da spenti. In che senso? Lo spiego con un esempio. Abbiamo collocato alcuni di essi a Milano in Darsena, zona di aperitivi e movida che ogni weekend purtroppo porta con sé tanta immondizia in acqua. Ebbene, ci siamo resi conto che, da quando li abbiamo installati, la raccolta è gradualmente diminuita, a dimostrazione del fatto che hanno un effetto deterrente: vederli è come una spia che si accende e ci responsabilizza. Mettono a rischio la vita dei pesci? No, i pesci non possono rimanere incastrati nei filtri, sono fatti in modo tale che ciò non accada. Di recente abbiamo visto il golfo di Trieste invaso in modo anomalo da alghe e meduse: sono fenomeni collegabili all'inquinamento marino?Certo, sono segnali di un mare che sta male, che soffre, per varie ragioni, dal processo di acidificazione al riscaldamento globale fino all'inquinamento, che danneggiano l'ecosistema marino e provocano gravi reazioni a catena tra le specie.

El.Col.

 

A bordo acqua potabile dal rubinetto, contenitori da raccolta differenziata e il controllore ecologico

Anywave fa già scuola: alla prossima Barcolana tutte le imbarcazioni iscritte dovranno avere un responsabile delle buone pratiche "green"

La cambusa è rigorosamente plastic free. A bordo non si beve da bottigliette usa e getta, bensì da borracce riempite attraverso un rubinetto alimentato da un sistema di acqua potabile autonomo. I rifiuti non si gettano nel solito cestino, ma si differenziano, grazie a contenitori ingegnosamente infilati in ogni pertugio disponibile negli spazi stretti di un cabina. Alberto e Gino si muovono veloci ed esperti sul loro scafo, e mostrano con orgoglio tutte le soluzioni pensate per renderlo davvero "verde".Anywave, infatti, dall'esterno potrebbe sembrare un'imbarcazione come molte altre, ma sottocoperta svela ciò che la rende speciale e le aggiudica un primato a livello nazionale: è la prima barca a vela sostenibile a 360 gradi, dove tutto ciò che si fa e si butta segue ferree regole di rispetto del mare. Tanto che a bordo è stata istituita per la prima volta la figura del "Reco", il Responsabile ecologico, ed è stato definito un decalogo di comportamenti da seguire rigorosamente sia in navigazione che nelle fasi di attracco nei porti. Custode di questa vera e propria "tavola della legge" green che i 16 componenti dell'equipaggio devono osservare, è Gino Becevello, il "Reco" di Anywave, oltre che uno degli armatori. Ex bancario con la passione per la vela, ora dedica molto del suo tempo anche a questo impegno, con la consapevolezza che la pulizia del mare dipende anche e soprattutto da noi e dai nostri comportamenti. Per questo motivo la Anywave, timonata dallo skipper triestino, e co-armatore, Alberto Leghissa, quest'anno è diventata tassello fondamentale del progetto "Un mare di idee per le nostre acque" di Coop e LifeGate, partito ieri da Portopiccolo. «Volevamo dare il nostro contributo a una causa giusta -, ha spiegato Leghissa dalla barca durante una mininavigazione nel golfo seguita all'evento di presentazione dell'iniziativa nazionale e alla posa di uno dei 34 seabin della campagna nelle acque del marina -. Ci chiedevamo da tempo perché non si potesse replicare anche a bordo ciò che facciamo tutti noi a casa, adottando piccoli ma utili accorgimenti, a partire dalla raccolta differenziata dei rifiuti. Certo, gli spazi sono ristretti, quindi non è semplice, ma si può fare, bastano la volontà e un pizzico di ingegno nell'organizzazione». Un modello e un esempio, questo scafo in carbonio da 9,5 tonnellate, 19 metri di lunghezza, 27 di albero e 4 di pescaggio, che fa già scuola in tema di sostenibilità ambientale, tanto che la Svbg, società organizzatrice della Barcolana, ha deciso di rendere obbligatoria la figura del responsabile ecologico a bordo di tutte le imbarcazioni iscritte alla prossima Coppa d'Autunno. La regata triestina sarà, tra l'altro, anche il punto d'arrivo della campagna di Coop a bordo di Anywave: la barca salperà infatti lunedì alla volta di Napoli e poi prenderà parte a una serie di regate in Italia che toccheranno ad esempio Livorno e Genova, e poi farà rientro a Trieste. Un successo, per questo scafo amico del mare, forse già scritto nel suo destino, visto che lui stesso è, in qualche modo, "riciclato". Costruito nel 2001 e utilizzato solo per pochi anni, è poi rimasto per lungo tempo abbandonato nel marina di Porto San Rocco a causa dei problemi finanziari dell'ex armatore. Fino a quando, nel 2015, un gruppo di sei appassionati - oltre a Leghissa e Becevello, anche Fulvio Vecchiet, Sergio D'Amato, Ugo Guarnieri e Marino Farosich - ha deciso di acquistarlo, investirci 150 mila euro e dargli una seconda vita. Con diverse finalità: sportive, ma anche sociali. Vale infatti la pena ricordare un altro progetto portato avanti dal team triestino: persino le vele non più utilizzate di questa barca vengono riciclate. Diventano materiale per borse sportive a sostegno della Upwind di Trento, un'associazione che si occupa di donne vittime di maltrattamenti.

El.Col.

 

 

Polo dell'acciaio alle Noghere - Ipotesi partenza a inizio 2024
Tra un mese la decisione finale di Metinvest e Danieli. Fedriga: «Massimo impegno per snellire l'iter»
Trieste. Un mese o poco più. È il tempo che i gruppi Metinvest e Danieli si sono dati per decidere se realizzare il proprio progetto industriale a Trieste. Le imprese chiedono alle istituzioni tempi certi sugli iter di autorizzazione, dopo aver confermato l'interesse in occasione dell'evento "Top 500", organizzato dall'hub Nordest Economia del gruppo Gedi. Solo per cambiare destinazione d'uso all'area delle Noghere, il Comune di Muggia potrebbe impiegare un anno, ma la cordata ucraino-friulana ha messo nel mirino l'inizio del 2024 per cominciare la produzione nel nuovo laminatoio a caldo. Trieste è la soluzione preferita, ma la joint venture sta valutando siti alternativi in Italia e Croazia. Il presidente Massimiliano Fedriga assicura che «l'amministrazione regionale sta facendo e farà tutto il possibile per mostrare come la pubblica amministrazione può essere efficiente e rapida. Ovviamente per quanto riguarda le nostre competenze». Sono proprio le responsabilità in capo ai vari enti l'argomento dei tavoli tecnici che la giunta ha attivato su richiesta di Metinvest, che ha voluto accanto Danieli per la fornitura degli impianti e la capacità di dialogo con le istituzioni italiane. Il confronto tra funzionari della Regione e ingegneri della parte privata è cominciato da un paio di settimane per mettere a fuoco i percorsi da seguire e le tempistiche ipotizzabili. La benedizione del pubblico c'è, ma c'è anche il tema complesso del risanamento ambientale e del coinvolgimento del ministero. I tavoli stanno fotografando la situazione, ma a voler dire la propria è anche il Comune di Muggia, che ha in mano il pallino del gioco. La parte delle Noghere in questione è infatti area commerciale secondo il Piano regolatore municipale: «La proprietà è di Coop Nordest - spiega la sindaca Laura Marzi - e dovrà essere acquisita dal Coselag (con i fondi del Recovery plan, ndr). Serve una variante del Piano regolatore per farne una zona industriale: fra progetti, periodo di osservazione, pareri e intese servirà un anno, ma prima dobbiamo capire di che progetto si tratti e qual è l'impatto ambientale sul nostro territorio e su Aquilinia». Marzi sottolinea che «è interesse di tutti coinvolgere al tavolo regionale il Comune di Muggia. Non vogliamo osteggiare la cosa e cercheremo di accelerare, ma costruttori e Regione devono rassicurarci su emissioni e progetto di viabilità». Quella della variante urbanistica è una delle molte questioni su cui gli investitori vogliono chiarezza, prima di movimentare una cifra fra 600 e 700 milioni, di cui una sessantina coperti dal Pnrr per l'acquisto e l'infrastrutturazione delle aree. Anche il passaggio del "pacchetto Trieste" al cosiddetto Fondo complementare sarà frutto di approfondimento per capire se le risorse sono davvero blindate. Solo con un quadro certo, il cda di Metinvest darà il via all'operazione a giugno, deliberando la realizzazione di un laminatoio a caldo di ultima generazione, capace di generare fino a 2,5 miliardi di euro di fatturato annuo e dare occupazione a 450 persone, in buona parte con alti livelli di specializzazione. Il tempo è poco e gli ucraini stanno considerando alternative in Croazia e Italia. Si parla di Ravenna, dove sorge il laminatoio a freddo della Marcegaglia. L'idea è operare vicino a un impianto simile, che completi un ciclo produttivo fatto di acciaio proveniente dall'Ucraina, laminazione a caldo e rifinitura a freddo. Il piano è dunque marciare di concerto col rafforzamento del laminatoio che l'ad di Arvedi Mario Caldonazzo ha annunciato di voler ultimare in 18 mesi. Il presidente di Confindustria Alto Adriatico Michelangelo Agrusti sottolinea che «a Trieste possiamo dare un esempio virtuoso di filiera corta in un campo industriale fondamentale per lo sviluppo di altre imprese metalmeccaniche: la collaborazione fra imprenditori è possibile e indispensabile». Trieste e Udine collaborano: «Sono caduti confini anacronistici. Ora si faccia in fretta o diventerà problematico perfino usare i fondi europei per la parte infrastrutturale». L'operazione piace al segretario della Cgil Fvg Villiam Pezzetta: «Trieste ha vissuto una contrazione fortissima nel settore industriale e va rilanciata, facendo industria in aree dismesse». Pezzetta dice però di «non aver visto ancora un piano industriale che permetta di esprimersi, ma è un bene investire su settori strategici, che creano occupazione stabile e di qualità. Non dimentichiamo però le traversie della Ferriera: come si svilupperà il nodo ambientale?».

Diego D'Amelio

 

 

Si amplia il fronte dei contrari alla nuova centrale a gas di A2A
Rione Enel, associazioni Rosmann, Cona, gruppo San Valentino preoccupati per le emissioni. Dubbi sulla sicurezza dell'idrogeno
Il fronte del "no" al nuovo impianto a gas proposto da A2Asi amplia e si compatta. Le associazioni ambientaliste Rosmann e Cona e il Gruppo San Valentino cittadini per la salute di Monfalcone hanno presentato osservazioni puntuali alle integrazioni della società al progetto, confermando il proprio giudizio negativo. Si sono mobilitati, oltre al Comune di Duino Aurisina e Fiumicello Villa Vicentina, anche il coordinamento di cittadini comitati e associazioni per l'ambiente e la qualità della vita Fvg, Legambiente Fvg e l'associazione Rione Enel, che «dice ancora una volta no a un mega impianto produttore di energia elettrica a gas, anacronistico, vicino all'abitato e che qui rimarrà, se va bene, fino al 2050». La presidente dell'associazione Antonella Paoletti rileva come, da quanto dice la società, le polveri sottili rimarranno invariate, la CO2 continuerà a essere prodotta in quantità notevole e il rumore non sparirà. «Un dato che non abbiamo trovato nella documentazione è la distanza tra il confine del rione - prosegue Paoletti - e il luogo dove dovrebbe sorgere la nuova centrale». Parlando di idrogeno, il rione esprime i propri dubbi su una «certa pericolosità per la presenza di zone Atex, a rischio di esplosione, previste nel progetto». Paoletti ricorda come il rione non abbia mai chiesto la chiusura dell'impianto, proprio perché il tema occupazionale è sempre stato tenuto dai residenti «in forte considerazione. Abbiamo sempre chiesto invece dei cambiamenti negli impianti in modo da migliorare la vivibilità di questa zona, aspetto per troppo tempo trascurato. La chiusura della centrale a carbone, quindi, ci faceva sperare in un cambio di passo nella qualità di vita del rione e di tutta la città, cosa che con questo progetto, se attuato, vediamo svanire». Per l'associazione ambientalista Eugenio Rosmann, le criticità che l'hanno portata a bocciare il progetto «rimangono tutte senza risposta». Per la Rosmann non è solo la CO2 a preoccupare, ma anche il gas metano incombusto che si disperde in atmosfera durante il tragitto nel metanodotto e l'ammoniaca, le cui emissioni saranno più che raddoppiate, «anche considerato che oltre ai danni diretti sulla salute delle persone l'ammoniaca in atmosfera forma particolato, quindi polveri sottili». Gli ossidi di azoto poi "saranno ridotti ma comunque presenti". Un dato poco confortante per l'associazione tenendo conto dell'inquinamento pregresso subito dal territorio. Troppo poco il ritorno occupazionale per la Rosmann a compensare il fatto che «la presenza di una grande centrale termoelettrica deprime altri settori economici, in primis quello termale, ma anche la nautica, la diportistica e il turismo». Il sedime dell'attuale centrale potrebbe poi «trovare altre destinazioni, per attività portuali e retroportuali, con un impatto occupazionale potenzialmente superiore». Restano i dubbi sulla dismissione dei vecchi impianti, del camino, dell'elettrodotto da 220 Kv, sul transito del metanodotto in aree protette carsiche e di canneto nell'area della Moschenizza (biotopo del grilletto palustre), sulla tecnologia a idrogeno.

Laura Blasich

 

 

La Cona riapre ai visitatori - Regole anti-Covid tassative
Dagli accessi ai sentieri e agli osservatori fino all'utilizzo dei capanni fotografici sono state poste precise indicazioni di sicurezza
STARANZANO. Dopo quasi due mesi di "purgatorio" riapre al pubblico la Riserva naturale Foce dell'Isonzo - Isola della Cona, specie nei fine settimana. In questo periodo lo spettacolo è unico, con un migliaio di cigni che formano un enorme tappeto bianco e centinaia di oche presenti provenienti dal nord Europa, persino dalla Siberia. Ma come ammonisce la Rogos, cooperativa che ha in gestione l'area protetta, non si tratta di un "liberi tutti e tutto" poiché per usufruire con cautela di questa importante opportunità nell'osservare le bellezze naturalistiche, bisogna rispettare un decalogo di norme per la sicurezza personale e quella di chi ci lavora. Ci sono, infatti, altre regole oltre a quelle basilari. Tra le più significative, ad esempio, l'accesso "regolamentato" ai sentieri seguendo rigorosamente le indicazioni esposte per non incrociare altri visitatori in entrata, ma anche non oltrepassare i punti dove sono stati posizionati divieti. Si può entrare, poi, nell'Osservatorio della Marinetta, il più frequentato dai visitatori, solo per spostarsi dal piano inferiore a quello superiore e non è consentita la sosta. L'ingresso inoltre è possibile fino a un massimo di 3 persone contemporaneamente per piano. Si può entrare nel Museo della Papera soltanto percorrendo l'anello indicato dalle frecce. In questo caso l'accesso è consentito fino ad un massimo di 6 persone. Rimane al momento chiuso l'Osservatorio del Cioss, che si trova verso la foce del fiume. E ancora, per accedere ai capanni fotografici dell'Usignolo, della Garzetta, del Chiurlo e al capanno dei Gruccioni i birdwatchers devono prenotare in anticipo solo via mail all'indirizzo info@rogos.it. L'accesso è consentito a un massimo di una persona per capanno. Riguardo l'accesso al Punto Ristoro, occorre osservare la distanza minima di un metro tra le persone e comunque si suggerisce di utilizzare i tavoli esterni rispettando il distanziamento che potrà essere ridotto solo per gruppi familiari e conviventi. Il servizio al tavolo comunque è sospeso e la consumazione al banco non è consentita. La biglietteria sarà aperta ogni giorno tranne il giovedì dalle 9 alle 19.

Ciro Vitiello

 

 

Sul Carso e al Lisert fioriscono orchidee di specie autoctone
Costretta tra industria e portualità, grandi infrastrutture di trasporto e insediamento urbano, la natura a Monfalcone continua, se non a prendersi le sue rivincite, quanto meno a ricavarsi degli spazi con una presenza che in alcuni casi andrebbe tutelata. È il caso delle due specie di orchidee autoctone, la Ophris apifera e la Cephalantera longifolia, che impreziosiscono non solo le colline carsiche, anche a non molta distanza dal centro, oltre che a ridosso del Centro visite di Pietrarossa, ma anche l'area portuale-industriale del Lisert. L'associazione ambientalista Eugenio Rosmann in questi giorni ha quindi chiesto all'amministrazione comunale e alla Protezione civile locale di rinviare gli sfalci nelle aree in cui crescono le due specie o di segnalare ai privati la stessa esigenza. «Gli sfalci andrebbero posticipati almeno a luglio - spiega il presidente dell'associazione, Claudio Siniscalchi -, per evitare di compromettere queste pregiate fioriture, che costituiscono elementi di grande pregio per il nostro territorio». L'associazione dal canto suo si mette a disposizione del Comune per collaborare alla valorizzazione dei siti, nel periodo di fioritura, organizzando visite e incontri con le scuole e la popolazione. «Riteniamo che lo sfalcio tardivo nel mese di luglio sia utile alla permanenza di queste specie, che costituiscono una conferma delle valenze ambientali del nostro territorio - aggiunge Siniscalchi -, in particolare delle aree del Lisert e del Carso, che la nostra associazione ha sempre particolarmente a cuore». Il sindaco Anna Cisint, cui la Rosmann si è rivolta, ha ringraziato l'associazione per l'attenta segnalazione, subito girata agli uffici competenti per una valutazione. Nonostante la massiccia industrializzazione, l'area del Lisert è l'habitat della Zeuneriana marmorata, a rischio di estinzione e presente, in Italia, solo a Monfalcone, mentre il cosiddetto stagno dell'Enel si è rinaturato, diventando meta di specie rare, come la Moretta tabaccata.

LA.BL.

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 29 aprile 2021

 

 

Scuole, strade, verde: il piano "Periferia Est" al 70% degli obiettivi
Completati o almeno in moto villa Revoltella e gli assi viari - Istituto Masih di via Forlanini e Casa Bartoli progetti da aprire
Il programma "Periferia Est" sta completando i due terzi degli obiettivi, che erano stati fissati per ridare smalto a un'area di un chilometro quadrato estesa tra la valle di Rozzol, il parco di Villa Revoltella, l'ospedale di Cattinara, i nuclei storici di Longera e Cattinara, l'abitato perimetrato dalle assi stradali di via Forlanini e Marchesetti. Si tratta di 28 progetti integrati tra loro, di cui 26 tecnicamente definiti "attivi", cioè completati o in cantiere: un bilancio che l'assessore ai Lavori pubblici, Elisa Lodi, reputa «soddisfacente perchè questa zona ne aveva bisogno in termini di sicurezza e di qualità ambientale e perchè gli uffici hanno corso forte per fare questo in meno di tre anni». E le piace ricordare che a fine novembre 2018 questo programma triestino ottenne il premio "Urbanpromo".Un piano inter-forze che alla fine, sommando gli interventi del Comune e dell'Ater, "cuberà" 20 milioni di euro, tre quarti dei quali di provenienza governativa nel quadro del programma straordinario per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie a suo tempo varato dal governo Renzi. Le opere di pertinenza municipale sono co-gestite dai dipartimenti dei Lavori pubblici e del Territorio-ambiente-mobilità, che afferiscono rispettivamente agli assessori Elisa Lodi e Luisa Polli. Il clou dell'azione Ater (vedi articolo sotto) riguarda il quadrilatero di Melara. L'operazione ha coinvolto anche AcegasApsAmga.La competenza comunale abbraccia lavori per 6,7 milioni di euro ripartiti su 13 progetti: otto sono conclusi, due in cantiere, tre in progettazione. I dossier ancora "progettandi" riguardano Casa Bartoli, il compendio scolastico Iqbal Masih in via Forlanini, la futura emeroteca (2023) all'interno di spazi riqualificati del quadrilatero. Sono interventi che richiedono comunque una bella fetta di finanziamenti: 2,5 milioni andranno in gara unificata per la riqualificazione strutturale-ambientale del complesso scolastico dove peraltro si è già provveduto alla nuova copertura. Mentre 400 mila euro miglioreranno il verde "terapeutico" di Casa Bartoli. Ogni sei mesi una relazione monitora l'andamento degli investimenti: la prossima, in onda a fine giugno, determinerà - come già accennato - che il 70% dei lavori (non dei finanziamenti) è completato. Il rallentamento avvenuto un anno fa causa-Covid è stato riassorbito dalla buona reattività registrata alla riapertura dei cantieri. Il risultato "scenografico" di maggiore rilievo riguarda fruibilità e decoro urbano di Villa Revoltella, sui quali il Comune ha scommesso un milione di euro articolato su due lotti. Buona parte dell'area verde donata dal barone Pasquale è stata rimessa a nuovo, ma il compendio abbisogna ancora di cure: le serre, ammalorate in diversi punti causa infiltrazioni di acqua, la residenza estiva del sindaco da anni inagibile, gli esterni della casa del custode e l'intera abitazione abitata dal guardiacaccia del munifico uomo d'affari veneziano. Dopo l'edilizia scolastica e il parco baronale, il terzo ingente ambito di intervento verte sulla viabilità. Il nuovo look di via Marchesetti e di via Forlanini ha richiesto un investimento complessivo di circa 1,5 milioni: asfalto, manutenzione straordinaria delle carreggiate, pavimentazione dei marciapiedi, attraversamenti pedonali protetti, chiusini e potenziamento delle caditoie. Senza dimenticare il pedonale Cattinara-Longera."Periferia Est" è passata nelle mani di tre dirigenti: ha iniziato e impostato Marina Cassin, è subentrato Enrico Cortese, ora tocca a Luigi Fantini. Il monitoraggio spetta a Beatrice Micovilovich. Perchè nel 2016 si scelse il restyling di quest'area? Perchè la sua posizione marginale - spiega la relazione dello scorso gennaio - necessitava di varie "ricuciture" in buona parte riconnesse o ricollegabili al "quadrilatero", dove vivono 1.200 persone sui 5.650 residenti nell'intero ambito interessato dalla riqualificazione. Mentre altre 2.500 persone beneficiano indirettamente delle migliorie apportate/apportande.

Massimo Greco

 

Cantiere sulla spiaggia libera - La Capitaneria indaga in baia
L'autorità marittima ha chiesto alla Regione i documenti sui lavori nel tratto fra Castelreggio e Portopiccolo per accertarne la regolarità
DUINO AURISINA. La Capitaneria di porto di Trieste è pronta per una serie di controlli sulla regolarità di determinati lavori recentemente eseguiti in baia a Sistiana, e precisamente sul tratto di litorale compreso fra il comprensorio di Castelreggio e l'ingresso di Portopiccolo. Ne ha dato notizia l'assessore con delega all'Ambiente dell'amministrazione Fedriga Fabio Scoccimarro in risposta a un'interrogazione presentata dal consigliere regionale dell'Unione slovena Igor Gabrovec. Quest'ultimo aveva sollevato dubbi sulla reale opportunità dell'intervento mentre erano in corso i lavori, parlando di «sottrazione di spazi alla libera e gratuita balneazione che nella zona è sempre stata garantita», e precisando allo stesso tempo che «al posto di piccoli scogli e sassi che permettevano la sosta dei bagnanti sono comparsi enormi scogli ammassati a mo' di muraglia, provocando una profonda modifica alla morfologia di quel tratto costiero». Gabrovec aveva anche fatto riferimento alle «forti preoccupazioni espresse da cittadini e associazioni del territorio in vista dell'imminente inizio della stagione balneare». In realtà, qualche giorno dopo questa prima critica espressa da Gabrovec, l'amministrazione comunale di Duino Aurisina, pur non essendo direttamente coinvolta nell'intervento, in quanto la competenza sullo stesso è in capo alla Regione, aveva diffuso un comunicato, con tanto di fotografie allegate, dalle quali si evidenziava che sopra i grossi massi era stata gettata pure della ghiaia fine. In ogni caso Gabrovec ha proseguito nella sua azione, presentando appunto un'interrogazione a Scoccimarro, nella quale chiedeva di sapere «quali siano gli intendimenti e le azioni della Regione volti a garantire la fruibilità pubblica e gratuita dell'area e il rispetto delle peculiarità paesaggistiche che la contraddistinguono».Nella sua risposta, l'assessore regionale ha evidenziato che «la Capitaneria di porto di Trieste ha chiesto all'amministrazione regionale l'acquisizione della documentazione afferente i lavori sul pubblico demanio marittimo nella zona oggetto dell'interrogazione», indicando come direzioni regionali interessate quella della Difesa dell'Ambiente, energia e sviluppo sostenibile - Servizio Gestione risorse idriche e quella del Patrimonio, demanio, servizi generali e sistemi informativi - Servizio Demanio. «La prima - ha sottolineato Scoccimarro - ha inviato alla Capitaneria i documenti presentati dalla società Baia di Sistiana resort srl (la concessionaria dell'area), la seconda ha specificato che, agli atti del Servizio Demanio, non vi sono autorizzazioni demaniali relative all'intervento di ripascimento e di ripristino della scogliera, realizzato secondo le procedure individuate dalla relativa deliberazione della giunta regionale 1921/ 2020. L'area - ha osservato l'assessore - è quindi oggetto di monitoraggio da parte della competente autorità marittima, deputata a valutare il rispetto della normativa vigente in ambito demaniale». Scoccimarro ha comunque evidenziato che «il tratto di costa interessato dall'interrogazione risulta compreso in una zona dove sono previsti interventi di manutenzione di aree deputate alla balneazione e alla libera fruizione. I massi di cui si parla nell'interrogazione - ha concluso lo stesso assessore regionale - si trovano temporaneamente sulla spiaggia nell'ambito della gestione del cantiere ma, a opere concluse, la situazione dovrebbe risultare inalterata rispetto a prima».

Ugo Salvini

 

SEGNALAZIONI - Stabilimento Ausonia - Pontile da rifare

Quali Gruppo Verdi Trieste ci uniamo alla richiesta, rivolta principalmente alla Regione, ma anche all'Autorità portuale al Comune di Trieste, di intervenire in maniera solerte per il ripristino del pontile dello Stabilimento Ausonia. Crollato nell'agosto 2019, non vorremmo si crei una situazione di stallo come per la vicina Piscina Acquamarina. Riteniamo che essendo il sito uno "stabilimento balneare storico della città", vada riportato al suo antico splendore. Pertanto bisogna riservare regionali per coprire la spesa necessaria alla sistemazione dello stabilimento al più presto. Sollecitiamo in merito l'Autorità portuale, sempre molto sensibile e disponibile, ad intervenire in tal senso.

Tiziana Cimolino, Roberto Viscovich

 

 

Rifiuti, raccolta regolare sull'altipiano triestino - il caso della discarica di Pecol dei Lupi
DUINO AURISINA. Nessuna interruzione, almeno per il momento, del servizio di asporto rifiuti sul Carso. Isontina ambiente, la srl oggetto delle recenti iniziative intraprese dalla Procura di Gorizia, in relazione alla vicenda della discarica di Pecol dei Lupi, e che opera nei territori dei Comuni di Duino Aurisina, Sgonico e Monrupino, ha assicurato la continuità delle prestazioni alle amministrazioni interessate. Daniela Pallotta, sindaco di Duino Aurisina, dopo aver avuto un confronto telefonico con l'amministratore unico di Isontina Ambiente, Giulio Tavella, per sincerarsi della situazione dell'azienda, ha diffuso un comunicato. «La srl - scrive Pallotta - sta interloquendo con la Procura su questa vicenda. In ogni caso - precisa - il problema non coinvolge Duino Aurisina, perché il nostro ingresso nella compagine sociale fu successivo ai fatti oggetto di indagine. Quello che è importante ora per il nostro territorio - aggiunge - è che l'amministratore unico ha potuto garantirmi che il servizio di raccolta e smaltimento rifiuti potrà proseguire regolarmente. Non ci saranno quindi disservizi per i nostri cittadini e per le nostre attività produttive. Continueremo a seguire con attenzione l'evolversi della situazione - aggiunge - dato che Isontina Ambiente rappresenta non solo un'importante fonte di servizi essenziali ma anche un asset del Comune, che ne possiede parte del capitale sociale, anche se in piccola quota». Dello stesso tenore anche le dichiarazioni di Monica Hrovatin e Tanja Kosmina, rispettivamente sindache di Sgonico e Monrupino, che hanno parlato di «servizio che prosegue regolare».

u. sa.

 

 

Uno sguardo all'Europa della crisi climatica - alle 18.30 al collegio Fonda

"La crisi climatica fra riserva di scienza e tutela dei diritti: uno sguardo sull'Europa" è il tema del seminario che terrà oggi, alle 18.30, Serena Baldin, docente del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Trieste. La conferenza è organizzata dal Collegio universitario Luciano Fonda di Trieste. L'evento si svolgerà online, sulla piattaforma zoom. Da qualche anno le associazioni ambientaliste di tutto il mondo hanno intensificato gli sforzi per imporre agli Stati la riduzione delle emissioni di gas serra. Tramite la "climate litigation strategy" esse chiedono il rispetto alle convenzioni internazionali sul clima sollevando ricorsi davanti alle corti statali e internazionali. Fino a che punto l'Unione europea e gli Stati membri stanno ottemperando ai loro obblighi?Gli interessati possono richiedere via e-mail, l'invito Zoom con i dati per connettersi a: ingrid.pellis@collegiofonda.it.

 

Alle 18 - La forma dell'acqua in Porto vecchio

Oggi, alle 18, la Consulta femminile di Trieste organizza un incontro su Porto Vecchio con l'architetto Lucia Krasovec, presidente dell'Aidia. L'incontro si intitola "la forma dell'acqua". Introduce Anna Maria Mozzi. L'indirizzo per zoom è questo:

https://us04web.zoom.us/j/6904507404?pwd=Vk0rWjJUeHkrK080NkFQR202am9Xdz09

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 28 aprile 2021

 

 

«Prodotti locali, e-bike e cultura alimentare nel Mercato coperto» È questa la proposta congiunta di Gal Carso, Slow Food e Wwf
Le tre realtà parlano di percorso partecipato che coinvolga cittadini e associazioni di categoria per rilanciare il sito
Trasformare il Mercato coperto di via Carducci in un centro "green" polifunzionale, con rinnovati spazi per gli agricoltori e gli artigiani locali, al cui interno ricavare anche un'area educativa, realizzata con il contributo dei ristoratori locali, su come mangiare bene e nel rispetto dell'ambiente e della propria salute, e un punto di mobilità verde, dotato di uno spazio per le e-bike, con un servizio di noleggio, assistenza e magazzino per le bici di residenti e turisti. È questa la proposta congiunta di Gal Carso, Slow Food e Wwf, per «continuare a scrivere la storia di questa struttura legata alla tradizione cittadina». «Il Gal Carso - spiega il presidente, David Pizziga - si rende disponibile ad agevolare un percorso di partecipazione e progettazione dal basso, che veda coinvolte sia le organizzazioni pertinenti dei cittadini, sia quelle agricole, dei commercianti, degli artigiani, degli esercenti e dei ristoratori, sia i gruppi di aziende e le singole aziende che hanno progetti per il mercato». «Come Slow Food - osserva Sergio Gobet, fiduciario per la Condotta - possiamo portare il tesoro della nostra filosofia, quale movimento internazionale del cibo, e della nostra esperienza nel campo della tutela e promozione delle piccole produzioni e dell'educazione alimentare». «Il Mercato coperto - sottolinea Alessandro Giadrossi, presidente del Wwf di Trieste - potrà rappresentare il luogo di diffusione di pratiche di consumo sostenibile. Ciò significa sensibilizzare tutti sul rapporto causa effetto delle proprie scelte alimentari e stimolare la conoscenza dei benefici di produzioni agricole in una natura in buono stato ecologico». Le tre organizzazioni hanno anche individuato gli strumenti pubblici che possono aiutare la filiera corta e che sono il "Fund raising", specifiche misure per sostenere le reti di impresa, "Io Sono Fvg" di Agri Food Fvg, strumento utile a identificare le eccellenze agricole, Strade del Vino e dei Sapori e altri strumenti di PromoTurismoFvg, interventi della Regione, i contributi della Fondazione CRTrieste, i fondi Interreg e altri fondi europei. Il Gal Carso ha poi creato, negli ultimi 12 mesi, una serie di strumenti digitali intitolati Trieste.Green per tutti i residenti e i turisti interessati al territorio rurale e alla sua offerta in campo enogastronomico e turistico.

Ugo Salvini

 

 

Turismo, cabina di regia in Porto vecchio
Il Trieste Convention & Visitors Bureau al piano terra del Magazzino 26 costruirà e promuoverà pacchetti, congressi, eventi
Punterà sul rilancio dei settori turistico, congressuale e del wedding il Trieste Convention & Visitors Bureau, lo spazio al piano terra del Magazzino 26, in Porto vecchio, inaugurato ieri. La struttura, nata a fine 2019 come Infopoint del Comune di Trieste, oggi vede la partecipazione anche di Regione Fvg con PromoTurismoFvg e del Tavolo dell'Imposta di soggiorno, quale punto di coordinamento tra i diversi protagonisti della sezione accoglienza per portare Trieste a diventare motore di sviluppo territoriale ed economico, coinvolgendo tutta la regione. Al suo vertice sarà presente Gabriella Ghigi di Meeeting Consultants, responsabile del servizio nella sua fase d'avvio. Dopo un 2019 con 9 milioni di presenze turistiche per la prima volta in Fvg, di cui più di un milione a Trieste, l'obiettivo del nuovo sito - è stato spiegato - è quello di costruire e promo-commercializzare i prodotti turistici, congressuali e di wedding, con un occhio di riguardo anche al tema della sostenibilità e delle eccellenze locali, fornendo agli organizzatori di eventi e congressi tutte le informazioni e il supporto necessari alle diverse fasi di gestione. Gli occhi sono puntati soprattutto sul Trieste Convention Center di Porto vecchio, il più grande auditorium a Nord Est, ma il progetto prevede un coordinamento anche delle altre sale alberghiere, istituzionali (vedi la Stazione Marittima) e delle dimore, il tutto in sinergia con i gestori degli attrattori turistici (tour operator, agenzie di viaggio, e così via), anche di destinazioni limitrofe. Proseguirà, inoltre, l'attività di accoglienza e informazione turistica a cura dell'Infopoint dell'antico scalo. Il Cvb è finanziato dai proventi derivanti dall'imposta di soggiorno, a seguito dell'intesa raggiunta tra i componenti del Tavolo tecnico del Turismo ovvero Comune di Trieste, PromoTurismoFvg e associazioni maggiormente rappresentative dei titolari delle strutture ricettive. Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza ha sottolineato l'obiettivo «di allungare la permanenza in città dei turisti», convinto che «grazie a tutti i progetti in corso Trieste farà un grosso balzo in avanti rispetto alle altre città». L'assessore regionale alle Attività produttive Sergio Emidio Bini, definendo il Cvb «hub per il settore congressuale e turistico dell'intero Fvg», ha specificato che «la Regione continuerà a investire con entusiasmo e convinzione nel settore turismo». L'assessore comunale alla Cultura Giorgio Rossi ha evidenziato come la struttura turistica in Porto vecchio sia «frutto della forte volontà di rendere questo luogo il vero centro di gravità permanente della rinascita culturale e turistica di Trieste» mentre il presidente di Federalberghi Guerrino Lanci ha parlato di un progetto triennale nell'ambito dell'accoglienza. Per PromoTurismoFvg erano presenti il direttore generale Lucio Gomiero e il direttore marketing Bruno Bertero, che hanno specificato come l'ente abbia lavorato, prendendo spunto anche da altre città italiane e internazionali, per creare un abito su misura, anche in ambito congressuale, per Trieste e la regione.

Benedetta Moro

 

"Villaggio Greensisam" da quotare - L'incarico affidato a Stanghellini
Fisserà i valori dei cinque magazzini all'inizio dell'antico scalo per la vendita e la locazione
Il Comune non vuole sbagliare e si affida a un bomber dell'estimo per stimare, attraverso l'affidamento a uno studio esterno, i 5 magazzini che formano il cosiddetto "villaggio Greensisam" all'inizio di Porto vecchio, a poche decine di metri dal Molo IV. Doppio l'obiettivo: fissare il prezzo per l'asta di vendita, avere una cifra di riferimento per ricalibrare la locazione. L'Immobiliare comunale li ha iscritti nell'albo dei beni alienandi a 7,4 milioni, assai meno rispetto ai 16 milioni quotati sedici anni addietro. A battezzare il valore delle vecchie strutture viene ora chiamato Stefano Stanghellini, toscano, tra una decina di giorni 72enne, docente allo Iuav veneziano, architetto basato a Bologna, numerose pagine di curriculum tra consulenze e pubblicazioni. La determina è firmata da Luigi Leonardi, direttore dell'Immobiliare. Stanghellini è un buon conoscitore di Trieste: nell'ultimo quarto di secolo ha lavorato a più riprese per il Municipio, sia sul tema di Porto vecchio e del Waterfront che su Cittavecchia. Ha poi operato su incarico dell'Azienda sanitaria riguardo le importanti partite immobiliari degli ex ospedali Santorio e Maddalena. Tra i committenti un robusto elenco di pubbliche amministrazioni e di grandi realtà come Banca d'Italia e Ferrovie. Stanghellini si è preso tre mesi per effettuare la stima che comprenderà i magazzini 1-3 a bordo mare, 2-4 in seconda fila, 2A in terza. Riceverà un compenso onnicomprensivo (Iva, previdenza) di 44.185,96 euro. La vicenda del "villaggio Greensisam", battistrada dell'approdo privato in Porto vecchio, appartiene alla classica letteratura triestina dedicata alle incompiute. Pierluigi Maneschi, terminalista e uomo di shipping, negoziò una concessione novantennale, definita nel 2005, per collocarvi la sede europea del gigante taiwanese Evergreen. L'esito non fu fausto, Maneschi cercò altri sbocchi progettuali ma le trattative non conobbero la parola closing. Alla sua scomparsa, il figlio Antonio dichiarò la sincera volontà di affrancarsi da un'operazione immobiliare costosa e infeconda, per la quale bisogna armare 513.000 euro all'anno. Quando ancora viveva Pierluigi, si era già aperto un semi-contenzioso con il Comune, in seguito al passaggio del "villaggio Greensisam" nelle disponibilità di piazza Unità: chi avrebbe pagato i costi di urbanizzazione collegati ai 5 magazzini? Più di 10 milioni, non arachidi. Poi il bagliore della soluzione: la Regione opziona i magazzini in seconda fila per trasferirvi i suoi uffici (valore 4,7 milioni), a Maneschi resterebbero i due edifici vista-mare (valore 2,4 milioni). Il magazzino in terza fila, più vicino al varco entrata/uscita di largo città di Santos, piace a Trieste terminal passeggeri. Ma, perché tutto ciò divenga realtà, servono stime su cui costruire aste e affitti. Parola a Stanghellini.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 27 aprile 2021

 

 

Asilo nido, parking e bosco urbano: via ai lavori a Roiano - Dureranno un anno
Consegnate alla modenese Iti, vincitrice dell'appalto, le chiavi del cantiere all'ex Polstrada: si parte a metà maggio
Ormai il destino dell'ex Polstrada a Roiano pareva essersi trasformato in un witz. Un witz lungo quasi vent'anni. L'accordo di programma Stato-Regione-Comune venne firmato nel maggio 2002: ma tutto in quella zona, a principiare dalla riqualificazione della Stock, ha avuto un percorso difficile, accidentato. Prima si è dovuto trovare una nuova sede per la Polizia Stradale, in seguito si è provveduto a radere al suolo la caserma, poi la pratica si era ancora arenata. I residenti sorridevano amaramente davanti a quell'immenso spiazzo deserto. Ma lo scorso autunno ecco il colpo d'acceleratore: bando di gara premiato da 18 offerte e a febbraio il nome della vincitrice, la modenese Iti che ha sbancato i concorrenti indigeni - seconda classificata la cordata Cp, Rosso, Tiepolo - con un ribasso del 25,2% rispetto a una base d'asta di circa 5,2 milioni (Iva & sicurezza comprese). Una lizza di sapore nazionale: sei imprese regionali, 3 emiliano-romagnole, 3 campane, una siciliana, 1 altoatesina, 1 pugliese. Triestine, in particolare, erano la Innocente & Stipanovich, la Ennio Riccesi, la Pertot. Roberto Dipiazza si è così preso la terza soddisfazione del suo terzo mandato. I tre "cadaveri", come con macabro affetto vengono denominati dagli uffici i progetti di infinita durata, sono risorti: prima rifatta piazza Libertà, venerdì il cantiere della galleria Montebello-Foraggi affidato ai campani Stabile-Alfieri, ultima puntata la consegna dei lavori roianesi all'Iti. Alle 10 di ieri alla "cerimonia" hanno partecipato, oltre al primo cittadino, una soddisfatta assessore Elisa Lodi e Lucia Iammarino, la dirigente che segue il dossier. Per l'appaltatore modenese le chiavi sono state prese in consegna dal responsabile della commessa, Luca Gasparotto. Anche a Roiano è partito il count-down: 380 giorni, con esito a metà maggio 2022. Adesso avanti con l'organizzazione del cantiere, attorno al quale saranno sistemati pannelli illustrativi dell'operazione riqualificativa. Primi atti dedicati a completare la verifica bellica - ovvero se non vi siano ordigni celati nel sottosuolo - e quella archeologica, perché sotto la caserma Polstrada furono ritrovate tracce di una precedente struttura castrense austro-ungarica. Poi finalmente si partirà con i lavori veri e propri finalizzati a costruire su una superficie di 7700 metri quadrati un asilo-nido da 60 posti al servizio della parte settentrionale della città, un parking semi-interrato, un "bosco urbano" dove anche i cani avranno un loro spazio. Saranno rimessati i marciapiedi attorno all'area di cantiere. L'obiettivo del recupero - insiste Elisa Lodi - va oltre il pur importante fattore edile, perché si tratta di dare respiro e vivibilità a un rione fortemente cementificato. Il progetto era stato elaborato dalla F&M di Mirano. Iti compie quest'anno il quarantesimo genetliaco aziendale, essendo nata nel 1981. Fatturato attorno ai 70 milioni di euro, lavoro per circa 200 persone. Tra le commesse portate a termine si rammenta il restauro della casa natale di Enzo Ferrari, divenuta il fulcro di un polo museale dedicato al Drake non lontano dalla stazione di Modena Centrale. Un paio di settimane orsono è stato consegnato all'Università di Pisa il cosiddetto Polo Heliopolis, una realizzazione da oltre 6 milioni di euro. Nel settembre 2020, ancora a Modena, aperto il cantiere delle ex Fonderie.

Massimo Greco

 

 

Porto vecchio e Recovery Fund - Roma ufficializza i 40 milioni
Fondi per i progetti del Comune fra cui il grande viale verde e il parco archeologico nell'elenco del ministro Franceschini. Dipiazza: «Premiato il lavoro degli uffici»
Il Piano del governo per l'impiego del Recovery Fund conferma i 40 milioni di euro destinati al Porto vecchio di Trieste, inserito nell'elenco dei Grandi attrattori culturali. Il Piano presentato dal presidente del consiglio Mario Draghi al Parlamento destina alla cultura, in tutto, 6,675 miliardi di euro. Precisa il ministro Dario Franceschini: «Si mira - dice - ad incrementare il livello di attrattività del sistema culturale e turistico del Paese attraverso la modernizzazione delle infrastrutture, materiali e immateriali». In particolare si tratta di 4,275 miliardi di euro a cui si sommano nel Fondo Complementare gli investimenti del Piano Strategico Grandi attrattori culturali, per 1,460 miliardi per 14 interventi. E proprio dal Fondo Complementare derivano i 40 milioni destinati alla voce "Il Porto Vecchio di Trieste: il nuovo rinascimento della città". Il finanziamento servirà a realizzare i progetti che il Comune ha inviato a Roma, a titolo di proposta, nell'autunno scorso. Tra questi il grande viale verde che attraverserà l'antico scalo e il parco lineare-archeologico che correrà sulle rive. Le richieste di palazzo Cheba avevano già trovato l'assenso dei decisori romani nei mesi scorsi, ma la conferma al momento dell'ufficializzazione del piano governativo mette al sicuro il finanziamento triestino. Assieme ad altri interventi di rilievo a Genova, Milano e in altre grandi aree di recupero italiane, il Porto vecchio va a far parte dello scheletro dei grandi interventi urbanistico-culturali dei prossimi anni in Italia.Presentando l'elenco di progetti per l'accesso al fondo, e ottenendo il via libera, il Comune si è assicurato che il governo investa sulla parte di progetto che senz'altro spetterebbe alle pubbliche istituzioni realizzare: quella degli spazi pubblici, per la quale l'amministrazione ha deciso di affidare le linee guida all'architetto tedesco Andreas Kipar, reduce da una recente visita alla città e al vecchio porto austriaco. Così il sindaco Roberto Dipiazza: «Sono molto contento per la città, molto soddisfatto. È la prova del fatto che avevamo presentato un bel progetto: noi avevamo chiesto 70 milioni, ma averne avuti 40 è un grande risultato. Devo ringraziare gli uffici, hanno dimostrato che se le cose si fanno bene poi si ottengono i risultati». Commenta la presidente del gruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani: «Con i 40 milioni di euro che vanno a incrementare i 50 milioni già assegnati nel 2016, il ministro Franceschini dimostra di avere compreso fino in fondo le potenzialità del Porto vecchio come grande attrattore culturale e continua a sostenere la riqualificazione dell'area. È il risultato di un'interlocuzione con il ministro che negli anni ho sempre tenuto aperta e che ora nuovamente rendiamo concreta, a conferma di un impegno che continua per Trieste».

Giovanni Tomasin

 

 

Migliora lo stato di salute di mari, torrenti e laghi. Il 98% ha acque eccellenti

ARPA promuove le zone balneabili e annuncia una stagione estiva promettente. I voti più bassi alla Dama Bianca e Duino. Sotto la media anche Marina Julia.

Trieste. Al mare, in laguna, nei fiumi e nei laghi: l'avvio della stagione balneare in Friuli Venezia Giulia, che inizia ufficialmente il primo maggio e si conclude il 30 settembre, si annuncia promettente. Parola di Arpa Fvg. Tanta sicurezza deriva dai dati dell'ultimo monitoraggio sulla qualità delle acque balneabili, relativo al periodo 2017-2020 e presentato ieri in conferenza stampa sul molo Audace a Trieste, sulla base dei quali sono state fatte anche le proiezioni per la prossima stagione. Proiezioni che, attraverso un algoritmo, ci dicono che il 98% delle zone balneabili in regione può fregiarsi del bollino "eccellente".Su 66 punti infatti, dall'area del Terrazza Mare di Lignano Sabbiadoro al lago di Sauris, solo uno è risultato di qualità sufficiente ed è la zona antistante la Dama Bianca di Duino. Altre quattro località sono invece state classificate come "buone", tre delle quali sempre in provincia di Trieste: l'area marina della Diga vecchia nord e della Diga vecchia sud, Duino scogliera e Marina Julia a Monfalcone. E c'è da dire che rispetto all'anno scorso si è registrato un leggero miglioramento: da "sufficiente" a "buono" per le aree della Diga vecchia nord e sud e da "buono" ad eccellente per l'area tra l'Autorità portuale e il Ferroviario. Nessuna criticità, per ora, è stata invece rilevata nell'area del villaggio di pescatori di Punta Sdobba, all'interno della Riserva Naturale della Foce dell'Isonzo, a Grado. Non rientra tra i 66 punti, ma Claudia Orlandi, responsabile della Qualità delle acque marine e di transizione, spiega che «episodi d'inquinamento microbiologico in questo luogo non sono la normalità, forse possono essere legati a fenomeni particolari delle piene dell'Isonzo, ma al momento non sono zone critiche da segnalare». La fotografia scattata dall'Arpa contiene anche i risultati di alcuni sondaggi effettuati quest'anno, che hanno registrato episodi di inquinamento di breve durata, vale a dire di durata massima di 72 ore. I controlli con esito negativo si sono riscontrati durante il primo ciclo di prelievi in mare tra il 19 e 20 aprile nelle località di Marina Julia e Lido di Staranzano. In queste due località Arpa ha effettuato giovedì 22 aprile un secondo campionamento degli indicatori di contaminazione fecale che ha dato esito favorevole: si è trattato quindi di un inquinamento di breve durata causato presumibilmente dalle piogge del giorno precedente che hanno favorito l'accumulo di inquinanti nelle zone costiere. Ma su quali basi si muove Arpa? Sono due principalmente i parametri all'origine delle analisi degli operatori, il cui monitoraggio per la stagione balneare inizia ad aprile e finisce in settembre. In ogni punto di controllo rilevano i parametri ambientali, effettuano le osservazioni visive e prelevano campioni d'acqua per l'analisi microbiologica. I due parametri sono indicatori di contaminazione di origine fecale: quelli dei batteri chiamati Escherichia coli ed Enterococchi intestinali. La loro presenza è determinata da più fattori: dagli scarichi delle fognature a quelli delle barche fino alle piogge. Ma campionamenti vengono effettuati per valutare anche la presenza della microalga Ostreopsis Ovata, che può essere tossica e provocare problemi alle vie respiratorie. Fino a oggi, dall'inizio del monitoraggio iniziato nel 2005, però non si sono rilevati problemi di questo genere in Fvg, ha specificato il tecnico biologo Oriana Blasutto. L'unico luogo in cui è stata rilevata una sua fioritura è in particolare tra agosto e settembre, senza però appunto riportare conseguenze gravi, nell'area di Canovella de' Zoppoli e di Barcola.Tutti i dati vengono registrati in tempo reale sul sito web di Arpa, come ha sottolineato l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente Fabio Scoccimarro, presente ieri assieme al direttore generale di Arpa Stellio Vatta, il contrammiraglio Vincenzo Vitale, direttore marittimo del Fvg, Manlio Palei e Gabriella Trani della Direzione centrale salute Regione Fvg. «Il lavoro di monitoraggio quotidiano portato avanti negli anni da Arpa è importantissimo - ha ricordato Scoccimarro - e spazia dalle onde 5G allo stato di salute dell'aria e delle acque e più in generale del nostro territorio».

Benedetta Moro

 

Via ai sondaggi da inizio maggio a fine settembre
Sono 66 in tutta la regione le stazioni monitorate dall'Arpa nell'ambito dei rilievi sulla qualità delle acque balneabili. Dall'alto in senso orario Marina Julia, la scogliera davanti al porticciolo di Duino, lo specchio acqueo davanti alla Dama bianca sempre a Duino, rilievi dell'Arpa, uno spicchio di mare visto dalla Costiera e un'uscita in laguna. Per quanto riguarda il 2021 Il periodo di monitoraggio, come definito da delibera regionale, è compreso tra il 1 maggio e il 30 settembre ad eccezione delle zone di balneazione del lago di Sauris, in cui la stagione va dal 29 giugno al 23 agosto.

 

Sette incontri sul molo per spiegare ai cittadini tutti i segreti dei fondali
Dalle specie aliene alle microplastiche fino alla pesca sostenibile - Tanti i temi al centro degli appuntamenti in collaborazione con il Porto
Trieste. "A misura di mare: in viaggio per la sostenibilità". Così si intitola il ciclo di sette incontri aperti al pubblico, organizzato da Arpa Fvg in collaborazione con l'Autorità di sistema portuale del mare Adriatico orientale, che ha preso il via ieri sul molo Audace e terminerà a fine settembre. La location sarà la stessa anche per i futuri appuntamenti, a partire dal prossimo, che si terrà il 24 giugno e sarà dedicato alla Strategia Marina, un programma nazionale di monitoraggio diretto dal ministero dell'Ambiente, basato su una direttiva europea e applicato anche dall'ente regionale. In particolare si parlerà di rifiuti spiaggiati, microplastiche e rumore subacqueo. Seguirà poi il 26 luglio "Pesca nelle acque del golfo di Trieste", in cui si spazierà dalla pesca all'acquacoltura alla molluschicoltura al ripopolamento della vongola nell'area costiera di Grado e Lignano. Il 26 agosto oggetto della conversazione saranno le specie aliene in mare e in laguna mentre il 27 settembre, ultima data, sarà la volta dei progetti europei per la sostenibilità in mare presenti in Alto Adriatico. In ogni occasione poi verranno enunciati i dati dei monitoraggi mensili della balneazione. Restano ancora de definire le date per gli eventi sulla sostenibilità dell'ambiente marino e la sicurezza in mare. "A misura di mare", come ha spiegato ieri il direttore generale di Arpa Fvg Stellio Vatta durante il primo rendez-vous dedicato al ciclo di controlli nelle aree balneabili (media partner Radio Punto Zero, moderatrice Barbara Pernar), si propone di porre l'attenzione sulla sostenibilità dell'ambiente marino approfondendo argomenti di grande attualità dedicati al pubblico. «Con ciascun ospite - ha sottolineato Vatta - affronteremo tanti argomenti con l'intento di sensibilizzare la cittadinanza. Non a caso lo slogan di Arpa è "assieme per l'ambiente" e in questo senso vogliamo essere assieme al cittadino". Saranno presenti anche un gazebo e una delle quattro imbarcazioni a disposizione di Arpa Fvg (ieri era attraccata al molo l'ammiraglia), usate in base alla tipologia di uscita: da quelle nei bassi fondali della laguna alle altre in mare aperto per il monitoraggio della balneazione durante l'estate. A bordo, oltre al comandante, ieri rappresentato da Maurizio Querini e da Eddio Marini, ci sono anche alcuni tecnici e altri operatori.

b.m.

 

«Clima "pazzo" e ciclo vitale finito: per questo sono calate le meduse»
L'analisi del biologo Bettoso secondo cui a favorire le recente invasioni è anche l'aumento di temperatura nel punto più profondo del golfo
Trieste. I cambiamenti climatici e la fine del ciclo vitale degli organismi sono alcuni dei fattori che hanno portato negli ultimi giorni alla diminuzione del numero di meduse Rhizostoma pulmo, che nella prima metà di aprile avevano invaso le Rive di Trieste. In pratica le "bote marine", così come vengono abitualmente chiamate, in parte avranno preso il largo e in parte si saranno depositate sul fondale marino rientrando così a far parte della catena alimentare. La spiegazione arriva da Nicola Bettoso, biologo marino dell'Arpa Fvg, che si occupa anche di meduse. «Il grande ammassamento dei giorni scorsi è dipeso probabilmente dal fatto che la Rhizostoma pulmo era già abbondante lungo le coste dell'Istria a gennaio, come ho saputo da una collega che opera a Parenzo. Lì già tre mesi fa i pescatori si lamentavano della difficoltà nel gettare le reti. Parallelamente anche noi durante lo stesso mese, nel corso dei monitoraggi del programma Strategia marina, soprattutto nella zona di Trieste, avevamo contato diversi individui, alcuni dei quali di dimensioni piccole. Hanno influito anche fenomeni meteomarini: si era registrato infatti un evento di Bora, con un ulteriore ingresso di meduse dalla parte istriana, e attraverso un gioco di correnti si era riscontrato quindi un numero importante lungo le Rive». Anche sul perché stiano aumentando questi organismi ci sono varie ipotesi. Tra queste, di nuovo il cambiamento del clima e poi l'incremento medio della temperatura di 0,1 gradi all'anno nel punto più profondo del golfo che misura di 25 metri. «Una delle tesi più accreditate inoltre riguarda l'eccessivo prelevamento di risorse ittiche - continua -, che comporta una quantità eccessiva di zooplancton, tra i cibi tipici della medusa». Di questa specie autoctona presente da una ventina d'anni in golfo, dunque, si sa abbastanza. Ma sui fenomeni in corso, afferma Bettoso, «non ci sono dati precisi né si può modellizzare perché ci sono troppi fattori concomitanti e d'altronde è un fenomeno naturale». Sicuramente un quadro più preciso di questo aprile si avrà a fine anno, alla luce dei monitoraggi previsti nel programma nazionale "Strategia Marina", diretto dal ministero dell'Ambiente.

b.m.

 

 

Legambiente chiede di inserire le associazioni nell'Assemblea
La realtà ambientalista ricorda che i rappresentanti della società civile sono assenti nei tavoli permanenti dell'organismo transfrontaliero
Una rappresentanza della società civile all'interno del Gect Go. È ciò che chiede di veder realizzato il comitato goriziano di Legambiente che, in una nota in cui affronta anche il tema decisamente "caldo" del futuro condiviso di Gorizia e Nova Gorica, vede proprio in questo una delle grosse lacune attuali del gruppo europeo di cooperazione territoriale. «Manca una visione comune del nostro territorio, delle linee di indirizzo in grado di garantirne uno sviluppo sostenibile, e servirebbero dei tavoli di lavoro permanenti in grado di far dialogare le persone, le istituzioni e tutti i portatori di interesse - il punto di vista di Legambiente -. Nel Gect ad esempio non c'è una rappresentanza della società civile. Nessuna presenza di associazioni culturali o ambientali, o comitati. Prefigurare il futuro di una comunità allargata senza coinvolgere direttamente i cittadini è un'eresia». Gli ambientalisti vedono tra i grandi problemi su cui le due Gorizie devono lavorare congiuntamente quello dell'inquinamento dell'aria o dell'Isonzo, ma anche l'inquinamento elettromagnetico o la convivenza con la fauna e secondo loro oggi la grande questione di fondo è proprio la mancanza di rappresentanza e quindi di partecipazione, come dimostra, ad esempio, il caso del progetto di riqualificazione - «o devastazione?», si chiede Legambiente - di piazza Transalpina. «Un'opera da 7 milioni di euro che leggendo non solo gli ampi commenti negativi dei cittadini sloveni e italiani, ma anche i pareri degli architetti, dovrebbe farci interrogare su quale sia il futuro che vogliamo per questa terra - prosegue la nota del sodalizio -. Non è una questione secondaria. Attraverso la consultazione e la costruzione di consenso, le autorità locali potrebbero imparare dalla comunità e acquisire le informazioni necessarie per la formulazione delle migliori strategie». I cittadini dei tre Comuni del Gect Go, Gorizia, Nova Gorica e Sempeter Vrtojba, in altre parole, per Legambiente hanno tutto il diritto «di scegliere, e non vedere delegate decisioni così importanti solo alle tre amministrazioni». Di qui la necessità di rispolverare quella proposta che proprio l'associazione ambientalista aveva lanciato già nel 2015, relativa all'attivazione di un forum transfrontaliero permanente di Agenda 21 e alla raccolta e uniformazione di dati su acqua, aria, rifiuti, aree verdi o piste ciclabili. Passi in avanti fondamentali, secondo Legambiente, per far si che quelle che oggi sono tre cellule indipendenti, per quanto in simbiosi, diventino davvero un unico organismo multicellulare.

Marco Bisiach

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 26 aprile 2021

 

 

 Ferrovia slovena: l'aula di San Dorligo verso lo scontro - la Capodistria-Divaccia
Opposizione sul piede di guerra a San Dorligo della Valle sul progetto per la seconda linea ferroviaria Capodistria-Divaccia. In vista del Consiglio comunale di venerdì in cui si discuterà anche di questo argomento tre consiglieri - Roberto Drozina (Territorio e ambiente), Alen Kermnac (Verdi) e Roberto Massi (Lega) - hanno presentato un'interpellanza a tale riguardo in cui ricordano che «la mozione sulla salvaguardia del territorio, presentata nel luglio 2019 da Kermac, non ha avuto risposta» e precisano allo stesso tempo di «non essere stati avvisati dell'incontro che ci dovrebbe essere in Municipio con la 2Tdk, l'impresa che sta realizzando l'opera».

(u.sa.)

 

 

La marea arancione non è sparita: è al largo di Barcola e punta su Muggia

Il fenomeno dovuto alla proliferazione della "Noctiluca Scintillans" si sposta al centro del golfo. E' non è l'unica anomalia del mare

Il mare diventa arancione scuro a due miglia da Barcola. Improvvisamente navighiamo in una specie di serpentone vermiglio che si allunga a perdita d'occhio verso Muggia avvolgendo le sue spire attorno alle grandi navi alla fonda. Pensavamo che se ne fosse andata, che avesse lasciato il Golfo di Trieste per sparire chissà dove seguendo correnti o repentini mutamenti dell'ecosistema. E invece la marea rosso/arancione, è ancora qui. Allineata lungo un fronte che da Trieste si espande verso il Golfo di Panzano, la fioritura rossastra ha solo compiuto una ritirata strategica, pronta ad avanzare di nuovo compatta verso la costa. A bordo del gommone rigido dell'Area Marina Protetta di Miramare, il ricercatore Saul Ciriaco osserva con lo stupore trattenuto dello scienziato il fenomeno colorato in cui stiamo flottando. Come altre decine di colleghi ricercatori, tecnici, biologi e oceanografi dell'Ogs, dell'Arpa, dell'Università di Trieste, insomma di tutti quegli enti impegnati ogni giorno a studiare, monitorare, curare e interrogare questo spicchio di mare in cima all'Adriatico, anche Saul Ciriaco non si allarma ma nemmeno si acquieta di fronte allo spettacolo stupefacente che danno le immense colonie di Noctiluca scintillans. Questo prodigioso esserino, che di giorno colora il mare di rosso, e di notte lo rende scintillante di luce bluastra, al microscopio appare come un'inoffensiva pallina con la coda. Ma è tutt'altro che innocua. Si tratta di una dinoflagellata eterotrofica, vale a dire una specie di alga che non è un'alga, e quindi non si nutre di luce solare bensì di altri minuscoli esseri come diatomee, ciliati e uova di pesce impoverendo di fatto il mare. Da quando è comparsa nel nostro golfo, una decina di giorni fa, assieme ai branchi di Rhizostoma pulmo, le bianche meduse che da anni si danno convegno in queste acque a ogni inizio stagione, la Scintillans, come ormai la chiamano affettuosamente i ricercatori, ha fatto scattare l'ennesimo campanello d'allarme sulla salute del golfo. Quando siamo partiti, qualche minuto fa, dal porticciolo di Grignano a bordo della barca dell'Area protetta di Miramare, per fare un giro di ricognizione intorno al golfo, il mare aveva l'aspetto pacioso di un'assolata domenica di primavera. Un po' di meduse qua e là da sole o in gruppi pigramente assemblati, una leccia che saluta saltando davanti alla prua, un galleggiante di miticoltura alla deriva (recuperato), un po' di ramaglie portate dai fiumi ingrossati dal disgelo. La minaccia rossa sembrava definitivamente sparita. Come succedeva con le immacolate nuvole di mucillagini, quei polimeri che nei mesi estivi di alcune stagioni fa hanno afflitto le nostre coste per poi svanire così com'erano apparsi. E invece no, le compagini di Scintillans sono solo poco più a largo, dense, compatte, avvolgenti e dal vago odore di sentina, pronte a sferrare l'attacco finale alle balneabili coste della nostra regione. O, forse, a sparire. Di certo non scompare, però, il sintomo di un mare malato. Così come sulle terre emerse il Covid-19 colora e condiziona la nostra vita in un arco policromo che va dal bianco al rosso scuro, così in mare l'arancione denso è il segno di una Natura in affanno che si difende mandando all'attacco le sue speciali truppe invisibili. «La massiva fioritura di Scintillans - spiega Saul Ciriaco - è solo l'ultimo segnale di una serie di squilibri dell'ecosistema causati sia dai cambiamenti climatici sia dall'azione diretta dell'uomo». La lista è lunga. A cominciare dal rischio d'estinzione della Pinna nobilis, la popolare Stura, insidiata da un protozoo parassita che la sta facendo morire per inedia in tutto il Mediterraneo. Specie protetta, la Stura è stata attaccata dal nemico invisibile qualche anno fa nelle isole greche, e oggi rischia di estinguersi nonostante gli sforzi, compiuti anche nel nostro golfo dall'Amp Miramare e altri enti (è stata mobilitata persino una task force di sommozzatori della Guardia Costiera), per salvaguardare le sparute oasi dove ancora sopravvive. Poi ci sono la scomparsa delle fanerogame, piante marine come Cimodocea e Posidonia, una perdita drammatica secondo i biologi. Ancora, dobbiamo fare i conti con la desertificazione delle foreste marine di alghe brune, e con la comparsa di specie aliene come Mnemiopsis leidyi, la noce di mare, piccola gelatina tanto simpatica con le sue lucine natalizie intermittenti quanto feroce nel divorare le larve di pesce azzurro. E che dire della - per ora - fugace apparizione di Drymonema dalmanitum, la medusa più grande del Mediterraneo, vista un anno fa mentre si pappava ben due polmoni di mare alla volta?«Il punto è che da almeno una decina d'anni stiamo squilibrando sempre più il rapporto fra specie marine erbivore e carnivore, che altera l'intero ecosistema del golfo», commenta Saul Ciriaco mentre passiamo a venti nodi davanti alla costa fra Santa Croce e Aurisina. Proprio dove, fra pastini e boscosi pendii, fanno capolino i cantieri di nuove case e villette. Segni di un ulteriore impatto antropico, dicono gli esperti, che di certo al mare bene non fa.

Pietro Spirito

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 25 aprile 2021

 

 

"Meduse e microalghe, l'ecosistema si ribella" - il direttore generale dell'OGS Del Negro

L'invasione di meduse e microalghe che ha interessato nelle ultime ore il golfo di Trieste dimostra quanto sia necessario affrontare al più presto lo stato di salute delle acque marittime. E sarà proprio questo uno dei temi principali di cui si discuterà nel corso del Sea Summit programmato per settembre, iniziativa che vedrà l'intervento di esperti ed esponenti del mondo scientifico. «Gli ultimi eventi a cui abbiamo assistito rappresentano risposte anomale con cui l'ecosistema reagisce ad alterazioni causate dall'azione dell'uomo e su cui si possono innestare anche cambiamenti climatici», afferma Paola Del Negro, direttore generale dell'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (Ogs). «Per questo concentrare l'attenzione sul ruolo che ha il mare per la salute generale del sistema terra è fondamentale». Ma i problemi di cui soffre il mare non restano circoscritti alla sfera dell'ambiente. Piuttosto, hanno ripercussioni importanti anche su quella economica. «Gli organismi che negli ultimi giorni hanno invaso le nostre acque rappresentano dei predatori pericolosi, che si nutrono di plancton ma anche di uova e larve di pesci. Sono dei competitori importanti per i molluschi che vengono coltivati», chiarisce Del Negro. «Se non si fa qualcosa per affrontare questi problemi, le ripercussioni sul settore economico potrebbero essere rilevanti, soprattutto nell'ambito della pesca e della molluschicoltura, che nella nostra regione hanno un peso così rilevante. Il vantaggio di eventi anomali come quelli a cui stiamo assistendo è quello di costringerci a focalizzare maggiormente l'attenzione sulla salute del mare».

Li.

 

 

Trieste Verde denuncia: «Inquinanti in acqua» - l'affondo sull'area davanti all'ex area a caldo
«Non c'è centimetro delle acque antistanti l'area della Ferriera di Servola che non sia impestato da livelli di inquinanti cancerogeni che sforano di 2 o 3 mila volte i livelli consentiti dalla legge». A denunciarlo è la lista Trieste Verde, nel corso del consueto incontro pubblico settimanale. «L'inquinamento riguarda sia la zona oggi in smantellamento che quella delle acque contigue di superficie e di profondità, falde acquifere comprese», ha detto Maurizio Fogar. Un tema, quindi, a detta di Trieste Verde, che non si può dire concluso. «Quanto esce da quell'area, per effetto dei venti e delle correnti marine, tocca tutti - denuncia Maurizio Fogar, portavoce del movimento - tanto che la città si trova in eredità una vera e propria bomba tossica a orologeria».

lo.de.

 

 

Richetti: «Uno sportello su energia e risparmio» - la proposta del M5S
I Cinque Stelle vogliono stimolare la nascita di comunità energetiche sul territorio cittadino. A tal fine l'impegno di Alessandra Richetti, candidata sindaco del M5s, è quello di aprire uno sportello municipale, dove i cittadini possano reperire le informazioni necessarie per realizzare gli impianti e accedere alle agevolazioni: «Con il decreto legge 162 del 30 dicembre 2019, il governo ha autorizzato la condivisione tra più cittadini dell'energia elettrica prodotta da impianti rinnovabili. E allo scopo i Comuni possono promuovere politiche sociali attive». «Così si ridurrebbero le emissioni inquinanti - aggiunge Elena Danielis, capogruppo in Consiglio comunale - ma anche i costi in bolletta, contribuendo a combattere la povertà energetica. Vasto è inoltre il patrimonio edilizio comunale».

l.g.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 24 aprile 2021

 

 

Accordo con il Comune: l'Ogs al Magazzino 26 e laboratori fronte mare
L'ente di ricerca concentrerà la Sezione di Oceanografia dentro il Porto vecchio - Previsti spazi anche all'altezza del molo Zero. Dipiazza: «Una scelta coerente»
L'Ogs trasloca la sua sezione di Oceanografia al Magazzino 26, andando così a mettere un tassello ulteriore al mosaico di enti scientifici e culturali che popoleranno il Porto vecchio. La proposta, la cui realizzazione è data per sicura, è giunta ieri mattina nel corso di un incontro tra il Comune e i vertici dell'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale. All'incontro hanno partecipato il sindaco Roberto Dipiazza, l'assessore alla Cultura Giorgio Rossi, il presidente di Ogs Nicola Casagli e il direttore generale dell'ente Paola Del Negro. L'amministrazione comunale ha offerto all'Istituto di occupare con la sua sezione di Oceanografia gli spazi attualmente impiegati dalla mostra del Lloyd (che confluirà nel Museo del Mare), pari a circa 3.700 metri quadrati, cui andranno ad aggiungersi spazi ulteriori in corrispondenza del molo Zero, per dei laboratori fronte mare. I vertici di Ogs, fa sapere l'ente, «si sono immediatamente mostrati riconoscenti e soddisfatti della proposta, che consente sia di dare più spazi alle attività di ricerca della Sezione, sia di mantenerne la vicinanza al mare». La necessità impellente di Ogs era dotare la sezione di Oceanografia di aree più ampie e maggiormente fruibili, dato che, per svolgere tutte le attività, i ricercatori e i loro laboratori sono suddivisi nella sede a mare in località Santa Croce, dove sono ubicati i laboratori di biochimica e biologia (che necessitano di lavori di ammodernamento), negli uffici di via Beirut, dove trovano spazio le attività di alcuni gruppi di lavoro della Sezione, e in un'intera palazzina nella sede principale di Borgo Grotta Gigante a Sgonico. Gli spazi che verranno a liberarsi a Borgo Grotta consentiranno alle altre Sezioni di ricerca dell'ente (Geofisica, Centro ricerche sismologiche e Centro di ricerca tecnologica Gestione di infrastrutture navali) di riorganizzare e espandere i propri uffici e laboratori. Dipiazza commenta così la decisione: «Dare una collocazione all'Ogs e in particolare alla sua Sezione di Oceanografia al Magazzino 26 è una scelta coerente con la vocazione individuata per quella porzione del Porto vecchio: attività scientifiche, culturali e museali che trovano nell'elemento Mare un denominatore comune. Come amministrazione - prosegue il primo cittadino - siamo fieri di poter contribuire a dare una soluzione a un ente nato a Trieste e le cui attività portano alto il nome della città in Italia e nel mondo, ad esempio attraverso la loro nave da ricerca Laura Bassi, che troverebbe nel Porto vecchio un posto ideale in cui attraccare nei periodi in cui non è in missione». Aggiunge ancora il sindaco: «Ci interessa molto portare realtà come Ogs all'interno del Porto vecchio, così come ci interessa la Summer School di Stefano Fantoni. Nella fattispecie l'accordo con l'Ogs avrebbe anche il pregio di liberare il castelletto di Santa Croce, che ormai è completamente di proprietà comunale, e che potrebbe quindi venire destinato ad attività di altro genere. Inutile dire che si tratta di una situazione in cui tutti hanno da guadagnare». Afferma il presidente di Ogs Casagli: «Siamo riconoscenti all'amministrazione tutta e in particolare al sindaco Dipiazza per aver colto l'urgenza della nostra istanza. Ogs è un ente che cresce e che necessita di spazi ampi e vicini al mare. L'idea che la Sezione di Oceanografia possa finalmente trovare una casa unica, in un luogo come il Magazzino 26 che ospita già altre attività di ricerca, come l'Immaginario scientifico, e dove troveranno collocazione realtà legate alla divulgazione della scienza e della cultura del mare, è un ulteriore plus che ci permetterà di ipotizzare nuove forme per dare concretezza alla cosiddetta Terza Missione». Nelle prossime settimane proseguiranno gli approfondimenti tra gli uffici tecnici di Ogs e il Comune per dare seguito all'iniziativa in tempi che le parti auspicano possano essere definiti a breve. Il trasloco della Sezione oceanografica darebbe corpo ulteriore all'idea di un polo scientifico all'interno dell'antico scalo.

Giovanni Tomasin

 

 

Sparita la "marea arancione" di alghe - Dopo le numerose strisce comparse in questi giorni

Ma gli esperti avvertono: potrebbe esserci ancora, in profondità. Se torneranno dipenderà anche dalle condizioni meteo

Sono sparite, almeno in superficie e a occhio nudo, le grandi strisce arancioni di Noctiluca scintillans, la microalga apparsa nei giorni scorsi in grande quantità nel golfo. Si era palesata nel pieno della sua fioritura - secondo le osservazioni dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) erano 30 mila circa per litro le cellule presenti - avvistata fino a Punta Grossa e in Crozia, ma anche nelle acque che bagnano l'Emilia-Romagna e le Marche. Tuttavia, avverte Marina Cabrini, prima ricercatrice dell'Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs), non vuol dire che sia del tutto scomparsa. «Io ho raccolto in modo molto rapido un campione d'acqua davanti alla sede dell'Ogs, a Santa Croce, ma non su tutta la colonna d'acqua - afferma -: so bene che se le cellule fossero state abbondanti, nella camera di sedimentazione che si utilizza per l'analisi, le avrei viste. Potrebbero essere però in profondità ad esempio. Questa specie è spesso presente nella comunità fitoplanctonica del golfo di Trieste, ma in densità più limitate. Quando invece è molto abbondante, cioè quando l'acqua è arancione, vuol dire che Noctiluca scintillans si riproduce su tutte le altre microalghe». Sul perché non sia più visibile a occhio nudo attraverso le grandi macchie arancioni, chiamate "maree rosse", che hanno invaso anche il porticciolo di Grignano e di Miramare, i fattori sono diversi. «La fioritura è dovuta anche al fatto che questa microalga - spiega il direttore dell'Area Marina Protetta di Miramare Maurizio Spoto - si mangia le alghe piccole e, una volta terminati i nutrienti, si riduce». Nutrienti che possono essere presenti in quantità maggiore in ragione delle piogge e quindi dei fiumi. La sua concentrazione - che si è aggiunta nei giorni scorsi alla fioritura delle meduse Rhizostoma pulmo, ancora evidente - poi può diminuire anche perché viene predata dai consumatori, continua Cabrini, che aggiunge: «Bisogna capire che cosa è cambiato. Possono aver influito anche repentini sbalzi di temperatura. Con i colleghi chimici metteremo assieme i dati per capire che cosa è successo. Tuttavia devo precisare una cosa: quando il plancton è abbondante significa alimento per mitili e pesci. Noctiluca scintillans rappresenta un rischio solo se riducendo molto la concentrazione di ossigeno provoca ipossie e in casi più gravi anossie sul fondo». A studiare questo fenomeno è scesa in campo pure l'Arpa, deputata anche all'osservazione e alla valutazione delle acque. «Abbiamo effettuato dei campioni d'acqua - spiega Claudia Orlandi, responsabile della Qualità delle acque marine e di transizione - anche al largo. La Noctiluca scintillans era un po' distribuita in tutto il golfo. Seguiremo l'evolversi della situazione. Se la fioritura tornerà a comparire? Dipende anche dalle condizioni meteo. Tuttavia le maree rosse non sono una cosa nuova per il nostro golfo». Quanto invece all'Escherichia Coli, il batterio che fa dannare in particolare gli allevatori di mitilicoltura, dalle analisi microbiologiche rilevate dall'Arpa «non abbiamo rilevato la sua presenza nell'acqua - osserva Orlandi -. Bisogna però capire gli esiti delle analisi dell'Azienda sanitaria, che invece le effettua sugli allevamenti di mitilicoltura».

Benedetta Moro

 

Le meduse a tavola? Proibite. Ma in città gli chef le studiano per insalate fresche e golose e finger food stile Hong Kong

Ceviche, un'insalata di origini peruviane, con Rhizostoma pulmo, la medusa che da settimane invade il nostro golfo. Perché questo organismo può avere una seconda vita anche nel piatto. Lo sa bene Matija Antolovic, lo chef del Caffè San Marco, che ha preparato una ricetta ad hoc per una serata dell'Ogs, ma a puro scopo scientifico (è bene sottolinearlo, visto che in Italia e in Europa in generale non è ancora consentito mangiare medusa, a differenza del Sud Est asiatico). Ispirandosi dunque al suo sapore di mare, Antolovic ha così creato un piatto. «Per eliminare le tossine l'ho bollita per mezzo minuto in acqua bollente salata al 4 per cento e poi di nuovo in acqua ghiacciata - spiega -. Poi l'ho tagliata a cubetti piccoli e l'ho mischiata con cipolla, peperone, peperoncino, coriandolo e cetriolo. Pochissimo succo di lime e limone. Né sale né olio. Ha un sapore fresco di mare e così l'ho fatta: fresca e acidina». «Era un esperimento nell'ambito de "Il mare nel piatto" in collaborazione con l'Ogs - prosegue il titolare del locale, Alexandros Delithanassis -. Mi era piaciuto. Se è vero come dicono i ricercatori che alcune specie sono commestibili, ben venga se sono introdotte nei piatti». Ma c'è anche lo chef stellato Matteo Metullio che da tempo è coinvolto in un progetto che vede protagonista anche la medusa. E intanto in cucina la pensa così: «Nel mio immaginario la vedo alla griglia - spiega -, con un'insalata o un pesto di alghe, salsa di soia o teriyaki, cipollotto e olio di sesamo. Ma sono solo idee perché non l'ho mai provata, non so quale sapore possa avere. Mi dà l'idea di un sapore comunque fresco, perché penso sia come avere la sensazione della seppia sotto i denti. Dopo la cottura è da capire cosa resti». Il progetto a cui si dedica da tempo è un'idea della Società velica Barcola-Grignano e del suo presidente Mitja Gialuz. «È da un anno e mezzo che stiamo parlando con un pool di biologi ed esperti per capire quali specie siano commestibili - spiega lo chef -. Penso sia il cibo del futuro, visto che le meduse sono tante». Nel Sud Italia c'è invece anche chi di recente ha scritto un libro di ricette. S'intitola "European Jellyfish - Prime ricette a base di meduse in stile occidentale" e fa parte di un progetto europeo a cura anche dell'Istituto di Scienze delle produzioni alimentari del Cnr di Lecce, una realtà che studia da tempo la Rhizostoma pulmo. «Siamo un po' invidiosi di ciò che sta accedendo nel golfo di Trieste - dice sorridendo Antonella Leone, ricercatrice dell'Istituto -, perché le campioniamo da dieci anni nel golfo di Taranto, invece dall'anno scorso non se ne vede nemmeno una. Ci piacerebbe avere i fondi per capire il fenomeno. Intanto stiamo lavorando a un progetto per l'uso alimentare della medusa nell'uomo e uno dei risultati è la divulgazione e il trasferimento delle conoscenze. Abbiamo collaborato con gli chef stellati Gennaro Esposito, Pasquale Palamaro, Fabiano Viva e Giovanni Ingletti, assieme a una chef di Hong Kong che ha lavorato con noi, portando anche le meduse di quell'area che vengono seccate e servono come finger food e insalate». Così è nato ad esempio, tra i vari piatti, il Carpaccio di medusa con marinatura sale e zucchero «che ricordava l'ostrica».«Altri gruppi del progetto hanno pensato invece - conclude Leone - a utilizzare la medusa in agricoltura come fertilizzante e mangime in acquacoltura ma anche in cosmetica, perché ha molto collagene».

B.M.

 

 

 

 

 

 

Caso discarica di Pecol - Sequestrati i conti di Isontina ambiente
Bloccata l'operatività della società che gestisce la raccolta dei rifiuti anche a Duino Aurisina, Monrupino e Sgonico
Gorizia. Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Gorizia, Flavia Mangiante, ha disposto il sequestro preventivo delle liquidità di Isontina Ambiente depositate nei conti correnti intestati alla società in diversi istituti bancari. Il provvedimento riguarda la discarica di Pecol dei Lupi a Cormons, dal 2010 non più attiva per il conferimento dei rifiuti, posta sotto sequestro nel 2019 dalla Procura di Gorizia e, recentemente, affidata dalla stessa al commissario giudiziario Luigi Palumbo. È un provvedimento che di fatto "blocca" Isambiente (operativa anche nei comuni di Duino Aurisina, Monrupino e Sgonico), già al lavoro con i propri avvocati per presentare un'istanza di dissequestro dei propri conti in banca, comportando non solo l'impossibilità del pagamento degli stipendi di aprile per gli oltre 100 dipendenti e il saldo delle fatture dei fornitori, ma rischia anche di paralizzare un servizio pubblico essenziale come quello della raccolta dei rifiuti. In questo momento la società, che ad esempio effettua anche bonifici di 2 milioni alla Sangalli, non è in grado di effettuare alcun tipo di pagamento. Ma come si è arrivati a questo provvedimento? L'ultimo atto della complessa vicenda della discarica di Pecol dei Lupi è l'inchiesta per la "gestione illecita di rifiuti liquidi". In attesa che la situazione venga chiarita, perché l'inchiesta è ancora in corso, i Carabinieri dei Noe di Udine hanno dato, all'inizio del mese, esecuzione al decreto di sequestro dell'impianto di bonifica emesso dal gip del Tribunale di Gorizia «al fine di evitare il protrarsi di tali condotte illecite». Da qui la nomina come amministratore giudiziario di Palumbo, a cui è stata affidata «sia la custodia che la gestione della fase post-operativa della discarica con il precipuo compito, tra gli altri, di vigilare sul corretto funzionamento degli impianti e portare a compimento il procedimento di bonifica per arrivare alla chiusura definitiva del sito». L'ordinanza successiva sul blocco della liquidità del gip Mangiante in particolare «dispone il sequestro preventivo delle somme accantonate da Isontina Ambiente srl per la gestione ordinaria dal 31 dicembre 2010, limitatamente alla fase di chiusura, e per la gestione post operativa della discarica di Pecol dei Lupi». Questi accantonamenti non ci sono stati? Gli accantonamenti nella società dipendono dai versamenti effettuati dai Comuni e la liquidità è quindi variabile. Da qui il sequestro dei conti correnti bancari. «Informati tempestivamente i Comuni soci e dopo aver illustrato gli avvenimenti di queste ultime 24 ore, la società si è attivata con i propri legali per garantire nei tempi più brevi possibili il ripristino del normale funzionamento dei conti bancari. Al contempo l'azienda - si legge in una nota di Isontina Ambiente - sta adottando tutti i provvedimenti necessari ad assicurare l'usuale liquidità per l'operatività corrente. La società garantisce il massimo impegno per il regolare funzionamento del servizio».

Pietro Comelli

 

 

I pescatori di frodo e il mercato nero minacciano lo storione che vive nel Danubio
È una delle specie più antiche viventi sul nostro pianeta - Merce pregiata e ricercata dai ristoranti della regione
BELGRADO. Sono fra le specie più antiche ancora viventi sul nostro pianeta. Nei secoli e millenni passati erano fra i pesci più diffusi e pregiati del grande fiume, forse persino onorati come una divinità dalle popolazioni preistoriche della regione, nell'area di Lepenski Vir. Negli ultimi decenni sbarramenti, chiuse, dighe, pesca intensiva e trasporto fluviale ne hanno quasi cancellato le tracce. Gli storioni, malgrado tutto, popolano ancora ampie parti del Danubio inferiore, in particolare tra Serbia, Romania e Bulgaria e il Mar Nero. Ma anche quell'area non è un'oasi sicura. E i grandi pesci anadromi d'acqua dolce continuano a essere obiettivo di pescatori di frodo e merce pregiata del mercato nero della carne e del caviale. È la denuncia che arriva dal World Wildlife Fund (Wwf), organizzazione che negli ultimi anni ha sguinzagliato nel cuore dei Balcani esperti e ricercatori per comprendere lo stato di salute delle varie specie di storione presenti in particolare nel Danubio, area di riproduzione dei pesci, e nel Mar Nero, ma anche per monitorare il mercato nero e quello legale della carne di storione e del caviale nella regione, assai florido e pressoché sconosciuto. Il risultato delle ricerche è stato presentato nei giorni scorsi. E allarma. Il Wwf ha infatti confermato l'esistenza di un «lucrativo business» illegale tra Serbia, Romania, Bulgaria e Ucraina, incentrato proprio su prodotti della lavorazione dello storione e condotto su «ampia scala», ha specificato l'organizzazione. Come pianificare un'indagine così complessa, la «prima del genere»? Il Wwf ha scelto una strada inedita, combinando per quattro anni «dati ufficiali sulla pesca illegale dalle autorità competenti» e soprattutto avviando una capillare «inchiesta sui luoghi di vendita», prelevando centinaia di campioni di carne di storione e caviale in mercati, come quello belgradese di Zemun, dove sono stati trovati esposti storioni selvaggi; e in ristoranti, negozi e persino seguendo le tracce degli acquisti online. Poi sono arrivate le «indagini forensi» e del Dna, per verificare se avessero origine in allevamenti legali o in fiumi della regione, dove «la  pesca e il commercio di storione» selvaggio sono da anni «vietati». Gli esiti sono inquietanti e parliamo comunque «solo della punta dell'iceberg che dimostra tuttavia quanto è grave l'impatto» della pesca di frodo «degli ultimi storioni selvaggi», ha specificato la manager del progetto, Jutta Jahrl.Quasi il 20% dei campioni è infatti risultato provenire da esemplari di fiume, mentre fino al 30% del caviale esaminato era quantomeno sospetto, probabilmente frutto di «importazioni illegali», venduto senza rispettare gli standard di certificazione. Non solo. Il Wwf ha verificato una «forte domanda» da parte dei consumatori della regione di prodotti ricavati dallo storione selvaggio, una richiesta sostenuta che spinge un altro mercato irregolare, quello di pesci gatto e pesce persico del Nilo spacciati come storione. Non è finita. L'organizzazione per la difesa di flora e fauna ha individuato anche 214 casi di «incidenti», in gran parte in Romania e Bulgaria, che segnalano l'estensione del fenomeno della pesca illegale, con sequestri di caviale illegale - 40 vasetti di 20 kg in totale possono valere fino a 50 mila euro, come verificato in Romania nel 2020 - «confische di attrezzi di pesca illegali», di storioni già finiti nelle reti e di caviale e tranci di storione selvaggio. Gli ultimi episodi a marzo di quest'anno, in Romania, con storioni di oltre due metri scovati nelle reti di pescatori di frodo. E dal 2016 la 2020 gli episodi del genere sono triplicati. Storioni che non sono semplici pesci, ma «l'eredità naturale» e storica del Danubio, ultimo grande fiume europeo dove gli storioni migratori continuano a riprodursi in maniera naturale. E sono a rischio ovunque in Europa, continente dove tutte le varie specie tranne una sono ormai in via di estinzione. «Lo storione è già il gruppo di specie più a rischio di estinzione sulla Terra», ha così spiegato Beate Striebel, del Wwf, parlando di rapporto «allarmante». E chiedendo mano durissima per fermare il bracconaggio, nel fiume-simbolo dei Balcani.

Stefano Giantin

 

La mozione del Pd«Si affronti il problema delle processionarie»

«La giunta Dipiazza faccia tutto il necessario per contrastare la diffusione della processionaria e proteggere i cittadini. Occorre prevenire la formazione di una nuova generazione di insetti dannosissimi per i nostri pini e altre piante, E poi si deve informare la popolazione della presenza di questi insetti anche per l'uomo e gli animali, e delle misure sanitarie da adottare in caso di contatto». Lo chiedono i consiglieri Pd della Sesta circoscrizione Luca Salvati e Gentian Metani, con una mozione rivolta alla giunta comunale, a seguito di «diverse segnalazioni riguardo la presenza di processionarie in particolare al Bosco Farneto».

 

 

Meduse, alghe e batteri il mondo della pesca sempre più in affanno
Reti strappate e meno pesci in giro: «Uscite ridotte per risparmiare la nafta» Tra "Noctiluca" ed "Escherichia" problemi seri anche per chi alleva le cozze
«Vado in mare da cinquant'anni e non ho mai visto una cosa del genere. Una quantità impressionante di meduse che non ci permette di lavorare come vorremmo e dovremmo». Fabio Vascon, pescatore muggesano, si sfoga: la concentrazione di Rhizostoma pulmo nel golfo di Trieste impedisce alla categoria di lavorare con continuità. Un "flagello" al quale si aggiungono, adesso, la proliferazione delle microalghe e quella dei batteri Escherichia coli che insidiano innanzitutto la mitilicoltura. «Speravamo che, dopo l'invasione di Pasqua, la situazione migliorasse nel giro di qualche giorno ma purtroppo non è così - racconta Vascon - . Ieri, quando sono uscito con la barca, mi sono trovato circondato da banchi di meduse lunghi decine e decine di metri». Una situazione insostenibile che ha indotto diversi pescatori a decidere di lavorare a ritmo ridotto. «In mare abbiamo di fronte autentici "tappeti" che sono estesi decine di metri quadrati e di fatto non ci permettono di pescare. Le meduse si incastrano nelle reti e, con il loro peso, finiscono per strapparle. Zavorrano le barche, impediscono la saccaleva, senza considerare che la loro presenza sottocosta allontana il pesce dalla riva. Io, ad esempio, mi sono rassegnato ad uscire a giorni alterni per risparmiare la nafta. Così, almeno, riduco le perdite» conclude Vascon. Un grido d'allarme, quello del pescatore muggesano, sottoscritto e rilanciato anche da chi rappresenta la categoria. «Il nostro settore ha già un sacco di problemi - sottolinea Guido Doz, esponente della Federazione italiana maricoltori - e ora non ci mancava che l'invasione delle meduse... Spiace constatare che, secondo gli esperti, qualsiasi cosa accade in mare è sempre colpa di noi pescatori, che già facciamo fatica a lavorare a causa delle molte limitazioni imposteci dalla legge». Doz avanza una proposta operativa alla politica: quella di accelerare l'inserimento delle meduse nella lista dei "novel food", i cibi del futuro. «Oggi le meduse non sono ancora autorizzate per l'uso alimentare né in Italia né in Europa» ricorda Doz proprio nei giorni in cui una ricerca dell'Ispa, l'Istituto di scienze delle produzioni alimentari del Cnr, conferma che le meduse sono una potenziale risorsa nutrizionale. «La cosa potrebbe farci sorridere, lo so, ma - continua Doz - ricordiamoci che sono un piatto tradizionale in vari paesi del Sud-est asiatico. Penso ad esempio ai cinesi: abbiamo ricevuto richieste in quantità negli anni scorsi ma non abbiamo potuto assecondarle a causa della nostra legge che vieta la commercializzazione delle meduse in quanto prodotto non commestibile». Anche Nicola Bressi, direttore del Museo civico di Storia naturale, è sulla stessa linea: «Una soluzione all'invasione delle meduse potrebbe essere proprio quella di renderle commestibili, anche se non dobbiamo dimenticare che la forte presenza di questi giorni è dovuta a una concatenazione di fattori difficilmente ripetibili, alla quale si aggiunge il fatto che in questa parte finale dell'Adriatico le correnti sono meno forti». Nel frattempo, però, la situazione nel Golfo non migliora. Ieri, fra Miramare e Muggia, c'era ancora una presenza massiccia di Rhizostoma pulmo. Né si sono diradate, anzi, le macchie arancioni provocate dalla "Noctiluca scintillans", l'alga microscopica solitamente presente in mare aperto, che negli ultimi giorni si è accumulata nei porticcioli della costiera. «Ieri sono andato da Sistiana a Muggia per fare il rifornimento alla barca - conferma il pescatore Paolo De Carli - e la scia era presente da Grignano fino a Punta Grossa tanto da farmi ricordare gli anni delle mucillagini. Spero davvero che non ritornino quei tempi...». Ma c'è un altro problema che incide soprattutto sul lavoro dei miticoltori. «A causa dell'elevata concentrazione di Escherichia coli trovata nei mesi scorsi nelle cozze - spiega Davide Roncelli - il nostro settore sta attraversando un periodo di grande difficoltà. In tale contesto ora si inserisce questa microalga e noi non sappiamo ancora bene quali possano essere i suoi effetti sulle cozze».

Lorenzo Degrassi

 

 

Così Biden compatta il mondo sul clima - Draghi: «G20 per la transizione ecologica»
Il presidente americano: «È il decennio decisivo, dobbiamo agire». Al meeting online partecipano anche Cina e Russia
NEW YORK. Per qualche ora almeno, il clima è riuscito a mettere i leader del mondo sempre più diviso intorno ad un tavolo. Digitale, ma comunque occasione di dialogo. E questo è già un successo, vista la retorica infuocata degli ultimi mesi tra il presidente americano Biden, il rivale cinese Xi, e quello russo Putin. Poi staremo a vedere quante promesse fatte ieri per contrastare i cambiamenti climatici verranno mantenute, ma tra il nuovo impegno degli Usa a dimezzare le emissioni, quello della Cina ad abbandonare il carbone, e quello del premier italiano Draghi ad usare il G20 per avanzare i finanziamenti della transizione ecologica, qualche novità concreta è emersa. Il padrone di casa ha aperto il Leaders Summit on Climate avvertendo che questo «è il decennio decisivo, dobbiamo agire». Combattere i cambiamenti climatici «è un imperativo morale», perché «i segnali sono inconfondibili, la scienza è innegabile, e i costi dell'inazione crescono». Swiss Re ha calcolato che toglierebbe 23 trilioni all'economia mondiale nel 2050. Quindi Biden ha ammonito: «Incontrarsi ora va oltre l'obiettivo di preservare il pianeta, significa anche offrire un futuro migliore a tutti noi». Lui vede gli investimenti nella transizione ecologica come un'opportunità per rilanciare l'economia e creare posti di lavoro, e questo è un segnale di politica interna per convincere gli americani e piegare le resistenze degli avversari. Il primo scopo del Summit però era riaffermare la leadership Usa nella lotta al riscaldamento globale, dopo la parentesi Trump, e il presidente lo ha perseguito raddoppiando gli impegni presi da Obama con l'accordo di Parigi. Ora Washington punta a ridurre le sue emissioni di gas tra il 50 e il 52% entro il 2030. Gli Stati Uniti però vogliono aiutare i paesi più poveri a contribuire, perché pur essendo il secondo inquinatore mondiale dopo la Cina, anche se annullassero il loro 15% di emissioni globali non basterebbero a salvare il pianeta. Perciò Biden ha lanciato un piano per «finanziare la risposta globale in maniera coordinata». La direttrice dell'Fmi Georgieva ha aggiunto che il G20 deve accordarsi su un carbon price, superiore ai livelli attuali di 75 dollari per tonnellata entro il 2030. Xi ha lanciato un segnale di apertura anche solo intervenendo, ed evitando di citare gli altri punti di attrito aperti nella sfida geopolitica epocale con Washington. Invece ha detto che «vogliamo lavorare con la comunità internazionale, inclusi gli Usa». Ha ribadito l'impegno di zero emissioni entro il 2060, e ha aggiunto che vuole «limitare strettamente l'aumento del consumo di carbone» nei prossimi cinque anni, ed eliminarlo nei cinque successivi. E' importante, perché a settembre aveva promesso che Pechino avrebbe toccato il picco nel 2030, senza però spiegare come ci sarebbe arrivato e come sarebbe sceso. Anche Putin ha evitato lo scontro, dopo che Biden lo aveva definito un killer, annunciando impegni anche più stringenti della Cina. Persino Bolsonaro ha promesso di fermare la deforestazione in Brasile, pure se in cambi aveva chiesto un miliardo di dollari a Biden. Draghi, oltre ad affermare che «insieme vinceremo questa sfida», ha assicurato che userà la presidenza del G20 per la questione dei finanziamenti. E' un punto chiave, perché nel briefing preparatorio con i giornalisti, una fonte della Casa Bianca aveva risposto così alla domanda della Stampa su cosa vorrebbero nell'agenda del vertice di Roma: «Sarà cruciale avere una discussione più approfondita riguardo la finanza del clima, le ambizioni dei partner, il ruolo dell'energia pulita e l'adattamento». A quantificare ci ha pensato il segretario generale dell'Onu Guterres: «I leader mantengano la promessa fatta oltre un decennio fa, di 100 miliardi di dollari in sostegno dell'azione sul clima nei paesi in via di sviluppo». Greta Thunberg già dice che non basta. Vedremo ora se il mondo saprà davvero riunirsi, su questa emergenza che riguarda tutti.

Paolo Mastrolilli

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 22 aprile 2021

 

Invasioni di meduse e pesci a rischio. La richiesta di aiuto del nostro mare

Mai registrati finora nel golfo di Trieste fenomeni così estesi- Allo studio il peso di cambiamenti climatici e attività umane

Trieste. Mentre tutto il mondo si prepara a celebrare oggi la Giornata della Terra, Trieste e la Venezia Giulia si interrogano sulla salute del loro mare, invaso in queste ore da banchi record di meduse e microalghe. La prima certezza è che fenomeni così estesi non si erano mai visti nel golfo. La seconda è che, se le invasioni dovessero protrarsi, la pesca sarebbe a rischio e in pericolo potrebbero finire prodotti simbolo come i "sardoni". La terza è che la pesca è allo stesso tempo vittima e causa dell'incremento di questi organismi, che hanno sempre meno predatori a limitarne lo sviluppo. Nel braccio di mare fra Trieste e Grado, assicurano i ricercatori, non stanno accadendo però cose sconosciute, perché la Rhizostoma pulmo e la Noctiluca scintillans (rispettivamente meduse e alghe) sono presenze secolari, ma l'entità delle fioriture non può che colpire. Un tempo erano le mucillagini, oggi lontano ricordo. Adesso tocca alle grandi meduse biancastre e alla microalga arancione, che in realtà è un protozoo che non fa la fotosintesi ma si nutre di altri organismi. E qui sta il problema: Rhizostoma e Noctiluca mangiano molto e, se rimarranno a questi livelli, diventeranno pericolosi concorrenti della fauna che siamo abituati a mangiare. Pesci che anzi peschiamo troppo, tanto che potrebbe essere la loro diminuzione ad aver permesso l'esplosione che stiamo vedendo da una decina di giorni. L'Istituto di oceanografia e la Riserva naturale marina di Miramare hanno messola questione sotto la lente. La ricercatrice dell'Ogs Valentina Tirelli spiega che la medusa barile «è tipica del golfo ed è stata avvistata per la prima volta a fine '800. I grandi aggregati non sono rari, ma non ne abbiamo mai visti di queste proporzioni e con permanenza sotto costa così lunga. Al momento siamo alle ipotesi: potrebbe darsi che siano stati bora e correnti a permetterci di vedere quello che di solito succede più a largo e in profondità. In un golfo poco profondo come il nostro basta poco per rimescolare le acque». Ma ci sono anche processi di medio periodo: «Queste meduse - dice Tirelli - sono grandi ed è probabile che siano sopravvissute tutto l'inverno. Ci saranno ricadute sull'ecosistema: gli animali per sopravvivere devono mangiare, le meduse mangiano plancton e diventano competitor di pesci come sarde e acciughe. Se la concentrazione sotto costa si rivelasse quella dell'intero golfo, sarebbe critico, ma spero che il fenomeno sia transitorio. E nel frattempo dobbiamo capire gli effetti dell'arrivo della noce di mare dal 2016: in Croazia i colleghi già ipotizzano che questo crei un calo dell'acciuga, che va a cercare cibo altrove». Un'altra studiosa dell'Ogs, Fedrica Cerino, si occupa del la Noctiluca: «L'ultima grande fioritura è avvenuta nel 2003. È un organismo che non fa fotosintesi, ma cattura fitoplancton e zooplancton». Il problema è la competizione alimentare con gli altri pesci, ma anche il fatto che «questa specie produce grandi quantità di ammoniaca, che colpisce gli altri organismi. Dipenderà da quanto durerà il fenomeno: in altre aree, queste grandi abbondanze di Noctiluca hanno portato alla moria di pesci e invertebrati. Una spia sul piano ecologico? Non possiamo dirlo, il fenomeno va studiato». Il consulente ambientale della Riserva di Miramare Saul Ciriaco sottolinea che «non ci sono ancora evidenze fra cambiamento climatico e presenza della medusa, ma dal 2000 la temperatura del mare comincia a crescere e dallo stesso periodo aumentano frequenza degli avvistamenti, dimensione delle fioriture e mesi dell'anno di presenza, tanto che ormai vediamo la medusa per tutto l'anno». Ciriaco nota inoltre che «le catene alimentari si stanno squilibrando. Privilegiamo mangiare pesci che sono carnivori e mangiano anche le piccole meduse, che hanno maggiore facilità a crescere». Rispetto alla microalga, Ciriaco dice invece che «è stata vista da una settimana e bisogna capire se ci seguirà anche in estate: potrebbe aver pesato una stagione invernale poco rigida». Inevitabile domandarsi che ne sarà dei bagni estivi. Tirelli tranquillizza: «Il muco delle meduse può dar fastidio alla pelle e creare problemi agli occhi, ma il fenomeno in questa proporzione durerà poco e non sarà questa la situazione dei nostri primi bagni nella tarda primavera». Se i bagnanti possono rasserenarsi, i pescatori sono in ambasce: dall'Ogs, Diego Borme evidenzia che «sciamature di meduse in questa proporzione sono insolite e intralciano la pesca, perché nelle reti si impiglieranno chili e chili di meduse. Sarà un problema per le lampare che stanno per uscire alla ricerca di sardoni e sardelle». I pescatori stanno lavorano a ritmo ridotto: «È un'invasione - dice il muggesano Fabio Vascon - ed è difficilissimo lavorare con questi esemplari che zavorrano le reti e allontanano il pesce dalla riva. Ci saranno 50 meduse ogni metro quadrato di mare».

Diego D'Amelio

 

«Non ripetiamo sott'acqua gli errori fatti in terraferma»
L'appello dello scienziato Cosimo Solidoro: «Dalla tutela degli oceani dipende il benessere degli organismi del pianeta, uomini compresi»
Mari e oceani ricoprono il pianeta terra per più del 70% e contribuiscono in modo rilevantissimo al corretto funzionamento degli ecosistemi del pianeta stesso e al benessere degli organismi che lo abitano, esseri umani inclusi. L'oceano è un unico grande sistema, tridimensionale e in perenne movimento, animato da correnti che, prodotte dal riscaldamento differenziale del sole e della rotazione terreste, connettono fra loro le diverse parti del pianeta e trasportano le sostanze nutritive dal fondo buio allo strato superiore, dove miliardi di organismi microscopici usano l'energia solare per creare sostanza organica, sostenere la vita marina e produrre metà dell'ossigeno del pianeta. Gli oceani e gli ecosistemi marini regolano il clima del pianeta, sottraendo all'atmosfera ingenti quantità di calore e di anidride carbonica che - se non assorbite- causerebbero un aumento della temperatura dell'aria molto rilevante; alimentano attraverso l'evaporazione del mare il ciclo idrologico planetario, e con esso la maggior parte dell'acqua che piove sulla terra. L'oceano primordiale è stata la culla in cui si sono sviluppate le prime forme di vita, e ancora oggi ospita una varietà straordinaria di habitat e organismi. Fornisce cibo, risorse, medicinali, energia, occasioni di lavoro e scambio sociale e culturale. Gli oceani però, pur così importanti, sono sottoposti a una serie continua di minacce e alterazioni, che rischiano di aumentare nei prossimi anni a fronte della crescita delle attività legate all'economia del mare. Si pensi ai rischi connessi all'inquinamento, alla pesca eccessiva, alle attività estrattive sui fondali, ai cambiamenti climatici e al rumore marino. Per questo è importante prendersi cura degli oceani, non ripetere in mare gli errori che abbiamo fatto sulla terraferma rincorrendo il mito della crescita economica illimitata. Le azioni individuali e le scelte collettive restano determinanti per preservare la vita come la conosciamo: il pianeta è uno e tutto è connesso in un unico sistema di cui siamo parte e da cui dipendiamo anche noi.

Cosimo Solidoro

 

«Ognuno faccia la sua parte - Rassegnarsi è sbagliato»

Da anni lo skipper Pelaschier percorre il Paese denunciando i rischi legati all'inquinamento provocato da plastiche e idrocarburi
Non sono uno studioso, ma un testimone diretto dei cambiamenti che hanno interessato il nostro mare da 60 anni a questa parte. Il mare è parte di me e la sua tutela mi sta particolarmente a cuore. Per questo, su iniziativa della One Ocean Foundation, creata dalla principessa Zahra Aga Khan e dallo Yacht Club Costa Smeralda, ho fatto il giro d'Italia "slow" con Crivizza, una splendida barca in legno del 1958, per far conoscere il Charta Smeralda, un semplice decalogo per la salvaguardia dei nostri mari dall'invasione omicida della plastica. E ho partecipato a tante lezioni nelle scuole insieme ad un biologo, per sensibilizzare le nuove generazioni. La causa dell'inquinamento delle nostre acque è il comportamento di ciascuno di noi nella sua quotidianità. Molti non sono in grado di modificare le proprie abitudini e stili di vita. Credo che il cambiamento arriverà solo quando a governare saranno i nostri figli o nipoti, molto più sensibili al problema. Certo ci possiamo allarmare quando vediamo troppe meduse o fenomeni di alghe rosse, ma ci chiediamo quanta plastica, idrocarburi o metalli pesanti stanno anche nel mare più cristallino? Ricordo una regata nel Mar Piccolo di Taranto nel 1963. C'era un'invasione di meduse come quella di questi giorni in golfo: non si riusciva ad andare avanti con il Dinghy. In quel caso gli scarichi industriali avevano scaldato così tanto l'acqua da aver attirato le meduse. Oggi succede qualcosa di simile su ampia scala. Con le nostre attività stiamo scaldando il clima, innalzando di conseguenza anche la temperatura dei mari così tanto da ottenere una riproduzione anomala di alghe e meduse. Non dobbiamo rassegnarci, perché ricordo a tutti che l'oceano produce il 70% dell'ossigeno che respiriamo. È necessario agire nel nostro piccolo per raggiungere un grande obiettivo. Amare, conoscere, rispettare sono tre grandi imperativi per il futuro di tutti.

Mauro Pelaschier

 

Pronto il prato in fondo al mare - ora arrivano 30 boe ecologiche
Perfettamente riuscito il progetto Saspas con la piantumazione delle fanerogame. Presto anche i gavitelli a disposizione dei diportisti
Stanno per fiorire le fanerogame, è la seconda piantumazione, nel golfo di Panzano. Tempo poche settimane e la crescita sarà rigogliosa e spiccheranno con il loro verde intenso dal fondale. È perfettamente riuscito il progetto europeo Saspas di cui è capofila il Comune di Monfalcone che vede proprio il golfo di Panzano protagonista assieme alle Incoronate in Croazia e il parco delle Dune in Puglia. Ieri mattina il sopralluogo dei tecnici della Saspas con una delegazione del Comune ha confermato che sta andando tutto bene e che le pianticelle sul fondale grazie alla loro estesa rete eviteranno l'erosione di fondale trattenendo i sedimenti. Una vera "nursery" ecologica per tutti i piccoli pesci che trovano nascondiglio e nutrienti per crescere. Ed è anche tutto pronto per l'arrivo delle circa 30 boe ecologiche, gavitelli speciali a disposizione dei diportisti che eviteranno così di calare l'ancora sul fondo che danneggia i fondali e estirpa le fanerogame così preziose per mantenere l'equilibrio dell'ecosistema marino.Un blitz con i gommoni dalla base del Marina Hannibal (a guidarli il direttore dell' yacht Club Loris Plet) prima nell'area della "piantagione" in mare delle fanerogame. Poi a meno di un miglio di distanza dove saranno sistemate le boe ecologiche. Una zona dove l'acqua è profonda tre metri, ma è così trasparente da far scorgere il fondale. Proprio di fronte all'Isola dei Bagni, poco distante dei caregoni. Il sito del turismo "slow" dei monfalconesi che vivono il mare e le bellezze naturali.

G.G.

 

Fondali marini protagonisti di "The Rocky Oceans Show" - alle 17.30 il terzo webinar di "Siamo in onda"
Quando il mare dà spettacolo. Tra emissioni gassose, piccoli "vulcani" e giardini di roccia sommersi. Saranno i fondali marini gli assoluti protagonisti, oggi alle 17.30, di "The Rocky Oceans Show", incontro su piattaforma Zoom organizzato da Wwf Area marina protetta di Miramare e Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale in occasione della Giornata mondiale della Terra. Moderato da Saul Ciriaco dell'Amp intende far scoprire cosa accade sott'acqua. L'incontro, aperto a tutti, può essere seguito in diretta sulle pagine facebook di Amp e Ogs. «Il ciclo di webinar "Siamo in onda" - spiega Paola Del Negro, direttore generale di Ogs - ha dato ufficialmente il via a un programma congiunto con Amp Miramare lanciato in occasione dell'avvio del Decennio del mare delle Nazioni unite per promuovere la conoscenza e la sensibilizzazione sul mare e gli oceani». «Festeggiamo la Giornata - anticipa il direttore dell'Amp, Maurizio Spoto - con interventi che parleranno di mare, in quanto il 70% della Terra è occupata dall'elemento blu. I relatori illustreranno le caratteristiche di un ambiente peculiare del Golfo di Trieste, quello di marea, abitato da animali abituati a vivere sia in ambiente aereo che acquatico. Nell'occasione verranno descritte le mappature svolte a Miramare da Stefano Furlani dell'ateneo giuliano». La ricercatrice Federica Donda dell'Ogs descriverà quindi uno dei fenomeni geologici marini più interessanti dell'Alto Adriatico: le emissioni di gas metano dai fondali che danno origine a gorgogliamenti nella colonna d'acqua e affioramenti rocciosi noti come "Trezze". Di questi "giardini di roccia sommersi" parlerà Diego Borme, ricercatore di Ogs che studia le formazioni rocciose al largo delle coste regionali: rappresentano veri e propri paradisi di biodiversità, caratterizzati dalla presenza di organismi di rara bellezza».

Gianfranco Terzoli

 

 

Il nostro pianeta ha lanciato l'ultimo appello sarà la rigenerazione oppure l'estinzione
Il fondatore di Slow Food: la pandemia è una sorta di risposta biologica con cui la natura ha tentato di aprirci gli occhi
Ogni anno in questo giorno di primavera si celebra la Giornata Mondiale della Terra. Una ricorrenza che ci ricorda di avere cura e attenzione per il pianeta che ci ospita, e che quest'anno mi piacerebbe fosse accompagnata anche da un sentimento di rigenerazione. Mi trovo infatti d'accordo con quella componente sempre più ampia del mondo scientifico, che sostiene che lo scatenarsi della pandemia, sia stata una sorta di risposta biologica con cui la nostra Terra Madre ha tentato di aprirci gli occhi sulle conseguenze del nostro sistema consumista, sulla profonda interconnessione del tutto e sulla comunione di destino a cui nessuno può sottrarsi. Ecco quindi che il fiorire della natura circostante, dovrebbe andare di pari passo con lo sbocciare nelle menti di nuovi valori e comportamenti che accolgano l'appello del pianeta e affrontino le problematiche che ci attendono. Risponderemo al cambiamento climatico con coerenza e rapidità? Realizzeremo un modello di sviluppo rigenerativo? Dismetteremo l'attuale sistema agricolo dipendente da input chimici e ad alto consumo di energie per praticare invece un'agricoltura attenta alle risorse, alla biodiversità e agli ecosistemi? Adotteremo stili alimentari consapevoli, che ad esempio scelgono la carne con meno frequenza e con più attenzione? Creeremo una società più giusta? Possediamo le conoscenze per agire in questo senso, ora dobbiamo avere anche la volontà di tramutarle in azioni. La storia e i fatti che stiamo vivendo ci dimostrano in modo chiaro che il vecchio paradigma basato su competitività e profitto è obsoleto. La prosperità infatti è vera solo se inclusiva. Ecco quindi che d'ora in avanti la strada per un futuro non solo felice, ma anche possibile, è quella in cui cooperazione, dialogo e beni comuni sono le direttrici da seguire. Solo così potremo davvero porre al centro la dignità umana e la salute del pianeta. Lasciatemi ora fare alcuni esempi affinché le mie non sembrino parole al vento, ma istanze concrete che dovranno diventare sempre più numerose. Negli ultimi anni sono aumentati i mercati contadini, i gruppi di acquisto e altre forme di distribuzione alternative a quella organizzata, che hanno favorito la creazione di relazioni e momenti di dialogo tra produttori e consumatori, con un maggior guadagno per i primi e un costo pressoché invariato per i secondi, ma con una merce più fresca, di stagione che non ha percorso innumerevoli chilometri. Cooperazione, trasparenza e solidarietà sono bisogni che cittadini via via più responsabili e informati, chiederanno a gran voce, anche alla grande distribuzione e al comparto online, che registra tassi di crescita impressionanti. In questo caso è la singola azienda a dover farsi garante di pratiche rispettose dell'ambiente e dei lavoratori, mettendo così il maggior potere di cui gode sul mercato al servizio della filiera. In un sistema interconnesso infatti, nessun attore è più importante dell'altro e il valore quindi, è vero solo se risorse, strumenti e conoscenze sono condivisi equamente tra tutti. Scuole, carceri, terreni confiscati alle mafie e periferie delle città sono poi altri luoghi dove, attraverso l'agricoltura sociale, si sta manifestando questo cambio di passo. Qui il cibo si fa bene comune, promuove la convivialità e diventa strumento di emancipazione per le fasce più deboli della popolazione. Quelle elencate sono trasformazioni dal basso, quando però sono supportate dalla politica (europea in questo caso), e diventano parte del green new deal, della strategia per la biodiversità o di quella per l'alimentazione, beh, allora forse la strada è proprio quella giusta. Ho parlato di cibo, ma la trasformazione sarà tale se questo pensiero ecologico e di umana cooperazione contaminerà ogni ambito della nostra vita acquisendo una valenza sociale, etica e politica. Solo così potremo dire di aver appreso la lezione che Terra Madre ci ha tragicamente impartito con la pandemia. Solo così salveremo l'umanità e le altre specie viventi dall'estinzione.

Carlo Petrini

 

Cambio climatico, Usa e Cina voltano pagina - E dall'Europa benefici per inquinare di meno
La visita a Shanghai dell'inviato di Washington, John Kerry, sblocca la cooperazione - Alla vigilia del vertice, il presidente Biden ribadisce la priorità della riduzione di emissioni
Venti milioni di persone il 22 aprile del 1970, accogliendo l'appello del senatore democratico Gaylord Nelson, invasero le strade delle città degli Stati Uniti per manifestare sul rispetto della Terra. Così nacque l'Earth Day, un evento che ad oggi rimane la più grande manifestazione civica della storia umana, come ricorda con orgoglio Kathleen Rogers, presidentessa della giornata internazionale che da allora si celebra ogni 22 aprile. Al centro del dibattito che ricorre sul tema c'è il cambiamento climatico, che ha visto affievolirsi le luci dei riflettori a causa dell'emergenza Covid19, ma che continua a correre. Anche perché nel 2021 le emissioni relative alla produzione di energia - la cui domanda globale è aumentata proprio per effetto della pandemia e del cambio delle nostre abitudini - dovrebbero aumentare di 1, 5 miliardi di tonnellate, stando alle previsioni dell'Agenzia Internazionale dell'Energia. Con questa doverosa premessa, assume più rilevanza la recente notizia su USA e Cina che si impegnano a cooperare sulla pressante questione del climate change. Una cooperazione annunciata dopo la visita a Shanghai dell'inviato speciale statunitense per il clima John Kerry, assegnato al ruolo dal presidente americano Joe Biden, desideroso più che mai di riportare il suo Paese sulla giusta carreggiata, dopo il periodo negazionista del suo predecessore Donald Trump. È stato lo stesso Kerry, assieme al suo pari cinese Xie Zhenhua, ad annunciare che States e Dragone sono impegnati a cooperare tra loro e con altri paesi per affrontare la crisi climatica «con la serietà e l'urgenza che richiede». Parole importanti, che arrivano alla vigilia del vertice sul cambiamento climatico, fortemente voluto proprio da Biden, per dare una decisiva spinta alla riduzione delle emissioni. Quaranta leader, tra cui il presidente cinese Xi Jinping, si incontreranno in videoconferenza due giorni, simbolicamente proprio dal 22 aprile. Quasi un anticipo di Cop26, la Conferenza ONU sul clima in programma a Glasgow a novembre, sotto la presidenza del Regno Unito. E proprio il premier britannico Boris Johnson, anche per non perdere terreno con gli altri due «giganti», ha annunciato che la Gran Bretagna vuole fare la sua parte, tagliando il 78% delle emissioni entro il 2035. In attesa dell'esito del vertice, dunque, le potenze si muovono. Tornando agli USA, è importante sottolineare che dai primi giorni dopo il suo insediamento, Biden ha reso il clima una priorità assoluta, riportando gli Stati Uniti dentro l'Accordo di Parigi 2015. Ha promesso che gli USA passeranno a un settore energetico privo di emissioni entro 14 anni, e che avranno un'economia priva di emissioni entro il 2050. Xi Jinping invece già lo scorso anno annunciò che la Cina sarebbe stata a impatto zero entro il 2060, con un importante obiettivo intermedio di taglio delle emissioni entro il 2030. Proclami forti, che infondono ottimismo, sentimento che pervade l'Earth Day 2021, come ha spiegato proprio la presidentessa Rogers: «Al centro della Giornata della Terra 2021 c'è l'ottimismo, un sentimento assolutamente necessario in un mondo devastato sia dal cambiamento climatico che dalla pandemia». Bene allora l'ottimismo, ma attendiamo mosse decisive, come quella annunciata dal Commissario europeo Paolo Gentiloni, che, proprio alla vigilia dell'Earth Day, ha spiegato di voler riformulare le tasse sull'energia per ridurre le emissioni del 55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990, e raggiungere la neutralità climatica al 2050. Obiettivi ambiziosi. Consapevoli che, per salvare l'unica Terra che abbiamo, occorrono anche quelli.

Alfredo De Girolamo

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 21 aprile 2021

 

 

L'aula compatta: «Si riapra il parco di villa Necker» - ok unanime alla mozione del centrosinistra
Il parco di Villa Necker ha tenuto banco durante il Consiglio comunale di ieri. L'aula ha approvato all'unanimità una mozione urgente del centrosinistra in cui si chiede al sindaco di convocare «le associazioni che hanno espresso disponibilità a collaborare, per aprirlo al pubblico, e valutare con loro come concretizzare ciò». Allo stesso scopo, si vuole che l'amministrazione cittadina intervenga nuovamente con il Demanio militare. Primo firmatario del testo - sottoscritto anche da Italia Viva, Open e Cittadini - è il consigliere del Pd Giovanni Barbo. Durante il dibattito si sono espressi favorevolmente pure esponenti del centrodestra: ad esempio Marco Gabrielli, che ha lasciato la Lista Dipiazza per guidare la civica Cambiamo, o Michele Babuder di Fi. Il forzista ha ricordato di aver già presentato sul tema un'interrogazione al sindaco Roberto Dipiazza e all'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, tirando in ballo anche lo stallo delle aree di pertinenza del bagno militare, a Miramare. In generale sono state approvate varie mozioni, tra cui quelle riguardanti sicurezza stradale in prossimità delle scuole (Barbara Dal Toè della Lega); tutela del Teatro L'Armonia (Salvatore Porro di FdI); dipendenza da computer e smartphone (Michele Claudio della Lega). Pur esprimendosi a favore, Paolo Menis del M5s ha definito «pleonastica» la mozione di Dal Toè. Poi il clima è cambiato e la seduta si è conclusa in bagarre. «La maggioranza ha chiuso i lavori - è l'attacco, a margine, della capogruppo Pd Fabiana Martini - per non discutere la stigmatizzazione del gesto del vicesindaco Polidori, riguardo la persona senza fissa dimora. Scandaloso poi che si usino due pesi e due misure nella conduzione dell'aula». In precedenza erano passate alcune delibere su debiti fuori bilancio, tra cui i 23.472 euro necessari a mettere in sicurezza i solai delle scuole primarie Laghi, Manna e Rossetti, opere già eseguite. In fase di "question time" c'è stato inoltre un botta e risposta tra l'assessore all'Educazione, Angela Brandi, e la dem Valentina Repini, sull'attesa distribuzione del quaderno didattico "Skratkov zvezek-Il quaderno del folletto" nelle sezioni slovene delle scuole dell'infanzia comunali.

Lilli Goriup

 

 

A2A: «Il turbogas diminuirà le emissioni»
Polveri sottili «sostanzialmente nulle» e l'anidride carbonica «passerà da 884 kg a 323 kg per megawattora prodotto»
Le emissioni di polveri sottili, cosiddette Pm 2.5, «non aggraverebbero l'attuale situazione» e la produzione in atmosfera di anidride carbonica «verrà significativamente ridotta». Quanto alla realizzazione del metanodotto, in particolare lungo il tratto di area carsica interessato dal Biotopo del Lisert, di alto valore naturalistico, «non soffrirà impatti» sia sotto il profilo ambientale che in fatto di habitat delle specie protette. Non ultimo, la questione occupazionale: «Verranno mantenuti gli stessi livelli». Sono i principali aspetti sui quali l'azienda A2A Energiefuture concentra l'attenzione. Ciò sulla scorta delle ulteriori documentazioni fornite in seguito alle quali il Ministero aveva avviato, lo scorso 12 marzo, una nuova consultazione pubblica, per la quale è in corso la procedura di Valutazione di impatto ambientale (Via) legata al progetto di realizzazione dell'impianto a metano a ciclo combinato. Il Comune di Monfalcone ha a sua volta inoltrato le proprie osservazioni argomentando, come già dichiarato, nell'esprimere parere non favorevole rispetto alla compatibilità dell'opera, ritenendola «non sostenibile rispetto al territori in cui verrebbe ad insediarsi». In particolare, ha rilevato che le emissionni di polveri sottili Pm 2.5 con la prospettata centrale a gas «risulterebbero sostanzialmente equivalenti rispetto alla centrale a carbone funzionante con le regole dell'Autorizzazione intergrata ambientale attualmente vigenti». Nè cambierebbe per il Comune la quantità di emissioni di anidride carbonica. Sempre il Comune ha parlato di «impatti geologici che avrebbero eventuali trivellazioni e attività di interramento del metanodotto», facendo riferimento a falde, corsi d'acqua sotterranei, nonché rilevando la delicatezza dell'area speciale del Biotopo del Lisert.L'azienda, invece, evidenzia prospettive ben diverse. A partire da una premessa: «Per l'impianto a metano a ciclo combinato - spiega - A2A ha proposto unn progetto di riconversione che prevede l'impiego delle migliori tecnologie disponibili, che sono in grado di garantire un significativo miglioramento della qualità dell'aria grazie ad una riduzione di tutte le emissioni». Entrando nel dettaglio delle polveri sottili, evidenzia come «le emissioni di Pm 2.5 delle centrali a turbogas sono "sostanzialmente" nulle, quindi la nuova centrale non apporterebbe un aggravio della situazione attuale, che peraltro non presenta criticità, come rilevato dalle centraline di monitoraggio gestite in zona dall'Arpa Friuli Venezia Giulia». Veniamo alle emissioni di anidride carbonica. A2A Energiefuture osseva: «Grazie al maggior rendimento garantito dalla nuova centrale a gas, sarà possibile ridurre in maniera significativa l'emissione di CO2 che passerebbe dagli attuali 884 kg a 323 kg per megawattora prodotto. Per quanto non esistano valori limite di legge per le emissioni di anidride carbonica - aggiunge -, A2A ha scelto di allinearsi al target di riduzione delle emissioni definito dalla Science Based Targets Initiative, diminuendo il fattore di emissione di CO2 al 2030 del 47% rispetto al 2017». Insomma, A2A Energiefuture ritiene come il progetto presentato tenga conto della minimizzazione degli impatti proprio a fronte del ricorso di tecnologie d'avanguardia, le migliori disponibili per questa tipologia di impianti.In relazione alla conduttura, l'azienda afferma: «Le attività di posa del metanodotto verranno gestite con la massima attenzione, al fine di minimizzare qualsiasi possibilità di interferenza con le falde acquifere e i corsi d'acqua sotterranei. Il progetto prevede inoltre l'utilizzo di tecnologia trenchless, che consente di evitare scavi e di salvaguardare gli habitat caratterizzati dalla presenza del grillo Zeuneriana marmorata». La tecnologia "senza trincee" permette di non ricorrere agli scavi a cielo aperto evitando le manomissioni di superficie ed eliminando così pesanti e negativi impatti sull'ambiente sia naturale che costruito, sul paesaggio, sulle strutture superficiali e sulle infrastrutture di trasporto. L'azienda ricorda che «come da accordo siglato il 12 marzo 2020 tra A2A e i sindacati, il progetto prevede di mantenere gli attuali livelli occupazionali». Infine si osserva: «A2A ha espresso più di una volta e in tutte le sedi disponibili, la piena volontà di investire nel territorio di Monfalcone con le migliori tecnologie, attuali e future, garantendo ai cittadini e ai suoi dipendenti la massima cura dell'ambiente e della salute, secondo le norme di legge. La nostra intenzione è quella di partecipare allo sviluppo dell'area, affiancando le istituzioni locali e tutte le organizzazioni territoriali che, come noi, hanno a cuore lo sviluppo sostenibile del nostro Paese».

Laura Borsani

 

 

Mare arancione, esperti di tre enti in campo
Sotto esame la massiccia presenza della microalga Noctiluca scintillans, in concomitanza con quella delle meduse
Ampie strisce color arancione, tendenti al rosso, hanno invaso ieri le acque di Grignano e di Miramare. Che sarà mai? È sempre lei, Noctiluca scintillans, una microalga che di notte diventa luminescente e che già dai primi di aprile è presente sotto costa in questa zona di Trieste. Il volume di quest'organismo predatore, non pericoloso per l'uomo, si è però espanso a vista d'occhio nelle ultime ore, lasciando perplessi anche i ricercatori locali. Che non solo studieranno le cause di questa abbondante fioritura, ma anche la concomitanza con la sciamatura di meduse, Rhizostoma pulmo, ancora numerosissime in questi giorni in Adriatico. Noctiluca scintillans si presenta di solito in periodo primaverile, ma la fioritura è un fenomeno comunque raro. A Trieste, l'ultimo avvistamento precedente risaliva al 2017, sempre in aprile, a Muggia. Ad analizzare il fenomeno sono scesi in campo l'Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale (Ogs), l'Agenzia regionale per la Protezione dell'ambiente del Friuli Venezia Giulia (Arpa) e l'Area Marina protetta di Miramare (Amp), con puntuali campionamenti e conseguenti analisi accurate. Oltre a spiegare che Noctiluca scintillans è un'alga unicellulare, appartenente al gruppo tassonomico dei Dinoflagellati, viene sottolineato che è una specie prevalentemente eterotrofa ovvero si nutre di altri organismi. Ma perché si sia presentata in forma così massiccia è appunto ancora da approfondire. Per l'Arpa il motivo riguarda, oltre il periodo dell'anno, l'aumento della temperatura e l'apporto di nuovi sali nutritivi, che giungono attraverso l'azione delle piogge e dello scioglimento delle nevi. Una tesi che Marina Cabrini, prima ricercatrice dell'Ogs, non smentisce ma che preferisce ancora studiare. «È da fine marzo che mi arrivano segnalazioni di acque rosse di questa microalga», spiega la studiosa, che si occupa assieme ai colleghi da molto tempo della dinamica della comunità fitoplanctonica del golfo di Trieste. Inoltre in Ogs è presente l'unica preziosa collezione italiana di microorganismi marini. «Questa fioritura è stata avvistata prima a Marano, a fine marzo - prosegue -. Mi sorprende però questa lunga e ben distribuita concentrazione, visibile solo quando è molto abbondante e colora le acque di rosso». E aggiunge: «Qui è favorita anche dalle correnti. Bisogna studiare il fenomeno mettendo in relazione la presenza delle cellule con i dati di temperatura, salinità e i nutrienti. Curioso comunque che avvenga questo episodio dopo la sciamatura di meduse». Quel che è certo, appunto, è che la microalga non è pericolosa per l'uomo. «Casomai è dannosa per gli altri organismi - aggiunge Cabrini -, perché respira ossigeno e potrebbe essere causa di ipossia o anossia con eventuale rischio di moria. In passato ci sono stati fenomeni simili». «In condizioni particolari - specifica poi Maurizio Spoto, direttore dell'Amp - viene anche elencata come alga tossica per la fauna marina, specialmente i pesci, per la secrezione di ammoniaca all'esterno attraverso i suoi vacuoli e per il consumo di ossigeno». E questa estate, come sarà il mare? «Non sappiamo dire quanto durerà questa fioritura di Noctiluca scintillans - conclude Cabrini -, di solito sono fenomeni che in linea di massima durano un mese».

Benedetta Moro

 

 

Alle 18.30 - La flora marina del mare di Trieste

Oggi, alle 18.30, il Centro Culturale Veritas, propone una videoconferenza dedicata a Josef Ressel. Si parlerà de "La flora marina di Trieste: rischi e opportunità di sviluppo sostenibile" con Annalisa Falace, algologa e professore all'Università di Trieste. Per partecipare su zoom, scrivere a centroveritas@gesuiti.it. La conferenza si potrà vedere in diretta sulla pagina facebook del Centro Culturale Veritas.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 20 aprile 2021

 

 

Nuovi percorsi ciclabili fra Rive e Porto vecchio e piazza Foraggi-Muggia
Corsia pronta sulla bretella da largo Città di Santos a piazza Duca degli Abruzzi - Obiettivo prolungarla verso l'antico scalo entro l'estate. Poi si passa in periferia
Tanti, ieri, i pedoni e i ciclisti che si sono diretti da piazza Libertà alle Rive e viceversa attraverso il nuovo tratto ciclopedonale realizzato accanto al parcheggio del molo IV. Una corsia molto ampia, asfaltata, protetta dai panettoni in cemento, e con la segnaletica orizzontale a indicare la bidirezionalità. Un intervento realizzato in tempi rapidi dal Comune, iniziato giovedì e concluso sabato. E l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli annuncia ulteriori novità per gli amanti della due ruote: un collegamento a breve tra il Porto vecchio e la stessa bretella appena ultimata, e i lavori previsti sull'asse piazza Foraggi-Muggia. Ieri mattina molti hanno testato la novità fra largo Città di Santos e piazza Duca degli Abruzzi con soddisfazione, sia chi è passato per caso, abituato a muoversi in città pedalando, sia chi percorre ogni giorno quel pezzo di strada, come i pendolari che utilizzano il treno per spostarsi fuori città, e lasciano la bici nella zona della stazione, o chi posteggia la propria auto nell'area del molo IV o in altri parcheggi vicini, per recarsi poi al lavoro nel centro cittadino. Alcuni hanno apprezzato in particolare le due direzioni di marcia, che consentono di muoversi anche verso piazza Libertà, senza il pericolo di farlo contromano, come accadeva prima dei lavori. Per altri poi l'opera ha permesso anche di evitare le soste selvagge di molti veicoli, che solitamente venivano lasciati alle spalle degli edifici che si affacciano su corso Cavour. «Era un intervento molto richiesto dai cittadini - rileva Giulio Bernetti, direttore del Dipartimento Territorio, Economia, Ambiente e Mobilità del Comune - che poi si collegherà idealmente con la ciclabile delle Rive, anche se prima saranno necessari un confronto con l'Autorità portuale e la conclusione dei lavori in atto sul Ponte bianco. La bretella poi sarà collegata, dall'altra parte, con l'ingresso del Porto vecchio». E su quest'ultimo ulteriore aspetto l'assessore Luisa Polli intende accelerare sui tempi. «Auspico si possa realizzare prima dell'estate - sottolinea - per consentire alle persone di utilizzare ancora di più l'area del Porto vecchio, già molto amata da tanti sportivi, ma anche per permettere alla gente di andare al mare, a Barcola, in bicicletta, in tutta sicurezza. Spero sia possibile farlo rapidamente anche se - precisa - bisogna fare i conti con gli appalti e le procedure burocratiche necessarie». Il tratto appena concluso è stato oggetto di diversi sopralluoghi in passato, prima del via libera della scorsa settimana. «Una prima visita sul posto - ricorda Polli - era stata fatta nel 2017 e poi ancora nel 2018. C'era la presenza di un cantiere, accanto al teatro Miela, e abbiamo aspettato la sua conclusione e la rimozione dei materiali. Appena è stato possibile avviare i lavori, lo abbiamo fatto e tra asfaltatura e segnaletica tutto è stato portato a termine in tre giorni». E l'assessore anticipa anche altre novità in tema di spostamenti sostenibili, relative a una zona più periferica: «Contestualmente ai lavori di sistemazione della galleria di piazza Foraggi si procederà anche con la realizzazione della ciclabile - annuncia - che proseguirà poi su via Flavia, anche se per questo obiettivo in particolare dovremo valutare ogni dettaglio insieme alla Regione. L'idea è di preferire, per una parte del tracciato, via Caboto, per evitare di percorrere tutta via Flavia, che è un'arteria particolarmente trafficata, ma al momento - precisa - sono considerazioni che stiamo esaminando, prima dell'ok definitivo». Tornando a piazza Foraggi, una direttrice ciclabile sarà a carico dei nuovi proprietari dell'ex Fiera che, in accordo con il Comune, dovranno assicurare un tratto dal comprensorio alla galleria. «Per quanto riguarda invece viale D'Annunzio - aggiunge l'assessore - nel Pums, Piano urbano della mobilità sostenibile, è prevista una percorribilità ciclabile. Stiamo esaminando alcune proposte perché non si potranno togliere i parcheggi della zona, che sono importanti per i residenti. Stiamo studiando quindi la soluzione migliore, insieme ai nostri uffici».

Micol Brusaferro

 

«L'assetto è ok» - la bidirezionalità
Tra i primi a imboccare il nuovo tratto ciclopedonale ieri Giulia Giubini. «Ho iniziato a utilizzare la bicicletta nel periodo del lockdown - racconta -, abito sulle Rive e ho scoperto che è comodo spostarsi così. Sono passata di qua già nei giorni scorsi, quando stavano ancora lavorando. È un'ottima soluzione, anche perché è bidirezionale».

 

«Basta con l'auto» - dall'inghilterra in città
«Soluzione molto utile - commenta Matthew Story, inglese trasferito un anno fa a Trieste - ormai giro solo pedalando, perché la mia patente non è più valida dopo la Brexit, ma in generale mi piace muovermi così. Sono venuto a vivere a Trieste per amore - racconta -: la mia ragazza abita qui, è una bella città, mi trovo bene e mi sposto in bici facilmente».

 

«Il passo in più» - l'assessore
«L'auspicio è di collegare la nuova bretella ciclopedonale all'ingresso del Porto vecchio entro l'estate - dice l'assessore Luisa Polli - per rendere più facile il tragitto di chi vorrà andare al mare, a Barcola, in bicicletta, e anche per far conoscere e vivere ancora di più ai cittadini la zona del Porto vecchio, già molto amata da chi fa sport».

 

«Scelta sbagliata» - la FIAB Ulisse
Critico, a proposito della nuova bretella ciclopedonale bidirezionale realizzata nei giorni scorsi nel tratto fra largo Città di Santos e piazza Duca degli Abruzzi, è Luca Mastropasqua, presidente di Fiab Trieste Ulisse. Critico «perché - afferma - continua la scelta del Comune di mettere in conflitto pedoni e ciclisti su percorsi promiscui».

 

«Il sogno Costiera» - Menis del M5S
Paolo Menis, consigliere comunale del M5s, a sua volta amante degli spostamenti in bicicletta, rivela il suo sogno nel cassetto, «che va oltre la ciclabilità urbana, anche se riguarda le biciclette in parte». Si tratterebbe infatti di «chiudere la strada Costiera un paio di domeniche all'anno e riservarla a pedoni, corridori e ciclisti».

 

I tre profili tariffari - l'azienda
Dal 25 marzo scorso Trieste Trasporti ha assunto la gestione del servizio di bike sharing in città. La società ha definito tre profili tariffari a seconda del tipo di utilizzo. Nelle prime due settimane di "governo" delle 12 ciclostazioni sul territorio, sono stati circa tremila i prelievi di mezzi a due ruote da parte dell'utenza.

 

Stazioni del bike sharing utilizzate tremila volte nel giro di due settimane - La gestione a Trieste Trasporti dal 25 marzo
Il bike sharing a Trieste conquista sempre più persone. Gli ultimi dati disponibili sono quelli forniti dalla Trieste Trasporti, che dal 25 marzo gestisce il servizio. Nelle prime due settimane di attività - fino all'11 aprile - sono state 943 le bici movimentate e quasi 3 mila i prelievi dalle varie stazioni a disposizione. La fascia oraria preferita dai triestini è quella dalle 16 alle 20. La base più gettonata è quella di piazza Libertà, ma piacciono molto anche Barcola e gli stalli di via Rossetti. Aumenta sempre più il gradimento anche di chi si serve delle bici presenti in Porto vecchio. A utilizzare il servizio, che conta complessivamente su un centinaio di mezzi e 12 ciclostazioni, sono persone di tutte le età, che scelgono di pedalare per recarsi al lavoro o semplicemente per girare la città. In questo periodo il picco è stato raggiunto sabato 10 aprile, quando si sono registrati 83 bici movimentate e 373 prelievi. Tra i percorsi più frequenti quello tra piazza Libertà e Barcola, ma spesso chi preleva la due ruote davanti alla stazione ferroviaria, la riporta poi nello stesso stallo, funzionale anche a chi arriva a Trieste in treno. Frequentato poi l'asse piazza Libertà-Porto vecchio, magari per una pedalata più breve. Per utilizzare il bike sharing è fondamentale la registrazione. Tutte le informazioni sono presenti in ogni ciclostazione, sul sito www.bicincitta.com o scaricando l'app Bicincittà, disponibile per dispositivi Android e iOS. È possibile scegliere fra diversi profili tariffari. Il primo, dedicato a chi usa con maggiore frequenza il servizio, è un abbonamento annuale al costo di 12 euro, oltre a 3 di ricarica, che prevede il noleggio sempre gratuito nei primi 30 minuti, un costo di 50 centesimi ogni mezz'ora, fino alle prime due ore, e di un euro ogni mezz'ora dalla terza ora in poi. La seconda opzione è pensata per chi si serve della bici occasionalmente, l'iscrizione è gratuita e illimitata e c'è una ricarica minima di 5 euro, mentre il noleggio, dopo la prima mezz'ora a 50 centesimi, costa un euro ogni mezz'ora o frazione di mezz'ora. C'è poi una terza possibilità di scelta, mirata più alla clientela turistica, con un utilizzo di 24 ore, per 8 euro, senza abbonamento, e una durata massima, all'interno delle 24 ore, di 360 minuti.

MI. B.

 

I consiglieri comunali ogni giorno in sella: «Si creino altri spazi riservati alle due ruote»
La dem Martini: «Sì alle bike lane in viale D'Annunzio e via Giulia» - Babuder di Fi: «Park Bovedo e oltre alternativa a viale Miramare»
La dem Fabiana Martini si definisce una ciclista urbana del quotidiano. La bici è il mezzo preferito dal forzista Michele Babuder per raggiungere il posto di lavoro ogni mattina. Predilige invece quella da corsa il pentastellato Paolo Menis. Sono i tre consiglieri comunali più avvezzi a muoversi in bicicletta tra la città e il Carso. Da veri e propri bike lover, sanno quindi bene quali sono le criticità su cui lavorare e le proposte da avanzare quando si parla di mobilità per le due ruote a Trieste. Ecco così che la bici diventa un buon argomento di sostanziale unione anziché di divisione, nonostante le differenti idee politiche. Tra le idee avanzate, Martini punta molto su tratti stradali dedicati soltanto a autobus e bici in entrambe le direzioni, a partire da un progetto sperimentale. L'esempio è via Mazzini. Altre arterie cittadine, prosegue poi, come viale D'Annunzio o via Giulia, «possono invece accogliere con un progetto ad hoc delle bike lane monodirezionali, che favorirebbero anche l'eliminazione dei parcheggi in doppia fila». Non manca poi uno sguardo verso una maggiore diffusione delle cosiddette zone 30, dove tale numero sta per il limite di velocità a cui devono sottostare i mezzi a quattro o due ruote, favorendo quindi una maggiore sicurezza per i ciclisti che vi circolano. E poi, oltre ad aumentare le rastrelliere per le bici, «bisogna potenziare la sensibilizzazione nelle scuole con l'educazione alla mobilità tenuta dalla Polizia locale». Nell'uso quotidiano della bici però Martini ha anche notato come «in questi cinque anni purtroppo, nonostante gli impegni presi, non è stato fatto tanto per la mobilità a due ruote, direi che questa giunta "no xe per bici"».È dal 2017 invece che Babuder, amante pure della mountain bike, sostiene un'alternativa all'attuale pista ciclabile di viale Miramare, proposta con una mozione ma mai realizzata, che colleghi il tratto che dai centri nautici di Barcola va fino alla nuova rotonda, passando per il park Bovedo, quindi nel lato interno di Porto vecchio. «Anche perché l'altra ciclabile, oltre a essere monodirezionale, è in alcuni punti molto danneggiata dalle radici degli alberi», commenta il consigliere. A questa idea, aggiunge anche la necessità di favorire «un percorso di collegamento tra quelli realizzati recentemente (vedi via Trento e Rive) verso il viale XX Settembre, ma non così impattante come era stato previsto dall'amministrazione precedente e garantendo comunque un'unione verso il rione di San Giovanni». Un occhio poi, come sottolineato da Martini, va a quei ciclisti indisciplinati «che considerano i marciapiedi e le zone pedonali come velodromi e che mettono a repentaglio la sicurezza di chi cammina: per questo - conclude - ci vogliono maggiori controlli da parte della Polizia locale, soprattutto a mezzo delle due ruote». Sulla bici da corsa o in mountain bike, Menis enfatizza la richiesta di «aumentare gli stalli per biciclette e i chilometri di corsie ciclabili, facendo in modo che le automobili non vi sostino abusivamente». Ma tra gli spunti c'è anche quello dell'aumento del numero delle stazioni di bike sharing, in particolare dalla Pineta di Barcola in poi. E infine un sogno nel cassetto, «che va oltre la ciclabilità urbana, anche se riguarda le biciclette in parte. Chiudere la strada Costiera un paio di domeniche all'anno e riservarla a pedoni, corridori e ciclisti».

Benedetta Moro

 

 

Rilancio del Mercato coperto: l'idea Gal Carso per il progetto
Il vicesindaco Polidori apre al coinvolgimento prospettato dalla consigliera dei Cittadini Bassa Poropat. Il presidente dell'agenzia Pizziga: «Siamo pronti»
Coinvolgere il Gal Carso nella progettazione del Mercato coperto. E perché no? Al vicesindaco Paolo Polidori piace l'idea emersa ieri in commissione. Idem per David Pizziga, presidente dello stesso Gal. Avendo tra le sue deleghe quella ai mercati, Polidori si è confrontato con la terza commissione consiliare presieduta da Massimo Codarin della Lista Dipiazza, su di un tema entrato ormai a pieno titolo non solo nel dibattito cittadino, ma anche nella campagna elettorale per il voto amministrativo. Il Gal è «un'agenzia di sviluppo economico e sociale del territorio in Italia di Carso e Istria», si legge sul sito web dell'ente. Tra i suoi compiti «aiutare privati e aziende, facendoli interagire tra loro e con le istituzioni, nonché sostenendo i privati in percorsi di progettazione». Ma pure favorire «concretamente i progetti utili allo sviluppo del territorio, di concerto con Regione e Unione europea». La proposta di chiamarlo in causa, nel merito dell'edificio di via Carducci, è arrivata da Maria Teresa Bassa Poropat dei Cittadini: «In passato produttori di vino e olio avevano già cercato uno spazio espositivo in città, si potrebbe rilanciare il tutto». Polidori le ha risposto: «Il Gal è di certo accreditato per portare avanti il discorso che, di base, stiamo facendo tutti: valorizzare i prodotti della nostra terra. Non solo Trieste e Venezia Giulia, ma anche Collio, Slovenia o Istria. La Mitteleuropa». Il vicesindaco ha ribadito che secondo lui «deve comunque intervenire un privato, che faccia squadra con chi gestisce, costruisce, propone o fa il marketing, in modo che il Comune abbia un interlocutore unico per il project complessivo». Ponendo l'accento sull'Istria e sul fare squadra, ha assecondato due osservazioni, da parte di Antonella Grim (Italia Viva) e Sabrina Morena (Open). «Il Comune offre la cornice - ha continuato il vicesindaco -. E, nei limiti delle sue competenze, una strategia complessiva: il passo che manca da compiere».A questo proposito, Polidori a margine annuncia che «a brevissimo» cercherà il Gal, coinvolgendo l'assessore comunale alle Attività economiche Serena Tonel. Contattato per un commento, il presidente dell'agenzia, Pizziga, a sua volta fa sapere: «Noi siamo pronti. Ci siamo confrontati e le idee sono tante. Possiamo senz'altro aiutare le aziende del Carso, che vogliano andare a insediarsi all'interno del Mercato, e dare una mano con la progettualità. Vanno poi coinvolte le associazioni cittadine di punta, commercianti, artigiani, albergatori, ristoratori, e alcune banche. C'è il marchio "Io sono Fvg", creato dalla Regione per raccogliere in un'unica vetrina promozionale i prodotti tipici. C'è il modello del Chelsea Market a New York, dove si sceglie il pesce che ci si fa cucinare sul posto: tra consorzi di pescatori o Prunk, per i cevapcici, qualcosa di simile mi sembra fattibile». Tornando alla seduta, sono intervenuti inoltre Michele Claudio (Lega), Roberto De Gioia (Futura), Guido Apollonio (Forza Italia) e Salvatore Porro (Fratelli d'Italia). Il comandante della Polizia locale, Walter Milocchi, ha risposto ai quesiti tecnici. «Noi vorremmo il mercato della Mitteleuropa - afferma infine Daniela Rossetti, referente provinciale di Azione, tramite un comunicato - o in alternativa dei popoli triestini, valorizzando anche le cucine serba, greca, ebraica e così via»

Lilli Goriup

 

Villa Stavropulos: al vaglio la possibilità di aprire il parco alla cittadinanza - La seduta della Commissione Trasparenza
Si riaccendono le luci sul futuro di Villa Stavropulos. Dalla seduta della Commissione Trasparenza di ieri è emerso un intento comune di trovare una destinazione sostenibile per la dimora lasciata in eredità dal mecenate greco al Comune nel 1962. Stavropulos, al fine di garantire il mantenimento della villa, lasciò in eredità anche il condominio di via Franca 16. Nel testamento vennero inseriti diversi vincoli. Da un lato la destinazione culturale dell'immobile e dall'altro il fatto che lì fossero escluse attività commerciali di natura accessoria, come quella, ad esempio, di una caffetteria.«Il problema sono i costi di gestione - ha spiegato il responsabile della Gestione patrimonio immobiliare Luigi Leonardi - calcolando che dal 1998 al 2016 i proventi delle locazioni di via Franca sono stati pari a un milione e 65 mila euro, mentre le spese sostenute dal Comune nello stesso arco per quella villa, inclusa la messa in sicurezza della scarpata, ammontano a un milione e 250 mila euro. Servirebbe ridurre dei vincoli per consentire anche un po' di attività accessoria che aiuti a sostenere i costi: abbiamo chiesto un parere all'Avvocatura». L'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, accogliendo la proposta della consigliera di Sel Sabrina Morena, si è detto disponibile a una valutazione con il Verde pubblico per una parziale fruizione del parco: «Massima collaborazione per far riconquistare ai cittadini quegli spazi, e tappeti rossi a chi si fa avanti per un progetto di gestione». «Spero davvero - ha sottolineato la presidente della Trasparenza Antonella Grim - che questa seduta sia servita a far comprendere le potenzialità della villa alla giunta: ora cerchiamo di mettere in campo le energie necessarie e sostenere il comitato che si è costituito in difesa di quella dimora». Maria Stella Malafronte, a nome del comitato, ha chiesto che «venga fatto qualcosa per la villa: sarebbe una cattiva pubblicità per chi intende lasciare qualcosa al Comune».-

Laura Tonero

 

 

Il Pd avverte Cisint sul progetto A2A «Dice di no a investimenti e lavoro»

Il segretario provinciale Moretti sulla riconversione, ma Legambiente la boccia
Mi offende, perché ha paura. In spinta sintesi, Diego Moretti, la pensa così. E dopo la «reazione, del tutto sguaiata e fuori luogo, condita dalle solite false accuse» che «dimostrano le difficoltà», al sindaco Anna Cisint il capogruppo regionale e segretario provinciale del Pd chiede su A2A: «Perché dire di no a 500 milioni di euro di investimenti a Monfalcone nei prossimi due anni, con la prospettiva di creare un centinaio di nuovi disoccupati?». E ancora: «Ha un'alternativa della stessa portata? Il sindaco, invece di accusarmi, risponda a questo». Figurarsi se non replicherà. Da un anno, infatti, Cisint sostiene che, lasciando spazi al porto, portando la crocieristica, potenziando la nautica da diporto, dal cilindro sarà capace di tirare fuori altro che cento posti: ben di più. Ma la partita sulla Monfalcone che verrà, pure da un punto di vista occupazionale, tiene banco. E sull'escavo Moretti non accetta quelle che definisce intimidazioni. «Lascio stare gli squallidi riferimenti personali e professionali che il sindaco ha voluto fare nei miei confronti perché rappresentano il classico atteggiamento di chi è debole, ha paura del confronto e non accetta il dissenso - attacca -. Accusarmi di "remare contro" lo sviluppo del territorio non sta in piedi. Sull'escavo ho detto, e ribadisco, che dopo 23 anni di continui tira e molla tra enti, un parere molto circostanziato del provveditorato delle opere pubbliche che di fatto impone un nuovo progetto, la mancata consegna delle aree e per aggiungerci le costanti "attenzioni" da parte della Procura, l'incontro romano non ha risposto a nessuna delle questioni in campo». Quindi «di fronte al rischio serio di dover cambiare progettazione e far ripartire l'iter dell'escavo da zero ho ritenuto corretto porre il tema, visti i tempi ancora indefiniti» e cioè: «Forse i 16 milioni della Regione andrebbero svincolati da subito a favore di altri interventi per Portorosega». Mentre sulla «ZLS, che forse conosco meglio di lei», Moretti rammenta come «lo strumento sia nato con il governo Gentiloni e il primo atto in Regione frutto di una delibera di giunta del 2018»; di più: «Come Pd - dice - stiamo seguendo l'argomento da allora, sollecitando la Regione a intervenire, tant'è che a luglio 2020, su mia iniziativa, è stata approvata all'unanimità una mozione, la 185, che prevede per il Fvg l'attivazione della zona logistica semplificata: tema che sarà portato con il Recovery plan della Regione». «Di tutto - termina Moretti - mi si può accusare, non certo di "remare contro" lo sviluppo del territorio». Ma su A2A interviene anche Legambiente, bocciando le integrazioni alla Via della centrale: «Oggi ogni nuovo investimento nel gas naturale è una sottrazione di risorse alla transizione energetica, alle fonti rinnovabili e a scapito dello sviluppo economico e del futuro del paese». Ancora: «Le integrazioni non affrontano il problema di fondo, cioè l'assoluta necessità di imprimere una svolta al modo di produrre energia in Italia». Legambiente rileva si debbano escludere nuove realizzazioni di centrali a gas naturale, evitando, al contempo, «operazioni di dubbia efficacia come quelle di addizionare il gas con percentuali di idrogeno che, nel caso locale, sembrano più un tentativo di acquisire accettabilità a livello politico e sociale che un credibile piano».

Tiziana Carpinelli

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 19 aprile 2021

 

 

Opzione Porto vecchio per la sede dell'Ogs
Prima riunione operativa con il Comune. Richiesti grandi spazi e vicinanza al mare. L'assessore Tonel: «Via ai sopralluoghi»
Al via una settimana di sopralluoghi che vedranno impegnati Comune di Trieste e Ogs, con l'obiettivo di valutare nuovi spazi dove poter trasferire l'attività di tutte le sedi dell'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale. Tra i siti più papabili c'è il Porto vecchio, che ben si sposa con due delle principali richieste avanzate dai ricercatori: poter contare su un edificio molto grande e la vicinanza con il mare. Nei giorni scorsi la prima riunione operativa si è svolta tra il presidente di Ogs Nicola Casagli, il direttore generale Paola Del Negro, il sindaco Roberto Dipiazza e l'assessore comunale alle Attività economiche Serena Tonel. «Abbiamo una lunga lista di siti da visitare - spiega Tonel - ma il Porto vecchio potrebbe rappresentare senza dubbio una delle soluzioni migliori e al suo interno abbiamo già individuato diverse opzioni, che rispondono soprattutto all'esigenza dell'istituto di effettuare campionamenti in acqua. Per il momento procediamo quindi con i sopralluoghi, anche in altre zone della città, prima di decidere insieme».Al momento le quattro sedi dell'Ogs sono distanti tra loro: una sulla costa, in località Santa Croce, nel Comune di Duino Aurisina, che necessiterebbe di ingenti interventi di riammodernamento, con i laboratori di biochimica e biologia, gli uffici di via Beirut a Trieste, gli edifici di Borgo Grotta Gigante nel Comune di Sgonico, dove la sola sezione di Oceanografia occupa un'intera palazzina, e a Udine il centro di ricerche sismologiche, presente in parte anche a Trieste. «La nostra richiesta - ricorda Casagli - è di avere a disposizione un ambiente di almeno 5 mila metri quadrati, perché abbiamo bisogno di unire tutti i nostri spazi, e naturalmente serve il contatto con il mare. I ricercatori hanno l'esigenza di prelevare campioni e di analizzarli in tempi rapidi, oltre che di poter contare sulla presenza di mezzi navali. Ci piacerebbe poi - aggiunge - avvicinarci alla città, perché Ogs è nato a Trieste. In base a tutte queste considerazioni credo che il Porto vecchio potrebbe essere perfetto. Inoltre c'è già un polo congressuale, molto utile, così come ci sono gli spazi espositivi. Importanti musei inglesi e americani hanno dimostrato che la vicinanza con enti di ricerca porta grandi benefici a entrambi». Edifici più ampi servono anche per i settori in crescita. «Come Oceanografia e Sismologia - ricorda il presidente di Ogs - che hanno bisogno di trovare una collocazione più adeguata rispetto a quella attuale e frammentata». Casagli si dice comunque aperto pure ad altre possibilità, ad aree dove sono presenti edifici pubblici, anche da ristrutturare, purché rispettino i criteri indicati come indispensabili. «Venerdì - anticipa il presidente dell'istituto - è prevista una nuova riunione con il Comune e speriamo arrivi già la decisione sulla futura destinazione. Poi ci saranno le dovute verifiche anche con l'Autorità portuale. Cercheremo sicuramente, insieme, di trovare la soluzione migliore per Ogs e per la città».

Micol Brusaferro

 

 

Finanza e Capitaneria: triplo cantiere in vista nell'area della Lanterna
In partenza quest'anno un programma di lavori per 7,6 milioni di euro totali - Il piano del Provveditorato alle opere pubbliche. Nuovi impianti, uffici e alloggi
Riva Traiana e via Ottaviano Augusto dovranno aspettare ancora un po' di tempo per una riqualificazione ad hoc. In attesa che qualcosa si muova sul fronte di un progetto complessivo per l'area e per i suoi edifici, a partire da quest'anno è in programma un ampio piano di restauro di alcuni immobili della zona della Lanterna, che ospitano gli uffici della Guardia di finanza ma anche l'Ufficio della Sanità marittima e alcuni alloggi della Capitaneria di porto. A capo dell'operazione di riqualificazione c'è il Provveditorato interregionale alle Opere pubbliche per il Friuli Venezia Giulia - Trentino Alto Adige - Veneto, che a Trieste ha sede in via del Teatro Romano. Il primo cantiere - Sono ben tre gli interventi, molto attesi in particolare dal personale delle Fiamme gialle, che coinvolgono non solo gli interni ma anche gli esterni degli edifici, che contribuiranno così a cambiare il volto dell'area, che acquisirà davvero nuova vita tuttavia solo quando verranno decise le sorti dell'ex area Cartubi. Le tempistiche più definite sono state scritte nero su bianco per il primo immobile adiacente alla piscina Acquamarina. Si tratta appunto dello stabile che ospita alloggi del personale della Guardia Costiera e dell'Usmaf. Con 800 mila euro, già finanziati, verranno ristrutturati parte degli interni e gli esterni e sostituiti gli impianti di climatizzazione ormai obsoleti. I lavori, che comporteranno per alcune famiglie anche un trasloco temporaneo, partiranno fra circa tre mesi - tempo di indire e concludere la gara per individuare l'impresa edile - e dureranno più o meno otto. Il secondo passo - Nel piano triennale delle opere del Provveditorato compare anche il cantiere da un milione di euro, della durata di un anno, per la sede che ospita il I Gruppo reparto operativo territoriale e il II Gruppo servizi stanziali Porto e spazi doganali della Guardia di finanza. Anche qui si parla di rinnovo dell'impiantistica e delle rifiniture interne. La gara per redigere il progetto esecutivo partirà il prossimo anno. La terza partita - Nel piazzale in cui spicca la Lanterna c'è anche l'altra caserma della Guardia di finanza, dedicata al "Maresciallo Ordinario Mare Armando Postiglioni", sede del Reparto operativo aeronavale e della Stazione navale di Trieste. Sono stati stanziati 5,8 milioni per l'immobile, al momento abbastanza sgarrupato, costruito nel 1913. Anche in questo caso si parla di una riqualificazione che partirà a breve. Attualmente i tecnici del Provveditorato devono individuare lo studio che produrrà il progetto definitivo/esecutivo, mettendosi all'opera da giugno e concludendolo in qualche mese. Qui si parla sempre di manutenzione, rifacimento della facciata e ridefinizione degli uffici, con il recupero del sottotetto per nuovi spazi di lavoro. S'inserisce anche il restauro della banchina retrostante l'edificio della Guardia di finanza. Nell'ambito di questo cantiere è prevista anche la demolizione della rimessa per il lavaggio delle barche, una struttura vecchia, che verrà trasformata in un edificio di volumetria minore, dedicato ad uffici e autorimessa per mezzi di servizio. Una decisione presa in accordo, come per gli altri progetti, con la Soprintendenza e, in questo caso, con l'obiettivo di diminuire volumetrie e cubature nell'area, da rendere così più fruibile per la cittadinanza, che fino a qui al momento stenta a inoltrarsi attraverso la passeggiata sul lungomare. Ma il cambio di passo per quest'area, a cui ha dato il suo contributo anche la Lega Navale, rimettendo a posto gli edifici del sodalizio, dipende dalla rivalutazione dell'area di Porto Lido, dove al momento è pianificata la costruzione del Parco del mare. Solo in seguito verrà messa in pratica la possibilità di unire i due spazi con l'abbattimento di un muro, presente tra gli edifici della Guardia di finanza: questa è l'idea degli addetti ai lavori, che hanno intenzione anche di dare un nuovo volto al piazzale della Lanterna, attualmente adibito a parcheggio.

Benedetta Moro

 

Il M5s sul Mercato coperto «Si guardi ai casi virtuosi» - le parole di Richetti e Danielis
Il Mercato coperto di Trieste non deve «trasformarsi in un triste episodio di speculazione immobiliare». La candidata sindaco del M5s Alessandra Richetti e la capogruppo in Consiglio Elena Danielis intervengono sulla polemica riguardante la struttura di via Carducci: «La rivitalizzazione necessaria di questa struttura passa da un risanamento alla valorizzazione, magari con interventi di arte urbana, attraverso l'offerta, nello spirito del luogo, di prodotti locali e perché no anche food». Proseguono le pentastellate: «Non bisogna andare troppo lontano per trovare modelli virtuosi di rilancio, ci sono molti esempi in Europa di mercati che son diventati importanti punti di interesse anche turistico ma oggi anche in Italia c'è un'importante tendenza a fare di questi luoghi risorse per la vita delle comunità urbane lontane dal modello "carrello/cassa" della grande distribuzione. È sufficiente guardare il format Mercato centrale che coinvolge i mercati di Firenze, Roma, Torino e Milano».

 

 

L'economia rurale cerca la riscossa tutelando il Boscarin e la capra istriana
I progetti portati avanti dall'Agenzia pubblica regionale Azrri - Parlano il veterinario e la professionista coinvolti nelle iniziative
Pisino. Dopo essere riuscita a salvare il manzo autoctono, l'ormai celebre Boscarin, l'Istria è al lavoro per la capra istriana, simbolo della Regione quasi scomparso dal territorio. Il progetto, portato avanti dall'Agenzia per lo Sviluppo Rurale dell'Istria (Azrri), partirà nei prossimi mesi con l'apertura di un centro genetico a Pisino che farà chiarezza sulle specie animali presenti in Istria. L'iter che si seguirà è ben rodato, dopo l'esperienza dei bovini. Come si fa dunque a riportare in vita una specie quasi estinta e trasformandola al contempo in prodotto ricercato anche da chef stellati? La risposta a una domanda in apparenza contraddittoria sta nella storia della rinascita del boscarin. «Si stima che prima della rivoluzione agricola che seguì la Seconda guerra mondiale,ci fossero in Istria tra i 50mila e i 60mila capi di boscarin, usati per il lavoro nei campi», spiega Edmondo Suran, responsabile del Centro per lo sviluppo dell'imprenditoria rurale all'Agenzia per lo Sviluppo Rurale dell'Istria (Azrri), azienda di proprietà pubblica fondata nel 2003 dalla Regione Istria. «Nel 1989/1990, quando si scoprì il rischio di estinzione della razza, si contavano 104 femmine e 4 o 5 tori, e nei primi Duemila, quando è iniziato il nostro progetto, il totale di capi non superava i 450». Nato a Pola nel 1973, veterinario, Suran parla in perfetto italiano, con entusiasmo, del suo contributo all'«operazione boscarin». Questa razza storica, usata al tempo della Serenissima per trasportare i tronchi del bosco di Montona fino alla costa (il nome del paesino di Carigador ricorda l'attività di carico del legno sulle imbarcazioni alla volta dell'Arsenale di Venezia), è oggi presente in circa 2mila esemplari ed è sempre più popolare tra contadini e allevatori. «Il boscarin stava scomparendo perché aveva perso la sua utilità: la meccanizzazione dell'agricoltura lo aveva reso superfluo nei campi e la sua carne era ritenuta troppo dura tra i ristoratori», dice Suran. Gli incentivi del governo croato (1000 euro l'anno per ogni mucca, scesi a 300 dopo l'ingresso nell'Ue nel 2013) non erano bastati. «Abbiamo capito che gli allevatori non ce l'avrebbero fatta da soli, la passione di molti di loro per il boscarin non sarebbe bastata». Per salvare la specie si è dovuto reinventare il ruolo economico dell'animale. Azrri, racconta Suran, ha iniziato ad acquistare dagli allevatori i capi adulti pagandoli «il 30% o 40% in più della media di mercato» e al fine di produrre carne. A oggi manca in Istria un'azienda specializzata nella macellazione delle mucche autoctone e nel trattamento e commercializzazione della carne: solo l'Agenzia dà questo servizio. Nel 2019 Azrri ha ritirato 170 bovini e realizzato in totale 20 tonnellate di carne venduta all'ingrosso e 15 di prodotti trasformati venduti all'ingrosso o al dettaglio. La comparsa di questo nuovo attore economico nella realtà rurale istriana ha contribuito ad accrescere il valore del boscarin.Ma senza un lavoro di educazione e sensibilizzazione fra ristoratori e albergatori, la carne del boscarin non sarebbe decollata. Qui s'inserisce l'attività di Jesenka Kapuralin, classe 1978, originaria di Pola ma laureata in Scienze e tecnologie alimentari a Milano (ha doppia cittadinanza italiana e croata), oggi responsabile a Pisino del Centro Azrri per l'educazione e collaborazioni europee e istituzionali. «Abbiamo imparato molto dall'Italia su come si valorizza un prodotto locale tradizionale e come si incentiva il settore privato a usarlo», dice Kapuralin. Tra progetti europei e Interreg Italia-Croazia, l'Agenzia ha realizzato più di 150 laboratori con cuochi da tutta Europa, coinvolgendo ristoranti, hotel locali e scuole alberghiere. «L'obiettivo era educare quanti lavorano nella filiera del boscarin alla preparazione e presentazione di questa carne». Così in uno spazio da 150 metri quadri si svolgono corsi di cucina e incontri e dove anche i turisti possono mettersi ai fornelli. Il manzo istriano è nei menù dei ristoranti più quotati della regione; e presto l'Ue dovrebbe riconoscerne la Denominazione d'origine protetta. Un successo per l'Azrri, il cui fine è far sì che nelle aree rurali dell'Istria si possa ancora vivere di agricoltura e allevamento. Ora Azrri vuole replicare il progetto adattandolo alla capra (e in futuro all'asino e alla pecora istriana): «Ne rimangono 60-70 esemplari malgrado sia il simbolo della regione», dice Suran. Ma se il progetto avrà il successo registrato per il Boscarin, non c'è da temere.

Giovanni Vale

 

«Meduse innocue emerse dopo la bora - Si riproducono in laguna a Grado»
Parla Massimo Avian, docente di zoologia all'Università di Trieste: «Rispetto ad altre queste tra le meno urticanti»-
L'abbiamo visto tutti, se non dal vivo almeno sui socialnetwork, il boom di meduse del 7 aprile scorso nello specchio d'acqua tra Molo Audace e Stazione Marittima. Un tappeto bianco di quelle che nel gergo dialettale chiamiamo Potta o Bota marina, nome scientifico Rhizostoma pulmo, dette anche polmone di mare per la forma caratteristica. Fotografatissime, ammonticchiate una sull'altra, si tratta di una delle specie di meduse di maggiori dimensioni che si trova nel mar Mediterraneo, possono infatti raggiungere i 30, 40 centimetri. Spiega l'esperto Massimo Avian docente di zoologia dell'Università di Trieste: «La Rhizostoma pulmo vive nel nostro Golfo dalla notte dei tempi, la forte bora dei giorni scorsi ha rimescolato la colonna d'acqua, portandole in superficie e trasportandole sotto costa, verso i moli. Qui da noi si riproducono - prosegue - soprattutto nella Laguna di Grado per poi disperdersi nel Golfo». Rassicura l'esperto potremo andare al mare tranquillamente (Covid permettendo). «Non sono una specie particolarmente urticante, la loro presenza è costante nel nostro Golfo, solo che di norma non le vediamo a meno che non si verifichino particolari fenomeni atmosferici che le portano in superficie». Professor Avian, perché abbiamo assistito al bloom di meduse tra il molo Audace e la Stazione marittima?Erano perlopiù esemplari di Rhizostoma pulmo, detta polmone di mare, per la forma. Gli esemplari adulti possono raggiungere anche i 30-40 centimetri. Il golfo di Trieste è come una specie di vasca da bagno, un mare cioè assai poco profondo e la forte bora dei giorni precedenti ha rimescolato la colonna d'acqua, portandole in superficie e trasportandole contro i moli. Come mai sono sempre più frequenti? La loro presenza non è inusuale, è nota nel nostro Golfo da almeno due secoli, solo che di norma non le vediamo in così grandi quantità perché stanno ad alcuni metri di profondità e sono disperse. Le meduse sono animali molto adattabili, in particolare la Rhizostoma pulmo si nutre di plancton, a differenza di altre meduse non ha un'unica bocca centrale ma centinaia di bocche piccolissime che non si vedono ad occhio nudo. Il loro aumento c'entra con l'inquinamento dei nostri mari? Non risentono particolarmente dell'inquinamento e si possono trovare in zone perfettamente pulite così come in zone inquinate senza nessuna differenza. Però il metabolismo di tutte le meduse è estremamente parco con un fabbisogno di ossigeno ridotto, riescono quindi a sopravvivere anche in zone dove altri organismi come i pesci si troverebbero invece in difficoltà proprio per la scarsità di ossigeno. E il riscaldamento globale c'entra? L'accoppiamento riscaldamento globale e meduse non è così semplice in quanto in alcune zone del nostro pianeta a livello globale sembra esserci una correlazione ma i dati finora raccolti sono a macchia di leopardo. Tuttavia, alcune attività umane possono favorire l'aumento delle meduse come la pesca. Vari tipi di pesci si nutrono anche di meduse. Incideranno sulla nostra stagione balneare? Sono note nel nostro golfo fin dal'800, in quantità variabili, ultimamente la loro presenza è costante e una delle zone dove maggiormente si riproducono è la zona della Laguna di Grado, molto ricca di potte marine soprattutto nelle fasi giovanili, da qui poi si disperdono in tutto il Golfo. Se paragonate ad altre specie di meduse questa è tra le meno urticanti perché nutrendosi plancton non ha bisogno dei tentacoli per cacciare le prede, di cui infatti è priva. Il bagnante che la urta inconsapevolmente può sentire un po' di fastidio ma niente di particolare.

Lorenza Masè

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 18 aprile 2021

 

 

In Porto vecchio il tetto di 1.500 metri quadrati sugli spazi commerciali

Nessun ipercoop ne' grandi centri nell'area: la variante urbanistica lo impedisce. Il sindaco Dipiazza: "Imprese piu' piccole insieme per investire su un magazzino"

I commercianti triestini, così come i consumatori, guardano con interesse, ma senza nascondere qualche preoccupazione, alle realtà commerciali che sbarcheranno in Porto vecchio. Punti vendita monomarca, supermercati, ristoranti, centri commerciali, mega store dell'arredamento o del bricolage: variante urbanistica alla mano, commercialmente parlando, cosa concretamente potrà sbarcare nell'ampia area del Porto vecchio? A chiarirlo è Giulio Bernetti, direttore del Dipartimento Territorio, Economia, Ambiente e Mobilità del Comune di Trieste che rassicura sul fatto che «non ci saranno grandi superfici di vendita». Per capire tecnicamente cosa si intende per strutture di grandi dimensioni, è bene ricordare che la classificazione della grande distribuzione identifica come piccole le realtà di dimensione compresa tra i 400 e gli 800 metri quadrati, come medie quelle tra gli 800 e i 1.500 mq e grandi quelle di dimensioni superiori. «La variante ha stabilito che non possono aprire in quell'area superfici commerciali che superino i 1.500 mq - precisa Bernetti -. Dunque, realtà che impattano quanto quelle che oggi vediamo in centro città». Quindi, il piccolo commercio al dettaglio o strutture come quelle che in centro propongono H&M, Zara, oppure un negozio per il fai da te come Bosco Brico le potremo vedere nascere nell'antico scalo, mentre non sarà possibile il taglio del nastro di strutture commerciali come quella che, ad esempio, ospita Obi in strada della Rosandra. Stesso discorso per i supermercati: potranno aprire sì quelli di dimensioni simili ai market di Coop Alleanza 3.0 o Despar di largo Barriera, oppure il punto vendita Pam accanto alla Stazione ferroviaria, ma non ipermercati quale è lo spazio Coop Alleanza 3.0 all'interno delle Torri d'Europa o del Montedoro Shopping Center. «In Porto vecchio invece di utilizzare l'urbanistica classica che indica cosa fare e dove farlo - illustra Bernetti -, evitando altre varianti urbanistiche che allontanano poi gli imprenditori visti i tempi necessari, abbiamo sovvertito l'approccio classico, indicando direttamente cosa non vogliamo ci sia in quell'area». Sfuma così, di fatto, anche la possibilità che all'interno del Porto vecchio sorga un nuovo centro commerciale - discorso a parte per la struttura del Silos dove c'è già un accordo per la realizzazione di un centro commerciale, ma che si trova fuori dal perimetro del Porto vecchio - o che apra una realtà come l'Ikea di Villesse. Tra l'altro, proprio Ikea che tempo addietro aveva chiesto informazioni su quell'area, specifica attraverso Ikea Italia Retail, come «Ikea è sempre aperta a valutare opportunità di sviluppo del business e a testare nuovi concept sui territori, ma al momento la città di Trieste non rientra tra le aree geografiche su cui ci stiamo concentrando. La regione Friuli Venezia Giulia resta comunque un'area importante per noi e siamo felici di continuare ad accogliere i clienti triestini e di tutta la regione nel nostro store di Gorizia-Villesse». Bernetti, inoltre, indica anche che, «raccogliendo le indicazioni del Consiglio comunale, si è definito che in quell'area non arriveranno insediamenti industriali, bensì servizi, attività di tipo ricettivo, direzionale che comprendono ad esempio l'apertura di una palestra, di uffici o centri di ricerca». «Dobbiamo anche aiutare le tante imprese di dimensioni più piccole che ci stanno contattando per trovare spazi in Porto vecchio - spiega il sindaco Roberto Dipiazza - creando un sistema tra più imprese di quelle dimensioni, affinché investendo insieme riescano a riqualificare uno dei magazzini». Il prossimo passaggio essenziale vedrà «una valutazione certificata di quegli immobili - sottolinea il primo cittadino -, in maniera che di fronte al concreto interesse da parte di determinate aziende, si possa indicare subito con certezza il valore».

Laura Tonero

 

Bassi: «Addio progetto per la Città dello sport» - Il Comune non chiude
Nel febbraio del 2019 l'incontro in municipio «ma ora leggo di altre intenzioni». Il primo cittadino «disponibile al dialogo»
«Sono saltato sulla sedia quando ho letto della volontà del sindaco Roberto Dipiazza di creare campi di tennis e padel sul terrapieno. Sparisce quella "Città dello sport" che proprio insieme al Comune stavamo progettando». Così Leo Bassi, manager sportivo, esprime il suo stupore nell'apprendere che della sua idea, avviata qualche anno fa, non resta più traccia. Replica il primo cittadino: «Sono sempre pronto al dialogo, ma non sento Bassi da tempo. Chi è interessato a investire su Trieste deve farsi avanti. La mia porta è sempre aperta». E nel frattempo in Porto vecchio spunta anche la proposta di un campo di calcio a 11. Ma facciamo un passo indietro. Nel febbraio del 2019 Leo Bassi, manager sportivo triestino trasferito a Treviso, presenta al sindaco la Cittadella dello sport, che poi si amplia e diventa "Città dello sport", complesso che Mauro Benetton, primogenito di Luciano, avrebbe voluto realizzare a Villorba, un sogno tramontato per l'indisponibilità del terreno. L'obiettivo di Bassi è costruirla quindi nel Porto vecchio. «Un progetto legato soprattutto al sociale - spiega - con strutture modulabili, adatte ad accogliere tante persone, ma vedo che al momento si sta pensando a qualcosa di completamente diverso. I campi da tennis li avevamo esclusi subito - puntualizza -: sono solo per pochi sportivi. Trovo impensabile anche inserire il padel, una moda del momento e con un costo importante. Noi avremmo privilegiato ad esempio una pista di pattinaggio versatile o campi da basket. Inoltre, dopo il crollo della piscina terapeutica, nel 2019 eravamo pronti a realizzarne subito una nuova. Ci siamo seduti a un tavolo, in municipio, abbiamo portato finanziatori, realizzatori e gestori. Riunione alla quale non è seguita alcuna azione concreta». Nel frattempo scoppia la pandemia e i ritmi, per tutti, si fermano. «Poi però capisco che di sport in Porto vecchio si torna a parlare. Ma senza di noi. E dispiace - dice Bassi -, quest'area è tra le più belle d'Italia, avrei voluto realizzare quel progetto, di respiro internazionale, che avrebbe portato a impianti maggiormente fruibili dalla gente». Replica Dipiazza: «Non sento da tempo Bassi e dopo il crollo del ponte Morandi non mi sembrava il momento giusto per contattare i Benetton. Nel frattempo sono arrivati altri progetti e io scelgo di portare avanti le idee e di concretizzarle presto. Mi sembra strano che Bassi manifesti questo malumore senza chiamarmi. In ogni caso sono sempre disponibile al dialogo». E nel frattempo arriva anche la richiesta al Comune di realizzare in Porto vecchio un campo da calcio a 11, dal consigliere circoscrizionale Andrea Giovannini, per la società Roianese. «Ognuno - commenta Dipiazza - porta avanti gli interessi che ha a cuore, a breve faremo una riunione per valutare quali proposte potranno essere prese in considerazione».

Micol Brusaferro

 

 

Il Pd: «Mercato coperto, la giunta ci ha dato ragione - Male la politica culturale» - L'offensiva indirizzata verso l'esecutivo
Il Partito democratico va all'attacco della giunta comunale partendo dal Mercato coperto e poi sul programma culturale. Andando con ordine, la segretaria provinciale dem, Laura Famulari, sul tema della struttura di via Carducci, spiega che «la giunta Dipiazza dovrebbe ascoltare più spesso il Pd». Secondo i dem le linee tratteggiate dal vicesindaco Paolo Polidori - «mandato a mettere una pezza sulle uscite poco meditate di Dipiazza» - permetteranno il mantenimento dell'eredità storica non solo della struttura, ma anche di tutto ciò che contiene, «nella sostanza, quello che chiedeva il buon senso di tanta gente e del Pd», facendosi «accompagnare da una professionista che ha contribuito a una visione di Trieste condivisa da Francesco Russo». Per Famulari positiva la scelta di chiamare Andreas Kipar per la progettazione in Porto vecchio in quanto già indicato dal centrosinistra per altri incarichi. Sul programma culturale annunciato dall'assessore Giorgio Rossi, il Pd denuncia la mancanza di ambizione «in particolare nel realizzare esposizioni in autonomia con le nostre strutture museali, valorizzando le collezioni: non basta aprire cantieri milionari per fare nuovi musei, occorre sapere come organizzare gli spazi e cosa metterci dentro». «Questo programma - aggiunge Marina Coriciatti, responsabile del Forum Cultura Pd Trieste - presentato in pompa magna porta alla luce una volta di più la mancanza di una politica culturale. Si evidenzia una forte distanza dalla città, dai suoi artisti e dai cittadini. Si sarebbe potuto trasformare i rioni, le piazze e gli spazi in luoghi al servizio di cultura e arte».

Andrea Pierini

 

La senatrice dem Rojc in sopralluogo a Servola con sindacati e associazioni «Serve progettualità»
Mattinata servolana, quella di ieri, per la senatrice del Pd Tatjana Rojc. L'esponente dem ha raccolto l'invito delle associazioni locali che da tempo auspicano una sostanziale riqualificazione del rione. Principale scopo della visita, infatti, è stato quello di prendere visione diretta delle condizioni in cui versa questa parte della città. «Spiace constatare come ormai si è perso il senso di comunità che il rione aveva da sempre», ha sottolineato la senatrice. Concetto ripreso anche dalle rappresentanze culturali, dai sindacati e dalle associazioni che hanno accompagnato la Rojc nella sua visita. Un percorso iniziato dalla chiesa di San Lorenzo e proseguito nel cuore del rione, per completarsi nell'asilo comunale. «Abbiamo visitato i pochi negozi rimasti attivi - ha rilevato l'esponente dem - visto le aree verdi in degrado e ascoltato le richieste della cittadinanza relative alle carenze presenti nell'area. È necessario salvaguardare la posta, riposizionare almeno un servizio bancomat, implementare le strutture mediche e la ricezione dell'asilo. Sono tutti motivi di criticità di un borgo al quale manca una progettualità per il suo futuro». Non solo problematiche, però, quelle riscontrate dalla senatrice. «Positiva la dismissione della Ferriera - ha annotato - ma al contempo rimangono forti preoccupazioni sulla situazione lavorativa di chi è rimasto senza occupazione dopo lo smantellamento dell'impianto». Ultimo problema rilevato dalla Rojc il traffico: «Sarebbe necessario regolamentarlo con una serie di sensi unici - è stato l'invito - in modo da evitare che le auto paralizzino il centro del rione».

Lorenzo Degrassi

 

 

MONFALCONE - Il Comune boccia la centrale a gas: «Ci sarà un aumento delle polveri sottili»
Sono le più penetranti e dannose per la salute: i due camini troppo bassi concentreranno la ricaduta anche a Staranzano
Il Comune di Monfalcone ha espresso un parere integrativo, nell'ambito della procedura di Valutazione di impatto ambientale (Via) relativa al progetto di turbogas presentato da A2A Energiefuture, in seguito all'avvio, il 12 marzo, di una nuova consultazione pubblica da parte del Ministero dell'Ambiente, legata alla documentazione suppletiva prodotta dall'azienda. Ora le osservazioni sono state inoltrate al Ministero. Le conclusioni ribadiscono la bocciatura al progetto: «Il Comune esprime parere non favorevole rispetto alla compatibilità dell'opera, in quanto ritiene che l'impatto su ambiente, e salute del nuovo impianto a gas a ciclo combinato non sia sostenibile rispetto al territorio in cui verrebbe a insediarsi», si evince. Su tutto un aspetto: sulla città le emissioni di polveri sottili aumenteranno. LE POLVERI SOTTILI. Le emissioni di polveri sottili PM 2.5, più penetranti e associabili a diverse patologie, sostiene il Comune, non diminuirebbero con il prospettato impianto a gas. L'assessore all'Ambiente Sabina Cauci specifica: «Dalla relazione integrata depositata da A2A EnergieFuture, abbiamo appreso che le emissioni di polveri sottili risulterebbero equivalenti tra la centrale a gas funzionante a ciclo combinato e la centrale a carbone funzionante con le regole dell'Autorizzazione integrata ambientale attualmente vigenti e che hanno comportato comunque una notevole riduzione delle emissioni inquinanti». EMISSIONI DI CO2. Le emissioni di anidride carbonica (Co2), si sottolinea, sarebbero equivalenti a quelle dell'attuale centrale a carbone. In sostanza, «essendo l'impianto a gas proposto circa tre volte più grande», la quantità di CO2 totale emessa sarebbe sempre circa di 2 milioni di tonnellate all'anno. L'assessore Cauci, peraltro, osserva: «L'azienda ha dichiarato che nel caso in cui la centrale a gas fosse alimentata in futuro con il 50 per cento di idrogeno, probabile solo dopo il 2040, l'emissione di CO2 sarebbe stimata in 249 grammi per Kilowattora. Sono oltre il doppio rispetto ai limiti fissati dall'Unione europea». I CAMINI. L'impianto a ciclo combinato previsto sarà dotato di due camini di 60 metri di altezza. Per il Comune ciò comporterebbero una maggiore ricaduta delle emissioni su Monfalcone e Staranzano. «I due camini di soli 60 metri - argomenta Cauci - comporterebbero una concentrazione più elevata sulla nostra città e sul Comune limitrofo rispetto all'impianto termoelettrico. I modelli di dispersione delle polveri dal camino della centrale a carbone, alto 150 metri, indicavano invece il maggiore punto di ricaduta a Doberdò del Lago. I nuovi camini, inoltre, sarebbero posizionati ad una distanza dalle abitazioni inferiore a 150 metri, rispetto ai 250 metri dall'attuale ciminiera». LA SALUTE. La fragilità sanitaria della popolazione del territorio è comprovata da numerosi studi, in particolare in relazione alle patologie cardiovascolari, e dalle analisi Istat presentate dalla stessa A2A. Il dato nuovo, evidenzia il Comune, è relativo all'eccesso di malattie dell'apparato digestivo nell'Isontino e in particolare a Monfalcone. L'amministrazione ha richiesto ulteriori integrazioni di indagine in ordine al tumore ai reni, alle patologie della laringe e della tiroide. Il Comune da parte sua ha presentato dati che dimostrano come «l'eccesso di patologie presenti nei Comuni del Basso Isontino, a Duino e a Fiumicello Villa Vicentina, previsti come siti di ricaduta delle emissioni, sono simili se non analoghi a quelli riscontrati a Vado Ligure e a Civitavecchia, dove insistevano le centrali a carbone». METANODOTTO E IMPATTO AMBIENTALE. Viene evidenziato «il forte impatto geologico che avrebbero eventuali trivellazioni e le attività di interramento del metanodotto». Il riferimento è alle consulenze di geologi ed esperti di cui s'è avvalsa l'amministrazione comunale, nelle quali si evidenzia il rischio di modificazioni irreversibili del sottosuolo carsico, con inquinamento di zone integre, alterazioni delle falde sottostanti e probabili deviazioni dei corsi d'acqua sotterranei, considerando anche le zone di interesse archeologico. La posa del metanodotto proposta da A2A attraverserà il Parco del Carso e il Biotopo del Lisert, di alto valore naturalistico. Si richiama la presenza del grillo Zeuneriana marmorata, e di specie vegetali pregiate come l'Euphrasa marchesetti, il Gladiolus palustris, il Cladium mariscus.

Laura Borsani

 

Un'opera definita «senza sostenibilità economica»
«Appare che il progetto a turbogas non abbia sostenibilità economica», fa presente il Comune. Le nuove normative sono molto stringenti circa i finanziamenti: per le fonti fossili la condizione ai fini dell'ammissibilità è la produzione di 100 grammi di anidride carbonica per Kilovattora di energia prodotta. La centrale proposta da A2A produrrebbe 228 g/KWH. Quanto al Capacity Market, meccanismo che premia con 75 mila euro a Megawatt le centrali aggiudicatesi le aste competitive di Terna, A2A, non entrata nel novembre 2019, non può che sperare nella fuoriuscita di centrali già inseritesi.

 

il sindaco - «Vogliamo dare un futuro diverso a quel sito»
Il via libera al progetto di A2A significherebbe «vanificare l'obiettivo orientato al risanamento, alla riqualificazione e alla strategia green, basata sull'esclusione per il futuro di ogni sorta di immissioni inquinanti in atmosfera, dovuti alla combustione di fonti fossili per la produzione di energia e l'opportunità di sgravare la città da una delle pressioni industriali più impattanti, continuando a esporre per altri 20 o 30 anni la popolazione alle stesse fonti di inquinamento che hanno provocato gravi conseguenze sanitarie e ambientali». Il sindaco Anna Maria Cisint ribadisce la netta posizione del Comune. «Proprio perchè questa amministrazione sta lavorando intensamente per lo sviluppo del territorio - osserva -, riteniamo di dare alla città un futuro all'insegna dell'occupazione e della sostenibilità, che non include una centrale a gas di quella portata. Nell'ambito delle nostre valutazioni c'è la dimostrazione che l'area dove insiste l'attuale centrale a carbone ha le caratteristiche per una vocazione di tutt'altro genere». Rileva che «in Italia non esiste una centrale a metano così prossima alle abitazioni», come viene prospettato nel progetto di A2A.Insiste sul tema lavoro: «Con l'impianto a metano sarebbero impiegate solo 30 persone, noi vogliamo maggiore occupazione». E rileva: «In termini di salute e ambiente la città ha già dato troppo. Siamo certi che A2A potrà comprendere che il progetto a gas è ormai obsoleto. Per loro non può che essere solo un investimento finanziario», conclude.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 17 aprile 2021

 

 

"In Porto vecchio l'eredita' storica della Mitteleuropa condurra' al futuro"

Le idee di Andreas Kipar, chiamato a costruire una visione di insieme sul futuro dell'area "Al centro gli spazi pubblici, il verde e le persone"

Uno spazio pubblico a misura di persona. Se ai tempi dell'Impero un boschetto campeggiava in Piazza Grande, un domani un boulevard verde potrebbe diventare il simbolo della rinascita del Porto vecchio di Trieste. È proprio a partire dal recupero dell'eredità storica mitteleuropea che l'architetto e paesaggista Andreas Kipar sta pensando le linee guida per il recupero dell'area, un compito che il Comune di Trieste si accinge ad affidargli nel momento in cui si appresta a passare dalla fase della pianificazione a quella della progettazione dell'area. Architetto, da quando conosce il Porto vecchio di Trieste? «Le prime passeggiate nello scalo triestino risalgono a decenni fa, quando studiavamo il Porto antico di Amburgo. È un legame che in questi anni si è sempre coltivato». È possibile il rilancio dell'area? «Penso che i tempi siano ormai maturi, visto che c'è un piano urbanistico e siamo in piena transizione ecologica». Lei stabilirà le linee guida per lo sviluppo dell'area. Quali saranno gli assi portanti del suo lavoro? «Seguo un principio molto semplice, che riporto sempre anche ai miei studenti: uno spazio pubblico ha corpo, anima e vestito. Il corpo del Porto vecchio c'è, un fantastico gigante in attesa di essere rianimato. Per dargli un'anima bisogna studiare la sua vita pubblica, i flussi, le materie. Dopo aver studiato queste cose si può pensare a fare un vestito su misura». Il Piano regolatore approvato consente un lavoro di questo tipo? «Io ho potuto accettare l'invito del Comune di Trieste perché c'è un piano urbanistico approvato che rimanda alle linee guida primarie per lo spazio pubblico: dice chiaramente che, visto che gli edifici ci sono, bisogna ragionare su quello che sta tra gli edifici. In questo senso è un approccio all'avanguardia, oggi tutta Europa sta discutendo di cosa fare dello spazio pubblico: nelle città della pandemia e della post-pandemia questo concetto assume un ruolo nuovo, è il rinascimento dello spazio pubblico». Come ripensare lo spazio pubblico in Porto vecchio? «Partendo dall'essere umano. Il modo unico in cui i triestini vivono il lungomare di Barcola riflette un uso mitteleuropeo dello spazio pubblico, inteso quasi come anticamera della propria abitazione: uno spazio di pubblica utilità. Questo dato ci offre un'apertura sullo sviluppo possibile dello scalo, che essendo un'area immensa comporterà una grande riappropriazione di spazi da parte della società. Dobbiamo cambiare, insomma, il paradigma tradizionale e mettere al primo posto l'uomo, poi lo spazio, e solo infine l'architettura». Quale sarà l'approccio architettonico? «L'architettura è al servizio delle funzioni. Siamo stati chiamati a dare una visione di spazio pubblico, una linea guida a cui tutti i singoli che vorranno intervenire dovranno concorrere un domani. Lo stiamo già facendo nel dopo-Expo di Milano, l'area Mind: lì abbiamo cento ettari di riuso che diventeranno un campus di importanza mondiale dal punto di vista scientifico e tecnologico. Allo stesso modo il Porto vecchio deve diventare un nuovo paesaggio urbano. Questo è un momento in cui tutte le città europee si stanno reinventando, e il vecchio scalo può diventare il tassello su cui si reinventerà Trieste nei prossimi decenni. Però non si può iniziare dal vestito, tornando ai principi iniziali: se parti da quello poi lo devi buttar via, prima devi capire le persone, i flussi, gli spazi». Serve quindi una visione complessiva? «Bisogna evitare che il primo che arriva faccia quello che vuole, altrimenti è l'insalata mista. E Trieste merita una portata alla sua altezza. Il Comune e la Soprintendenza hanno dimostrato saggezza nel richiedere un ragionamento d'insieme: serve un criterio in base al quale, un domani, dire sì o no agli investitori». Lei sarà incaricato anche di stabilire le linee guida sugli interventi degli edifici, che sono tutelati dalla Soprintendenza in modo molto vincolante. «Sarebbe un gravissimo errore apportare degli stravolgimenti, sarebbe come distruggere il capitale che si ha tra le mani. I due elementi di più pericolosi dei nostri tempi sono l'indifferenza e la banalizzazione. E Trieste è una città troppo importante per banalizzare anche un solo edificio. Bisogna pensare alla storia che ogni palazzo, ogni piazza portano con sé. Bisogna partire da questa grande cultura mitteleuropea per far di Trieste un luogo del desiderio, dove sulle orme della storia si sviluppa il futuro. Non è un sogno ma qualcosa che attraverso le linee guida si può portare a compimento. Mi auguro sia un lavoro corale: servirà la città, il Comune, la soprintendenza, gli operatori... Servirà che le istituzioni abbiano di nuovo voglia di ragionare sul destino non solo di Porto vecchio, ma di tutta Trieste». Il ruolo del verde? «Partire dallo spazio pubblico è partire dal verde. Bisogna riportare il suolo urbano a una propria fertilità. Il Porto vecchio ha già un suo asse monumentale e culturale, io vorrei riuscissimo a far partire dalla zona della stazione una grande passeggiata attraverso lo scalo: un boulevard green, un bosco lineare, che congiunge il centro all'area rinata, in cui un domani possano circolare mezzi di trasporto innovativi. All'area Expo di Milano stiamo attrezzando a verde il chilometro del decumano. In questo modo il verde diventa una vera e propria infrastruttura, che raccoglie le acque piovane, non le fa disperdere e le mette al servizio dell'elemento vegetale che cresce». Il Comune ha consentito di inserire una parte di residenzialità. «La trovo una decisione saggia. Oggi tutto il mondo sta studiando il modo di rendere vivibili i nostri centri città. E il Porto vecchio offre tutte le opportunità per nuovi tipi di abitazioni. Nel momento in cui diciamo che il rilancio va costruito a misura d'uomo, bisogna anche dare gli spazi alle persone. Tutto dipende dal giusto mix, da qui l'importanza della regia collettiva: tutti i grandi sviluppi richiedono una grande regia. È come un'orchestra che suona una sinfonia, ogni strumento è importante. Così i masterpalan si traducono in regole, principi, che grazie ai diversi investitori diventano un'opera corale».

Giovanni Tomasin

 

 

Il Comune rispolvera il "museo del gusto" per il Mercato coperto
Polidori tira fuori dal cassetto il progetto di rilancio siglato nel 2019 con l'Aidia di Krasovec, tra i firmatari di Punto Franco. La mossa riaccende il dibattito politico
L'amministrazione comunale ribadisce l'intenzione di preservare il carattere storico del Mercato coperto. E rilancia l'appello a farsi avanti, rivolto innanzitutto ai potenziali investitori. Allo scopo, il vicesindaco Paolo Polidori, che tra le sue deleghe ha quella ai mercati, ieri ha convocato una conferenza stampa all'interno del sito di via Carducci. Erano presenti anche il comandante della Polizia locale Walter Milocchi, il suo vice Paolo Jerman e l'architetto Lucia Krasovec, presidente dell'Aidia (Associazione italiana donne ingegneri e architetti) di Trieste, che qui ha la sua sede. Polidori ha affermato che, per rivitalizzare il luogo, restano aperte le porte «all'iniziativa privata. Il privato, chiunque sia, può presentare una proposta al Comune: ad esempio supermercato sì, no, oppure in parte. Noi offriamo la cornice, con il punto fermo che non si tocca il carattere storico del Mercato». Polidori, già espressosi a favore di postazioni street food e chilometro zero al piano superiore, ha sottolineato la volontà di costruire una «progettualità strategica. Valorizzare l'edificio è il messaggio arrivato da tutta la città, anche con la raccolta firme: lo accogliamo con entusiasmo». Adesso «proseguiamo sulla strada intrapresa in tempi non sospetti con Aidia - ha detto Polidori - rallentata dalla pandemia. L'8 maggio partiranno iniziative propedeutiche. Se la terrazza al momento è inagibile, bisogna pensare a cosa si può fare oggi». Con Aidia, il Comune nel 2019 ha infatti stipulato un "Protocollo di intesa per lo svolgimento di azioni innovative per il mercato coperto". A margine, Polidori ha sottolineato il carattere di "qui e ora" del ruolo di Aidia, che potrebbe decadere se si presentasse un investitore con un project valutato vincente. L'evento dell'8 maggio sarà culturale, in collaborazione con Italia Nostra nelle settimane dedicate ai musei. Aidia ha anche partecipato al bando ministeriale "Creative Living Lab", da cui potrebbe ottenere un finanziamento da 50 mila euro per attività culturali e creative. La cifra evidentemente non può cambiare le sorti della struttura. Ma vuole «mettere assieme attori interessati a far partire il gruppo progettuale - spiega Krasovec, che tra l'altro è tra i firmatari di Punto Franco, di Francesco Russo - con l'obiettivo finale della rigenerazione del mercato, comprese start-up dell'agroalimentare. Il progetto, a firma Aidia, esiste già». Nessuna anticipazione tuttavia sui contenuti, se non l'obiettivo di trasformare il sito di via Carducci in un "museo del gusto". Per sviscerare ulteriormente l'argomento, lunedì mattina alle 9 si riunirà la terza commissione consiliare, presieduta da Massimo Codarin della Lista Dipiazza. Rimane quindi per il momento in sospeso la commissione sulla trasparenza richiesta dal consigliere comunale di Futura, Roberto De Gioia, sul tema della concessione di nuove licenze. «Seguirò con interesse - spiega Antonella Grim di Italia Viva, presidente della trasparenza -. Poi vedremo se servirà anche un passaggio più tecnico. Ho ricevuto telefonate da varie persone, sulle licenze». Intanto il candidato sindaco di Futura, Franco Bandelli, fa sapere: «Abbiamo fatto la nostra parte, firmando la petizione di Adesso Trieste e offrendo proposte per il recupero del Mercato. Ora ci aspettiamo di venire chiamati a eventuali tavoli. Anche alla luce dei repentini cambi di indirizzo da parte dell'amministrazione». Futura vuole mantenere le bancarelle al pianterreno, creare un attrattore enogastronomico al piano superiore, e organizzare eventi in terrazza. Così Riccardo Laterza, portavoce di Adesso Trieste: «Bene se davvero il Comune aprirà a una progettazione partecipata. Noi intanto continueremo con la nostra simulazione. Il punto su cui non siamo d'accordo è la necessità di un grande investitore». «Per mettere una pezza sulle uscite del sindaco Roberto Dipiazza - commenta Laura Famulari del Pd - il centrodestra ha mandato Polidori, che ha avuto l'accortezza di far proprio quanto richiesto dal buon senso di tanta gente e dello stesso Pd».

Lilli Goriup

 

«La trasformazione di Casa Francol in hotel sacrifica quattro locali attivi in zona Urban»
La denuncia di Andrea Sinico, titolare di "Al Petes" di via Capitelli il cui dehors coincide con l'albergo prefigurato dal Comune
«Allucinante». Il giovane imprenditore Andrea Sinico segue alcune attività ricettivo-gastronomiche triestine, tra cui un nuovo residence in via XX Settembre e il buffet ex Mario in via Torrebianca (oggi «Monna de fer", con lieve variazione rispetto all'originario soprannome).Ma la sua più affezionata creatura è l'osteria "Al Petes" in via dei Capitelli, zona Urban in Cittavecchia. «Un investimento da 1 milione di euro», sillaba per non lasciare margine a dubbi e perplessità. Quell'allucinazione iniziale è provocata dalla lettura delle notizie su Casa Francol, una vecchia utopia comunale che sembra uscire dall'onirismo amministrativo per mezzo del nuovo Piano del centro storico, strumento che consentirebbe alla secentesca stamberga di diventare un albergo, accrescendo l'appetibilità del recupero su cui esiste un project financing da 4,5 milioni. Senonchè l'eventuale riqualificazione dell'edificio e la contestuale costruzione di un nuovo stabile a fianco in un fazzoletto di terra chiamato Umi 13 metterebbero a repentaglio - Sinico ne è sicuro - l'esistenza di quattro locali che vivono attorno a casa Francol: uno è il suo "Petes", poi "La bettola", la taverna "Sapori greci", "Maita" (ex "No"). Tra sbancamenti e malta, addio ai dehors e a buona parte dell'incasso. «Visto il periodo Covid che ci ha fortemente colpito - martella il giovane Sinico mostrando "in presenza" i luoghi coinvolti - un progetto, come quello di casa Francol, sarebbe esiziale».L'imprenditore così prende carta e penna per riepilogare: «Abbiamo un contratto d'affitto con il Comune firmato nel 2016, per cui paghiamo un annuale di 2.600 euro per un centinaio di metri quadrati all'aperto in Umi 13. Onde mettere a posto l'appezzamento e consentirne l'allestimento, abbiamo speso 30.000 euro: livellamento del terreno, telecamere, utenze, ecc.». «Avevano chiesto di comprarlo - insiste Sinico - ma per il Comune era indisponibile». «Se parte casa Francol - precisa - solo "Al Petes" lascia sul campo il 50% dei proventi: possiamo chiudere i battenti».Sinico, che in passato è stato consigliere provinciale di "Un'altra Trieste", aveva avvertito di questo problema l'assessore Elisa Lodi e il direttore dei Lavori pubblici Enrico Conte. «Ma perchè ignorarci? Perchè non tentare di progettare il sito coinvolgendoci? Perchè, in un momento drammatico per le attività food & beverage, compromettere quattro gestioni?».

Magr.

 

 

Dal centro fino al colle in meno di un minuto: l'ascensore ora è di tutti
Parte il servizio di trasporto gratuito garantito dagli impianti del Park San Giusto - La "stazione" a monte trasformata entro Natale con accanto i chioschi turistici
Il primo sistema "ettometrico" triestino, come lo chiamano gli ingegneri, è decollato ieri mattina alle 7: i due ascensori all'interno del Park San Giusto sono partiti dalla "caverna" in via del Teatro romano per ascendere in piazza della Cattedrale. Un viaggio che non tocca i 60 secondi. Una volta "landed", i passeggeri si arrampicano su una rampa di scale tipo rifugio anti-aereo e sbucano sotto il monumento ai caduti scolpito da Attilio Selva. Tutto gratis. La Regione, legittimando l'esercizio di servizio pubblico nell'ambito di «un percorso misto pedonale meccanizzato tra Teatro Romano e area monumentale del Colle», ha conferito agli ascensori una denominazione: EA01 e EA02. Franco Sergas - già presidente della compagine che ha costruito il parcheggio e oggi consulente del gestore belga Interparking - narra che gli elevatori salgono dai tre metri sotto il livello del mare di "downtown" fino ai 62 metri del capitolium tergestino: in tutto 65 metri, quelli di un palazzo alto 22 piani. L'operazione, iniziata un anno fa per rendere la coppia di lift una modalità di trasporto pubblico, ha finalmente raggiunto l'obiettivo concordato con il Comune nel quadro di un apposito atto aggiuntivo alla concessione del 2010: senza essere un utente del parcheggio, il cittadino/turista può imbarcarsi sugli ascensori per salire/scendere, evitando il bus "24" o la scarpinata attraverso Cittavecchia, affascinante ma fino a un certo punto, specie in presenza di eventi atmosferici di radicale impatto. Il potenziale del servizio sembra molto significativo: a pieno regime, evaporata l'emergenza pandemica, Sergas calcola che due milioni di passeggeri andranno ogni anno su/giù da San Giusto. Adesso, ancora condizionata dal Covid, la spola arriverà a trasportare 450 mila persone. In ogni modo entro 45 giorni saranno montate telecamere conta-passeggeri. C'è un direttore di esercizio, che è l'ingegnere Filippo Rigoni. La tradizione, toccando ferro, è buona: in sei anni solo due interruzioni. A colpo d'occhio, pesando l'affluenza ufficiosa di questi anni, circola un pubblico misto, osservano Sergas e Antonio Papa, responsabile della struttura Interparking triestina: quando è stagione molti i turisti, altrimenti i residenti nella zona di San Giusto e i genitori che portano i bambini negli istituti per l'infanzia. Risulta evidente l'agevolazione per i disabili. L'orario si allunga dalle 7 alle 23: sui notturni si valuterà di volta in volta, sentiti Comune e Regione. Gli eventi estivi nel castello di San Giusto costituiranno certamente terreno di confronto. I motivi di sicurezza e la persistente tendenza all'atto teppistico consigliano prudenza. Al momento è permesso viaggiare a due persone per ogni ascensore, quando non vi saranno limitazioni igienico-sanitarie si arriverà a 12 passeggeri per macchina. Il capolinea in piazza Cattedrale diverrà molto più grazioso, con il placet della Soprintendenza, in seguito ai lavori che dovrebbero iniziare in settembre per terminare a Natale: 220 mila euro direttamente sostenuti da Interparking. Alla "casetta" del parking faranno compagnia i rivenditori di bibite, attualmente dirimpettai del Melone. Giulio Bernetti, capo dipartimentale dell'Urbanistica, segue con interesse la novità: il Piano della mobilità sostenibile ha inserito analoghe iniziative tra via Giulia e l'Università, tra Cava Faccanoni e San Giovanni.

Massimo Greco

 

 

Multe in piazza Garibaldi «Più posteggi e tolleranza»
I commercianti lamentano il pugno di ferro dei vigili: «Così non scarichiamo le merci e i clienti scappano». Polidori apre: «Cercheremo delle soluzioni»
Reclamano una serie di parcheggi in zona, anche a pagamento, nonché un'adeguata zona di carico e scarico merci. O, in alternativa, un po' più di tolleranza da parte della Polizia locale. I commercianti di piazza Garibaldi non ne possono più delle multe e lanciano un appello al Comune di Trieste, con il vicesindaco e assessore alla Vigilanza Paolo Polidori che lo raccoglie a stretto giro e apre alla ricerca di possibili soluzioni, a fronte però di un ragionamento più ampio in cui entrano anche le possibili applicazioni della legge regionale sulla sicurezza. Ma andiamo con ordine. «È impossibile fermarsi e scaricare le merci - racconta Felix Aurelian Andreescu, proprietario di un mini market e di un bar in zona - ma anche soltanto recuperare gli incassi. Nei giorni scorsi avevo avvisato la cassiera che stavo arrivando, il tempo di fermarmi in una delle due corsie del lato della piazza che va in via Pascoli e un vigile mi ha consegnato la multa. Non è venuto neanche a bussarmi, ha fatto subito il verbale. Il carico e scarico per la merce è decisamente troppo lontano, in via della Raffineria, quello che chiediamo è solo di poter lavorare nella legalità e con serenità. Si potrebbero anche creare dei parcheggi a pagamento e, con le risorse ricavate, magari abbellire la piazza, che è sempre più un punto di riferimento per le tante comunità locali». Eva Cavalera, titolare de "I fiori de Berto", conferma le difficoltà degli esercenti della zona: «Siamo penalizzati, ci sono problemi seri per quanto riguarda i parcheggi. Mi sembra ci sia poca attenzione nei confronti di chi lavora qua. Una volta noi avevamo un mezzo, ora è insostenibile anche perché una multa è un problema grosso. I clienti che devono ritirare i fiori devono fermarsi in sosta vietata e se poi arriva il verbale difficilmente tornano. Anche per chi fa le consegne a domicilio è complicato riuscire a fermarsi per ritirare la merce da portare dai clienti». Ieri in mattinata sia il lato della piazza che arriva in via Pascoli che la prosecuzione di via della Raffineria, in realtà non percorribile se non per taxi e bus, si presentavano occupati da auto in sosta. «Ma è sempre così», racconta una residente che sta andando al Mercato coperto a fare la spesa. Anche dal chiosco "Frutta del sud" arriva la richiesta di parcheggi ad alta rotazione: «Ho clienti - racconta Francesco Miroballo, il titolare - che lasciano la macchina in viale D'Annunzio. A volte capita che uno si fermi per ritirare dei prodotti e se arrivano i vigili devono mollare tutto e correre a spostare la macchina. Portiamo le merci praticamente di corsa, nonostante l'approvvigionamento lo facciamo al mattino presto. In questo momento una multa può significare perdere il guadagno delle giornata. Abbiamo anche perso dei clienti per lo stesso motivo».Raza Naudin, titolare di "Pk pizzeria ristorante", ribadisce le necessità degli esercenti: «Dei posti auto farebbero molto comodo anche per riuscire a scaricare la merce da portare in locale o per consentire ai clienti di ritirare il cibo e magari, quando le norme lo consentiranno, di fermarsi al tavolo». Antonio Messidoro del chiosco delle chiavi ha l'attività commerciale in piazza Garibaldi dal 1980: «Sono qua da 40 anni - racconta - ed è cambiato tutto. Una volta esisteva il vigile di quartiere e dunque capiva chi si fermava per andare a bere il caffè o chi magari per necessità. C'era una comprensione maggiore». Polidori, assessore competente per quanto concerne la questione multe, conferma la volontà di intervenire nuovamente sulla figura del vigile di quartiere grazie alla nuova normativa regionale sulla sicurezza: «Con questa legge sarà possibile introdurre una figura intermedia, che magari possa fare da trade-union tra il cittadino e gli operatori delle forze dell'ordine. Quanto ai parcheggi, sicuramente possiamo fare una riflessione con l'assessore Luisa Polli per cercare una soluzione che vada incontro alle necessità di chi lavora».-

Andrea Pierini

 

 

Al via nelle scuole la campagna sui danni delle microplastiche
Fino al 15 maggio affissi in città e distribuiti negli istituti i manifesti ideati dagli studenti per sensibilizzare sul tema. Tutti gli alunni possono partecipare
Parte la campagna di sensibilizzazione per le scuole "Microplastiche: un mare di problemi", fortemente voluta dal Consiglio comunale delle ragazze e dei ragazzi (Ccrr) e dall'assessorato alla Scuola ed Educazione con la collaborazione di Sissa Medialab.«Si tratta di una campagna - spiega l'assessore Angela Brandi - di sensibilizzazione sui danni delle microplastiche che provengono dalla frammentazione di oggetti vari, da vestiti, cosmetici, processi industriali e che attraverso la catena alimentare entrano anche nel nostro corpo. La campagna prevede manifesti ideati dai ragazzi, affissi in città fino al 15 maggio e distribuiti nelle scuole con l'obiettivo di sensibilizzare gli studenti sul tema».C'è la possibilità per tutte le classi delle scuole primarie e secondarie di primo grado del Comune di Trieste di partecipare alla campagna inviando i propri materiali: poster, foto, video, canzone, storia, progetto coding) all'indirizzo di posta elettronica ccrr_trieste@medialab.sissa.it. Tutte le creazioni saranno pubblicate su una bacheca online e saranno raggiungibili dal sito http://ccrr.online.trieste.it. Grazie al sostegno di AgegasApsAmga, cinque classi di scuola secondaria di primo grado e venti di scuola primaria riceveranno delle borracce di metallo e un libro a tema ambiente offerto da Editoriale Scienza. Tutte le informazioni su http://ccrr.online.trieste.it/campagna/.Il Consiglio comunale delle ragazze e dei ragazzi è costituito da 25 giovani delle scuole primarie e secondarie di primo grado: rappresenta i giovani al Comune di Trieste ha il compito di proporre nuove idee per migliorare la nostra città.

 

 

Treno veloce Venezia-Trieste: a fine anno partono i lavori
Il Dpcm firmato dal premier affida a 27 commissari straordinari fra cui Vincenzo Macello, la gestione di 57 opere pubbliche strategiche
Dall'approvazione diretta dei progetti, d'intesa con i presidenti delle Regioni interessate dall'opera, all'esecuzione degli interventi operando direttamente come stazione appaltante. «Gli obiettivi sono terminare l'Alta velocità Brescia-Padova per il 2028, mentre la prima fase del potenziamento tecnologico della Venezia-Trieste contiamo di realizzarla entro il 2025. I lavori partiranno a fine anno». Il Dpcm firmato ieri dal premier Mario Draghi, che affida a 27 commissari straordinari la gestione di 57 opere pubbliche, assegna pieni poteri a Vincenzo Macello quale commissario della Tav Brescia-Padova e del potenziamento della linea ferroviaria Venezia-Trieste. All'ingegnere responsabile della direzione Investimenti di Rete ferroviaria italiana (Rfi) il compito di sbrogliare una matassa senza bandolo da almeno 30 anni a questa parte. La tabella di marcia è fissata. «Il primo lotto da Brescia a Verona è stato inserito nel Recovery plan e ne prevediamo l'attivazione, sempre per fasi, dal 2025» ha spiegato Macello durante la sua audizione in commissione Lavori pubblici al Senato. I due ostacoli principali da superare, però, rimangono l'attraversamento di Vicenza e, soprattutto, il tratto da Vicenza a Padova. Se tutto andrà per il meglio a lavori ultimati sull'intera linea Milano-Venezia si viaggerà a 250 km orari limando di 10' la percorrenza della tratta. A fronte del potenziamento della linea Venezia-Trieste, invece, la velocità dei treni su questa tratta potrà essere elevata a 200 km orari arrivando a coprire il viaggio in un'ora e 15 minuti. Il potenziamento prevede interventi per 1,8 miliardi. «Attualmente è previsto un finanziamento da 232 milioni che riguarda solo la prima fase di implementazione tecnologica» ha puntualizzato Macello. «L'avvio di questi lavori è atteso per fine 2021 e gli interventi sono inseriti nel Recovery plan. Contiamo di esaurire questa parte per fasi a partire dal 2023 e fino al 2025. Per quanto riguarda la soppressione dei passaggi a livello e gli interventi strutturali, l'obiettivo è completare la progettazione definitiva entro settembre 2021, mentre per la variante Ronchi-Aurisina prevediamo di avviare la progettazione di fattibilità tecnico-economica a giugno 2021». «L'ultimo passo formale è stato compiuto, ora è necessario che i commissari diventino subito operativi. Sono alte le attese per il potenziamento del tracciato Venezia-Trieste . Positivo il fatto che gli interventi tecnologici sulla linea siano inseriti nel Pnrr», afferma la presidente del gruppo Pd alla Camera Debora Serracchiani.

Matteo Marian

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 16 aprile 2021

 

 

Sbarca in Porto vecchio l'archistar Kipar - il paesaggista autore di importanti opere in tutto il mondo

Il luminare tedesco delle riqualificazioni urbane definira' le linee guida per il recupero dei magazzini e progettera' le aree verdi

È l'architetto e paesaggista tedesco Andreas Kipar il nome scelto dal Comune di Trieste per definire le linee guida progettuali per il recupero dei magazzini del Porto vecchio e per la realizzazione di viali ed aree verdi. L'archistar ha visitato la città nei giorni scorsi e, nelle previsioni degli uffici, dovrebbe ricevere ufficialmente l'incarico entro il mese. Ne ha parlato ieri mattina il sindaco Roberto Dipiazza a margine della conferenza stampa al Magazzino 26 sul programma di mostre ed eventi culturali per il biennio 2021-2022. «Lo avevamo incontrato già mesi fa - commenta il primo cittadino - e ora siamo arrivati alla formalizzazione dell'incarico. Si occuperà della progettazione dei viali, ma anche di come si potrà intervenire sui magazzini».La nomina di un paesaggista che stabilisca delle linee guida complessive è una delle richieste della Soprintendenza per il recupero dell'antico scalo. Nella fattispecie il professionista tedesco stabilirà l'impianto dei due progetti su cui verte il potenziale finanziamento da 40 milioni del Recovery Fund, ovvero il viale monumentale e verde che collegherà il centro città al Magazzino 26 e il cosiddetto parco lineare, l'area verde che correrà lungo le rive. A lui spetterà anche il compito di stabilire la cornice degli interventi sui magazzini storici, altra richiesta dell'ente incaricato della tutela dei beni culturali. Paesaggista riconosciuto a livello internazionale, Kipar ha curato progetti di recupero urbano su grande scala in tutto il mondo, lavorando a progetti come gli Expo di Milano e Dubai. È l'inventore del modello dei "Raggi verdi" del capoluogo lombardo, una connessione tra centro e periferie improntata alla mobilità lenta. Il modello è stato riconosciuto come pionieristico dal settore e applicato a Essen, Capitale verde europea nel 2019, e nella Smart- city di Rublyovo-Arkhangelskoye di Mosca. Lo studio di architettura del paesaggio guidato da Kipar, Land, ha progettato anche gli spazi aperti del progetto di Porta Nuova a Milano, che nel 2018 si è aggiudicato il prestigioso premio Mipim Awards all'interno della categoria Best Urban Rigeneration. Ma l'architetto e il suo team seguono progetti di riqualificazione urbana dalla Germania a Pechino, passando per Dubai e altre località del Medio oriente. In questo modo il Comune risponde agli appelli venuti da più parti per il coinvolgimento di nomi di alto profilo per il risanamento del porto asburgico, appoggiandosi a uno dei professionisti più affermati del settore nel momento in cui passa dalla fase di pianificazione, stabilita dalla variante al Piano regolatore approvata nelle settimane scorse, a quella della progettazione vera e propria. La formalizzazione dell'incarico di Kipar dovrebbe arrivare, per l'appunto, nell'arco delle prossime due settimane.

Giovanni Tomasin

 

 

Rete ferroviaria in porto - Prende il via l'intervento sul nodo di Aquilinia - le infrastrutture
Partita la progettazione dei binari verso l'area ex Aquila a servizio del futuro terminal ungherese e del previsto impianto siderurgico che il ticket Metinvest-Danieli punta a creare alle Noghere
Trieste. Ingegneri al lavoro sui progetti e alcune gare pronte a partire. La rivoluzione ferroviaria nel porto di Trieste prende corpo e, se Rfi ha appena annunciato l'avvio delle opere a Campo Marzio, è cominciato l'intervento che rimetterà in piedi il nodo di Aquilinia, a servizio del futuro terminal ungherese e dell'impianto siderurgico che il ticket Metinvest-Danieli valuta di creare alle Noghere. I 190 milioni del piano complessivo sono già finanziati, mentre dipende dal Recovery Plan l'arrivo dei 70 milioni per la nuova stazione di Servola, che sorgerà al posto della Ferriera. Campo Marzio - L'Autorità portuale è pronta a bandire la gara per il rifacimento dei 16 chilometri di binari interni al Porto nuovo. Il progetto è approvato e si prevede di dare il via al cantiere l'anno prossimo per concludere entro il 2023. Oltre ai binari, si sostituiranno i deviatoi, che saranno automatizzati e non più attivati manualmente. Rfi ha già provveduto dal canto suo all'allungamento delle aste di manovra della stazione di Campo Marzio e nei prossimi anni costruirà un fascio di 10 nuovi binari, di cui 4 lunghi 750 metri. Il piano dell'Ap si basa a sua volta sulla costruzione di 6 binari di arrivo e partenza a servizio dei Moli V e VI, mentre il VII avrà il suo allaccio diretto, grazie a una galleria di 30 metri che lo collegherà alla stazione di Campo Marzio. Tutto dovrà essere pronto entro il 2025, quando i traffici saranno gestiti dall'interno di una sala operativa congiunta Rfi-Ap e sarà abbattuto il muro che separa i binari della stazione da quelli dell'area portuale. Verrà così creato un punto franco unico, mentre i treni potranno entrare e uscire per la prima volta dal porto grazie alla trazione elettrica, usando i locomotori diesel solo per le manovre in banchina. Il costo ammonta a circa 140 milioni: una sessantina a carico di Rfi e 77 spesi dall'Ap. Si tratta della parte più cospicua dei 190 milioni complessivi di investimenti che Rfi e Ap hanno già interamente finanziato, con lo scopo di arrivare in cinque anni al raddoppio della capacità ferroviaria dello scalo, che oggi può movimentare fino 14 mila treni all'anno:molto vicini al record di 10 mila generato dal porto nel 2019. Il presidente Zeno D'Agostino conta ora sul Recovery Plan, che ha stanziato 80 milioni per lo sviluppo ferroviario dell'intero scalo. Le risorse del Pnrr permetteranno all'Autorità di ridurre il ricorso all'indebitamento. Aquilinia - Molto si sta muovendo pure nell'area dell'ex Aquila. Lo sviluppo della banchina ungherese attende anch'esso il Recovery, ma ora anche il possibile stabilimento siderurgico di Metinvest e Danieli richiede linee su ferro efficienti. I lavori per l'elettrificazione del binario da Servola fino alla stazione di Aquilinia sono cominciati, poi da lì si procederà con locomotore diesel verso il terminal magiaro e i capannoni di FreeEste a Bagnoli, utilizzando binari che spetterà all'Ap rimettere in funzione. La gara per il binario diretto a FreeEste è imminente e la progettazione di quello fra Aquilinia ed ex Aquila è partita, con l'auspicio di ultimare le opere entro il 2023. I programmi dicono infatti che per quella data sarà rimessa in funzione da Rfi la stazione di Aquilinia. La realizzazione del comprensorio costerà 35 milioni: 27 a carico di Rfi e 8 dell'Autorità portuale. Una volta a regime, i treni lasceranno la parte sudorientale del porto, uscendo da Trieste dalla nuova bretella, che consente l'immissione nella galleria di cintura, senza transito per Campo Marzio. Servola - I 190 milioni si completano con i 7 utilizzati per la bretella e i 5,5 spesi per riattivare la linea Transalpina, che collega porto e Interporto di Fernetti. Mancano invece ancora tutte le risorse indispensabili per la nuova stazione di Servola, su cui avevano messo gli occhi i cinesi di Cccc, ritiratisi poi tanto da questa partita quanto da quella di Aquilinia. L'impegno è da 70 milioni, necessari a costruire un possente snodo ferroviario al posto dell'area a caldo: dovrebbe pensarci il Pnrr, che per Servola prevede 100 milioni tra copertura dei costi di bonifica, dragaggi e infrastrutturazione del terminal. La parte ferroviaria sarà progettata col supporto di Rfi: servirà i traffici della Piattaforma logistica, del futuro Molo VIII e dell'area sudest del porto. Per procedere bisognerà ultimare le demolizioni e realizzare i piazzali: per adesso si comincerà ad utilizzare a breve binari di nuova creazione all'ex Scalo legnami.

Diego D'Amelio

 

 

Ferriera verso il raddoppio del laminatoio - Impatto ambientale al vaglio della Regione
Ma l'avvio dell'attività potrebbe slittare di qualche mese. A Servola i valori delle polveri sottili si sono ridotti di due terzi
Trieste. La Regione ha avviato la valutazione di impatto ambientale per il raddoppio del laminatoio che il gruppo Arvedi ha previsto a Servola, creando i nuovi reparti di verniciatura e zincatura, dove troveranno lavoro gli operai dell'area a caldo. La riconversione muove un altro passo, anche se mancano ancora le autorizzazioni per la realizzazione dei piazzali e una chiarificazione del percorso di sdemanializzazione che permetterà ad Hhla Plt Italy di creare il terminal logistico al posto di cokeria e altoforno in demolizione. Sono queste le principali novità emerse ieri durante il sopralluogo dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro, che ha voluto verificare l'andamento dei lavori, approfittando dell'occasione per presentare un nuovo studio dell'Arpa in cui si attesta che, dopo la fine della produzione di ghisa, i valori delle polveri sottili a Servola si sono ridotti di due terzi. Nel comprensorio si lavora per il futuro e gli uffici della Regione hanno cominciato la valutazione di impatto ambientale per il potenziamento del laminatoio. Il procedimento è partito il 24 marzo, data da cui scatta un periodo incomprimibile di 45 giorni, durante il quale gli enti pubblici interessati possono far pervenire le proprie osservazioni. Se tutto andasse liscio, la giunta Fedriga potrà modificare l'Autorizzazione di impatto ambientale, consentendo quindi la realizzazione del nuovo impianto di laminazione a freddo. I macchinari verranno forniti dal gruppo Danieli: Arvedi li acquisterà dopo lo sblocco dell'Aia. L'ad Mario Caldonazzo ha assicurato nei mesi scorsi ai sindacati di poter concludere le opere e riportare tutte le maestranze al lavoro entro il settembre 2022, cioè entro i 24 mesi di cassa integrazione stabiliti dall'Accordo di programma, che a regime prevede 417 addetti. La speranza era tuttavia di firmare l'acquisto entro marzo, perché ci vorranno sei mesi per l'arrivo degli impianti e altri dodici per la messa in funzione. La data di settembre parte destinata a slittare di alcuni mesi. Pur nella rara velocità dei lavori di smantellamento, qualche apprensione in più la desta al momento il versante dell'ex area a caldo. Come spiega il presidente di Icop Vittorio Petrucco (che opera nell'area per conto di Plt), «sulla conferenza dei servizi che darà il via alla messa in sicurezza dei terreni non abbiamo segnali, ma la vera questione ancora in sospeso è quella della sdemanializzazione, che speriamo possa essere accordata rapidamente». Senza quel passaggio, infatti, Icop e Hhla Plt non avranno titolo per lavorare sui terreni, perché non sarà possibile il trasferimento della loro proprietà. Intanto i lavori di demolizione continuano, la vista del mare è sempre più aperta e i servolani possono contare su un'aria migliore. «Arvedi ha quasi sempre rispettato i limiti di inquinamento - riconosce Scoccimarro - ma ora le pm 10 sono diminuite di due terzi, come dimostra lo studio dell'Arpa. Siamo venuti a verificare dopo un anno dall'attuazione dell'Adp e siamo soddisfatti del rispetto del cronoprogramma che ci porterà a un'industria pulita, tanto che qui a Servola si potrà fare il bagno. Oggi i livelli di polveri sottili sono migliori di quelli del centro città. Lo smantellamento crea certamente qualche disagio a livello di polveri e odori, ma l'Arpa vigila ed è sempre intervenuta celermente», sia dopo il grande spolveramento seguito alla demolizione del nastro trasportatore dell'altoforno, che dopo l'abbattimento del gasometro, con odori molto forti prodotti dalle morchie all'interno del silo.

D.D.A.

 

 

L'infopoint mai aperto sulla ciclabile Cottur nella struttura in abbandono da cinque anni
L'edificio di via Orlandini era stato affittato in passato da Fiab e altre associazioni. Fvg Strade: «Situazione da valutare»
Un piccolo edificio, moderno, in metallo e vetro, accoglie, alla fine di via Orlandini, i ciclisti e i pedoni che percorrono una delle piste ciclopedonali meglio riuscite del territorio, la "Giordano Cottur", dedicata allo storico campione di ciclismo giunto tre volte terzo al Giro d'Italia e vincitore della famosa tappa di Trieste nell'edizione del 1947. Un percorso, lungo 12 chilometri, che è frutto della riconversione del sedime dell'ex ferrovia Campo Marzio - Erpelle, che dal 1887 al 1959 aveva messo in connessione Trieste con Erpelle, stazione, quest'ultima, posta lungo la linea ferroviaria Pola-Divaccia, strategica ai tempi dell'impero perché lontana dal mare e dalla portata dei cannoni navali. Anche l'edificio, dal design moderno come i lampioni vicini, ha un nome, come la pista ciclabile per cui è sorto: nel 2010 durante l'inaugurazione del percorso la struttura, posta al centro della carreggiata quasi come fosse un casello autostradale, venne dedicata a Rodolfo Crasso, campione italiano degli amatori di marcia. Doveva fungere da punto informativo - in realtà mai operativo - dell'intero percorso che, attraverso suggestivi scorci urbani e gli spettacolari panorami lungo la Val Rosandra, conduce oggi al confine con la Slovenia, poco dopo Draga Sant'Elia.Un percorso ciclopedonale, fabbricato di via Orlandini compreso, che all'epoca venne a costare 7,9 milioni di euro, di cui due milioni erogati dalla Regione Friuli Venezia Giulia, che ne acquisì la proprietà nel 2017, e due milioni dall'allora Provincia di Trieste, prima proprietaria. Oggi l'edificio, a distanza di undici anni, versa in totale stato di abbandono. Anche se nel corso di questo periodo per quasi un quinquennio c'era stato il tentativo di dargli uno scopo: «Avevamo chiesto all'allora Provincia - ha spiegato il presidente di Fiab Ulisse, Luca Mastropasqua - di utilizzare, previo pagamento di un piccolo affitto, l'edificio insieme ad altre associazioni, per farne la nostra sede estiva, tenuto conto della valenza strategica dell'edificio. Non è stata, purtroppo, un'esperienza positiva, per diversi motivi, dall'abnorme presenza di zanzare alla posizione dello stesso immobile nel contesto, in quanto non di facile accesso in bicicletta per i nostri soci. Abbiamo deciso di lasciare nel 2016, anche approfittando del passaggio in vista alla Regione. Sta di fatto che la mission dell'edificio, ossia quella di essere il punto informativo della pista ciclopedonale, non si è mai realizzata». «La struttura - ha evidenziato Federico Zadnich di Fiab Ulisse - presenta un'ampia sala riunioni, un stanza deposito, un bagno accessibile ai disabili e ha anche un impianto di climatizzazione. Chiaro che se nello spazio antistante ci installi una fontanella, una postazione per il bikesharing, un'officina per piccole riparazioni, le cose cambiano e rivitalizzi». A Luca Vittori, della divisione nuove opere di Fvg Strade, che gestisce le ciclabili regionali, i motivi per i quali l'edificio sia in stato d'abbandono non sono noti «in quanto è da meno di un anno che mi occupo di gestire le ciclabili della regione. In questo breve periodo non ho ricevuto alcuna richiesta o proposta di utilizzo del fabbricato. Che sarebbe giustissimo ma il perché non decolli è tutto da capire, da valutare».

Luigi Putignano

 

 

Alle 17.30Agricoltura biologica negli orti urbani

Terzo incontro sul web di "percorsi di formazione orti urbani" oggi, alle 17.30, organizzato da Bioest e Legambiente Trieste. Gigi e Cristina Manenti relazioneranno sul loro metodo di agricoltura biologica in azienda. É un metodo di coltivazione "naturale" riassunto nel libro "Alle radici dell'agricoltura". Per info Tiziana Cimolino 3287908116, orticomuni.trieste@gmail.com

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 15 aprile 2021

 

 

Centri commerciali, fra tre anni il raddoppio

Fiera, Silos, Maddalena, gli occhi di Ikea su Porto vecchio: equilibri destinati a cambiare. E i poli storici si preparano alla sfida

La provincia di Trieste attualmente vanta tre centri commerciali, ma da qui a tre anni - in base ai progetti oggi in piedi - assisteremo all'inaugurazione di un'importante struttura di vendita negli spazi un tempo destinati alla Fiera, alla concretizzazione (se tutto filerà liscio) del rilancio del Silos, alla realizzazione del complesso commerciale all'ex Maddalena (cinquemila metri quadrati tra Despar e altri punti vendita), senza contare i nuovi insediamenti commerciali attesi all'interno del Porto Vecchio nell'ambito della sua rivitalizzazione. Se, come già annunciato dal sindaco Roberto Dipiazza, il colosso Ikea ha messo gli occhi su una porzione dell'antico scalo, è verosimile che lo sbarco del colosso svedese non resterà isolato. Davanti a un simile contesto futuro, si apre il dibattito su quale potrà essere la sorte dei centri oggi esistenti. Partiamo dal primo costruito a Trieste, con precisione nel 1991, Il Giulia, che sta completando i lavori che hanno ridato un nuovo volto alla struttura, con il marmo che ha lasciato spazio al parquet, una ripensata illuminazione e un nuovo volto pure per la facciata esterna. Dopo che nel 2016 Piero Coin, uno dei protagonisti della celebre famiglia di imprenditori veneti, ha acquisito tutte le quote della Iulia srl, diventando il nuovo proprietario del centro, Il Giulia ha di anno in anno registrato nuovi ingressi. Di poche settimane fa anche l'apertura della gastronomia Come di Casa. «Abbiamo commercializzato il 90% della superficie commerciale disponibile - riferisce la proprietà - e ci prestiamo a chiudere la trattativa per l'apertura di un nuovo store da 1.600 metri quadrati: i nuovi centri commerciali non ci spaventano, la nostra è una dimensione diversa». A dare una prospettiva a Il Giulia da qui a due-tre anni è la sua vocazione più rionale - è quasi un'estensione di San Giovanni - ma soprattutto l'importante progetto dello studentato che sorgerà alle sue spalle. Quest'estate, burocrazia permettendo, partirà infatti il cantiere che in via Bonomo trasformerà l'ex Telecom in casa per studenti da 450 posti letto. Un bacino commerciale non indifferente, con centinaia di ragazzi che inevitabilmente usufruiranno di quel centro ai piedi della loro residenza per fare la spesa, per mangiare un panino e bere una birra. Senza contare l'interesse per i servizi. «Abbiamo cercato di dare al centro una fisionomia che diversifichi l'offerta merceologica e migliori il servizio alla clientela, anche con un servizio di consegna a domicilio - spiega la proprietà de Il Giulia - con un occhio particolare ovviamente anche ai giovani, vista la nuova realtà che nascerà qui accanto».Il centro commerciale di più recente costruzione è Montedoro Shopping Center di Aquilina. «I centri commerciali in progetto non ci fanno paura - sostiene il direttore Sergio Bavazzano - perché riteniamo di attingere a un bacino d'utenza, d'oltreconfine soprattutto, diverso da quello che a nostro avviso sceglierà altre strutture. A nostro favore gioca anche l'aspetto legato alla viabilità». Tra l'altro uno studio commissionato dallo stesso centro commerciale evidenzia la distanza dagli attuali centri rispetto all'ex Fiera: cinque minuti in auto e 19 in bus dalle Torri: nove minuti in auto e 21 in auto da Il Giulia, 13 in auto e 23 in bus da Montedoro. Montedoro che vede oggi occupato il 90 % delle superfici commerciali. «Stiamo valutando l'inserimento di nuovi marchi - illustra Bavazzano - e lavoriamo a una declinazione del piano superiore tra servizi sanitari e spazi ludici, con un ampliamento dell'offerta indirizzata a giovani e famiglie».

Laura Tonero

 

 

La Capodistria-Divaccia infiamma il dibattito - Gabrovec esce dall'aula - Polemiche in commissione a Duino Aurisina
DUINO AURISINA. «Abbandono la seduta in segno di protesta per la superficialità con cui si affrontano temi complessi». «Rispediamo con forza al mittente tale accusa, che riteniamo offensiva, perché il nostro lavoro è stato approfondito e motivato». È questo il vivace scambio di cui sono stati protagonisti, nell'ordine, il consigliere di opposizione Igor Gabrovec e la presidente della seconda Commissione, Chiara Puntar, nell'aula del Municipio di Duino Aurisina, in cui l'altro giorno si discuteva di una mozione, preparata dalla stessa Puntar, relativa al raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia. «Un progetto - l'introduzione di Puntar - che desta grande preoccupazione. La nostra mozione esprime, come in passato, contrarietà a un cantiere che rischia di creare danni irreversibili alla Riserva della Val Rosandra e di deturpare parte del Carso. Per questo vogliamo aggiungere la nostra voce alla posizione della Regione e dei Comuni coinvolti, in primis quello di San Dorligo, cui chiederemo di poter di essere presenti alla prossima audizione con la 2Tdk, azienda costruttrice del tratto ferroviario». «Siamo un Comune - la replica di Gabrovec - che ha impiegato 12 anni per la ristrutturazione di una piazza e vogliamo esprimere giudizi ambientali e giuridici su un progetto a valenza strategica internazionale, del valore di oltre un miliardo, vagliato e finanziato dalla Ue, con una documentazione che per la sola incidenza ambientale vale 700 pagine. Non partecipo a una pagliacciata a uso di campagna elettorale». Ed è uscito.

u. sa.

 

 

Futura: piano per le ciclabili e il ritorno del Giro d'Italia - Le proposte della civica sul tema della mobilità

Riportare il Giro d'Italia a Trieste è la proposta, provocatoria, che Futura lancia sul tema della mobilità. La civica vuole inoltre mettere a punto un piano generale per la ciclabilità, allo scopo di collegare tra di loro gli spezzoni di pista attualmente esistenti creando un unico circuito, e organizzare un grande evento cicloturistico per attrarre sportivi e ciclisti amatoriali di Italia, Austria, Slovenia e Croazia. «L'amministrazione guidata da Roberto Dipiazza ha inserito un bici-plan nel Piano urbano mobilità sostenibile (Pums) - ha dichiarato il consigliere comunale Roberto De Gioia durante una conferenza stampa in Porto vecchio -. Ma nei fatti, sono riusciti a realizzare 265 metri di pista ciclabile in 5 anni, davanti al Centro congressi. Quella di viale Miramare è piena di buche; per rimettere a posto la Cottur hanno dovuto alzare la voce i cittadini. Hanno fatto il bike sharing senza piste ciclabili». Il candidato sindaco Franco Bandelli ha illustrato le già citate proposte di Futura, commentando: «La città a volte ha la memoria corta. La giunta Illy fece la pista sul marciapiede parallelo a Barcola: ne vediamo le conseguenze. Cosolini la fece passare per Campo Marzio, mettendo a rischio la sicurezza dei ciclisti. Ma soprattutto, dobbiamo chiedere scusa per il comportamento del sindaco Dipiazza, che nel 2009 prese letteralmente a calci il Giro d'Italia. Trieste ne fu allontanata per cinque anni. Cosolini riuscì a riportarlo nel 2014. Adesso siamo di nuovo senza da 7 anni. Siamo pronti a cospargerci il capo di cenere per riavere il Giro, una delle manifestazioni sportive più amate dagli italiani, e che a Trieste assume un sapore patriottico».

L.G.

 

 

La sanzione - Legno nel cassonetto:500 euro di multa

Il personale del Distretto di Opicina ha rintracciato il responsabile del conferimento nei cassonetti dell'indifferenziata di travi e assi di legno, che andavano invece depositate in un centro di raccolta. All'uomo una sanzione da 500 euro, la rimozione dei rifiuti e la messa in ripristino dei cassonetti.

 

 

La causa transfrontaliera sulle interferenze radio sbarca in Corte d'Appello - Il "duello" tra emittenti italiane e slovene
Un altro capitolo nella "battaglia delle antenne" che vede confrontarsi nelle sedi giudiziarie triestine emittenti italiane, come il gruppo Sphera e Radio Maria, e la tv di stato slovena Rtv Slovenija, supportata dalla Repubblica slovena. La questione di fondo è sempre la stessa: le radio italiane lamentano che le interferenze slovene, dovuti ai potenti impianti posizionati sul monte Nanos e ad Antignano, disturbano le trasmissioni. A indicare l'importanza in cui vengono considerati i responsi triestini, ieri erano presenti in Corte d'Appello il procuratore speciale di Sphera e di Radio Maria, Gianantonio Guarnier, e l'avvocato di punta dello schieramento legale, Felice Vaccaro, professionista fiorentino ritenuto uno dei maggiori conoscitori della materia. Si teneva la prima udienza del parziale appello di Radio Maria verso una sentenza del Tribunale di Gorizia proprio sul "duello" tra i trasmettitori del Nanos (Rtv) e quelli di Porzus (Radio Maria). L'emittente cattolica insiste, corroborata dalla perizia del tecnico triestino Edoardo Marega, sul fatto che il Nanos "inonda" il 70% del territorio regionale, da Pordenone a Trieste. Ieri Vaccaro ha eccepito le nuove domande di Rtv e la carenza di giurisdizione relativa alla presenza in giudizio della Repubblica slovena, in quanto il giudice italiano non può decidere su uno stato estero. Aggiornamento il 2 febbraio 2022. C'è tempo per riflettere e valutare soluzioni che possano prescindere da una sentenza. Una settimana fa in Tribunale era invece iniziato il confronto sulle interferenze da Antignano: attore il gruppo veneto Sphera.

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 14 aprile 2021

 

 

Mercato coperto, AT vara il progetto partecipato
Parte la raccolta di proposte per simulare il futuro per il sito. Intanto Bassa Poropat (Cittadini): «Non si snaturi la struttura»
«Datemi un progetto e vi do le chiavi», disse il sindaco Roberto Dipiazza a chi critica la giunta sul Mercato coperto. La civica Adesso Trieste, dopo aver raccolto oltre 6.300 firme con la sua petizione online, prende sul serio la sfida del primo cittadino e avvia una simulazione di progetto collettivo sul futuro della struttura: i firmatari e i commercianti della stessa sono invitati a partecipare. Nel frattempo interviene sul tema anche la consigliera dei Cittadini Maria Teresa Bassa Poropat, che invita a recuperare la struttura seguendo quanto fatto a Lisbona e Stoccolma, così da non snaturare Barriera Vecchia. La simulazione, spiega Adesso Trieste, vuole essere un banco di prova per una possibile amministrazione partecipata: la simulazione raccoglierà virtualmente e in presenza i bisogni e le aspettative delle persone sulla struttura (via mail scrivere a assembleapartecipazioneat@gmail.com). I portavoce di AT Giulia Massolino e Riccardo Laterza sottolineano che il punto di partenza della simulazione è un dato diffuso di recente: «Nel corso della puntata di Ring di venerdì scorso il consigliere Codarin della Lista Dipiazza ha dichiarato che i costi per la gestione ordinaria del mercato ammontano a 200 mila euro l'anno. Si tratta di una prima, importante informazione, la cui pubblicità è un altro risultato della nostra campagna. Siamo convinti che si possa costruire una gestione diversa, consorziando chi già opera al suo interno insieme ad altre imprese e cooperative, attività agricole, artigianali e ristorative, servizi pubblici e associazioni culturali». Un percorso che At auspica venga avviato dal Comune, «ma nel frattempo riteniamo sia importante dimostrare che tutto ciò era ed è già possibile, oltre che necessario».L'ex presidente della Provincia Bassa Poropat si augura che il rinnovato interesse per il Mercato non sia figlio della campagna elettorale, e pone come necessario «un cambio di paradigma nell'affrontare il tema del recupero del Mercato coperto, spostando l'attenzione dalla dimensione meramente architettonica e gestionale, a quella relazionale, definita dal suo inserimento in un tessuto urbano fortemente caratterizzato». Barriera vecchia, prosegue, «non è un rione interscambiabile con altri, sia perché ha mantenuto nel tempo una connotazione popolare, sia perché oggi mostra una molteplicità di etnie e culture diverse. Ecco perché l'ipotesi di un supermercato a mio parere va a collidere con la dimensione identitaria che caratterizza mercato e rione».

Giovanni Tomasin

 

Anche la quinta asta senza investitori per il cantiere a fianco del Freetime
La vicenda si trascina da oltre dieci anni: in zona Noghere erano previsti hotel e spa
Ci sono asset difficili da piazzare che hanno bisogno di attraversare molti esperimenti d'asta e soprattutto necessitano di veder abbassare considerevolmente la stima di partenza. Il compendio edile incompiuto, che si erge contiguo al centro commerciale Montedoro "Freetime" in zona Noghere, appartiene a questa categoria di "clienti" ostici per i professionisti che ne seguono la vendita. Anche ieri pomeriggio, quando alle ore 15 il commercialista Matteo Montesano si è connesso alla gara telematica che aveva bandito, lo schermo è rimasto deserto. Il prezzo cominciava a essere interessante, perché la quotazione di 2,2 milioni era riducibile a una proposta minima di 1,5 milioni. Non ancora sufficiente, però, per allettare l'investitore. Nonostante, rispetto alla prima asta tenutasi nel marzo del 2019, il prezzo si fosse ridotto di quasi i due terzi: infatti la prima tornata valutava il "cantierone" di Montedoro 6,3 milioni di euro, con la possibilità di "auto-ridurre" l'offerta a 4,7 milioni. Siamo intanto giunti alla quinta puntata con i tentativi di collocare il bene: due aste si tennero nel 2019, due vennero bandite nel 2020, la numero "5" si è disputata ieri. Montesano, professionista delegato per l'esecuzione immobiliare "individuale", non può demordere e spera di rilanciare un ulteriore tentativo addirittura prima dell'estate: a quel punto l'esca sarà ancor più ghiotta per l'eventuale interessato, perché la base d'asta scenderà di un altro 25%, per cui l'offerta minima presentabile sarà di 1,1 milioni. La vicenda si trascina da oltre dieci anni. L'edificio in questione avrebbe dovuto ospitare un hotel da cinque piani e un'area "wellness" sviluppata su quattro, il tutto accompagnato da rimesse e vani tecnici. La vicinanza al centro commerciale e al raccordo autostradale Lacotisce-Rabuiese sembrava renderlo un buon investimento. La società, che aveva avviato il progetto, era la Enide srl, domiciliata a Castelnovo di sotto in provincia di Reggio Emilia. Sul bene l'ipoteca a favore di molte banche (Carige, Bper, Mps, Intesa Sanpaolo, Unipol, Bnl, Cassa di risparmio di Parma e Piacenza). A promuovere un pignoramento fu Mps per 8,5 milioni. -

Massimo Greco

 

 

«Doppio binario - L'Unione europea vigili sui lavori» - PD e Verdi sulla Capodistria-Divaccia
TRIESTE. L'inizio dei lavori del secondo binario della linea ferroviaria tra Capodistria e Divaccia suscita malumori e proteste nell'ambito politico del Friuli Venezia Giulia. A preoccupare è il passaggio del tracciato lungo aree, come la parte alta della Val Rosandra, che potrebbero subire l'inquinamento delle falde acquifere con danni ambientali anche per l'area italiana. «Ho chiesto alla Commissione Ue - scrive l'europarlamentare Elisabetta Gualmini (Pd) - di fare tutto il possibile per salvaguardare la riserva naturale della Val Rosandra, rientrante nella Rete Europea Natura 2000, minacciata dalla realizzazione del progetto "secondo binario" per la linea ferroviaria Capodistria-Divaccia». «Occorre che questo sito di interesse ambientale - precisa - sia protetto attraverso un attento monitoraggio dei lavori e con adeguate misure economiche di attenuazione degli effetti del progetto». Allarme anche dei Verdi del Fvg che spiegano come «l'impatto transfrontaliero del Progetto del raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia da anni al centro delle preoccupazioni dei Verdi del Friuli Venezia Giulia».

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 13 aprile 2021

 

 

Da Capodistria a Divaccia - Il secondo binario apre i cantieri - il tracciato
Il progetto decolla con la firma dell'appalto con un consorzio sloveno-turco per la tratta tra il porto sloveno e Crni Kal
LUBIANA. Dopo due referendum contro e una crisi di governo sfociata nelle elezioni politiche anticipate (caduta del governo Cerar il 14 marzo del 2018), Lubiana ora marcia decisa verso la realizzazione del secondo binario della ferrovia Capodistria-Divaccia, opera infrastrutturale indispensabile per consentire lo sviluppo dei traffici nel porto del capoluogo del Litorale e il collegamento con il corridoio europeo Adriatico-Baltico. Oggi, il porto di Capodistria offre il tempo di viaggio più breve da Shanghai a Monaco di Baviera. Il tempo di navigazione marittima è più breve di 5-6 giorni rispetto ai porti dell'Europa settentrionale e poi c'è la velocità della logistica. Risultato: oltre 1 milione e 200 mila Teu movimentati all'anno contro i circa 750 mila del porto di Trieste.Il 31 marzo scorso il ministro delle Infrastrutture Jernej Vrtovec ha firmato il contratto di appalto per i lavori nella tratta Capodistria-Crni Kal con il consorzio sloveno-turco Kolektor Cpg, Yapy Merkezi e Ozaltin per un valore di 224,7 milioni di euro. E qui, improvviso, giunge l'anatema da parte dell'assessore regionale dell'Fvg all'Ambiente Fabio Scoccimarro che parla di un «no assoluto» della Regione al progetto del secondo binario «perché il cantiere rischia di creare danni ambientali per la Riserva naturale della Val Rosandra» e chiede al governo italiano di bloccare i lavori. A Scoccimarro arriva l'aiuto bipartisan del Pd del Fvg che avanza la stessa richiesta. La risposta della Slovenia è però categorica. «Il progetto è stato sede di una valutazione transfrontaliera completa dell'impatto ambientale, sono state ottenute approvazioni ambientali e il progetto ha un permesso valido per la sua attuazione», risponde la società 2Tdk che gestisce la costruzione del secondo binario (società al 100% di proprietà dello Stato sloveno). «Tutta la documentazione - si precisa - faceva anche parte della domanda di sovvenzioni europee, che è stata esaminata sia dall'istituzione europea Jaspers, sia dal direttorato della Commissione europea Dg Ambiente, e dalla Banca europea per gli investimenti(Bei)». «Che tutto sia stato attuato in conformità della legislazione ambientale vigente - concludono alla 2Tdk - è dimostrato anche dal fatto che tutti i fondi per il progetto sono stati approvati con il placet anche della direzione generale della Commissione europea». Quindi: noi andiamo avanti. Lo conferma lo stesso ministro alle Infrastrutture Jernej Vrtovec che non risponde alle obiezioni del Fvg, ma invita a lavorare «per aumentare la capacità del porto di Capodistria per il bene di tutta l'economia del Paese» e ricorda come l'anno scorso il 59% delle merci provenienti dallo scalo è stato movimentato su treno. E che quello che va su treno non va su gomma e quindi c'è un beneficio per l'ambiente. E che l'opera non si può più fermare lo conferma anche il capogruppo alla Camera del Pd ed ex presidente dell'Fvg Debora Serracchiani. «In un'articolata delibera del 2015 abbiamo dichiarato - prosegue - che gli interventi previsti dalla Strategia per lo sviluppo del trasporto della Repubblica di Slovenia 2014-2020 potevano determinare impatti ambientali anche a carico del nostro territorio». «A questo punto abbiamo il dovere di esercitare la massima vigilanza sull'esecuzione dei lavori, pretendendo che siano rispettati i vincoli ambientali per evitare impatti idrogeologici». «E su un altro fronte dobbiamo finalmente pretendere che si lavori a un sensibile riduzione di tempi di percorrenza sulla Trieste-Venezia e all'efficientamento della direttrice Trieste-Udine-Semmering - conclude Serracchiani - perché se adesso abbiamo capienza di trasporto sulle linee esistenti, certo non possiamo stare ad aspettare che Capodistria torni a farci concorrenza».«Sono opere previste dalle infrastrutture europee», spiega Maurizio Maresca docente di diritto dell'Unione europea all'Università di Udine. «Opere per il Corridoio Adriatico-Baltico inserite nel regolamento 1.315 del 2013 dell'Ue e devono essere ultimate entro il 2030 altrimenti Lubiana dovrà risponderne a Bruxelles». Posizione condivisa anche dal presidente della Port Authority di Venezia Paolo Costa, mentre il suo "collega" triestino Zeno D'Agostino glissa. «Non ho mai guardato quello che fanno gli altri - dice - che facciano pure, abbiamo buoni rapporti internazionali con la Slovenia». La sensazione che si ha dopo essersi confrontati con i vari interlocutori è che, diciamo, Fvg e Slovenia non si vogliono un gran bene. Vuoi perché già oggi il Porto di Capodistria mobilita più Teu di Trieste, vuoi per alcuni progetti europei dello scalo triestino rispediti al mittente e da rivedere (vedi Molo VIII), sta di fatto che Lubiana, visto che l'Italia non fa investimenti strategici sul corridoio Adriatico-Baltico va per la sua strada per far crescere lo scalo di Capodistria.

Mauro Manzin

 

LEGAMBIENTE RILANCIA L'ALLARME - «A rischio le acque del Rosandra» - Gli ambientalisti sul piede di guerra
LUBIANA. La principale accusa degli ambientalisti italiani alla nuova infrastruttura ferroviaria tra Capodistria e Divaccia, oltre a quella dell'impatto paesaggistico, è il rischio che vengano inquinate le falde acquifere che poi si gettano nel torrente Rosandra che scorre lungo l'omonima valle in territorio italiano. Un gruppo di speleologi triestini si è recato sul pianoro di Ocizla e si è calato nelle grotte che vi si trovano. Versando del colorante nell'acqua intercettata nelle cavità si è visto che la stessa sgorga poi nel torrente Rosandra. Il rischio più elevato di inquinamento delle falde si avrà proprio in fase di realizzazione dell'opera quando i macchinari adoperati per realizzare i trafori potrebbero sversare olii e combustibile nel terreno, prodotti che si infiltrerebbero nelle falde acquifere.«Dagli studi e ricerche effettuati da geologi e speleologi sloveni e italiani risulta che i lavori di costruzione del cosiddetto secondo binario tra Capodistria e Divaca nell'area dell'alta Val Rosandra (in territorio sloveno) e del sistema carsico di Beka-Ocisla, ricco di grotte e cavità naturali, potrebbero inquinare e compromettere le acque sotterranee che poi sgorgano a Bagnoli/Boljunec», conferma Andrea Wehrenfennig, presidente del Circolo Verdeazzurro Legambiente Trieste. «Non è da trascurare - precisa - anche il probabile inquinamento acustico della Valle dell'Ospo dovuto al tratto di ferrovia in superficie previsto sul lato sloveno». «Purtroppo nella fase della valutazione d'impatto ambientale transfrontaliera - ormai conclusa da diversi anni - le autorità italiane non hanno coinvolto la popolazione interessata, mentre da parte slovena le proposte di tracciati alternativi non sono riuscite ad avere spazio», afferma ancora Wehrenfennig chiedendosi che cosa ci sia da fare ora che i lavori di costruzione della nuova ferrovia stanno per iniziare. «Ci sembra insensato richiamarsi a una Via transfrontaliera già conclusa», constata, ma Legambiente propone alle autorità italiane (Governo, Regione e Comune di Dolina) di puntare su una trattativa col governo sloveno, che preveda di affiancare ai tecnici della società statale slovena 2Tdk (che gestisce il progetto) un gruppo interdisciplinare di esperti di parte italiana (geologi, naturalisti, chimici, speleologi) facendo ricorso ad Arpa Fvg, a esperti dell'Anpa e ad esperti indicati dal Comune di Dolina. Questi avrebbero il compito di sorvegliare la progettazione ed esecuzione dei lavori, verificandone allo stesso tempo gli effetti sulle acque in territorio italiano. «Per questo, oltre all'accordo tra i due Stati - conclude il presidente di Legambiente Trieste - serviranno dei fondi da parte del Governo e della Regione». E sul versante sloveno? Decisamente poco. C'è la proposta presentata nel giugno del 2019 al Consiglio di Stato da parte della Siz, Slovenska inzenirska zveza (Lega degli ingegneri della Slovenia) in cui gli estensori, il professor Joze Duhovnik, e il professor Janvit Golob, presentano un tracciato molto più a est verso l'interno dell'Istria che avrebbe permesso anche una maggiore interconnessione con la parte croata della Penisola. In precedenza, nell'aprile 2018, un dossier contiene un appello di tre associazioni di ingegneri sloveni (Siz, Inzenirska akademija Slovenije e Inzenirska zbornica Slovenije) che prendono posizione per un ripensamento del progetto ufficiale. Il tracciato più interno proposto nel 2019 ha avuto eco sui media sloveni ma il governo non ha cambiato di una virgola il proprio progetto anche perché dei collegamenti con l'Istria croata a Lubiana non interessa un granchè.

M. MAN.

 

Slalom nei terreni carsici fra tunnel e viadotti - 44 milioni investiti per ciascun chilometro

LUBIANA. Per la Slovenia il raddoppio della linea ferroviaria tra Capodistria (porto) e Divaccia è senza ombra alcuna la più importante opera strutturale dopo l'ultimazione della rete autostradale e il suo collegamento al sistema europeo. Costerà complessivamente 1 miliardo e 194 milioni di euro. Il tutto per costruire 27,1 chilometri. Indicativamente oltre 44 milioni di euro a chilometro. Una cifra enorme, motivata però dalla natura (carsica) e orografica del tracciato. Il finanziamento sarà garantito dalla Slovenia e dai Paesi dell'entroterra (si sta trattando con l'Ungheria per 300 milioni e l'ingresso dei magiari alla logistica del Porto di Capodistria), prestiti (già sottoscritto uno con la Nova Ljubljannska Banka e con la Bei). I finanziamenti a fondo perduto dell'Ue copriranno il 21% dei costi. Tracciato che complessivamente sarà costituito da otto trafori, due viadotti, 1 galleria e due ponti. Il lungo serpentone di cemento armato parte da Divaccia e procede in direzione sud ovest. Il primo "ostacolo" è costituito dall'altura di Rodik che viene "bucata" con un traforo lungo 6.714 metri. Superata Cosina si arrivata al delicatissimo passaggio sopra la fine della Val Rosandra (in sloveno Glinscica) che viene superata con due ponti e tra di essi una galleria. I ponti sono lunghi rispettivamente 70 e 100 metri mentre la galleria è di 45 metri. Per rendere al minimo l'impatto ambientale il passaggio sul primo dei due ponti avverrà come se si viaggiasse in galleria in quanto l'infrastruttura verrà "inscatolata" sopra il suo livello in modo tale che non si vedranno passare i convogli. La traccia spunta così sulla piana di Ocizla e qui supera in un altro traforo la sovrastante autostrada Lubiana-Capodistria, traforo lungo 6.071 metri. Anche questo è un passaggio molto delicato e discusso dagli ambientalisti in quanto si passa su un terreno carsico nel cui sottosuolo vi è un complesso sistema di grotte. Si arriva così a Crni Kal dove un viadotto di 452 metri piega decisamente verso ovest. Ci si infila quindi risalendo verso nord ovest in una serie di trafori, cinque in tutto, lunghi rispettivamente 330 metri, 1.954 metri, 128 metri, 358 metri e 1.163 metri. Usciti dai tunnel si spunta sopra la valle delle Noghere, tra Vignano e Prebenico, sopra un viadotto che curva verso sud ovest lungo 647 metri. Da qui, all'altezza di Plavie si ritorna in galleria, un tunnel lungo 3.808 metri che piega verso sud per sbucare tra Scoffie e Villa Decani dopo essere passato sotto l'autostrada Lubiana-Capodistria, ancora in tunnel. Qui il binario gira decisamente a ovest allacciandosi alla vecchia linea che fino a Villa Decani è a doppio binario. La massima pendenza della linea è del 17% mentre il vecchio tracciato arriva a un massimo del 26%. A opera conclusa la capacità dei due binari sarà di 231 treni al giorno che potranno smaltire fino a 43,4 milioni di tonnellate di merci all'anno.

M. MAN.

 

 

Corsi di ballo, fitness e yoga nel cuore di Porto vecchio
L'iniziativa di 17 associazioni unite sotto il nome di Trieste Professione Benessere con un bacino d'utenza da 8 mila sportivi, per ovviare allo stop di sale e palestre
Il Porto vecchio si prepara ad accogliere corsi e lezioni di 17 realtà cittadine, per un bacino d'utenza di circa 8 mila sportivi. Associazioni, scuole ma anche singoli professionisti, riuniti sotto il nome di Trieste Professione Benessere, un sodalizio spontaneo nato nei mesi scorsi, che ha presentato richiesta ufficiale al Comune per svolgere attività nell'area, come in parte aveva già fatto qualcuno prima della zona rossa. Col ritorno in arancione, sono pronti a ripartire subito, già in settimana, sostenuti dalla Terza Circoscrizione che sul tema ha organizzato un'assemblea pubblica nei giorni scorsi, con il sindaco Roberto Dipiazza. «Abbiamo già preparato un calendario in base alle varie esigenze di tutti - spiega Edoardo Gustini, portavoce del gruppo - e appena il quadro meteo sarà più favorevole cominceremo. L'area per noi più utile, e punto di riferimento, sarà il grande spazio con la pavimentazione dipinta, davanti alla Centrale idrodinamica. Ideale finché le giornate non saranno troppo afose, poi magari ci sposteremo anche in altri luoghi più ombreggiati, non lontani». Si susseguiranno lezioni e corsi di yoga, arti marziali, zumba, danza, ballo e tante altre discipline, che al momento non possono contare su sale e palestre, chiuse da tempo a causa della pandemia. «Per tutti noi rappresenta una soluzione fondamentale - prosegue Gustini - per continuare l'attività. Il nostro bacino d'utenza è grande, ma siamo aperti non solo a chi già ci segue, sarà un'opportunità per farci conoscere anche da chi, passando, vorrà provare e magari poi deciderà di iniziare un percorso con noi».Massima apertura da parte del Comune, ma «priorità alle attività di supporto al centro vaccinale - puntualizza l'assessore comunale alle Attività economiche Serena Tonel -, quindi gli sportivi potranno occupare il piazzale giallo compatibilmente alle necessità degli edifici vicini, ma comunque - sottolinea - piena disponibilità per tutte le altre aree all'aperto presenti». Anche per il sindaco Dipiazza le associazioni «possono tranquillamente operare, hanno carta bianca». Oltre alle varie realtà di Trieste Professione Benessere, il Porto vecchio continua ad attirare anche tanti runner, e poi amanti della bicicletta e chi pratica sport in modo autonomo. Per rendere ancora più funzionale l'area, secondo molte associazioni, servirebbero alcuni collegamenti con l'energia elettrica, prese per impianti audio, soprattutto per chi utilizza la musica per i corsi, e poi qualche panchina per appoggiare abiti e borse, e i servizi igienici. «Sono richieste che se recepite, soprattutto per le toilette, credo farebbero felici anche altri sportivi e cittadini che frequentano il Porto vecchio e che sono davvero tanti, in particolare da quando dobbiamo fare i conti con il Covid-19, ma per ora - rileva Gustini - già la possibilità di poter svolgere attività liberamente, grazie all'ok del Comune, è una conquista importante e la zona è talmente bella e comoda, considerando anche i parcheggi a disposizione, che anche in futuro - annuncia il portavoce - quando le palestre riapriranno, vorremmo sfruttare questo spazio per altre iniziative e magari per continuare anche con alcuni momenti sportivi all'aperto».

Micol Brusaferro

 

Pronta al restyling la bretella da largo città di Santos al Miela
Imminente l'intervento sulla strada che corre parallela a corso Cavour, da effettuarsi entro il 30 aprile - Divieti di sosta e di transito
Fresatura, eventuale risanamento in profondità, ripavimentazione in asfalto, rifacimento della segnaletica stradale orizzontale: barba e capelli per la "bretella innominata", che collega largo città di Santos (dove spicca sala Tripcovich) e piazza duca degli Abruzzi. Ne aveva proprio bisogno. Innominata ma importante, perché rappresenta la naturale continuazione dell'uscita dal varco di Porto vecchio in direzione del centro e perché decongestiona corso Cavour. Infatti si tratta di quel tratto stradale che corre parallelo proprio a corso Cavour, alle spalle degli edifici che ospitano il popolare negozio di abbigliamento "Mirella", la sede di Trieste città digitale (Tcd), il recentissimo e illuminatissimo Urban center bioscientifico comunale, la sala espositiva "Magazzino delle idee" gestita dalla regionale Erpac, il teatro "Miela Reina". Sull'altro lato della strada, si allunga la rete metallica al di là della quale è visibile l'avancorpo di Porto vecchio con il Molo IV e il cosiddetto villaggio Greensisam.Committente dei lavori sulla "bretella" è lo stesso Comune, attraverso il dipartimento urbanistico diretto da Giulio Bernetti. L'ordinanza concede all'impresa esecutrice, la tolmezzina Spiga, tempo fino al 30 aprile per l'effettuazione dell'intervento, il cui inizio è imminente. Divieto di sosta, divieto di fermata, divieto di transito: per 72 ore dalla "bretella" non si passerà. L'unica concessione di Bernetti riguarda l'entrata/uscita al servizio del parcheggio di Molo IV, la cui operatività deve essere garantita. I lavori vanno presegnalati all'altezza degli incroci prima/dopo l'area d'intervento.

Magr

 

Due campi da tennis e altrettanti per il padel nel futuro del terrapieno - Poi l'ipotesi skatepark
Il sindaco Dipiazza durante una riunione online con la III circoscrizione svela i dettagli della zona sportiva e apre al progetto degli appassionati
Due campi di padel, due di tennis e l'apertura a un possibile skatepark, proposto dai tanti appassionati del settore. Il sindaco Roberto Dipiazza svela qualche dettaglio in più sulla cittadella dello sport che prenderà forma in Porto vecchio e per la prima volta, durante una riunione online con la Terza circoscrizione, delinea il progetto dei campi sportivi fronte mare. «Abbiamo raccolto tante richieste sia per il padel che per il tennis - sottolinea Dipiazza -, per questo stiamo programmando la realizzazione di questo tipo di strutture, nella zona del terrapieno, facilmente utilizzabili dai cittadini anche contando sull'ampio parcheggio vicino. Ma tutta l'area si prepara a cambiare, a favore di tanti altri sportivi, pensiamo che a poca distanza ci sarà anche la piscina e che il Porto vecchio è sempre più frequentato dalla gente che si dedica al fitness. Penso che con questa destinazione - aggiunge - possa essere anche un ottimo biglietto da visita per chi entra in città». E durante l'assemblea, il parlamentino, guidato dalla presidente Laura Lisi, ha manifestato al primo cittadino le richieste di tanti ragazzi che vanno in skateboard, e che vorrebbero un impianto regolamentare proprio nella zona. «Possiamo contare su spazi molto ampi - ha risposto Dipiazza -: invito i ragazzi a presentarmi un progetto, che poi valuteremo insieme agli uffici. Dobbiamo capire le misure e le strutture che richiede». I giovani sportivi non hanno perso tempo, hanno completato il disegno dell'opera nel dettaglio, e in questi giorni lo consegneranno al Comune. «A Trieste abbiamo due skatepark malmessi, a San Giacomo e Altura - ricorda Giulio Manzin, dell'associazione Wheel Be Fun, che raccoglie skater e pattinatori -: c'è bisogno di nuove aree attrezzate, anche perché ormai in città siamo in tanti e il movimento è in costante crescita. Inoltre, costruendo una pista regolamentare, potrebbe diventare un'importante attrattiva turistica e non solo, ospitando gare nazionali e internazionali e altri eventi di richiamo, come già succede in diverse città della Slovenia o in Friuli. Richiamerebbe - sottolinea - anche tanti spettatori, oltre a moltissimi appassionati, per una disciplina sempre più popolare e ricordiamo - aggiunge - che nel 2021 lo skateboard è entrato nelle discipline olimpiche ed è finalmente riconosciuto anche dal Coni». Il progetto preparato segue le linee guida che la federazione di riferimento indica per un impianto a norma. Tennis, padel, skate, la piscina, ma Laura Lisi lancia anche un'altra proposta al Comune. «Servirebbe un pezzo di costa, sempre nella stessa zona, uno squero pubblico, per sup, canoa, windsurf, canoa polo - ipotizza - da destinare a queste e altre discipline, sarebbe fantastico e molto utile a tante persone. Al momento non è previsto, ma chissà. C'è bisogno di garantire spazi che molti cittadini - conclude - sognano da anni».

Mi.Br.

 

 

Vigneti, uliveti e asini - Monte d'Oro cambia coi giovani agricoltori
Sulla collina un allevamento dei miti quadrupedi anche per la pet therapy. Già attivi quattro viticoltori e olivicoltori
SAN DORLIGO. Un allevamento di asini, nuovi vigneti e uliveti che si stanno sostituendo a una parte del bosco. Cambia volto il versante della collina di Monte d'Oro che guarda verso Trieste, destinato a ospitare, a breve, questi miti e forti quadrupedi, di cui si apprezza in particolare il latte, molto utilizzato in pediatria. Lo spunto per questa novità assoluta è dovuto all'intraprendenza della dirigenza della Comunella di Dolina, che amministra complessivamente 230 ettari nel territorio di San Dorligo della Valle. «Dovendo procedere con un parziale disboscamento dell'area - spiega il presidente, Franco Pecar - abbiamo cercato di creare i presupposti per un utilizzo degli spazi che così si verranno a creare, per offrire opportunità di lavoro ai giovani. È così maturata, di concerto con Andrej Kosmac, imprenditore locale e presidente del Circolo ippico Monte d'Oro "Dolga Krona" - aggiunge - l'idea di impiantare un allevamento di asini sui 16 ettari che stiamo disboscando». «Sono animali straordinari - sottolinea Kosmac - buoni, mansueti, onnivori, che contribuiscono alla pulizia degli appezzamenti nei quali vanno a pascolare. Pensiamo anche di dare vita all'asino terapia». Pratica definita anche onoterapia, di cui è perno questo animale docile ed empatico, definito dagli esperti "affettuoso, dotato di grandi capacità relazionali e amante del contatto fisico, statico e riflessivo, in grado di creare, attorno a sé, accoglienza e tranquillità". «In prospettiva - riprende Kosmac - sarà mio figlio Patrick, che ha 20 anni, a dedicarsi a questa attività, iscrivendosi negli elenchi dei giovani agricoltori, che possono beneficiare anche di contributi europei. Entro l'estate - conclude Andrej Kosmac - contiamo di poter alzare i primi recinti e collocare in loco i primi capi, ai quali potrebbero aggiungersi anche bovini». La collina di Monte d'Oro vede già attive da qualche tempo anche quattro aziende che si occupano di vigneti e uliveti, distribuite su una superficie di una quarantina di ettari, anch'essi ricavati con il disboscamento, gestito in collaborazione con la Guardia forestale. «Di esse sono titolari giovani imprenditori - precisa Vojko Kociancic, memoria storica della Comunella - che stanno beneficiando dell'impianto di irrigazione che fu realizzato a suo tempo dalla Provincia e che porta l'acqua fino alla sommità della collina, dove abbiamo un serbatoio di mille metri cubi di capacità, utile anche se dovesse verificarsi un incendio». Uno dei giovani agricoltori operativi sulla collina è Martin Merlak: «Questo è un lavoro duro - osserva - ma che garantisce grandi soddisfazioni». «Abbiamo in previsione di proseguire col disboscamento per altri 30 ettari - riprende Kocjancic - sempre in stretta collaborazione con la Guardia forestale e, quando saranno liberi, intendiamo proseguire con questa politica di utilizzo del territorio, riprendendo le tradizioni locali dell'allevamento zootecnico e della produzione di vino e olio. Il nostro principale problema - conclude - è il riconoscimento giuridico delle Comunelle, strutture storiche, nate per garantire la condivisione dei prodotti del territorio e non sempre adeguatamente apprezzate».

Ugo Salvini

 

 

A Muggia nuovo sistema di raccolta della plastica attraverso i sacchi gialli - modifiche alla procedura per gli imballaggi
MUGGIA. Cambiamenti in vista a Muggia per quel che concerne la raccolta porta a porta degli imballaggi in plastica, che non devono più essere conferiti sfusi nel contenitore unifamiliare, ma raccolti prima nei sacchetti gialli che sono già stati consegnati a domicilio nella quasi totalità del territorio comunale. Il sacco giallo andrà quindi inserito nel contenitore unifamiliare che sarà esposto per la raccolta. La consegna riguarda, in questo momento, l'utenza con fornitura di bidone, mentre chi già utilizzava i sacchetti potrà proseguire nell'iter sino ad oggi adottato. «È una scelta - fa sapere l'assessore Laura Litteri - che andrà a migliorare il servizio laddove la plastica sfusa, proprio in virtù della sua leggerezza, è soggetta a maggior rischio di dispersione nelle attività di raccolta, mentre il tutto si semplifica se contenuta all'interno di un sacchetto. Da una prima verifica sull'ultima raccolta di plastica effettuata, peraltro, l'utilizzo dei nuovi sacchi è già entrato nelle buone pratiche della maggior parte dei muggesani. Ciò fa ben sperare che, a conclusione delle consegne, il riscontro sia ancora più positivo». Dal Comune fanno sapere che, per garantire la copertura di tutta l'utenza del territorio, a breve sarà messo a disposizione un indirizzo e-mail al quale segnalare l'eventuale non recapito dei sacchi in modo da poter verificare e conseguentemente colmare eventuali difetti di intervento. Una volta conclusa la distribuzione dei sacchi, quindi, qualora non si utilizzi il sacco giallo il rifiuto non verrà raccolto e verrà affisso un bollino di avviso all'utenza sul contenitore.

L.P.

 

 

Il grifone presente nell'area friulana nel primo incontro proposto da CoNa

Sono tre gli appuntamenti in programma on line la prossima settimana promossi dall'associazione Co.Na. (Conservazione della natura) con sede al centro visite della riserva naturale regionale -Isola della Cona di Staranzano.Siccome le attività in presenza continuano ad essere irrealizzabili, spiega il presidente Graziano Benedetti, viene organizzato un ciclo di conferenze in rete che sarà possibile seguire dal computer di casa o dallo smartphone utilizzando la piattaforma Skype. Tutti gli interessati che vorranno partecipare agli eventi, sono invitati a mandare una e-mail a: info@associazionecona.it entro martedì prossimo 14 aprile per ricevere il link di collegamento. Il ciclo di appuntamenti prende il nome "Sotto gli occhi della natura" e inizierà venerdì alle 20.30.Si comincia con la conferenza di Fulvio Genero, responsabile scientifico della riserva naturale lago di Cornino. Parlerà su "Il Grifone in Friuli Venezia Giulia, storia ed evoluzione del progetto di reintroduzione".Il secondo incontro avverrà il venerdì successivo 23 aprile, sempre alle 20. 30 e sarà la volta dell'ornitologo e ricercatore Enrico Benussi, collaboratore dell'associazione "Liberi di volare" di Trieste che tratterà l'argomento "Il Gabbiano reale. Problematiche sulla presenza in ambito urbano". Il terzo e ultimo incontro del ciclo è affidato a Maurizio Tondolo, direttore dell'Ecomuseo delle Acque del Gemonese di venerdì 30 aprile alle 20.30 che parlerà su "Il lavoro naturalistico dell'Ecomuseo delle acque del Gemonese". Il presidente di Co.Na. Benedetti, dopo aver sottolineato il successo di partecipazione sempre in streaming nella passata edizione a fine 2020, ricorda che eventuali variazioni del programma o l'aggiunta di ulteriori conferenze saranno comunicate per tempo a tutti i partecipanti.

Ciro Vitiello

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 12 aprile 2021

 

 

MERCATO COPERTO - La ricetta "lenta" di Petrini: «Nel mercato c'è l'identità Trieste non l'abbandoni»
Mentre in città si discute sul futuro della struttura coperta, l'anima di Slow Food rilancia il piccolo Commercio di livello: «Diamo chance ai giovani, la politica non bussi sempre alle grandi catene»
«Una grande città come Trieste non può permettersi di abbandonare il piccolo commercio e il suo storico mercato, perché è lì che possono trovare nuove opportunità i giovani ed è lì che risiede l'identità del territorio». Carlo Petrini, fondatore e presidente dell'associazione Slow Food, è uno che di cibo, cultura, società e territorio, e della relazione che li lega, ne sa parecchio: ci ha costruito sopra una vita, una carriera, uno stile. Gastronomo, sociologo, scrittore, attivista convinto del valore del cibo e del modo in cui lo si produce, lo si consuma e lo si conosce, Petrini entra nel vivace dibattito pubblico che da giorni coinvolge la città e il futuro del Mercato coperto. Non lo fa ovviamente immergendosi nella polemica politica o nei dettagli tecnici di un eventuale intervento di recupero, ma riflettendo sul ruolo che i mercati possono e devono ricoprire nei centri storici delle città, con benefici sul fronte economico e occupazionale, ma anche culturale, sociale, turistico. Da Budapest a Madrid, da Firenze a Valencia, da Londra a Siviglia, in tutta Europa la riqualificazione e valorizzazione dei mercati storici, con la loro esplosione di profumi e colori, tipicità e folclore, è stata considerata uno strumento per vivere le città e presentarle ai turisti in modo nuovo. A Trieste se ne parla da una vita, ma non si conclude. E la responsabilità, secondo Petrini, è della politica, «che non può aspettare che arrivi il salvatore della patria, il grande investitore, l'attrattore che porta i soldi e occupa gli spazi: le istituzioni non devono attendere progetti, ma pensarli».Carlo Petrini, in che modo la politica è responsabile?«Lo è perché si deve assumere l'onere di scegliere e di considerare questo tema come una priorità. Qui si parla di politica in senso alto, quella che deve individuare nuovi paradigmi, che richiedono capacità di visione. Le istituzioni devono porsi come garanti della comunità e di un nuovo tipo di rapporto tra produzione e distribuzione».Come devono farlo?«Viviamo una fase storica difficile e unica. Questa terribile crisi pandemica ci insegna che dobbiamo davvero cambiare rotta. La pandemia ha riempito le tasche della grande distribuzione e dei colossi dell'online, come Amazon, che hanno fatto ricchi affari, mentre ha devastato il piccolo commercio, che già da tempo viene soffocato dalle logiche dei prezzi imposte dai grandi. È la politica, sono le istituzioni che devono scegliere con chi stare, chi supportare». Come dovrebbero essere sfruttati i mercati in questo senso?«I mercati sono i luoghi ideali per consentire alle piccole realtà agricole del territorio di avere spazi per la vendita diretta dei loro prodotti. Ci sono tantissimi giovani che, complice la crisi occupazionale, negli ultimi anni sono tornati alla terra. Si mettono in gioco, generosi, e costruiscono cooperative e piccole realtà di valore e qualità. E noi non li aiutiamo? Diamo spazio solo ai supermercati? Quei giovani devono avere la possibilità di vendere direttamente i loro prodotti: si dia a loro quegli spazi».Ma concretamente come si deve procedere?«Ci sono mille esempi, dai Mercati della terra di Slow Food a Campagna Amica di Coldiretti. Sono progetti che funzionano, strade che vanno percorse prima di bussare alla porta della grande distribuzione, che ha avuto sin troppi benefici in questi anni. È una strada più difficile, ma spetta al pubblico farsi carico di queste decisioni».Ancora una volta, è una questione di scelte.«Certo. Sostenere il commercio di prossimità deve essere considerato dalla politica una battaglia giusta, necessaria. Non si possono più difendere gli interessi di pochi colossi a discapito dei piccoli: è intollerabile. E poi un paese come il nostro non può permettersi di perdere il suo rapporto con la terra, la sua identità più alta e nobile».

Elisa Coloni

 

Marini: «Raccolta firme ad hoc contro Dipiazza» - l'affondo del forzista

«Raccogliere firme è sempre stato uno sport molto praticato a Trieste. Ma esistono diversi tipi di raccolta firme, da quelle fatte in perfetta buona fede per sollevare un problema e chiederne la soluzione, come la riapertura del Parco di Villa Necker, assolutamente trasversale, alla quale ho aderito, e altre strumentali, come quella sul Mercato coperto». Lo afferma Bruno Marini, consigliere comunale di Forza Italia, che aggiunge: «si tratta di una petizione strumentalizzata da forze politiche, sulle quali costruire improbabili alleanze o addirittura stipulare patti di carattere squisitamente partitico. Sul Mercato coperto - spiega Marini - si sta costruendo una campagna rivolta dichiaratamente contro l'attuale sindaco Dipiazza, peraltro poco difeso e supportato dalla sua maggioranza, con affermazioni inverosimili quando non francamente ridicole».

 

Polemica su Villa Haggincosta L'Aias ora "sfida" Giorgi sul posto
Il Comune non ha i 4 milioni necessari per il restyling. L'associazione, invitata a trovare i soldi, rilancia e chiama l'assessore a un sopralluogo
Villa Haggincosta, chiusa dal 2008, è al centro di un botta e risposta tra l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi da una parte e l'Associazione per l'indipendenza, l'assistenza e la sicurezza delle persone con disabilità (Aias), ultimo ospite dell'immobile 13 anni fa, dall'altra. In seguito alla denuncia di abbandono del bene da parte del Comune, scritta dalla presidente dell'ente, Claudia Marsilio, l'esponente della giunta Dipiazza aveva invitato quest'ultima, se intenzionata, a proporre un progetto supportato da investitori. Al momento infatti l'amministrazione non ha a disposizione quattro milioni di euro, la spesa preventivata per riqualificare la villa. «Invitiamo l'assessore a un confronto sul posto dedicato all'edificio principale di Villa Haggiconsta per valutare quanto afferma», scrive in una nota la presidente Marsilio: «Sicuramente non sono le barriere architettoniche il problema dell'edificio, in quanto eliminate dalla stessa Aias Trieste nel lontano '72, quando ancora nessuno parlava di barriere architettoniche, ma è il degrado totale dovuto alla mancanza di manutenzione ordinaria e straordinaria che competeva e compete al Comune di Trieste».Quanto al progetto, «la proposta c'è ma chiedo cortesemente all'assessore di farci sapere in quale veste noi possiamo chiedere contributi per un edificio sul quale non abbiamo titolo», continua Marsilio. Che aggiunge: «Quando la villa era stata donata dalla Regione al Comune, l'istituzione donante aveva aggiunto nella delibera la raccomandazione di agire in fretta per non deteriorare ulteriormente il bene già notevolmente trascurato. La Regione permetterà che un bene pubblico venga abbandonato a se stesso oppure accoglierà la richiesta dell'Aias di una collaborazione per salvarlo e renderlo un bene prezioso per la città?».La villa in questione, lo ricordiamo, è in viale Romolo Gessi, in una posizione panoramica su Passeggio Sant'Andrea. Fu costruita nel 1889, su progetto di Ruggero Berlam, commissionata dal mercante greco-russo Giorgio Haggincosta.

be.mo.

 

Meno lacci burocratici - Adesso Casa Francol può diventare un hotel
Il Piano del centro storico leva i limiti di destinazione d'uso: 10 mesi fa il flop dell'asta sul project financing da 4,5 milioni
Casa Francol, il Comune insiste e non desiste: prima che termini il terzo Dipiazza, cerca una soluzione che consenta a un angolo, teoricamente prestigioso in pieno centro, di scuotersi di dosso una spessa patina di mesto abbandono. Forse esiste lo strumento che può attrarre investitori: è il Piano particolareggiato del centro storico, che entro la fine di aprile dovrebbe tornare in commissione per il secondo giro di approvazione (circoscrizioni, aula) e poi entrare così in vigore. Il direttore dipartimentale Giulio Bernetti e l'architetto Beatrice Micovilovich, che ha coordinato il gruppo di lavoro sul Piano, danno una buona notizia al collega Enrico Conte, che ha seguito il dossier Francol: una volta varate le nuove regole, non ci sarà più limite di destinazione d'uso per l'antico ma fatiscente edificio in zona Urban, costruito a metà del XVII secolo. Edificio che potrà essere trasformato anche in albergo. A pochi metri fischieranno le orecchie a Manuel Costantin, titolare dell'hotel Urban, fino a un anno fa molto ben disposto, insieme ad Andrea Monticolo, a scommettere sullo stabile dei nobili Francol. La cubatura disponibile è inoltre incrementabile, essendoci facoltà di costruire "ex novo" nello spazio libero a fianco, denominato nel burocratese municipale "Umi 13". Naturalmente il progetto dovrà essere compatibile con i desiderata della Soprintendenza, che su quell'area, sia per la centralità (Crosada, Capitelli, salita verso Barbacan e San Giusto)che per l'interesse archeologico, vuole dire la sua. Poi bisogna verificare la convivenza delle eventuali intenzioni private con i programmi comunali: nel settembre 2019 venne approvato dalla giunta il progetto redatto dall'architetto Fulvio Urbano Bigollo. Si trattava di un project financing pubblico- privato, che ridisegnava quello spicchio di centro: casa-vacanze in casa Francol e adiacente "Umi13", verde nell'ex parcheggio dei comunali, nuova salita verso San Silvestro. Valore dell'operazione 4,5 milioni, di cui  un terzo denari comunali residuati dalla ristrutturazione Urban. I Lavori pubblici, da cui dipende la redenzione Francol, misero in gara il progetto, prima a scadenza 23 marzo 2020 poi - lockdown Covid imperante - 24 giugno. Ma nessuno si fece vivo, poiché Costantin e Monticolo, gli imprenditori che parevano più interessati alla riqualificazione, ritennero la proposta comunale non conveniente se rapportata ai tre milioni di euro a carico dei privati (concessione troppo breve, no parking, edificabilità troppo vincolata). Si era fatta viva anche una società londinese, la Oyrone ltd, ma senza alcun approccio ufficiale. Adesso, con il Piano del centro storico, la partita Francol, ferma da 10 mesi, si riapre: gli investitori sono avvertiti.-

Massimo Greco

 

Il Covid frena il rilancio del Museo Ferroviario - Servono 16 mesi in più
Il cantiere sarà terminato nel 2023 e non più nel 2022, come indicato in origine - Ok il recupero della facciata e il restauro delle locomotive, prossimo step gli interni
Slitta di 16 mesi la fine dei lavori del restauro relativo all'intero Museo Ferroviario. Un termine previsto, quindi, non più nel 2022 ma nel 2023. La pandemia ha inciso anche sul cantiere della Fondazione Ferrovie dello Stato che, nei mesi scorsi, con 2,5 milioni di euro finanziati dal gruppo Fs, dal MiBact e dalla Regione Fvg, ha completato la prima tranche dell'operazione, rivolta in particolare alla facciata. «Nei mesi scorsi è stato ultimato il recupero del fabbricato prospiciente via Giulio Cesare», sottolinea Luigi Cantamessa, direttore generale della Fondazione: «Sulle facciate è stato effettuato il risanamento degli intonaci, dei cornicioni di gronda, delle cornici e delle modanature, con delicati interventi di rifinitura. Contemporaneamente, si è proceduto al restauro estetico delle locomotive "683. 015" e "229.170", conservate all'interno del Museo».Tre anni fa era stato presentato l'articolato progetto di riqualificazione da 18,5 milioni di euro, al fine di rendere il Museo Ferroviario di Trieste il secondo in Italia dopo quello di Pietrarsa. Era stata annunciata in quella occasione anche la realizzazione del primo hotel a tema ferroviario. Dei 18,5 milioni di euro per il momento ne sono stati reperiti solo 6,5. Oltre ai 2,5 impiegati per la facciata, ne restano altri quattro che serviranno a ristrutturare, entro il 2023 appunto, gli interni del Museo Ferroviario con l'esposizione permanente. Seguirà la realizzazione di un nuovo allestimento, che costituisce assieme al primo intervento la seconda fase del cantiere. Il progetto definitivo per il restauro degli interni è già stato approvato dalla Soprintendenza. La gara d'appalto, per individuare la ditta che svolgerà i lavori, partirà questo mese. È invece ancora in corso la redazione dei disegni per la realizzazione del luogo espositivo, riguardo il quale i progettisti devono tenere conto che la Soprintendenza aveva caldeggiato il coordinamento tra interni e allestimento definitivo. «L'ultimo incontro tecnico su questo tema - spiega la soprintendente Simonetta Bonomi - risale alla scorsa estate, quando erano stati decisi alcuni punti sull'allestimento. Da quel momento non abbiamo più avuto occasioni di confronto». Secondo il rendering diffuso dalla Fondazione Fs, a opera conclusa dovrebbero trovare posto una grande area di quasi 700 metri quadrati per la collezione permanente, poi una sala polivalente, laboratori didattici, altre zone espositive, una sala conferenze e una caffetteria con affaccio sulle Rive. Tutto questo è previsto al piano terra, dove c'era l'intento di inserire l'ingresso dell'hotel, che si svilupperà anche al primo e al secondo piano. Un'idea però che potrebbe subire delle variazioni, visto l'exploit delle nuove strutture alberghiere che in questi ultimi tre anni sono state costruite o progettate. Questa terza e ultima operazione del programma, nata assieme al resto nel 2016 con il primo studio di fattibilità, prefigura anche una terrazza prospiciente il Golfo e il ripristino della volta che sormontava il fascio binari, smantellata nel 1942 per esigenze belliche. Verrebbe così creato un vasto cortile coperto per eventi e manifestazioni culturali. Necessitano per questo in totale 12 milioni di euro, risorse però che - come abbiamo riferito - non sono ancora state finanziate. Al termine degli interventi di riqualificazione comunque, la Fondazione Fs gestirà direttamente il Museo Ferroviario, avvalendosi anche del contributo dell'omonima associazione di appassionati. Devono ancora però essere individuate le funzioni di supporto dei volontari, che richiederanno accordi una volta completato l'intero restauro.

Benedetta Moro

 

 

Nanoplastiche nell'organismo: dove finiscono - Uno studio cui partecipa Promoscience di Area
Microplastiche e nanoplastiche sono molto diffuse nell'ambiente e sono ormai entrate a far parte della vita di tutti i giorni. Possono trovarsi nel cibo che mangiamo, nell'acqua che beviamo e nell'aria che respiriamo. Nonostante la loro pervasività, non si conoscono ancora i rischi per la salute umana che l'esposizione a queste particelle comporta. ? al suo calcio d'inizio il progetto europeo sulle microplastiche e le nanoplastiche finanziato dal programma Horizon 2020 dell'Unione Europea con un finanziamento di oltre sei milioni di euro e intitolato Imptox - An innovative analytical platform to investigate the effect and toxicity of micro and nanoplastics combined with environmental contaminants on the risk of allergic disease in pre-clinical and clinical studies. Studierà l'impatto di queste piccolissime particelle di materiale plastico sulla salute umana. 12 partner e 8 Paesi: Serbia, Belgio, Austria, Svezia, Francia, Croazia, Italia e Svizzera. ? triestino, invece, uno dei partner che si occuperanno delle attività di comunicazione del progetto e della disseminazione dei suoi risultati. Si tratta di Promoscience Srl, insediata in Area Science Park, una Pmi dinamica e con grande esperienza nell'ambito dei progetti finanziati dalla Comunità Europea. Il progetto cercherà di identificare quali micro e nano plastiche sono presenti in ambienti diversi e andrà anche a determinarne la quantità e cercherà di capire che tipo di contaminanti si attaccano sulla loro superficie e dove vanno a finire, all'interno del nostro organismo, una volta che vengono inalate o ingerite. Si stima che più di cinquemila miliardi di particelle di plastica circolino nelle acque superficiali degli oceani e si ritiene che probabilmente, ora, questo numero sia ancora più elevato, a causa dell'aumentato utilizzo di plastica e dell'associato incremento nella produzione di rifiuti che si stanno registrando dall'inizio della pandemia di Covid-19. «Sappiamo molto poco su come queste particelle possano influenzare le malattie allergiche - commenta Tanja Cirkovic Velickovic, coordinatrice del progetto Imptox e professoressa presso la Facoltà di Chimica dell'Università di Belgrado - Nell'ambito del progetto Imptox, per la prima volta, verranno indagati gli effetti delle micro e nano plastiche sulle allergie e sull'asma. Studieremo vari tipi di esposizione a queste particelle, sia ambientale sia attraverso la dieta, utilizzeremo diversi modelli preclinici per condurre le nostre ricerche e realizzeremo uno studio clinico su un gruppo di bambini allergici». Insieme, i partner svilupperanno strumenti innovativi per identificare, estrarre, caratterizzare e quantificare le micro e nano particelle di plastica presenti nell'ambiente, ne seguiranno il destino e ne valuteranno l'accumulo all'interno dei tessuti, ne valuteranno la tossicità in studi preclinici e approfondiranno gli effetti dell'esposizione nei bambini.

Lorenza Masè

 

 

SAN GIORGIO DI NOGARO - In due anni tolti 27 mila camion con le bramme lungo le strade
In due anni sono stati tolti dalle strade regionali circa 27 mila mezzi pesanti. Molti i camion che da Monfalcone portano ai laminatoi di San Giorgio di Nogaro le bramme (manufatti di ferro), che ora vengono dirottati su rotaia e via mare. Il trasporto marittimo delle bramme di ferro da Monfalcone a Porto Nogaro è reso possibile per un preciso sostegno economico approvato dalla Commissione europea nel 2015: 2,8 milioni di euro in tre anni, che resterà in vigore fino al 31 dicembre 2021, per il miglioramento delle reti di trasporto. Per quella data, la Regione presenterà richiesta all'Ue di prolungare anche al 2022 i contributi atti all'abbattimento di tali costi, che permettono alle aziende di essere competitive sui mercati internazionali. Ricordiamo che questi incentivi possono essere considerati aiuti di Stato che la Ue non autorizza, ma con tali dati, la Regione, potrà sostenere di essere in linea con le strategie dell'Ue atte al miglioramento della connettività - in termini di reti di trasporto - nella Macroregione Adriatico-Ionica e con il resto d'Europa. Dal 2018 al 2020 il numero di bramme trasportato con due motonavi via mare è passato dalle 6.500 alle 13.400, mentre quelle trasportate su rotaia negli ultimi due anni sono state 10.942 per altrettanti Tir (una bramma per Tir), che hanno permesso di passare, in questo arco temporale, dai 13 mila ai 27 mila camion tolti dalla strada regionale 14. A utilizzare questo sistema di trasporto nella zona industriale Aussa Corno di San Giorgio di Nogaro, considerata il polo della laminazione italiana, sono i quattro stabilimenti insediati: Marcegaglia Plates, Marcegaglia Palini e Bertoli, Metinvest Trametal e Officine Tecnosider, che occupano 700 addetti diretti e circa 200 indiretti. «Questi sono i risultati ottenuti dalla nostra Regione nello sviluppo delle infrastrutture e dei servizi marittimi e ferroviari intermodali che hanno collegato sia i porti della Regione che alcune aree produttive - spiega l'assessore regionale a Infrastrutture e Trasporti, Graziano Pizzimenti - consentendo quindi di togliere dalla strada un traffico pesante e particolarmente pericoloso come quello delle bramme di ferro, per un totale di circa 27mila Tir. La nostra amministrazione intende mantenere e sviluppare ulteriormente questa misura anche nei prossimi anni. Per questo chiederemo alle autorità europee di rinnovare tale sostegno».

Francesca Artico

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 11 aprile 2021

 

 

Fra Pineta di Barcola e Bivio per sei fontanelle verdi - restyling ormai al traguardo
L'intervento dei tecnici di AcegasApsAmga finanziato dal Comune con 40 mila euro. Ultima fase di un'operazione avviata l'anno scorso
Barcola finisce sotto il bisturi di AcegasApsAmga per presentarsi al meglio durante la prossima estate. Dopo i 300 mila euro inseriti di recente nel bilancio di previsione triennale per rimettere a posto i cubetti di porfido danneggiati dalle mareggiate, il Comune ha stanziato 40 mila euro per ultimare un intervento tecnico ma anche di carattere estetico su sei delle 12 fontanelle di acqua potabile pubbliche e sulle fontane con gettito sferico, collocate nel tratto di lungomare stretto tra la fine della Pineta e il Bivio. Un intervento che terminerà a metà aprile e che chiude il restyling iniziato lo scorso anno. Da una parte dunque vengono sostituite le tradizionali colonnine verdi, dall'altra invece gli operatori della multiutility stanno terminando lo sdoppiamento delle linee di alimentazione idrica, separando la parte irrigazione da quella dedicata esclusivamente al rifornimento delle fontanelle. In che modo? Da AcegasApsAmga spiegano che dalla condotta principale si estendeva fino ad ora un'unica derivazione, che approvvigionava sia la parte dedicata all'irrigazione delle piante sia le fontanelle. Adesso invece viene installata una derivazione per ciascuna fonte in modo da avere un servizio più resiliente. Così, nel caso di rottura di una tubazione utile a bagnare la parte verde, non sarà necessario bloccare quella utilizzata invece per approvvigionare le fontanelle, molto usate durante la bella stagione. Finora sono stati posati e ripristinati i primi quattro punti acqua che vanno dalla fine della Pineta al molo G, di fronte alla salita di Cedassamare. Restano da ultimare due fontanelle nel tratto prima del Bivio e le fontane a gettito sferico presenti all'altezza del California. Lo scorso anno la stessa operazione era stata prevista per altre sei fontanelle, ubicate a partire da piazzale 11 Settembre, e per la derivazione della grande fontana di Barcola. «Questo è un intervento ad hoc di manutenzione finanziato dal Comune e realizzato dal gestore dei sottoservizi AcegasApsAmga - sottolinea l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi -. La multiutility si occupa anche di ripristinare la pavimentazione in porfido una volta conclusi i vari piccoli cantieri». Su tutto il territorio comunale di Trieste si trovano circa 300 fontanelle pubbliche, che in gran parte risalgono al XIX secolo - alcune delle quali riparate nel 2020 - aperte principalmente dal 15 marzo al 15 novembre di ogni anno, da cui sgorga acqua potabile. A proposito di lavori sulla riviera, intanto il consigliere comunale forzista Michele Babuder chiede d'inserire delle nuove opere nei prossimi lotti di manutenzione: «Chiedo per ragioni estetiche ma soprattutto di sicurezza pubblica il restauro e il ripristino di parte della barriera di protezione sul lungomare dopo il Bivio: in molti mi hanno segnalato la necessità di sistemare alcuni manufatti dell'ultimo tratto di lungomare».

Benedetta Moro

 

 

Troppe meduse in golfo - L'allarme dei pescatori: «Attività compromessa»
"Bote marine" entrano nelle reti al posto delle seppie e allontanano gli altri esemplari. Riflessi negativi nelle rivendite: i prezzi lievitano
«Andiamo per mare da 50 anni, non abbiamo mai visto una cosa del genere. Si tratta di una vera e propria invasione che non ci permette di lavorare». Non usano mezzi termini i pescatori della provincia di Trieste, costretti negli ultimi giorni a fare i conti con un'insolita escalation di meduse nel golfo. Si tratta delle "Rhizostoma pulmo", enormi meduse bianche con il bordo blu, conosciute a queste latitudini con il soprannome poco aulico di "bote marine". Le foto dei giorni scorsi, con il mare coperto di esemplari davanti alle Rive cittadine, hanno fatto il giro del mondo, ma al di là dell'aspetto meramente spettacolare tale inconsueta densità sta creando grandi danni a chi, con l'habitat marino, ci vive e deve arrivare alla fine del mese.«Il problema è che entrano nelle reti e con il peso finiscono per strapparle», sottolinea un allarmato Fabio Vascon, pescatore muggesano: «Essendo questa la stagione delle seppie, usciamo in mare con reti dal filato molto fine, che ben presto si rovinano. A causa delle meduse, inoltre, il pesce non si avvicina a riva e la stagione finora è compromessa. È difficilissimo lavorare con questi esemplari che riempiono il mare. Ce ne sono lungo tutta la costa, fino a Duino. Fra poco inizia la "saccaleva" e, non dovessero andarsene, le "cocce" dei pescherecci si riempiranno solo di "bote marine"». Sul fatto che si tratti di un episodio più unico che raro Vascon non ha dubbi. «Faccio il pescatore da 50 anni e, sinceramente, non mi ricordo di una quantità del genere», spiega: «Certo, in passato è capitato di avere dei periodi in cui ce ne fossero di più, ma non mi è mai successo di passare con la barca sopra tappeti di meduse e di farle a pezzi con le eliche. Ce ne saranno 50 ogni metro quadrato». Come conseguenza di questa situazione i prezzi della "materia prima", il pescato, sono lievitati considerevolmente. «Di seppie non ce ne sono quasi», sottolinea Vascon: «Ieri ne ho pescati cinque chili, l'anno scorso in questo periodo ne pescavo una trentina».«È vero», conferma Andrea Bozic della pescheria "Al Golfo di Trieste": «Di seppie ne abbiamo pochissime e, di conseguenza, le dobbiamo vendere a un prezzo più elevato per la stagione. Ma il problema delle meduse ha finito con l'influire anche sugli altri pesci». Un mese fa lo stesso problema si era verificato sulle coste istriane, tanto che molti pescatori avevano approfittato per fermarsi e fare lavori a secco sui loro pescherecci. «Ma febbraio e marzo sono mesi notoriamente poco pescosi», spiega Bozic: «Ora invece in piena primavera si dovrebbe trovare più pescato, ma a causa delle meduse, di pesci se ne vedono pochi».Così i prezzi aumentano. «Fortunatamente questa strana situazione si è venuta a creare nella settimana successiva a quella di Pasqua notoriamente caratterizzata da meno lavoro dopo la grande abbuffata - ricorda Furio Lorber, titolare della pescheria "Big Fish" di strada del Friuli - ma il problema resta. Senz'altro l'invasione delle meduse non ha aiutato i pescatori nel loro lavoro. Di conseguenza, essendoci poco pescato, i prezzi sono aumentati».-

Lorenzo Degrassi

 

Strana chiazza d'olio avvistata a Miramare - Ma sono solo alghe - le correnti le hanno rese visibili
Come se non bastasse l'invasione di meduse, nella mattinata di ieri la Guardia Costiera ha segnalato ai responsabili dell'Area Marina di Miramare la presenza di un'insolita sostanza oleosa galleggiante nei pressi delle banchine. Le analisi fornite dai biologi, che hanno provveduto a raccogliere alcuni campioni di acqua marina, hanno fugato ogni timore iniziale: l'insolita sostanza non era altro che un grosso accumulo di Noctiluca Scintillans, ovvero una microscopica alga da sempre presente nel mare Adriatico, ma che solitamente giace in mare aperto risultando invisibile. In questi giorni, complici gli sbalzi di temperatura, le correnti marine e i venti hanno trasportato queste alghe verso la costa, accumulandole nei porticcioli. Diverse e svariate, invece, sono le spiegazioni sul perché della recente invasione di meduse nel golfo. «Le meduse aumentano perché peschiamo troppi pesci - ammonisce Nicola Bressi, direttore del Museo Civico di Storia Naturale del comune di Trieste -. Ci sono pesci che mangiano meduse mentre altri, ad esempio i "sardoni", sono dei competitori delle Rizhostomae pulmo, perché mangiano lo stesso cibo, ovvero zooplancton. Perciò, se l'uomo pesca più pesce, alla fine lascia maggiore spazio alle meduse». La pesca, però, non è l'unica causa della recente esplosione di "bote marine". «Un'altra è sicuramente l'inquinamento climatico - spiega Bressi -. Più l'acqua è calda e più il mare si riempie di meduse. Senza dimenticare che il golfo di Trieste rappresenta il cul- de-sac del mare Adriatico».

L.D.

 

 

Il Parco di Miramare riapre nel pieno della fioritura - LE VISITE DA DOMANI. PER IL MUSEO STORICO BISOGNA ATTENDERE ANCORA
TRIESTE. Con l'ingresso in zona arancione del Friuli Venezia Giulia, da domani riapre il Parco di Miramare, mentre per il Museo storico si dovrà ancora attendere un ulteriore miglioramento dei dati che consenta il passaggio in zona gialla.«È un vero sollievo poter aprire nuovamente i cancelli - dice il direttore del Museo storico e il Parco del Castello di Miramare Andreina Contessa - riaprire il Parco grazie alla deroga ricevuta, mi dà particolare soddisfazione perché è davvero importante che i cittadini possano fruire della bellezza e dell'armonia che, particolarmente in questo periodo, regalano il parterre, il sentiero delle camelie, i porticati ricoperti di glicine e tutta la natura che si sta risvegliando».Lo scorso autunno - fanno sapere da Miramare - sono stati piantati decine di migliaia di bulbi di crochi, narcisi, muscari e altri fiori che in queste settimane tinteggiano le aiuole del parterre, le zone alte vicino al boschetto dei corbezzoli, le scarpate che fiancheggiano il sentiero sopra il Viale dei lecci e la zona delle serre vecchie. Sono fiorite anche le camelie messe a dimora recentemente nel rinnovato sentiero che proprio a loro è da sempre dedicato. Per il glicine nel piazzale antistante il castello servirà ancora qualche giorno, ma è ormai questione di poco. A breve inoltre saranno portate all'esterno, dopo il ricovero invernale nelle serre, le piante di agrumi che costituiscono il primo progetto di Agrumetum intrapreso lo scorso settembre. Il Parco di Miramare riaprirà al pubblico con i consueti orari di questo periodo: dalle 8 alle 19. Si tratterà come sempre - è l'invito che viene rinnovato - di osservare in modo rigoroso le norme igienico-sanitarie e, in particolare, di indossare la mascherina coprendo naso e bocca, rispettare il distanziamento interpersonale di almeno un metro e il divieto di assembramenti, igienizzare di frequente le mani.

 

 

SEGNALAZIONI - Commercio - Sul Mercato coperto serve coraggio

Da qualche parte a Passo Costanzi dev'essere custodito un "libro delle risposte" molto particolare. Ogni volta che uno spazio comunale necessita di una riqualificazione vengono sfogliate le pagine di questo libro leggendo le soluzioni che suggerisce. Il problema è che l'edizione triestina contiene solo due pagine: nella prima c'è scritto "supermercati" e nell'altra "parcheggi". Il mercato coperto non è sfuggito a questo collaudato processo risolutivo, di questo passo verrà allestito un supermercato stile drive-in: potremo sfilare tra le corsie stando comodamente seduti a bordo della propria auto. Prima che questa battuta venga presa in considerazione provo ad aggiungere una pagina al "libro delle risposte" dei dilemmi comunali. Mi piacerebbe che l'amministrazione evitasse di delegare a terzi - in questo caso una grande catena - il destino di luoghi pubblici e facesse delle scelte un po' più creative e coraggiose, innovando la struttura ma lasciando che resti un contenitore di tanti piccoli commercianti e artigiani, magari con un occhio di riguardo a chi ha dovuto abbassare la saracinesca in questi ultimi dodici mesi a causa del Covid.

Lorenzo Pellizzari

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 10 aprile 2021

 

 

Golfo di Panzano oasi naturalistica con il nuovo prato in fondo al mare
Primi riscontri positivi del progetto sperimentale avviato un anno fa che riguarda la semina delle fanerogame
Stanno crescendo le fanerogame sul fondale del golfo di Panzano, è uno spettacolo osservarle sott'acqua mentre ondeggiano con il movimento del mare, illuminate dal sole di primavera pronte a produrre i semi per ripopolare il tratto di mare. Sta avendo successo il progetto europeo Saspas di cui è capofila il Comune di Monfalcone e che vede il Golfo di Panzano tra i protagonisti assieme alle Incoronate e il parco delle Dune in Puglia. A breve saranno posizionati anche i corpi morti e agganciati i gavitelli per evitare che i diportisti usino l'ancora che rovina il fondale, e il tratto di mare che su allunga davanti alla spiaggia verso Marina Julia diventerà sempre più attraente dal punto di vista naturalistico e turistico "green" Da un lato la spiaggia per i bagnanti che è stata risistemata, dall'altra le aree naturali del mare che vanno verso l'Isola della Cona, altro paradiso naturale. Una zona sempre più interessante per un turismo "green", che si allargherà presto con le nuove proposte di gite nella Cavana alla scoperta di angoli naturali intatti grazie a piccoli tour con i gommoni. Ed è tutto pronto dunque anche per il progetto delle fanerogame e del ripopolamento del Golfo di Panzano con l'obiettivo di prevenire l'erosione del tratto di costa a causa delle mareggiate. Dopo la prima fase di piantumazione dello scorso anno è pronta la seconda. Se le condizioni meteo e di marea lo consentiranno tra il 14 e il 15 di aprile gli esperti della società Selc incaricati dell'operazione torneranno nelle aree. I sopralluoghi effettuati per verificare risultati della prima campagna di innesti hanno confermato che l'operazione è riuscita e le piantine stanno crescendo rigogliose. Questi piccoli trapianti come detto sono in grado di produrre un'alta quantità di semi diventando un centro di diffusione e colonizzazione su larga scala delle fanerogame nelle aree del litorale. Un risultato, hanno fatto sapere gli esperti, già ampiamente raggiunto. Queste piante consentono il ripristino e il consolidamento dell'habitat marino per contrastare l'erosione causata dal moto ondoso e delle mareggiate. Uno degli obiettivi è anche promuovere l'auto-sostenibilità dell'ecosistema dell'Adriatico. «Abbiamo anche concluso le procedure per il posizionamento in via sperimentale di gavitelli d'ormeggio ecologici che prevediamo di sistemare entro il prossimo giugno» fa sapere il sindaco di Monfalcone, Anna Cisint. Si punta a linee guida per la conservazione delle praterie di vegetazione acquatica specie in quei contesti di pregio dove il transito e l'ancoraggio delle imbarcazioni da diporto possono costituire un'importante causa di rarefazione e, quindi, di danno. Lo sviluppo delle fanerogame ha anche un'importante funzione di riduzione della Co2 e ciò rappresenta un valore aggiunto per un comprensorio industriale come quello monfalconese. L'area interessata, fra i Comuni di Monfalcone e Staranzano, comunque, è al di fuori della Riserva naturale della Cona. Per l'attuazione del progetto il Comune ha acquisito un contributo sui fondi comunitari di oltre 2 milioni di euro. Monfalcone conta anche su altre progettualità finanziate dalla Ue sempre con la finalità di migliorare la sostenibilità ambientale: Ecosmart, per la valorizzazione della Cavana, Smooth port, relativo alle attività portuali, FramesPort, riguardante i centri nautici e il progetto Ecomosaico del Carso, che sarà avviato a maggio.

Giulio Garau

 

 

«Lavori anti frana e bus» - Appello da clivo Artemisio
I residenti chiedono al Comune di mettere in sicurezza la strada nel tratto del cedimento di oltre dieci anni fa e poi un collegamento con il centro città
Chiedono la messa in sicurezza della strada, una fermata dell'autobus e l'installazione di presidi per ridurre la velocità dei veicoli dei "furbetti" che la usano come scorciatoia. Clivo Artemisio è la strada che collega via Alfonso Valerio con la parte finale di via Baiardi che sbuca in Strada Nuova per Opicina. Una impervia salita nel primo tratto in asfalto e poi, vista la pendenza importante, in pavé, da cui partono altre due strade, via Calpurnio e via Fleming, in un dedalo di sterrati e passeggiate che si snodano sul monte Valerio dietro all'università. «Una volta eravamo in tanti - racconta Gianfranco Cermelj -, ora molte case sono vuote. Succede in altre zone della città, qua è però più sentito il fenomeno in quanto non ci sono mezzi pubblici e quindi, soprattutto gli anziani, sono costretti a migrare verso il centro. La nettezza urbana passa spesso, però molto è fatto anche da noi residenti che magari tagliamo l'erba, se troppo alta, o buttiamo il sale in inverno per evitare che la strada si ghiacci». Mario, decano della zona che chiede di pubblicare solo il nome, conferma di sentirsi abbandonato: «Quando c'è neve o ghiaccio qua non passa nessuno del Comune». Se l'arrivo della bella stagione inevitabilmente fa passare in secondo piano il rischio gelate, a far arrabbiare i residenti è la situazione di Clivo Artemisio nella parte iniziale, dove una frana decennale ha fatto crollare un pezzo di strada. «La preoccupazione - spiega Mario - è che possa crollare del tutto visto che le piogge stanno erodendo la parte sottostante. Qua c'è un terreno orizzontale, lo so perché ho costruito la mia casa, e con le piogge e il ghiaccio il rischio è che si frantumi ancora di più. Non so bene se sia una zona di proprietà del Comune, dell'Università o di privati, però così non si può andare avanti perché qualcuno rischia di farsi male». La frana risale a più di dieci anni fa e da allora, oltre al posizionamento di alcuni new jersey - denunciano i residenti -, nulla è stato fatto. L'assessore comunale ai Lavori pubblici Elisa Lodi conferma di come l'amministrazione sia a conoscenza della situazione. «Sono al lavoro con gli uffici per reperire le risorse necessarie, parliamo di circa 250 mila euro, per l'opera di ripristino. La situazione è così da troppi anni e noi vogliamo risolverla». Al problema frana, in un punto dove peraltro qualcuno nei giorni scorsi ha anche gettato delle porte, si aggiunge quello dei "furbetti" che usano clivo Artemisio come scorciatoia per arrivare in città nonostante sia vietata la svolta per chi scende da Opicina. «Prima del pavé - racconta Bruno Hussu - c'è una specie di marciapiede ma è tutto dissestato. Qua vengono giù abbastanza veloci, nonostante i cartelli messi ancora da Roberto Cosolini, ed è pericoloso. Inoltre molti usano i nostri cassonetti dei rifiuti, fra l'altro se ne potrebbe aggiungere uno per le sterpaglie visto che li hanno messi in via Valerio dove servono a poco. Ho chiesto al sindaco anche un collegamento con l'autobus, basterebbe fino a via Fleming, con un mezzo piccolo, giusto per aiutare i più anziani ed evitare di avere pedoni che camminano sulla strada». Proprio in via Fleming ha sede il circolo culturale Svetko Pecar, oggi chiuso causa emergenza Covid, spiega Fabrizio Salvi che abita poco distante ed è presente in sede per dare da mangiare ad Ika, il gatto padrone di casa. «Quelli dei mezzi pubblici e della frana sono i problemi maggiori, qua si vive bene ma siamo un po' abbandonati. Sono anni che sentiamo parlare di lavori ma nulla si è mosso». «Come sempre quando il bacino è piccolo l'interesse è scarso - attacca invece Stefano Radoicovich - e come periferie siamo sempre abbandonati. La strada è pericolosa e andrebbe messa in sicurezza prima che qualcuno si faccia male seriamente».

Andrea Pierini

 

 

SEGNALAZIONI - Via Carducci - Nove idee sul Mercato coperto

Caro direttore,spinto dal rimpianto per le molte e piacevoli visite (ben prima degli attuali immobilizzanti 95 anni d'età mia) al Mercato coperto, un capolavoro originalissimo dell'architettura moderna più avanzata, vengo a pregarla di ospitare queste mie proposte di rilancio del nostro "foro" urbano. Non occorre dire che è da scartare l'insano proposito di cederlo a qualche avido speculatore "foresto", che vi installerebbe l'ennesimo supermercato, a tutto danno delle attuali venditrici, che vantano il rifornimento "a meno di un chilometro" alla periferia della città, sul Carso e dal Capodistriano. Ecco qualche suggerimento per l'aggiornamento: 1. Disponibilità di carrelli per raccogliere gli acquisti. 2. Servizio di recapito a domicilio degli acquisti. 3. Ascensore per il piano superiore. 4. Adeguata pubblicità. 5. Pescheria. 6. Filiale di un negozio di alimentari (per esempio Bosco). 7. Drogheria e passamaneria. 8. Caffetteria al piano superiore, con giornali da consultare. 9. Libreria. Sono certo che per le ditte triestine intervenire sarebbe un buon affare. Grazie per l'ospitalità.

Giulio Montenero

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 9 aprile 2021

 

Le 5.500 firme aprono la sfida sul destino del Mercato coperto
Consegnate a chi lavora nel sito le sottoscrizioni raccolte da Adesso Trieste - Russo: la mobilitazione faccia riflettere. La Fipe: diventi il paradiso delle eccellenze
Sono oltre 5.500 le firme consegnate ieri mattina da Adesso Trieste ai commercianti del Mercato coperto in segno di solidarietà. Tra il pubblico della conferenza stampa c'era pure il candidato in pectore del centrosinistra Francesco Russo. E sempre in via Carducci, oggi alle 11 tocca a Futura, il cui candidato sindaco Franco Bandelli presenterà il proprio progetto per l'area. Sull'argomento è confermata inoltre per il 19 aprile l'audizione degli assessori Paolo Polidori (Mercati), Serena Tonel (Attività economiche) e Lorenzo Giorgi (Patrimonio) in Quinta circoscrizione, nel parlamentino presieduto da Roberto Dubs di Fdi, che intende così «proseguire la proficua condivisione con la giunta sui temi del territorio».Le sorti della struttura sono al centro del dibattito cittadino dopo la notizia di un'interlocuzione in corso tra Lidl, Despar e il Comune, alla ricerca di un investitore per un project financing finalizzato al rilancio del sito. I civici di Riccardo Laterza e Giulia Massolino sono immediatamente saliti sulle barricate per dire "no" all'idea che l'edificio diventi un supermercato. Il primo cittadino Roberto Dipiazza e il vicesindaco Polidori hanno smentito questa eventualità, ipotizzando «postazioni di street food» al piano superiore e «linee guida» da imporre a tutela del «carattere storico» del luogo. Ma intanto la petizione online di Adesso Trieste ha accumulato in 48 ore più di 5.500 firme, tra cui quelle degli stessi Russo e Bandelli. Le esercenti cui sono state consegnate hanno specificato di non volere «strumentalizzazioni, di colori politici ne abbiamo visti tanti. Siamo felici di questa calorosa manifestazione da parte della città, cui diciamo solo grazie». L'unico punto su cui sono tutti d'accordo è infatti che quel luogo avrebbe bisogno di una rivitalizzazione. «Prendiamo sul serio le parole di Dipiazza», hanno affermato Massolino e Laterza in risposta alla sfida del sindaco, che aveva invitato chiunque avesse progetti a venirsi a prendere le chiavi del Mercato stesso: «Coinvolgeremo commercianti, associazioni, imprese e cittadini con gli strumenti della progettazione partecipata. Il futuro del Mercato va disegnato partendo da chi ci vive e ci lavora. Se triestine e triestini lo vorranno, siamo pronti a prenderci le chiavi della città». Massolino e Laterza hanno inoltre ribadito di voler mantenere la «dimensione popolare e non di nicchia» del sito. Russo ha diffuso a sua volta una nota a nome di Punto Franco, firmata anche dalla presidente dell'Aidia, l'Associazione donne ingegneri e architetti, Lucia Krasovec: «Chi governa la città e chi si candiderà a prenderne il posto deve prendere sul serio il fatto che migliaia di persone si sono attivate in poche ore. Bisogna capire che ruolo può ancora avere il Mercato coperto all'interno della comunità. Cosa che è mancata nella cura di quel luogo negli ultimi anni». La capogruppo del Pd in Consiglio comunale Fabiana Martini ricorda che dal 2017 i dem chiedono di «dotare il sito di wifi e destinarne alcuni spazi inutilizzati a coworking, presentazioni di libri, dibattiti o sedi di associazioni». «Bene valutare proposte - afferma Giorgio Cecco, coordinatore di Progetto Fvg - ma non partecipiamo a raccolte firme da campagna elettorale». Così Federica Suban, presidente Fipe Trieste: «Il Mercato coperto andrebbe ripensato, in ottica sostenibile a livello di costi, trasformandolo nel paradiso delle eccellenze del territorio. Solo così la ristorazione là avrebbe senso. Aprirvi l'ennesima pizzeria o paninoteca creerebbe solo problemi agli esercizi della zona».

Lilli Goriup

 

Caserme di Gropada e Basovizza senza appeal: restano invendute
Asta del Demanio deserta anche per la piccola struttura di Lipizza
Ammonta a circa 90 mila euro l'incasso del Demanio in seguito alle vendite di terreni e immobili in Friuli Venezia Giulia nel primo trimestre del 2021. A Trieste continuano a non attirare acquirenti le due caserme di Gropada e di Basovizza, così come la struttura al valico di Lipizza, che anche in questa tornata di gare non sono state aggiudicate. Venduto invece un terreno agricolo in via del Gattorno, prezzo base 2 mila euro circa, venduto a 2.500 euro, così come un appartamento in via Gorizia, che dai 42 mila euro richiesti inizialmente è stato comprato da chi ne ha presentati poco più di 64 mila. Anche il resto dei lotti presenti in regione sono quasi tutti terreni, tra Udine, Gorizia, Cormons e Tolmezzo. Gli avvisi per i vari beni erano stati pubblicati lo scorso dicembre, con proposte da presentare entro il 18 aprile. Sul web, al momento, non sono ancora approdati i nuovi annunci. Probabile però che, come già successo in passato, torneranno nuovamente l'ex caserma dei Carabinieri del valico di Gropada, costituita da diversi fabbricati, con un ampio spazio esterno. Finora non ha attirato l'attenzione di nessun potenziale nuovo inquilino soprattutto per le pessime condizioni in cui versa l'edificio, colpito anni fa anche da un vasto incendio e da conseguenti crolli del tetto. L'ultima base d'asta indicava 179 mila euro per una superficie di poco superiore agli 800 metri quadrati, che comprendono la palazzina principale a due piani, con annesso garage e vano tecnico, e un'ulteriore casupola completamente ricoperta dalla vegetazione e lontana alcuni metri. Condizioni migliori per l'ex caserma dei Carabinieri di Basovizza, da 125 mila euro e 741 metri quadrati, composta da un edificio principale, in origine a uso caserma e alloggio, da uno secondario, un'ex autorimessa. È una struttura metallica invece l'ex sede della Polizia di frontiera di Lipizza, 64 mila euro per 239 metri quadrati.

Micol Brusaferro

 

 

Sistiana, in baia diventa un caso la spiaggia sfrattata dal cantiere
Gli ambientalisti: «Ci stanno togliendo un'intera area fruibile liberamente» - L'opposizione: «Danni alla balneazione». Il Comune: «Qui decide la Regione»
DUINO AURISINA. Grandi massi sistemati dove prima c'era una comoda spiaggia in ghiaia. Una sorta di sentiero ricavato in parallelo al bagnasciuga. Un'area completamente ristrutturata rispetto al passato. È già polemica "balneare" a Duino Aurisina. Nonostante l'estate sia ancora lontana e le regole per la balneazione ben lungi dall'essere definite, le discussioni fioccano vivaci per quel che riguarda la baia di Sistiana. In questo caso, l'oggetto della polemica è il tratto di spiaggia situato fra il comprensorio di Castelreggio e l'ingresso a mare di Portopiccolo, interessato da giorni da un intenso viavai di camion e da un importante intervento sul lungomare. A sollevare il problema è il gruppo "Salute e Ambiente" che, in una nota, critica innanzitutto la definizione di "ripristino", utilizzata nella tabella dei lavori sistemata a inizio cantiere. «Con tale termine - precisano gli ambientalisti - si indica il riportare un bene immobile nel suo stato primitivo, mentre le modifiche attuate incidono pesantemente sui luoghi, la veduta e gli spazi. Inoltre - aggiungono - se maggiori spazi di spiaggia, anche in prossimità di Portopiccolo, sarebbero accolti a braccia aperte da tutti, quella che sta sorgendo sembra invece una specie di scogliera muraglia che certamente, nei prossimi mesi, non permetterà agli amanti del mare di sistemare i loro asciugamani. In sostanza - proseguono - quella che era una spiaggia di piccoli scogli, fra l'altro gratuitamente fruibile, sarà sottratta ai cittadini». Inevitabile poi l'immediato collegamento con la polemica, in atto da tempo, sulla nascita delle sedi nautiche di tre sodalizi sportivi locali nel comprensorio di Castelreggio: «Gli spazi di libera balneazione nel nostro Comune - riprende la nota di "Salute e Ambiente" - non vivono un momento felice, considerando il fatto che nella stazione balneare di Castelreggio stanno sorgendo nuove costruzioni che sottrarranno spazi ai bagnanti. Ci chiediamo perciò - conclude il testo - come sia possibile che questa amministrazione comunale e tutte le altre istituzioni, che dovrebbero tutelare e valorizzare i beni pubblici e salvaguardare gli interessi della cittadinanza e del turismo, non riescano a impostare interventi di trasformazione sul territorio, di carattere sia pubblico sia privato, in grado di portare soddisfazione ai cittadini, aumentando invece il degrado paesaggistico». Del tema si è interessato anche il consigliere comunale di opposizione, Lorenzo Celic (M5S), presentando un'interrogazione nella quale, dopo aver parlato di «intervento che porterà possibili peggioramenti alla qualità dell'area di libera balneazione», evidenzia che «i materiali utilizzati non sono posati nei limiti delle sagome orizzontali e verticali previsti dalla norma che disciplina le opere di ripristino. Sarebbe stato perciò molto più opportuno - conclude Celic - creare un bordo costa più consono alla balneazione conservando, al contempo, il valore paesaggistico del luogo». «Il Comune non ha competenza su questo intervento - spiega l'assessore comunale per i Lavori pubblici, Lorenzo Pipan - le cui caratteristiche sono decise dalla Regione, in quanto gestore dell'area demaniale».

Ugo Salvini

 

Sbancato il colle di Pubrida per fare posto a nuove vigne
L'intervento dell'azienda Attems viene definito da Legambiente uno «scempio» - La proprietà: «Non fermarsi all'impatto attuale, valorizzeremo anche il bosco»
Il colle di Pubrida, alle spalle di Lucinico, sta cambiando radicalmente volto, oggetto di un corposo intervento di ripristino di un vecchio vigneto abbandonato da tempo. Lavori nei quali è impegnata l'azienda vitivinicola Attems, proprietaria dei terreni, e che stanno suscitando le preoccupazione degli ambientalisti. In particolare quelle del circolo goriziano di Legambiente, che parla di «scempio» e contesta il metodo utilizzato dall'azienda per dissodare i terreni dove troverà posto il futuro vigneto, «che in barba ai più recenti orientamenti in materia ambientale vede un intervento che ha fatto tabula rasa in poche settimane di circa 13 ettari di vegetazione arbustiva e arborea, senza salvare nemmeno un albero». Il tutto, secondo Legambiente, a scapito non solo del paesaggio, ma anche dell'ecosistema, visto che le siepi lungo le scarpate, che sono state a loro volta eliminate, «sarebbero state un valido ricovero per insetti impollinatori o uccelli come cinciallegre, codibugnoli e fringuelli, e avrebbero potuto supportare la biodiversità».Critiche alle quali risponde con una ferma rassicurazione l'azienda, per bocca del direttore tecnico delle tenuta Attems (dal 2000 proprietà del gruppo Frescobaldi) Gianni Napolitano, che parla tanto del metodo utilizzato quanto sui suoi esiti finali, che non minacceranno l'ambiente, ma al contrario lo valorizzeranno. «L'impatto estetico dei lavori di dissodamento in questo momento è ovviamente piuttosto forte, ma l'intervento è appena iniziato, e bisogna guardare piuttosto alla valorizzazione del territorio a cui esso porterà - dice Napolitano -. Tutto è stato fatto di concerto con le autorità, e con grande attenzione ad aspetti come la regimentazione delle acque e al recupero dei sentieri. Questo non perché siamo dei santi, ma perché siamo i primi a volerci prendere cura dell'ambiente che è il cuore del nostro lavoro, e vorrei ricordare che se non ci fossero le aziende agricole a occuparsi della manutenzione del territorio, non lo farebbe nessuno».Ma non solo. Napolitano sottolinea come il ripristino intenda preservare anche dal punto di vista ambientale il colle di Pubrida, una piccola altura isolata dove un vecchio vigneto era stato espiantato nel 2009 e l'ultima pulizia risale al 2013. «Nella parte centrale del colle esiste un piccolo bosco che, seppur non datato visto che dopo la Grande Guerra qui non esisteva più nulla, ospita essenze autoctone come querce, castagni e frassini - spiega -. Piante molto belle, che manterremo e che abbiamo già iniziato a liberare dall'edera infestante, oltre a recuperare un primo sentiero. Inoltre anche una parte delle terrazze sui versanti del colle, quelle più strette, non saranno occupate dal vigneto, ma coltivate con altre essenze, sia perché non redditizie sia per valorizzare la biodiversità e l'estetica dell'ambiente. Di fatto la percentuale di superficie vitata sarà più bassa ora rispetto a quella originale». Una precisazione che rassicura sui timori espressi per il futuro dell'area boscata, anche se le preoccupazioni di Legambiente restano pure anche per le potenziali ripercussioni sanitarie per i cittadini che risiedono a Lucinico, visto che «sono accertati gli effetti negativi per la salute da parte di molti pesticidi utilizzati oggi», dicono gli ambientalisti ricordando la candidatura del Collio a patrimonio mondiale dell'umanità dell'Unesco.

Marco Bisiach

 

L'ultimo intervento di ripristrino lungo un'area di 60 ettari
Quello nell'area del colle di Pubrida è l'ultimo degli interventi di ripristino e rinnovamento dei vigneti condotto dall'azienda Attems, tenuta tra le più ricche di storia in regione. Se la cantina ha sede a Capriva del Friuli, i suoi vigneti sono tutti a Lucinico, dove si estendono per una superficie di circa 44 ettari, destinati a diventare poco meno di 60 una volta che sarà stato completato quest'ultimo ripristino che interessa un'area di quasi 14 ettari. Sull'altura di Pubrida i lavori si dovrebbero concludere nel giro di un paio di anni, vista la rilevanza dell'intervento, e per il nuovo vigneto l'azienda intende dare «priorità alle varietà autoctone».

M. B.

 

 

Meduse ammassate davanti alle Rive - Ed è corsa alle foto
Il fenomeno favorito dalla bora dei giorni scorsi che le ha spinte sotto costa e verso la superficie
È stata probabilmente la bora dei giorni scorsi, che ha favorito il richiamo delle acque di fondo verso la costa, a far emergere davanti alle Rive un numero esorbitante di Rhizostoma pulmo, la medusa detta "barile", bianca con il bordo blu, conosciuta anche come polmone di mare e, dalle nostre parti, come "botta marina". Un fenomeno anomalo, di cui i triestini si sono subito accorti, immortalando questi esemplari marini con decine di foto e video che hanno invaso i social. Attorno all'Audace, vicino alla Marittima e in Sacchetta, dopo le forti raffiche di vento registrate lo scorso martedì, le Rhizostoma pulmo - fra le più grandi meduse che abitano l'Adriatico, osservata nel golfo triestino già da fine Ottocento - sono state avvistate in superficie a centinaia. Anche ieri, con un fenomeno che andava progressivamente calando, hanno continuato a invadere il mare delle Rive. Si tratta di un vero e proprio "bloom" (dall'inglese "fioritura"), ovvero un grande sciame di meduse. Tali episodi si verificano nel golfo di Trieste già da inizio Novecento. Dagli anni Duemila sono tuttavia sempre più frequenti e sembrano durare anche più a lungo. Difatti già da settimane erano state avvistate molte Rhizostoma lungo le coste italiane e slovene. Ma come mai stavolta si sono presentate in maniera così copiosa? «Questo inverno - spiega Valentina Tirelli, ricercatrice dell'Ogs - non c'è stato un raffreddamento intenso dell'acqua e quindi queste meduse sono probabilmente riuscite a sopravvivere più a lungo. Lo si vede dalla loro grandezza. Potrebbe quindi essere questo il motivo per cui ce ne sono così tante». Al momento si resta comunque nel campo delle ipotesi, perché non sono stati raccolti ancora sufficienti dati scientifici. Il fenomeno delle meduse è quindi oggetto di analisi da parte degli studiosi, che possono essere supportati anche dalle immagini che chiunque può inviare utilizzando "AvvistApp": un'applicazione che permette di registrare un ampio numero di specie marine e partecipare in maniera attiva alla raccolta di informazioni sugli avvistamenti, utili anche alla valutazione dello stato del nostro mare.

Benedetta Moro

 

 

Capodistria-Divaccia - I Verdi: «Bisogna opporsi con forza» - il raddoppio della linea
«La politica non può limitarsi a chiedere precisazioni, ma deve dare un parere forte e contrario all'opera e sostenerlo soprattutto al Parlamento europeo, visto che è l'Europa stessa che dovrà finanziare l'opera». Così Tiziana Cimolino e Giuseppe Prasel per i Verdi Trieste - Trieste Verde, sul progetto di raddoppio della linea ferroviaria Capodistria-Divaccia. «Il progetto - aggiungono - è da anni al centro delle preoccupazioni degli ecologisti della nostra regione. Nonostante tutto l'impegno profuso, ci ritroviamo con le ruspe pronte a entrare in azione e con accordi fatti per la realizzazione del primo tratto tra Capodistria e Crni Kal: 10 chilometri di tratta che comprenderà sei tunnel di chilometri e due viadotti».

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 8 aprile 2021

 

 

Da Confcommercio un freno ai colossi nel Mercato coperto «Piccoli da tutelare»
Paoletti: «Capisco che le grandi catene siano viste come un'opportunità ma lì deve restarci un servizio pubblico vivo»
Cosa succede al Mercato coperto? La notizia dell'interessamento di Lidl e Despar, con annesse polemiche, per la struttura di via Carducci porta a muoversi Confcommercio, che interviene attraverso il presidente Antonio Paoletti, auspicando la tutela dei piccoli commercianti che vi lavorano. E mentre prosegue la raccolta di firme (vedi articolo a destra) il sindaco Roberto Dipiazza decide di rispondere alle critiche andando sul posto: «È ovvio che qui non si farà un supermercato, ma serve un attrattore». Il vicesindaco e titolare della delega al Commercio Paolo Polidori precisa: «Stiamo pensando a un project financing per il recupero». Partiamo però da Confcommercio, che sottolinea come il Mercato coperto rappresenti una realtà commerciale viva, per quanto ridotta: «Sia ben chiaro - premette Paoletti - che qui non si tratta di fare crociate pro o contro questa o quella soluzione», ma di avere una visione di insieme che «assicuri equilibrio tra tutte le componenti della rete distributiva, elemento essenziale quest'ultimo per evitare di aggravare la già forte criticità del piccolo commercio e di quello di vicinato».Confcommercio non entra «nel merito di costi e disponibilità finanziaria» ma auspica un rifacimento della struttura, «come peraltro era anche nelle intenzioni dell'amministrazione», che ne mantenga le peculiarità adeguandola al nuovo contesto commerciale e di clientela. Il tutto, sottolinea il presidente di Confcommercio, «in una prospettiva d'intervento inserita nel quadro di quelle politiche di tutela delle realtà produttive di prossimità che crediamo dovranno essere il filo conduttore delle future azioni e scelte che saranno effettuate sui territori in materia di commercio». Aggiunge Paoletti a margine: «Anche con la Camera di commercio se n'era parlato ai tempi del secondo mandato Dipiazza, quando avevamo più disponibilità economiche». Di fatto, però, non se n'è mai fatto nulla: «Capisco che oggi si vedano i colossi come opportunità, ma sarebbe meglio piuttosto trovare dei fondi per rimetterlo in sesto e farne un servizio pubblico alla città. I mercati piacciono se sono vivi». Gli risponde indirettamente Dipiazza, in trasferta al Mercato coperto, mascherato, per rispondere a critiche e raccolte di firme: «Negli anni qui abbiamo fatto le scale mobili, messo le reti per i colombi, rifatto i servizi igienici. Quel che manca è un attrattore, per far sì che la gente entri». «Io pensavo anche di creare un mini Eataly», è l'esempio del primo cittadino, che poi aggiunge: «Ma devono esserci gli artigiani, anche l'ambulatorio piuttosto che il ristorante». Ai critici risponde ribadendo la sua apertura a suggerimenti: «Portatemi un progetto invece di raccogliere firme, e vi do le chiavi». Ai microfoni di Telequattro, il primo cittadino aggiunge una considerazione sul cambiamento della società negli ultimi decenni: «Noi qui a Trieste non abbiamo più gli ambulanti, quando ero bambino io andavo con la signora Iolanda al mercato in Ponterosso e c'erano cento bancarelle. Adesso ce ne sono quattro in piazza Sant'Antonio. È cambiato il mondo, adeguiamoci al mondo che cambia».Ma a che tipo di attrattore fa riferimento il primo cittadino quando parla di rivitalizzazione del Mercato coperto? L'interessamento di Lidl e Despar c'è, spiega il vicesindaco Polidori, ma al momento non è ancora stato definito lo strumento che il Comune adotterà per gestire eventuali interventi. E quindi nemmeno la loro tipologia. «Ci stiamo lavorando da tempo - dice Polidori -. Al momento pensiamo a un project financing con delle linee guida fisse: se ad esempio il privato viene e dice che vuole farci un supermercato, noi diciamo che non può farci solo quello, ma che vanno mantenute le bancarelle e il carattere storico, eccetera». Questa formula, ovviamente, prevede un ritorno per l'investitore privato, che in qualche modo si quantificherà nelle eventuali proposte di project. In ogni caso serviranno realtà dalle spalle robuste, ché le stime per l'investimento si aggirano fra i cinque e i sei milioni. Polidori sottolinea che il supermercato non è l'idea che ha in mente: «Ci interessa molto rivitalizzare il piano superiore, lo vedrei benissimo come un insieme di postazioni street food. Una cosa a chilometro zero con i nostri produttori». A riprova dell'interesse della giunta per il carattere storico dell'edificio, cita il progetto Mercatocritico della sezione triestina dell'Associazione italiana Donne Ingegneri e Architetti, che prevede una serie di incontri, conferenze, letture, mostre, documentazioni fotografiche e riprese video, laboratori di città e cittadinanza, proprio sul tema del mercato a chilometro zero.

Giovanni Tomasin

 

La petizione online verso le 5 mila adesioni - la mobilitazione contro la grande distribuzione

Dopo il dem Russo anche Futura sottoscrive l'appello lanciato da Adesso Trieste. Oggi consegna simbolica ai commercianti

Le sorti del Mercato coperto fanno allineare Futura con la petizione online di Adesso Trieste, che viaggia verso le 5 mila firme, e riaprono il confronto interno alla maggioranza. Il presidente della Quinta circoscrizione, Roberto Dubs di Fratelli d'Italia, convocherà infatti una seduta del parlamentino rionale di San Giacomo e Barriera Vecchia, invitando in audizione l'assessore o gli assessori competenti su quel sito. Oggi a mezzogiorno, intanto, gli attivisti di Riccardo Laterza saranno in via Carducci per conferenza stampa e consegna simbolica delle firme raccolte ai commercianti: «Le adesioni sono un segnale - è il commento dei civici - del fatto che a Trieste esiste una maggioranza di persone che chiede attenzione a un'economia più equa, a qualità e accessibilità degli spazi pubblici. Siamo pronti a portare questa maggioranza al governo della città». Le firme ieri avevano già raggiunto quota 4.800. Tra queste, anche quella del candidato sindaco di Futura, Franco Bandelli, e dei suoi sodali. Il giorno prima la petizione era stata sottoscritta pure da Francesco Russo, candidato in pectore del centrosinistra. «Noi siamo andati al Mercato coperto già a dicembre - afferma Bandelli -. Mi sembra che su molti temi la città ci stia venendo dietro. Nel merito, se il sindaco Roberto Dipiazza ci sfida, allora troveremo una cordata di imprenditori triestini disposti a rimettere a posto quel luogo. Andremo a prenderci le chiavi. Abbiamo firmato tutti la petizione di Adesso Trieste (fatto confermato da Laterza). Abbiamo fatto appello a tutte le forze politiche, per venerdì, quindi abbiamo ritenuto di fare noi per primi un gesto trasversale». Il riferimento è al fatto che domani, alle 11, nella struttura di via Carducci andranno a loro volta Bandelli e i civici di Futura: illustreranno nel dettaglio la loro idea per il futuro del sito, basata su «piccolo commercio e prodotti locali, su modello di un grande mercato come quello di Madrid». Gianfranco Depinguente, coordinatore provinciale di Italia Viva, fa sapere: «Solo operazioni immobiliari, da parte di questa giunta, e non un progetto complessivo». La seduta del Consiglio circoscrizionale presieduto da Dubs si svolgerà verso il 19 aprile: l'esponente di FdI ha dato mandato alla sua segreteria di confrontarsi con Palazzo Cheba per capire se invitare uno o più assessori, dal momento che sul tema si possono intersecare le deleghe di Paolo Polidori (Mercati), Serena Tonel (Attività economiche) e Lorenzo Giorgi (Patrimonio). «Il dialogo sul Mercato coperto è sempre aperto, con giunta e cittadini - dichiara Dubs -. Vorremmo sapere dagli assessori e dai tecnici, anche in passato sempre disponibili, quali sono i progetti. Poi ci faremo un'opinione». La questione sarà inoltre discussa nella commissione Urbanistica del parlamentino rionale, su richiesta dei consiglieri circoscrizionali di Progetto Fvg Sabrina Polacco, Silvio Pahor e Monica Fabris.

Lilli Goriup

 

La ricetta del poeta Nacci a passeggio fra le bancarelle "Si salvi l'anima popolare e poi primizie del territorio"

Per lo scrittore "se l'idea di un supermercato e' da escludere a priori, nemmeno un posto di nicchia andrebbe bene in questa dimensione"

Un luogo dove far non solo confluire calzolai, rigattieri, il microcosmo di artigiani e commercianti del rione di Barriera Vecchia che a seguito della crisi economica in questo momento si trovano in difficoltà a pagare le rate dell'affitto. Ma anche i produttori di ortaggi, vino, miele e formaggi del Carso, del Breg, dell'Istria o della Carniola slovena. Il poeta Luigi Nacci immagina così il futuro del Mercato coperto, da riscrivere nel solco della tradizione che in passato vedeva "venderigole", "mlekarice" o donne del latte e altre figure contadine scendere a piedi ogni mattina in città, per vendere i frutti della terra: «Venivano anche le istriane, attraverso la Val Rosandra, per vendere nient'altro che uova. Quanto dovevano essere povere». Dal suo punto di vista, l'importante è che rimanga il «posto dei piccoli» e mantenga intatta la sua «dimensione popolare», preservandosi dal rischio della gentrificazione che negli anni ha coinvolto ad esempio via Torino. Facciamo quattro passi assieme a Nacci all'interno del Mercato coperto. Verso ora di pranzo, quando il viavai scema e la gente torna a casa a cucinare, qui restano solo gli esercenti che chiudendo i banchi scambiando quattro chiacchiere. Si conoscono tutti. Per loro, che si sono alzati alle quattro del mattino per scaricare la merce, è come fosse pomeriggio inoltrato. «Vedo una questione urbanistica e una sociale: non vorrei che il quartiere diventasse una sorta di "parcheggificio", e il Mercato un posto per "fighetti" - afferma lo scrittore -. Assieme all'operaia San Giacomo, la Stalingrado triestina, Largo Barriera è uno dei rioni più popolari della città. Qui c'era la barriera dei dazi, dunque una sorta di confine dentro la città. James Joyce, che amava questa dimensione, ci viveva. Qua dietro c'era La chiave d'oro, uno dei più grandi lupanari di Trieste. Mussolini fece poi Largo Impero e demolì una serie di edifici. E arrivò il Mercato coperto che, diciamolo, è una splendida architettura fascista. Popolare. Ha la forma di una nave in mezzo al nulla, nata nel 1936 per dare un tetto alle "venderigole" grazie a una donazione della benefattrice Sara Davis». L'atmosfera popolare c'è tuttora. Un signore che vende frutta e verdura racconta che «la gente viene qui perché apprezza chi sta dietro un banco. Alcuni clienti li conosciamo per nome. Facciamo inoltre una politica basata non solo su prezzi bassi ma anche sulla qualità. Nel giro di una decina d'anni da 200 siamo diventati 20, e non c'è stato rilancio. Non vogliamo fare la fine del mercato del pesce o del macello di Valmaura». Ecco perché secondo Nacci «se l'idea di un supermercato è da escludere a priori, nemmeno un posto di nicchia in stile Eataly andrebbe bene: sarebbe per pochi, perderebbe la sua anima. Questo posto potrebbe diventare invece il fulcro di una cultura che c'era ai tempi dell'Austria. Oggi ad esempio si potrebbero portare qui i formaggi di Ceroglie, Basovizza, Borgo Grotta». E alle considerazioni del sindaco Roberto Dipiazza, secondo cui c'è penuria di soggetti che presentano progetti all'amministrazione comunale, risponde: «Il sindaco non ha solo le chiavi ma anche il compito di avere una visione, gli investitori arrivano in base all'idea di città che si produce. Il Comune dev'essere garante morale di questo luogo». Accanto alle scale c'è uno spiazzo dove Nacci aveva presentato il suo libro "Trieste selvatica". La struttura inoltre in passato ha ospitato mostre artistiche: tutte iniziative che si potrebbero riproporre, secondo Nacci, naturalmente anche aprendo locali enogastronomici al primo piano, che si rifornirebbero di primizie al mercato. Oggi sopra, oltre che la recente sede della locale sezione dell'Aidia, sopravvivono forse un paio di negozi. Si cammina tra le saracinesche abbassate.

L. G.

 

SEGNALAZIONI - Mercato coperto - Una struttura da rivitalizzare

Gentile direttore, chi gira in Europa specialmente come turista, sa bene che dappertutto si cerca di salvare non solo l edificio stesso dei vecchi mercati, ma la funzione stessa, senza volerlo trasformare in supermarket o parcheggi. Potrei mostrare tante foto di quei mercati sia a Budapest che Stoccolma, Parigi o addirittura Melbourne. Non è un caso. La popolazione che non necessita sempre correre e fare la spesa velocemente, per qualsiasi giusto motivo in un supermarket, necessita invece di punti di incontro dove può chiacchierare, scambiare idee di cucina, darsi suggerimenti, chiederne ai venditori. . ...La nostra società ha bisogno di socializzare e -guarda un po'- avere tempo per se stesso. Parcheggi, importanti sì, ma mi è venuto un fortissimo dubbio sulla necessità d'uso dell'auto proprio durante la pandemia ne che stiamo subendo, vedendo quante persone preferiscono camminare, anche con la spesa, pur non essendo vietate l uso delle auto. Non toglieteci questo palazzo interessante, utile al quartiere e-perdonatemi se parlo anche in modo egoistico- sito interessante per noi fotografi che documentiamo Trieste di oggi per le generazioni future."

Giulio Salusinszky

 

Verdi - «Villa Necker, il parco sia di nuovo dei triestini»
«Il parco di Villa Necker sia di nuovo dei triestini». Lo scrive in una nota Roberto Viscovich del gruppo Verdi Trieste - Trieste Verde: «Il gruppo si riconosce pienamente nello slancio e nelle intenzioni del comitato aderendo alla raccolta di firme che ha superato i mille sottoscrittori e invitando iscritti e simpatizzanti a farlo quanto prima. Le persone che hanno a cuore la città e la salvaguardia delle aree verdi non possono esimersi dalla partecipazione».

 

 

Nuovo allarme in via dei Peco dopo il fuoco ai rifiuti abusivi - la denuncia di Open FVG e Commissione Amianto

Dei vecchi nastri segnaletici con cui la polizia aveva provveduto a circondare la discarica abusiva di Borgo San Sergio non resta ormai che qualche brandello lacero. Non sono più un elemento sufficiente a separare l'immondizia dai sentieri stretti in cui si inerpica via di Peco. Ancor meno dopo lo scorso venerdì, quando le fiamme sono divampate in mezzo al cumulo di scarti, riducendo tutta l'area circostante a una macchia omogenea fatta di cenere e di resti anneriti dal fumo. «È pericoloso che venga dato fuoco ai rifiuti, sia per questioni di inquinamento, sia perché si tratta di una zona di interesse naturalistico, dove la gente passeggia e dove è possibile imbattersi in molti animali - sottolinea la consigliera comunale di Open Fvg Sabrina Morena, che già lo scorso gennaio aveva fatto pressione affinché il Comune procedesse a sanare l'area -. Sappiamo già che la discarica è sotto indagine. Ma crediamo che, nel frattempo, la polizia potrebbe mettere almeno delle transenne per la sicurezza di tutti. Non si può lasciare tutto come è - continua ancora Sabrina Morena -, permettere che ogni malintenzionato di passaggio sia libero di appiccare incendi». Il rischio, secondo Morena, è che «se non si agisce al più presto per cambiare le cose, le montagne di immondizia continueranno ad aumentare. Attualmente, a pochi metri di distanza da quella discarica più consistente, purtroppo se ne trovano già diverse altre». Negli uffici dell'amministrazione comunale il problema è conosciuto da tempo, ma l'assessore all'Ambiente Luisa Polli sostiene che, al momento, non ci siano le condizioni per mettere in moto alcun tipo di azione: «Ho piena fiducia nell'autorità giudiziaria, che sta portando avanti il suo lavoro - sottolinea Polli -. Il fatto che la zona sia sotto sequestro implica che non la possa toccare nessuno». Di diverso parere è Paolo Tomatis, che fa parte della commissione Amianto: «Il Comune ribadisce che c'è in corso un procedimento e che non abbia quindi possibilità di compiere alcuna azione. Ma noi riteniamo che non abbia fatto abbastanza. La messa in sicurezza di quell'area non può essere ostacolata dalle indagini - spiega Tomatis, presidente dell'Eara di Trieste -. La discarica è stata segnalata tempo fa da un nostro socio che l'aveva notata durante una passeggiata. Successivamente, fra i rifiuti erano stati trovati anche dei manufatti in amianto». I residui in eternit di cui è stata denunciata la presenza a Borgo San Sergio non rappresentano un caso isolato. «Tutto il paesaggio del Carso, purtroppo, è disseminato di discariche abusive che contengono materiale molto pericoloso - conclude Tomatis -. È necessario fare qualcosa. È troppo alto il rischio che dei bambini finiscano per giocare vicino ai rifiuti, o che dei passanti tocchino inavvertitamente resti di materiale estremamente dannoso».

Linda Caglioni

 

 

Generali: stop a investimenti in aziende del carbone - Replica a Greenpeace
TRIESTE. L'esposizione assicurativa ai combustibili fossili a livello globale del Gruppo Generali è inferiore allo 0,1% dei premi danni. Lo precisa Generali in una nota replicando a Greenpeace e Re:Common secondo cui il Leone assicura aziende del carbone. Generali spiega di avere interrotto i rapporti di business con 4 aziende su 8 che non avevano presentato piani per una transizione giusta, come riportato nella Relazione Annuale Integrata 2020. Nel periodo 2018-2020 «il Gruppo ha realizzato 6 miliardi di euro di nuovi investimenti green e sostenibili, superando con un anno di anticipo l'obiettivo strategico di 4,5 miliardi di euro entro il 2021».

 

 

Interferenze radio - Battaglia di confine al via - IL CONTENZIOSO SUI SEGNALI CHE ARRIVANO DALLA SLOVENIA
Guerra delle antenne tra emittenti italiane e slovene. Ieri è iniziato "a distanza" il confronto tra le parti in merito alla perizia preparata dal consulente tecnico di ufficio riguardo le interferenze sulle frequenze radio. Questa specifica vicenda (è in piedi anche un appello di Radio Maria in materia analoga su una sentenza del Tribunale di Gorizia) è quella di maggiore pertinenza triestina, in quanto attiene il contenzioso che coinvolge gli impianti di Conconello e di Chiampore da parte italiana, quello di Antignano da parte slovena. Ad avviare la causa in sede civile, dove il fascicolo è seguito dal giudice Filomena Piccirillo, il gruppo trevigiano E-Sphera (avvocati Piero Gerin e Felice Vaccaro), che lamenta le forti interferenze prodotte dalle attrezzature di Rtv Slovenija (avvocati Rado Race e Marco Jarc) che trasmettono da Antignano. A supporto di E-Sphera è intervenuto nel procedimento anche Rmc Italia (Marzia Amiconi). Lo Stato sloveno (avvocato Samo Sanzin) appoggia invece la propria televisione pubblica.

Magr.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 7 aprile 2021

 

 

Petizione sul Mercato coperto - Dipiazza: chiavi a disposizione

Oltre 1.600 adesioni alla mobilitazione anti grande distribuzione lanciata online da Adesso Trieste. C'è pure il dem Russo. Il sindaco: chi ha idee, si faccia avanti
Una petizione online per «salvare» il Mercato coperto è stata lanciata ieri da Adesso Trieste, raccogliendo oltre 1.615 adesioni in meno di ventiquattro ore. Ciò a seguito della notizia che il Comune di Trieste sta valutando la possibilità di dare in gestione la storica struttura di via Carducci a Lidl e Despar: nella lotta contro questa ipotesi i civici guidati da Riccardo Laterza trovano al loro fianco il candidato in pectore del centrosinistra Francesco Russo, che ha sottoscritto la loro raccolta firme, ma anche la lista civica Futura che candida a sindaco Franco Bandelli. Sia Adesso Trieste sia Futura avevano inoltre dedicato degli appuntamenti pre-elettorali al sito, immaginandovi una sorta di hub del chilometro zero e del piccolo commercio. Il sindaco Roberto Dipiazza tuttavia rilancia la sfida al mittente: «Le chiavi sono a disposizione, chi vuole se lo prende. Se siete capaci di rilanciarlo, oltre che di raccogliere firme, ben venga». Come a dire che dal punto di vista del primo cittadino chiunque è libero di presentare un progetto, non solo la grande distribuzione. La petizione chiede «alla giunta di bloccare immediatamente qualsiasi trattativa e aprire un percorso di coinvolgimento attivo della cittadinanza per riprogettare il Mercato coperto e il rione», sottolineando il «valore architettonico» e «sociale» dell'edificio. «Tra piazza Goldoni, piazza San Giovanni e Barriera ci sono almeno 5 supermercati - afferma Russo -. È proprio necessario farne un altro? Io penso di no. E penso a quando nel 2019 il sindaco Dipiazza per il Mercato coperto immaginava uno spazio dedicato alle eccellenze enogastronomiche del territorio, un punto di incontro per i cittadini, un attrattore per i turisti con una terrazza aperta al pubblico».Bandelli annuncia una conferenza stampa, venerdì mattina in via Carducci: «Ci auguriamo si vada oltre alle bandiere partitiche perché la trasversalità è l'unico mezzo per fermare la grande distribuzione. La città si mostri unita per salvaguardare un patrimonio di tutti. Siamo stufi di dover accettare, soprattutto in quest'ultimo periodo pre-elettorale, progetti senza una strategia complessiva». Nel frattempo sul web il dibattito è acceso. «Vi sono esempi virtuosi di recuperi di mercati in Europa - afferma un post virale del poeta e scrittore Luigi Nacci -. Ma potremmo anche fare qualcosa che ancora non c'è, qualcosa di nuovo, e farlo insieme, con la progettazione partecipata. Da anni alcune associazioni e molte persone si muovono in tal senso, basterebbe ascoltare. Il Mercato coperto è una casa del popolo. Dei piccoli». Questa la replica del sindaco Dipiazza: «Nessuno vuole farci un supermercato ma la verità è che da anni quel luogo langue. Prima ho fatto la scala mobile per andare al piano di sopra, poi ho tolto l'affitto. Ho fatto di tutto perché il Mercato coperto rimanesse tale ma la formula non funziona più: mancano persone che aprano attività all'interno. Abbiamo appena scartato un project financing perché 6 milioni di euro mi sembrano un po' tanti. Ora dico semplicemente - conclude Dipiazza -: queste sono le chiavi, il costo è zero euro. Chi vuole ha il mercato a disposizione. Se qualcuno ha idee si presenti: non polemiche, ma fare».

Lilli Goriup

 

SEGNALAZIONI - Mercato coperto - L'assegnazione agli stranieri

Caro direttore, leggo su "Il Piccolo" del 4 aprile, che l'amministrazione comunale boccia il progetto di un imprenditore locale per la valorizzazione del Mercato coperto, ritenendolo troppo oneroso per le casse comunali. Per contro, per risparmiare, l'amministrazione opterebbe per l'assegnazione dello spazio a due firme della grande distribuzione: entrambe straniere. Qualcuno in piazza dell'Unità d'Italia oltre a pensare al mero risparmio economico iniziale, ha pensato che l'imprenditore locale paga le tasse in Regione mentre le due imprese straniere molto probabilmente pagano gran parte delle loro tasse fuori Regione se non all'estero? Ovvero "meglio l'uovo oggi che una gallina domani"?

Bruno Spanghero

 

SEGNALAZIONI - Mercato coperto - Circoscrizione non consultata

Egregio direttore,ancora una volta i consiglieri della V circoscrizione vengono a sapere dai giornali dei progetti riguardanti il Rione di Barriera e san Giacomo. Si tratta delle notizie pubblicate sul quotidiano locale, nella giornata di Pasqua, che interessano il Mercato Coperto. Nessuna condivisione, nessun assessore che venga ad illustrare spunti ed idee per una costruzione collegiale di quella parte della città che ci riguarda. Il consiglio di circoscrizione nelle sue competenze ha la possibilità di indire delle assemblee pubbliche per invitare i cittadini ad esprimere il loro parere, che poi verrebbe condiviso con i rappresentanti in Comune, invece i progetti ci arrivano quasi sempre infiocchettati e pronti come un bel regalo. Ecco dimostrata la mancanza di rispetto, da parte di chi ci governa, non solo per i consigli rionali ma soprattutto per i residenti che potrebbero in tal modo esprimere le loro idee. Ci chiediamo se ci sia in questo momento l'esigenza dell'ennesimo grande supermercato e non vi sia altro modo di valorizzare il luogo e le attività esistenti.

Maria Luisa Paglia, capogruppo Pd V circoscrizione

 

Il parco Villa Necker riaperta - Il sostegno di Futura

Il Movimento Futura sostiene il Comitato che promuove l'apertura del giardino di Villa Necker plaudendo a un'iniziativa che intende restituire alla città un complesso dal grande valore storico. «Viste le nuove opportunità offerte dai fondi Ue per progetti di sostenibilità e verde pubblico - spiegano - ci pare il caso di predisporre uno studio approfondito».

 

SEGNALAZIONI - Un parco sul mare alla Lanterna

Gentile direttore, la lettera della dottoressa Stella Rasman pubblicata in "Segnalazioni" del 30 marzo tocca vari temi di grande attualità cittadina sui quali è in atto un acceso dibattito che registra profondi contrasti nella politica locale e tra i cittadini: dalla discussa scelta di adibire ad abitazioni private parte degli spazi di Porto Vecchio, alla sottovalutazione dell'importanza del tram de Opcina nell''immagine della città, dagli eclatanti preannunci di una ovovia e di un mega -aquario che dovrebbero richiamare enormi flussi turistici in una Trieste versione Disneyland, alla scarsa o nulla considerazione del valore storico e paesaggistico della Lanterna, non trascurabile pezzo di archeologia portuale ed assolutamente da valorizzare. Ebbene, proprio sulla Lanterna, oggi seminascosta da squallidi edifici amministrativi di scarso valore, la Rasman affaccia una proposta brillante e coraggiosa, atta a ridare respiro e visibilità a quel manufatto strettamente legato alla storia portuale e marittima di Trieste. Propone la Rasman, ed io condivido, di abbattere quei brutti edifici che affollano il molo attorniando e nascondendo la Lanterna, per fare posto ad un'area green de-cementificata, insomma un "parco sul mare ". .. in linea con l'attuale politica europea ed italiana della riconversione verde. Riuscirà il pensiero stupendo di Stella Rasman a sedurre anche gli anziani signori che proprio lì, accanto alla Lanterna, intendono insediare un ulteriore colosso di cemento contenente il "parco del mare" ovvero il mega-aquario?

Mario de Luyk

 

 

Lo sviluppo sostenibile del Porto Vecchio.

Oggi, alle 18.30, l'architetto William Starc, ex-dirigente pubblico e componente della rete civica triestina "Un'Altra Città", terra una video conferenza sui problemi e le potenzialità legate allo sviluppo sostenibile del Porto Vecchio. Per partecipare scrivere a centroveritas@gesuiti.it. Ssarà possibile seguire l'incontro anche sulla pagina Facebook del Centro culturale Veritas.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 6 aprile 2021

 

 

Parco di Villa Necker: per riaprirlo mille firme e iniziative nelle piazze - il tema del passaggio di proprietà dal demanio al comune

Da maggio la campagna del comitato nelle vie cittadine e sul web con un video. Obiettivo duemila sottoscrizioni

Mancano trenta firme per raggiungere il migliaio, l'obiettivo che si sono posti nel breve termine gli autori della petizione per riaprire al pubblico il parco di villa Necker, la sede del Comando militare dell'Esercito Friuli Venezia Giulia, stretto tra via dell'Università, via Belpoggio e viale Terza Armata. L'iniziativaIl Comitato "Ritorno al Parco", nato da un gruppo di residenti di San Vito, sta lavorando sul web per sollecitare la cittadinanza a partecipare al progetto che prevede il passaggio dell'area verde dal Demanio al Comune. La petizione verrà poi consegnata al sindaco Roberto Dipiazza. L'operazione che prevede l'area verde in capo al Municipio, hanno assicurato più volte il primo cittadino e l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, è in carico agli uffici da mesi ed è in attesa dell'ok da parte del Demanio stesso. Inoltre, spiega Giorgi, «stiamo attendendo dal Governo la nomina della nuova Commissione paritetica Stato-Regione, dove dovremmo discutere del passaggio non solo del parco di villa Necker, ma anche dell'ex museo del Mare, del museo de Henriquez e della pineta di Barcola. Se questi temi passano, poi si potrà continuare la trattativa con il Demanio, che per il parco in particolare è favorevole, ma le tempistiche sono lunghe. Io comunque firmerò il documento, che non va però girato al Comune bensì al Demanio». piazze e videoMa una volta raggiunti i mille firmatari, che cosa intende fare il Comitato? «Vorremmo arrivare a duemila e consegnare il documento a giugno al sindaco - spiega uno dei portavoce, Giuliano Gelci -. Per raggiungere tale cifra da maggio andremo nelle piazze e diffonderemo anche un video che stiamo preparando». Nelle intenzioni del Comitato c'è la volontà di «promuovere una gestione partecipata, una programmazione e la conduzione di questo bene comune - continua Gelci -, cercando per questo fine anche dei fondi europei. Ci appoggiano e hanno già firmato la petizione anche delle associazioni, che sono: Arci Servizio civile (un sodalizio di 40 associazioni), Legambiente, Wwf, Unione italiana sport per tutti, Amis Scout, Casa Internazionale delle Donne, Monte Analogo, Bioest, Urbi et Horti, Oltre quella sedia, Arci, Mai dire Mai e Museo della Bora».la politica A sostenere l'iniziativa si è palesata anche la realtà civica Adesso Trieste, che parteciperà alle prossime elezioni amministrative. «Adesso Trieste - afferma il portavoce Riccardo Laterza - sostiene la necessità di avere cura dei beni comuni, anche nel quadro di una gestione partecipata attraverso dei patti di collaborazione». Afferma poi Giulia Massolino, portavoce e coordinatrice dell'Assemblea ecologia di Adesso Trieste: «Nel nostro programma, che stiamo ultimando, la cura del verde urbano è fondamentale sia per questioni ecologiche sia perché avere aree verdi di qualità in ogni rione è un valore per la salute mentale, fisica e sociale».Anche il Pd si è mosso in questo senso depositando una mozione. «Chiediamo al sindaco - spiega il consigliere comunale Giovanni Barbo, primo firmatario - che intervenga con il Demanio militare per accelerare l'iter di consegna alla cittadinanza del parco di villa Necker». A questo proposito Gelci conclude: «Ci attendiamo che anche gli altri movimenti politici aderiscano a questa petizione perché il verde è di tutti».

Benedetta Moro

 

Ancora nessun progetto per Villa Haggiconsta - Giorgi: «Servono fondi» - la denuncia dell'AIAS
Villa Haggiconsta è, come villa Stavropulos e tanti altri edifici di proprietà del Comune, in attesa di una riqualificazione. Anche questo immobile ha fatto parte per un breve periodo della lista dei beni da alienare, per poi essere stralciato dall'elenco nel 2019 su richiesta anche di una petizione lanciata dall'Associazione per l'indipendenza, l'assistenza e la sicurezza delle persone con disabilità (Aias), ospite dell'immobile fino al 2008 assieme al Cem (Centro di educazione motoria), frequentato da 24 persone con disabilità. Ed è proprio l'Aias che accende nuovamente i riflettori sul destino del bene. «Dal 2008 - scrive la presidente Claudia Marsilio - l'edificio centrale è vuoto, senza alcuna manutenzione. Siamo usciti confidando nella promessa di un rientro dopo alcuni lavori di manutenzione, fatta dai rappresentanti del Comune e della Regione. Purtroppo, non solo la promessa non è stata mantenuta, ma è stato tutto lasciato in completo abbandono. Aias ha presentato varie richieste di comodato e il progetto per un Polo culturale e di inclusione aperto alla città. Oggi - continua - siamo ancora in attesa e, nonostante le sollecitazioni, non sappiamo quali siano le intenzioni del Comune, attuale proprietario, né della Regione che, donando al Comune il comprensorio, aveva posto la condizione di un suo riutilizzo. Aias confida nella collaborazione delle istituzioni per riqualificare l'edificio centrale e sta curando il parco». Richieste, queste, che l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi dice di conoscere bene, avendo avuto modo di confrontarsi con l'associazione, ma che non può accogliere per mancanza di fondi. «Ci vogliono circa 4 milioni per un progetto che preveda anche l'abbattimento delle barriere architettoniche, che il Comune però non ha. Per questo avevamo inserito la villa nel piano alienazioni - spiega -. Con i soldi avremmo comprato un altro immobile da dedicare alla disabilità. Ma l'associazione ha detto no. Essendo bene pubblico, per metterlo a disposizione dell'associazione, servono un progetto e qualcuno pronto a investire: se l'associazione li trova, sono disposto a firmare una lettera d'intenti».

B. M.

 

 

"Mujainbici": trenta chilometri di piste per la Muggia di domani
Il progetto prevede 5 itinerari per le due ruote che vanno dal mare alla collina - Gli appassionati: «Cambiamo il modo di vivere la città in sicurezza e libertà»
Muggia. La federazione dei ciclisti muggesani Fiab Muggia Ulisse, cui era stato chiesto un parere dal Comune di Muggia nel quadro della stesura del Biciplan - il piano della mobilità ciclistica comunale - ha elaborato la propria proposta, che si chiama "Mujainbici", una rete ciclabile di 30 chilometri, esattamente 29 chilometri e 390 metri, suddivisa in cinque itinerari, presentata online lo scorso venerdì. Gli itinerari sono denominati Parenzana, di 890 metri; Mujasulmar, di 9 chilometri 598 metri da via Flavia a Lazzaretto; le Vie Deisalineri, di 7 chilometri 863 metri; Deifioi, di 2 chilometri 484 metri, che si snodano nella zona delle scuole cittadine e degli impianti sportivi, e Deimonti, di 8 chilometri 520 metri, che conduce da San Floriano a molo Balota. «Sappiamo - spiega Jacopo Rothenaisler, responsabile della locale sezione Fiab e coautore della proposta - che i ciclisti potenziali sono numerosi perché a quasi tutti piace andare in bicicletta in presenza di un minimo di condizioni favorevoli. Il piano intende mostrare la via da seguire per muoversi in libertà e sicurezza. Dobbiamo agire sullo spazio urbano e cambiare il modo di vivere la nostra città: le strade sono spazi a più usi da condividere equamente. Occorre ridurre il traffico, moderare la velocità, perché la strada, cardine della socialità cittadina, è di tutti». «Nella nostra proposta - ricorda Marco Finocchiaro, consigliere comunale ex dem ora nel gruppo misto, coautore delle 45 pagine di elaborato inviate da Fiab al Comune - ci siamo attenuti strettamente alle indicazioni di legge, anche perché finalmente possiamo dire che la nostra legislazione è adeguata alle migliori esperienze europee e consente il cambiamento del modo di vivere e di muoversi in città che desideriamo soprattutto per le componenti più fragili, pedoni, bambini, anziani. Quello che proponiamo non sono linee tracciate su una planimetria, ma si tratta di interventi immediati e a bassissimo costo, come le corsie ciclabili e altri provvedimenti, che possono dare continuità immediata ai percorsi ciclabili e trasferire il traffico tradizionale sulla bicicletta». Luca Mastropasqua, presidente della Fiab triestina e muggesana, si è detto estremamente soddisfatto del lavoro: «Dimostriamo ancora una volta la costante collaborazione con le pubbliche amministrazioni e, permettetemi, la qualità delle nostre proposte. Agli amministratori e ai cittadini diciamo che non è difficile pensare a come dovrebbe essere organizzata una città vivibile. È sufficiente chiedersi quali cambiamenti dovremmo introdurre affinché un proprio figlio o nipote possa raggiungere da solo in sicurezza la propria scuola o gli amici con cui giocare in uno spazio pubblico come facevamo in un tempo non lontano».

Luigi Putignano

 

 

Da Chiampore a Zindis le 23 zone dove curare aree verdi e spazi urbani - a Muggia torna il progetto di Cittadinanza Attiva
Muggia Sarà pubblicato nei prossimi giorni il bando pubblico per aderire, in forma singola o associata, al progetto di Cittadinanza attiva nel Comune di Muggia. Il progetto, attivo dal 2016, ha visto, l'anno scorso, la sottoscrizione di numerosi patti di collaborazione. Si è trattato prevalentemente di interventi di manutenzione e pulizia di aree verdi e di spazi urbani. Secondo l'iter ormai consolidato, il Comune prevede esenzioni oppure riduzioni dei tributi locali o dei canoni, che verranno applicate sulle imposte-canoni dovuti nell'anno successivo rispetto a quello in cui l'intervento viene realizzato. «Novità di quest'anno - ha spiegato il vicesindaco di Muggia con delega alla cittadinanza attiva, Francesco Bussani - è stata l'introduzione dell'opzione aggiuntiva di un corrispettivo economico in alternativa alle detrazioni delle imposte a fronte del servizio reso. Tutto ciò - ha aggiunto il vicesindaco Bussani - per rispondere alla continua evoluzione del sistema tributario, che rende sempre più complessa la gestione delle esenzioni o delle riduzioni dei tributi locali». Il Comune ha individuato 23 aree di intervento: l'area verde attrezzata di Aquilinia; le aree verdi attrezzate di Montedoro, di Zindis, di via San Giovanni, salita di Muggia Vecchia, di via Mazzini, all'incrocio tra via Frausin e via Matteotti, di largo Caduti, sotto il castello, l'area gioco della scuola di Zindis, la ciclabile Parenzana, l'area del porticciolo e zone limitrofe, il lungomare Venezia, le aree verdi del ex comprensorio Teseco, della chiesetta di San Francesco, del teatro "Verdi", del piazzale Alto Adriatico, dei giardini Europa e le sue adiacenze, di piazzale Caliterna, i laghetti delle Noghere, la strada per le saline, la strada per San Floriano, e lo spazio pubblico di Chiampore.

L. P.

 

 

Banchine elettrificate per dimezzare l'impatto del porto entro il 2026 - IL FUTURO DELL'ELETTRICITA' A TRIESTE
La proposta nel Recovery permetterà di spegnere i motori delle navi ormeggiate e prevede anche la creazione di una rete intelligente a beneficio di tutta la città
Trieste. Tutto comincia dalla necessità di ridurre l'inquinamento che deriva da un porto in crescita. I moli del futuro permetteranno alle navi ormeggiate di alimentarsi direttamente dalla rete elettrica, potendo così spegnere i propri impattanti generatori a gasolio. Portacontainer, traghetti e navi da crociera producono oggi a Trieste 140 mila tonnellate di Co2 all'anno: con le risorse del Recovery Plan, l'Autorità portuale conta di dimezzare le emissioni entro il 2026. Per riuscirci, bisognerà però raddoppiare da 150 a 300 megawatt la quantità di energia che arriva in città. Nasce da qui l'alleanza che AcegasApsAmga, Terna e Authority hanno stretto nei mesi scorsi e che non si limiterà alla transizione energetica del porto, ma darà il via alla nascita di una rete elettrica intelligente, sempre più basata su fonti rinnovabili. Il cold ironing - Il Piano nazionale di ripresa e resilienza stanzia un miliardo per l'elettrificazione dei porti, che in gergo tecnico si chiama cold ironing. Ne beneficerà anche Trieste: nel pacchetto da oltre 400 milioni per lo scalo, ci sono 30 milioni per portare l'elettricità in Porto Vecchio e al Molo Bersaglieri per le navi da crociera, al Molo VII per le portacontainer e nell'area del Molo V e Riva Traiana per i traghetti ro-ro. La Piattaforma logistica ha già in piedi un progetto autonomo: Hhla è leader mondiale nel perseguimento di una logistica a basso impatto. Non si prevede l'elettrificazione per il terminal petroliere Siot, a causa della presenza di materiali infiammabili. Altri 6 milioni andranno alla banchina di Porto Rosega a Monfalcone. I tecnici dell'Authority stanno curando la progettazione delle sottostazioni elettriche da realizzare presso i vari moli e presto sarà bandita la gara per i lavori, con la convinzione che si possa finire nel 2026, entro i limiti del Recovery. Ogni banchina sarà dotata di una centralina che alimenterà le navi da terra, consentendo di spegnere i motori che oggi restano accesi anche in ormeggio con il loro portato di inquinamento e rumorosità. Una nave da crociera da sola consuma però un sesto dell'elettricità dell'intera Trieste e, senza in incremento dei volumi di energia diretti verso la città, l'aggancio del porto alla rete manderebbe al buio mezza Trieste. I vantaggi per l'ambiente - Nel 2019 uno studio dell'Autorità portuale ha calcolato le emissioni di anidride carbonica causate dalle attività dello scalo (navi, mezzi di lavoro, climatizzazione ecc.). Due terzi delle emissioni è dovuto alle navi: l'impatto dei generatori in ormeggio produce 128 mila tonnellate di Co2 all'anno (il 65,4% dell'inquinamento creato dal porto), cui si aggiungono 16 mila tonnellate per accosti e manovre (8,1% del volume complessivo). Le banchine elettrificate abbatterebbero 65 mila tonnellate di anidride carbonica. Si tratta dell'intervento più significativo, ma l'Ap sta procedendo anche alla sostituzione dei mezzi su gomma con veicoli elettrici e alla realizzazione di colonnine di ricarica: in due anni la trazione elettrica sarà lo standard. Potenza raddoppiata - Una nave da crociera assorbe 20 megawatt, una portacontainer 10-12 e un traghetto ro-ro 7. Considerando la presenza contemporanea di più navi, si capisce come il porto elettrificato diventerà altamente energivoro, con consumi che potrebbero arrivare a 80-100 megawatt. Nel giro di un decennio, lo sviluppo dello scalo e l'incremento dei consumi privati e industriali renderà necessari altri 150 megawatt, che si aggiungono ai 100-150 consumati oggi a Trieste. Ma da dove tirar fuori la nuova elettricità? La risposta è nelle mani di Acegas e Terna, cui spetterà raddoppiare l'attuale capacità, venendo incontro alle esigenze del porto e approfittando per aggiornare le infrastrutture di Trieste. Per il rafforzamento della linea sono allo studio tre opzioni: una nuova rete aerea ad alta tensione da Redipuglia a Padriciano che arrivi poi sul mare grazie a un percorso interrato, il passaggio dall'Isontino a Trieste attraverso la rete slovena o la posa di cavi sottomarini. Quest'ultima ipotesi avrebbe il vantaggio di ridurre l'impatto visivo dei piloni, ma va valutata la compatibilità con la navigazione in porto. L'ultimo miglio sarà rappresentato dalle sottostazioni create sui moli, che alimenteranno prese mobili sistemate su grandi carrelli capaci di adattarsi all'attacco delle navi. Quelle attrezzate allo scopo sono sempre di più: solo Msc ne ha un centinaio alimentabile da rete elettrica. La smart grid in cittàIl progetto per lo scalo è diventato la scintilla per un piano riguardante anche la rete cittadina, che oggi alimenta Trieste attraverso 4 sottostazioni (Broletto, Roiano, Rozzol e Padriciano), che trasformano l'alta tensione fornita da Terna nei classici 230 volt da portare nelle case. In pieno lockdown, Ap, Acegas e Terna si sono messe a studiare lo sviluppo delle reti interne ed esterne al porto. Il faro è il New Green Deal europeo, che entro il 2050 punta a "emissioni zero". E allora via all'impiego di energia solare ed eolica per andare verso la transizione ecologica alla base dei piani Ue. A Terna spetterà assicurare la maggiore portata della linea che arriva a Trieste, per rispondere alle necessità del porto e a consumi civili e industriali che, secondo Acegas, cresceranno del 18% in dieci anni, soprattutto a causa della nuova mobilità elettrica e delle connesse esigenze di ricarica. Acegas sta ragionando invece su come impiegare al meglio l'energia attraverso alla creazione di reti intelligenti, basate su accumulatori di ultima generazione, che permettono di immagazzinare e gestire al meglio l'energia prodotta grazie al fotovoltaico e a piccoli impianti eolici, che potrebbero fare la propria comparsa anche nelle aree portuali. Per dare vita al progetto complessivo, Acegas e Terna hanno chiesto 15 milioni sul Pnrr, cui aggiungeranno risorse proprie. Le fonti rinnovabili segnano il passaggio da centrali di grandi dimensioni a una produzione diffusa. Le reti smart nascono anzitutto per questo, davanti alla necessità di avere un sistema che non si limiti a distribuire l'energia, ma che si appoggi ai singoli cittadini per produrla, che la raccolga senza sprechi e gestisca infine la discontinuità inevitabile quando si parla di sole e vento. Servono sistemi di accumulo per rendere il sistema più stabile e rimediare alla non contemporaneità fra produzione e consumo, permettendo di rispondere ai picchi dell'attività industriale o di quella portuale. Le smart grid aiutano a non disperdere energia grazie a sistemi che fanno percorrere agli elettroni il percorso più breve possibile fra luogo di produzione e di consumo. Quando invece non sarà possibile un consumo in diretta di quanto prodotto, l'elettricità sarà immagazzinata per non sprecarne le eccedenze e verrà rimessa in circolo al momento opportuno. La rete cittadina e quella dello scalo saranno inoltre collegate tra loro attraverso la posa di nuovi cavi, in modo che l'una possa aiutare l'altra in caso di malfunzionamenti prolungati. La rivoluzione dell'elettricità è alle porte e gli sviluppi si vedranno in dieci anni: si tratta di idee in cantiere da tempo e di cui il Recovery rappresenta ora un importante acceleratore.

Diego D'Amelio

 

«Sviluppo e sostenibilità viaggiano assieme - La blue economy può inquinare molto meno»
L'esperto di economia del mare Ghribi sfata il mito del 100% green «Dobbiamo crescere o avremo le emissioni degli altri senza profitti»
Trieste. Sviluppo e tutela dell'ambiente devono e possono marciare insieme. Ne è convinto Mounir Ghribi, coordinatore della Blue Growth Initiative dell'Istituto nazionale di oceanografia e geofisica sperimentale di Trieste. Secondo Ghribi, «non dobbiamo cadere nella trappola del "green" al 100% o i vicini si svilupperanno e a noi resterà solo il loro inquinamento». Quali sono i pericoli per l'ambiente derivanti dalle attività portuali? «Anzitutto, parliamo di attività che hanno impatto tanto sul mare quanto sulla terra, dove si sviluppano infrastrutture e servizi. Sul mare il pericolo maggiore sono le perdite di carburante, ma c'è pure l'impatto che non si vede: quello acustico e, come succede a Venezia, l'erosione che le onde sollevate dalle navi creano sulle coste. L'inquinamento atmosferico da Co2 è quello che ricade anche a terra, dove c'è pure l'impatto di industrie e camion». Cosa dobbiamo attenderci dallo sviluppo del porto? «Un porto genera profitti e ricadute ambientali, ma non dobbiamo finire nella trappola di voler ricercare un'economia totalmente green. Da ingegnere ambientale, dico che il porto offre grandi opportunità di crescita e proprio la crescita permetterà di risolvere i problemi ambientali. Trieste è in concorrenza con Capodistria, che è il porto di un paese intero: se non cresciamo noi, cresceranno i vicini e noi avremo il loro impatto ambientale senza godere dello sviluppo». È possibile unire sviluppo e sostenibilità? «Il compromesso è possibile e su questo si basa la blue economy. Abbiamo distrutto la terra e stiamo cercando di rimediare. Bene, i nostri mari hanno grande potenziale di crescita ma dobbiamo difenderli, con uno sviluppo sostenibile, smart e inclusivo». Elettrificare i moli è un pezzo della strategia? «Le navi non possono più stare ferme in porto consumando carburante. L'elettrificazione garantirà un risparmio importante di emissioni. Secondo l'Ue, con comportamenti corretti, la blue economy può segnare un risparmio di 276 milioni di tonnellate di Co2 all'anno. L'elettrificazione è una di queste azioni, ma servono anche energie rinnovabili, carburanti più puliti, una programmazione che eviti troppe navi in porto assieme e la buona gestione del traffico a terra, attraverso la digitalizzazione. Bisogna togliere i camion dalla strada e l'Autorità portuale lavora bene sull'uso della ferrovia». Un porto può funzionare solo con fonti rinnovabili? «Un sistema circoscritto come il porto può ricavarne grande aiuto. Non ci sono solo eolico e solare, ma anche splendidi progetti per produrre energia da onde, maree e correnti. E non dimentichiamo l'idrogeno, che può essere cardine nel processo di decarbonizzazione: abbiamo importanti professionisti a Trieste nel campo». Ha senso parlare di tutto ciò senza accorciare le catene di fornitura? «Le catene vanno accorciate, ma il "chilometro zero" è difficile, perché il mercato è globale e i prodotti arrivano da lontano, generando inquinamento ma anche valore per i tanti soggetti coinvolti dalla produzione al trasporto». Dovevamo attendere una pandemia per cominciare a pensare a tutto questo? «Il Covid ci ha fatto vedere la debolezza del sistema. È una di quelle crisi che diventano opportunità: una scossa potente per capire che dobbiamo resettare il sistema economico e ricominciare. Ora dobbiamo lavorare per il cambiamento in tutti i settori e la blue economy è uno di quelli su cui puntare».

Diego D'Amelio

 

 

Capodistria-Divaccia - Il Pd boccia il tracciato Vito: «Roma intervenga» - infrastrutture e ambiente
TRIESTE. Continua la polemica tra Regione Friuli Venezia Giulia e governo della Slovenia sul tracciato del raddoppio del binario della tratta ferroviaria Capodistria-Divaccia, opera che ricade nella strategia nazionale delle infrastrutture di Lubiana vista l'importanza che assume per lo sviluppo della logistica del Porto di Capodistria.Dopo la dura presa di posizione dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro anche il Pd non lesina critiche al progetto. «La Regione guidata dal centrosinistra ha bocciato il progetto sloveno del raddoppio della Divaccia-Capodistria già nel 2013, quando la Giunta Serracchiani ha rilasciato parere sfavorevole alla proposta dalla Slovenia. La bocciatura è arrivata per la mancanza di sicurezze sulla compatibilità ambientale dell'opera. Su input della Regione lo stesso anno il ministero dell'Ambiente italiano aveva inviato alla Slovenia un nota che sollevava grandi perplessità sull'impatto ambientale dell'opera. E anche nel 2015 abbiamo ribadito la richiesta di chiarimenti a fronte delle criticità ambientali emerse». Lo afferma la responsabile Ambiente del Pd Fvg Sara Vito, commentando la notizia della firma che stabilisce nel prossimo maggio l'inizio dei lavori per la costruzione del primo tratto del secondo binario del collegamento ferroviario strategico Capodistria-Divaccia.«Le ragioni della nostra opposizione sono tuttora valide - aggiunge il segretario regionale Pd Fvg Cristiano Shaurli - perché la Slovenia non ha ancora dato elementi di rassicurazione. Perciò chiederemo alle nostre parlamentari di attivarsi formalmente presso il governo nazionale».«Ricordiamo l'opposizione al rigassificatore della Slovenia che - ricorda l'ex assessore regionale - ha portato le sue istanze su tutti i tavoli bilaterali per preoccupazioni ambientali. Quella era anche una nostra battaglia ma ora che gli interessi sono solo sloveni - conclude Vito - chiediamo la stessa attenzione agli impatti transfrontalieri».

 

 

Domani Lo sviluppo sostenibile del Porto Vecchio

Domani, alle 18.30, l'architetto William Starc, ex-dirigente pubblico e componente della rete civica triestina "Un'Altra Città", terra una video conferenza sui problemi e le potenzialità legate allo sviluppo sostenibile del Porto Vecchio. Per partecipare scrivere a centroveritas@gesuiti.it. Sarà possibile seguire l'incontro anche sulla pagina Facebook del Centro culturale Veritas.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 4 aprile 2021

 

 

Raddoppio Capodistria-Divaccia - Scoccimarro: «Bloccare i lavori»
Secondo l'assessore regionale il cantiere rischia di creare gravi danni all'ecosistema della Riserva naturale della Val Rosandra
«Ribadiamo il no assoluto della Regione alla seconda linea della ferrovia Capodistria-Divaccia come attualmente progettata, perché il cantiere rischia di creare danni ambientali irreversibili per la Riserva naturale della Val Rosandra a Trieste. Nell'ambito dei rapporti con l'Italia e con il Friuli Venezia Giulia non è accettabile che il governo sloveno dimostri insensibilità al tema ambientale e non applichi i protocolli previsti dai rapporti internazionali».Lo ha dichiarato l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente, Energia e Sviluppo sostenibile, Fabio Scoccimarro, secondo il quale «è necessario scongiurare il rischio che si verifichi un disastro ambientale. Come evidenziato agli incontri bilaterali Italia-Slovenia e nelle missive all'ex presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte e all'ex ministro dell'Ambiente Sergio Costa, con lettera a firma del governatore Fedriga, oltre che durante i colloqui con i vertici del Mae le gallerie sotterranee previste dal progetto sloveno rischiano di provocare il prosciugamento dei torrenti Rosandra e Ospo. Un pericolo concreto, più volte sottolineato dalla Regione Friuli Venezia Giulia negli ultimi due anni, che è stato confermato anche dal parere negativo sull'opera espresso dello Stato italiano. Nonostante gli accordi internazionali prevedano per questo tipo di opera il parere favorevole anche del nostro Paese, pare che le autorità slovene vogliano comunque dare il via ai cantieri».«Far parte dell'Unione non significa solo poter accedere ai finanziamenti europei, che nel caso di quest'opera ammontano a oltre 100 milioni di euro, ma anche rispettare gli accordi comunitari e confrontarsi con gli altri Stati per raggiungere obiettivi comuni, tra i quali quello prioritario della tutela dell'ambiente. Le azioni del Governo di Lubiana hanno suscitato la contrarietà degli ecologisti sloveni, ai quali auspico che finalmente facciano eco quelle degli omologhi italiani. Nei prossimi giorni incontrerò esponenti del nuovo governo cui ribadirò le nostre preoccupazioni e chiederò anche ai nostri parlamentari europei, un intervento di massima urgenza per bloccare l'imminente partenza del cantiere».

 

 

La centrale di Krsko si ferma per il cambio del combustibile
Dal primo aprile e per 35 giorni l'impianto nucleare resterà staccato dalla rete energetica nazionale della Slovenia
LUBIANA. Dopo un anno e mezzo di funzionamento, la centrale nucleare di Krsko è stata scollegata dalla rete. Nessun incidente o mal funzionamento, spiegano i responsabili dell'impianto, la centrale ha completato il 31° ciclo del combustibile nucleare e quindi deve fermarsi per ragioni di sicurezza. Il reattore sarà completamente smontato, rimontato e, ovviamente, opportunamente revisionato. Serviranno in tutto 35 giorni di lavoro con 1.800 persone impegnate, dal muratore all'ingegnere nucleare. Non siamo certo di fronte a un'operazione semplice e i dati correlati parlano chiaro: quattromila ordini di lavoro, circa 40 mila attività connesse alla revisione e, come detto, circa 1.800 lavoratori. Tutta l'opera è gestita e supervisionata dai dipendenti della centrale nucleare di Krsko (Nek). Dopo diciotto mesi di lavoro e più di 8,5 miliardi di chilowattora di elettricità prodotti, l'impianto è stato escluso dalla rete energetica nazionale, come ha spiegato il presidente del cda Stane Rozman. «Dal primo aprile la centrale di Krsko è stata fermata per espletare tutte le operazioni necessarie per il rimontaggio, operazioni che dureranno 35 giorni». L'essenza della revisione è costituita dalla sostituzione del combustibile nucleare, ha precisato Rozman, oltre a una serie di ispezioni e aggiornamenti. «Il secondo step - ha spiegato ancora il presidente - è costituito da una serie di ispezioni, in particolare quelle collegate ad apparecchiature e a componenti del circuito primario. Il terzo step consiste nella manutenzione preventiva nel campo delle apparecchiature hardware, elettriche e di strumentazione. Il quarto e ultimo step è rappresentato da tutta una serie di aggiornamenti o modifiche del sistema tecnologico». In base ai costi delle precedenti revisioni e sostituzioni del combustibile, l'intera operazione presenterà un conto di oltre 100 milioni di euro. Tutte le attività di revisione alla centrale di Krsko saranno monitorate dall'Amministrazione per la sicurezza nucleare della Repubblica di Slovenia (Ursjvs), che ha annunciato di aver ispezionato e approvato l'attuazione di alcune attività durante e prima della revisione. L'Amministrazione sarà costantemente presente durante la revisione a Krsko e l'assistenza sarà offerta da esperti di organizzazioni autorizzate nazionali ed estere. La centrale potrà ricominciare a generare elettricità solo dopo che le organizzazioni autorizzate e l'Ursjvs avranno confermato che tutto il lavoro è stato svolto correttamente, che tutti i test hanno avuto successo e che la sicurezza nucleare è stata adeguatamente curata. Queste misure dovrebbero consentire anche di ottenere un impatto minimo della centrale elettrica sull'ambiente. Nella relazione sulle operazioni dello scorso anno, la centrale nucleare di Krsko ha annunciato che avrebbe introdotto una strategia di digitalizzazione a lungo termine in importanti sistemi di centrali elettriche, basata sulle esigenze degli utenti finali. La vecchia centrale, dunque, nata ancora nell'oramai morta e sepolta Jugoslavia, viene sfruttata al massimo e questo in attesa che parta il progetto per la costruzione del secondo reattore nucleare. Un progetto che si stima costerà tra i 3,5 e i cinque miliardi di euro, mentre gli oppositori dell'energia nucleare avvertono che l'importo finale della costruzione di Krsko 2 sarebbe compreso tra sei e sette miliardi.

Mauro Manzin

 

Questioni ambentali - Il raddoppio
Si prevede che l'energia nucleare svolga un ruolo importante nella trasformazione della Slovenia in una società a basse emissioni di carbonio. «L'energia nucleare svolge un ruolo importante nella produzione di elettricità a basse emissioni di carbonio e pertanto prevediamo il suo utilizzo a lungo termine dopo la fine del ciclo di vita della centrale esistente. È importante garantire un funzionamento sicuro, nonché una strategia adeguata e risorse per una gestione responsabile ed economica dei rifiuti radioattivi», scrive il ministero delle Infrastrutture.

 

Gli incidenti - resta la paura
Il futuro della centrale di Krsko non è ancora certo. Da molti anni sono stati evidenziati dagli Stati vicini le preoccupanti condizioni in cui versa, situazione messa in rilievo da numerosi episodi di allarme. Nel 2008 una fuga di acqua di raffreddamento del reattore, nel 2007 la centrale venne isolata e chiusa per un mese per interventi urgenti che non furono mai comunicate, come si dovrebbe da procedura in sede europea; nel 2005 il reattore è stato arrestato per problemi al sistema di contenimento dei vapori.

 

 

Gli esercenti: «Solo pedoni in via Madonna del Mare»
Lettera di chi lavora in zona al Comune: strada libera dalle auto almeno d'estate - Dipiazza possibilista: prima l'introduzione del senso unico in giù in via San Michele
Dagli esercenti attivi in zona parte la richiesta di pedonalizzare via Madonna del Mare, perlomeno d'estate. E il sindaco Roberto Dipiazza apre all'idea: «Per me si può fare, rendendo via San Michele a senso unico in giù». Ma tra gli stessi soggetti che lavorano attorno a quell'asse non c'è unanimità: c'è pure chi è contrario. E in Cittavecchia si riaccende il dibattito. Secondo i promotori dell'iniziativa, escludere il traffico significherebbe venire incontro ai locali penalizzati dai lockdown: così si attirerebbe un maggior numero di clienti, liberi di stazionare in mezzo alla strada, a maggior ragione nei mesi più caldi. «Mi rendo conto che la città non può ruotare attorno a un gruppo di commercianti - spiega il titolare del Knulp Fausto Vilevich - ma se si potessero combinare le nostre esigenze con quelle di una mobilità diversa vinceremmo tutti. È da un anno che siamo chiusi o lavoriamo a mezzo regime: una situazione già grave fra pochi mesi rischia di diventare un disastro. Con l'estate si spera nelle riaperture. Ma ad esempio noi abbiamo solo posti all'interno del locale. Essendo affacciati sulla strada, non c'è spazio per i dehors. Pedonalizzare per noi sarebbe vitale». Ecco perché Vilevich e altri sette imprenditori della zona hanno inviato una lettera agli assessorati comunali a Urbanistica e Attività economiche: «Nel tratto di strada fino all'incrocio con via del Bastione operano tre ristoranti, un residence, un negozio di abbigliamento, un bar-libreria e un negozio di gastronomia - si legge nel documento -. Inoltre i marciapiedi a stento permettono il passaggio di una persona. Considerando anche il tratto di via Cavana ci sono inoltre una pizzeria, una macelleria e una panetteria». Tra i firmatari non solo bar, ristoranti e strutture ricettive, come ad esempio Bierstube, Tavernetta e Residence del Mare. Ma anche il negozio di abbigliamento Bardot: «Tutte le città europee hanno il centro storico pedonalizzato - afferma la titolare Isabella Bullo -. Non si tratta solo di commercio ma anche di smog e sicurezza dei pedoni». Dopo aver appreso dell'iniziativa, si aggiungono al coro pure il Bar Sofia e la Trattoria Alla Valle, guidata da Paolo Bidisnich: «A me basterebbe poter mettere quattro tavolini fuori, sulla piazzetta - dice Bidisnich -. Ma ben venga chiudere la strada, sarei d'accordissimo». Alla porta accanto è tuttavia «assolutamente contrario» Pino Giarmoleo della Cantina Istriana: «Senza auto i fornitori non potrebbero fare carico scarico e i clienti non passerebbero con le auto. Sarei contento per Paolo, se potesse mettere i tavolini fuori, ma pedonalizzare mi sembra esagerato». Contrari pure Francesco e Irene, animatori dell'associazione Polvere d'Arte, a loro volta timorosi che possa essere penalizzato il flusso di persone verso lo studio artistico. Questo l'indirizzo del sindaco Dipiazza: «Dopo aver reso via San Michele a senso unico in giù, vorrei chiudere al traffico tutto il primo tratto di via Madonna del Mare». Resta da vedere se si potrà chiudere la strada in questione già da quest'estate, quando la parallela via San Michele sarà temporaneamente pedonalizzata per lavori pubblici, o se occorrerà attendere la svolta urbanistica definitiva.«Farò quanto in mio potere per venire incontro alle esigenze dei commercianti», aggiunge l'assessore alle Attività economiche Serena Tonel, mentre l'assessore all'Urbanistica Luisa Polli specifica: «Via Madonna del Mare è l'unica strada in salita verso San Giusto, vi passa la 24, ci sono una casa di riposo e molti residenti anziani, queste le difficoltà logistiche. Ma una soluzione si può trovare, non siamo contrari. Avevamo già analizzato la situazione, a seguito di una richiesta analoga. Dirò agli uffici di tirare fuori le carte per trovare il giusto equilibrio tra interessi contrapposti».

Lilli Goriup

 

 

Non solo porto e turismo: a Trieste l'industria verde
Non di solo porto e turismo Trieste rivivrà: ci vuole l'industria. Non una manifattura pesante e sporca da anni Settanta, bensì industria leggera, non inquinante, ad alta tecnologia e specializzazione, che s'integri con la vocazione ai servizi del capoluogo e insieme la alimenti e ne stimoli lo sviluppo. Per questo è da salutare con favore il possibile insediamento della Danieli, insieme con l'ucraina Metinvest, per la creazione di un impianto per la lavorazione dell'acciaio - nulla a che vedere con la dismessa Ferriera - nella zona delle Noghere, non distante dalle banchine che saranno gestite dal governo ungherese, per un investimento da centinaia di milioni di euro e centinaia di nuovi addetti. È d'industria nuova e "verde" che abbiamo bisogno, avanzata e competitiva. Un tassello senza il quale la nostra economia territoriale rimarrebbe un puzzle scombinato e irrisolvibile. Non è agevole parlare d'industria a Trieste: siamo una città che non l'ama, non la capisce, la ritiene una fastidiosa incombenza di cui altri possono occuparsi. Come tutte le terre di mare e di confine, amiamo lo scambio e la transitorietà, la volatilità dei commerci e la mutevolezza di quel che passa di mano; non la molesta fissità di uno stabilimento che impesta l'aria e sporca le tute e incorpora il rischio d'impresa. Il rischio non fa per noi, ci mancano l'ardore dell'intrapresa e il culto del sacrificio. All'avventura preferiamo il disincanto; all'audacia, un salace distacco. Prosperammo nel supportare il rischio altrui, figliando le grandi case assicurative dalle compagnie di navigazione. Alla vita di stabilimento opponiamo la vita contemplativa. Siamo agli ultimi posti in Italia per quota di reddito derivante dall'industria, e non ce lo possiamo permettere. Il Covid ha approfondito fragilità già esistenti: un tessuto commerciale devastato dal commercio elettronico subito dopo i mega-centri, un turismo ancora imberbe e comunque non risolutivo, un porto superbamente rilanciato ma da solo non bastevole, se le merci si limiteranno ad andare e venire per origini e destinazioni a noi estranee. Trieste è un mosaico: ne ha il fascino e l'azzardata complessità, per la quale una tessera mancante inficia l'ordito. Ebbene, proprio nell'anno più difficile che la storia recente ricordi, il mosaico sembra comporsi. Abbiamo una disponibilità di aree industriali libere che ha pochi confronti nel Nord Italia. Sullo scalo, che vive una stagione di rinascita senza precedenti, si sono calamitati partner europei come il porto di Amburgo, l'interporto di Duisburg e lo stesso governo di Budapest, a comporre una sfera d'interessi e traffici di respiro continentale e proiettata a Est. La nascita di grandi spazi e trasporti retroportuali (piattaforma logistica e rete ferroviaria) sta rendendo lo scalo un moderno sistema integrato, in cui quel che c'è prima e dopo lo sbarco è più importante della banchina stessa. I benefici unici del punto franco, se ci riuscisse di sbloccarli a Roma dove continuano a essere vergognosamente impantanati (ed è così da decenni!), sarebbero un fattore ulteriore per l'attrazione delle imprese industriali tecnologicamente avanzate di cui abbiamo, per l'appunto, bisogno come l'aria. Ci piace pensare al progetto di Danieli come all'emblema di una fertile integrazione delle due aree regionali, la vocazione ai servizi di Trieste con il tessuto imprenditoriale friulano. Il parco scientifico e un ateneo che funziona creano il contesto ideale per alimentare saperi e risorse, e per attirare alla città i talenti che l'animeranno ulteriormente. Se tutte queste si confermeranno le tessere di un mosaico completo, o prospettive illusorie per una città avvinghiata alle proprie complessità, dipenderà da noi. E la cartina di tornasole sarà per l'appunto la nascita e l'insediamento di aziende industriali innovative e rispettose dell'ambiente. Una città in cui si producono "cose" valorizza anche i servizi con cui i prodotti arrivano e partono e vengono assicurati, come pure la qualità della vita di chi ci lavora, la visita e ne scopre l'unicità. La vecchia Ferriera non c'è più. È il momento di superarla anche nell'animo.

Roberto Morelli

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 3 aprile 2021

 

 

Mancano risorse e piani di recupero. Trenino dimenticato in Porto vecchio.

Dopo il lancio del 2016 oggi "dorme" tra erba alta e degrado. A bloccarlo e' pure la burocrazia. L'appello delle associazioni.

Fermo tra erba alta, rifiuti ed edifici fatiscenti, ma bloccato anche da una burocrazia complessa e da diverse proprietà. Il trenino del Porto Vecchio resta parcheggiato, inutilizzato e parzialmente dimenticato all'interno dell'antico scalo, visibile dal parcheggio del Molo IV. Con la sua motrice di un giallo acceso e con i vagoni colorati è difficile non notarlo, a pochi metri dalla recinzione, come nei giorni scorsi è successo a un lettore, che ha scritto alla nostra redazione. Per il momento non è atteso nessun intervento di recupero, e i convogli sono destinati a rimanere dove sono. Ma il sindaco Roberto Dipiazza non esclude che in futuro possa rimettersi in marcia. Alle spalle del trenino, diventato famoso soprattutto per aver portato triestini e turisti nel 2016 alla scoperta del Porto vecchio, anche durante la Barcolana, c'è una storia complicata e farraginosa. «Una motrice appartiene all'Autorità portuale, una al Museo ferroviario, mentre le due carrozze - spiega Leandro Steffè, presidente di Ferstoria - sono state acquistate dalla nostra associazione, con il contributo di diversi soci nel 2016, grazie a un'iniziativa collettiva. Ma non è stato mai stabilito e certificato un atto di proprietà, così come un'immatricolazione. Ci siamo occupati comunque di reperire i mezzi, che arrivavano dall'Austria, due carrozze di prima classe, adattate con tavolini, anche per un eventuale servizio ristorante, con una cinquantina di posti ciascuna, che facevano parte di una flotta privata di un'azienda, che aveva intrapreso la strada dei treni turistici a cavallo dei confini. Noi saremmo anche disponibili a gestire nuovamente tutto, ma ricordo che c'è anche un altro problema - aggiunge - il fatto che il Museo Ferroviario è passato alle Ferrovie, che andrebbero interpellate per un eventuale riutilizzo. Allora - ricorda - era stato fatto un ottimo gioco di squadra tra il Comune, con il sindaco Roberto Cosolini, l'Autorità portuale e le altre realtà coinvolte. Peccato non sia continuato». Secondo Steffè il ripristino non sarebbe difficile. «In termini pratici, - precisa - perché il treno non si trova in condizioni pessime, certo ha bisogno di manutenzione, ma soprattutto - puntualizza - servirebbero i binari, che in parte nel frattempo sono stati cementati. E ora non è possibile, ad esempio, effettuare il giro che il convoglio percorreva nel 2016. La speranza di poterlo vedere nuovamente in moto però c'è. E sarebbe anche un mezzo ecologico e sicuramente molto apprezzato dalla gente, come già successo anni fa». Marino Quaiat, dell'omonima ditta, che proprio nel 2016 si era occupato di fornire un supporto tecnico al trenino, ricorda i numeri registrati. «Oltre 14 mila persone in 8 weekend - spiega - era stato un grande successo. Erano venuti addirittura turisti giapponesi a vederlo ed erano entusiasti. Era già pronto il progetto per continuare a mantenerlo in funzione a impatto zero. Purtroppo poi non si è fatto nulla». Anche Antonella Caroli Palladini, presidente della sezione di Trieste di Italia Nostra, auspica che il mezzo non venga dimenticato, ma sottolinea come prima sia necessario valorizzare i binari. «Perché vogliamo salvare la memoria storica dello scalo - evidenzia - che era, appunto, un porto ferroviario. Mantenere almeno un binario sarebbe importante, anche se non sempre operativo. Poi magari si penserà al convoglio, che potrebbe diventare anche un punto informativo per li turisti, per le scolaresche o anche un locale, considerando le carrozze ristoranti». Da parte dell'Autorità portuale per ora non è previsto alcun progetto ma «siamo interessati - commentano - a valorizzare la nostra locomotiva appena si potrà». E tra le varie considerazioni c'è chi chiama in causa spesso il sindaco Roberto Dipiazza e si chiede come mai non abbia continuato a mantenere in vita il mezzo. «Finora era impossibile spendere ulteriori fondi per riutilizzarlo e non era funzionale - dice - ma in futuro si potrà sicuramente valutare. In questo momento - sottolinea - le priorità per il Porto Vecchio sono altre, serve ultimare gli accessi, le piste ciclabili e le strade, poi non escludo la possibilità di poterlo riattivare di nuovo, quando gli altri interventi saranno conclusi».

Micol Brusaferro

 

Capodistria-Divaccia, in maggio via al cantiere del secondo binario
Consorzio sloveno-turco al lavoro sul primo tratto di 10 chilometri. Il ministro: così crescerà il porto
Capodistria. Le ruspe entreranno in azione a maggio per iniziare la realizzazione di uno dei più rilevanti progetti strategici della Repubblica di Slovenia: la costruzione del secondo binario della tratta ferroviaria fino a Divaccia, della lunghezza pari a 27 chilometri. Il progetto è parte dell'asse Baltico-Adriatico e dei corridoi Trans European Transport Network relativi al Mediterraneo, che si prefiggono di aumentare il traffico con l'obiettivo di aumentare l'intermodale su rotaia. Il binario correrà su un percorso a parte rispetto a quello attuale, in quanto la configurazione del terreno non permette di procedere al semplice raddoppio. All'operazione comunque Lubiana punta con l'obiettivo di un ulteriore sviluppo dello scalo portuale capodistriano: l'attuale binario unico limita infatti non di poco il movimento merci con l'hinterland europeo dal quale i carichi provengono o al quale sono destinati. Secondo le valutazioni di vari analisti il nuovo binario che porterà le merci verso le direttrici agganciate all'Europa centrale va considerato anche come risposta slovena nel quadro del crescente sviluppo del porto di Trieste. A Lipizza è stato firmato il contratto per la costruzione del primo tratto del secondo binario, quello tra Capodistria e San Sergio (Crni Kal): lungo 10 chilometri, e comprenderà sei tunnel e due viadotti. A eseguire i lavori sarà la società Kolektor Cpg, l'unica che aveva partecipato alla gara d'appalto, assieme alle imprese turche Yapi Kerkezi e Ozaltin. Il consorzio turco-sloveno ha assicurato che porterà a compimento l'opera per una cifra pari a 224,7 milioni di euro, ovvero 6 milioni in meno rispetto al tetto massimo previsto nella gara dalla società statale 2Tdk che coordina le operazioni a nome del governo. «I documenti presentati sono realistici e l'appaltatore sarà senz'altro in grado di realizzare il progetto in tempo e restando nei limiti finanziari previsti, o al massimo con il rischio di spese aggiuntive del 10 per cento», ha detto il direttore di 2Tdk Pavle Hevka, intervenuto alla firma del contratto di costruzione. Quanto alle risorse finanziarie, si è ricorsi a un credito della Banca Europea per gli investimenti. «Il secondo binario - ha detto il ministro delle infrastrutture sloveno Jernej Vatovec - permetterà non solo di far crescere lo scalo merci del porto di Capodistria, ma anche di sviluppare al massimo le potenzialità logistiche del Paese, come punto di riferimento per l'intero centro est europeo. Per questo motivo - ha aggiunto il ministro- lo scalo portuale e il secondo binario devono operare in perfetta sintonia».Nel cantiere lavoreranno 500 addetti (si tratta di personale sloveno nel 60-70% dei casi).Stando alle previsioni, il secondo binario nella sua lunghezza complessiva potrebbe venire completato entro il 2025 ed entrare in funzione l'anno successivo, conclusi i necessari collaudi tecnici. Come ricorda il sito delle Ferrovie slovene, il costo complessivo dell'operazione ammonta a 1,2 miliardi di euro. Il costo così elevato dei dieci chilometri iniziali trova giustificazione nella configurazione del suolo piuttosto complessa e prevalentemente montagnosa, tale per cui si dovranno costruire appunto tre gallerie (di 6,7; 6; e 3,8 chilometri) e i viadotti. Il progetto prevede anche la costruzione di gallerie parallele di servizio per i lavori e per l'evacuazione in caso di necessità. La 2Tdk ha ottenuto la concessione dal governo sloveno sul secondo binario per 45 anni, fino a giugno 2064. Tornando all'aspetto finanziario, il progetto ha fruito del contributo di 109 milioni di euro dalla Commissione europea. In ogni caso l'opera non andrà a pesare sulle tasche dei contribuenti sloveni: l'investimento dovrebbe essere recuperato attraverso le tariffe di accesso pagate dagli operatori ferroviari sia sulla nuova linea che sulla rete ferroviaria nazionale già esistente, nonché tramite le tasse sulla movimentazione delle merci nel porto di Capodistria.

Valmer Cusma

 

 

Trasformare in un sito protetto l'area del laghetto di Bosc di Sot
Legambiente auspica che la zona umida sia sottoposta a tutela come biotopo - Già censite undici specie di uccelli e quattro di anfibi d'interesse comunitario
Cormons. «La Regione sottoponga a tutela come biotopo naturale l'area di Bosc di Sot». La richiesta arriva da Legambiente Gorizia, che evidenzia agli uffici regionali la necessità di avviare l'iter di istituzione di un cosiddetto biotopo, meccanismo che evidenzia l'importanza sotto il profilo dell'ecosistema dell'area umida alle porte di Cormons. La Legge Regionale 30 settembre 1996 n. 42 definisce come biotopo naturale "un'area di limitata estensione territoriale caratterizzata da emergenze naturalistiche di grande interesse e che corrono il rischio di distruzione e scomparsa". È questo, secondo l'associazione a difesa dell'ambiente, il caso dei laghi originatesi a "Bosc di Sot" dall'interruzione dell'attività estrattiva a cielo aperto dell'argilla e della vicina landa accanto al torrente Versa. «Si tratta - si legge in una nota diramata per spiegare le motivazioni della richiesta - di 55 ettari complessivi di cui 11 occupati da acque dolci, attorno ai quali sono state finora rilevate con certezza 9 specie di anfibi, 32 di uccelli e 9 di mammiferi. Notevole il fatto che 11 fra le specie ornitiche rilevate siano inserite nell'Allegato I della Direttiva 2009/147/CE "Uccelli" (recepita dalla Legge 157/1992), che prevede per queste misure speciali di conservazione per quanto riguarda il loro habitat, al fine di garantirne sopravvivenza e riproduzione nel lungo periodo attraverso una rete coerente di Zone di Protezione Speciale, mentre 4 anfibi, l'ululone dal ventre giallo, il rospo smeraldino, la rana agile e la rana di Lataste sono inclusi nell'Allegato IV della Direttiva 92/43/CEE "Habitat" (recepita dal Dpr 357/1997) e sono dunque specie d'interesse comunitario che richiedono una protezione rigorosa e la cui conservazione richiede la designazione di Zone Speciali di Conservazione». La richiesta di Legambiente nasce dallo studio effettuato da tre scienziati naturalisti, Davide Roviani, Michele Tofful e Francesca Iorda, che spiegano come «la zona umida di "Bosc di Sot", composta principalmente da un lago e due stagni, è un elemento unico nel paesaggio del Collio. Gli altri specchi d'acqua infatti sono di dimensioni inferiori e con caratteristiche diverse. L'integrità dell'intero comprensorio potrebbe essere garantita da un regime di tutela che impedisca stravolgimenti ambientali irreversibili, indipendentemente da quale soggetto, pubblico o privato, rileverà l'area, attualmente una proprietà privata in liquidazione». L'intento dell'iniziativa è quello della tutela dei valori naturalistici del sito: «L'obiettivo è mirare alla conservazione della grande varietà di habitat che vi insistono e, dove necessario, al ripristino o restauro delle condizioni ecologiche compatibili al mantenimento delle sue emergenze naturalistiche». Ciò non può entrare in conflitto con l'eventuale investimento di un privato: «Anzi - prosegue la relazione - costituirebbe un grande valore aggiunto dal momento che i consumatori cercano sempre di più la sostenibilità ambientale nei prodotti che acquistano».

Matteo Femia

 

 

 

 

IL PICCOLO -  VENERDI', 2 aprile 2021

 

 

«Impianti fotovoltaici dentro edifici pubblici per produrre energia» - la riflessione di Adesso Trieste
Adesso Trieste guarda alle altre città italiane ed europee alla ricerca di un «nuovo modello energetico e produttivo». Allo scopo ha organizzato un incontro online con ospiti Gianluca Ruggieri e Pino Tebano: entrambi sono tra i fondatori della cooperativa "ènostra", a Cuneo, la quale produce energia pulita in maniera collettiva e la vende a una platea di oltre 8.000 persone. Durante il dibattito sono state raccontate storie di «inclusione» e di «lotta alla povertà energetica attraverso la partecipazione delle comunità» che esistono a Fidenza, Napoli, Amburgo e Barcellona. «Un'amministrazione comunale deve avere un ruolo attivo nel promuovere il cambiamento - afferma una nota di At - producendo energia pulita, mappando gli edifici pubblici adatti a ospitare piccoli impianti di pannelli fotovoltaici per l'autoproduzione di energia, aprendo sportelli informativi diffusi su risparmio ed energia sul territorio, per poi cooperare con i municipi vicini. Simili azioni porterebbero alla realizzazione di comunità energetiche diffuse, in particolare nei quartieri popolari, contribuendo a ridurre le diseguaglianze sociali».

L.G.

 

 

Volpi, ricci, caprioli: in un anno all'Enpa 1.800 animali selvatici
L'attività dell'ente riassunta nei numeri del 2020: sono state 14.600 le risposte dei volontari alle telefonate dei cittadini. La presidente Bufo: «Grande attenzione al tema igienico sanitario»
Ben 1.800 animali selvatici accolti e curati, 200 tra conigli, pappagalli ondulati d'Australia, canarini, pesci, rettili presi in carico a seguito di rinunce, oltre alle cure e al supporto a centinaia di cani e gatti. È il bilancio di un anno, il 2020, il più difficile anche per le realtà che si occupano di animali, dell'Enpa di Trieste. Dati alla mano, i ritmi di lavoro per i volontari della struttura di via de Marchesetti sono stati senza tregua. Alla cura dei selvatici garantita dai medici veterinari della struttura - cinque ricoveri al giorno al Cras, il centro recupero animali selvatici dell'Enpa - e a quella per gli animali non convenzionali, si aggiunge l'attività a favore di 500 gatti in regime di sostegno per cure, vaccinazioni, sterilizzazioni anche in convenzione con contributo dei Comuni e della Regione. «Sono stati forniti 750 chili di cibo per gatti alle referenti delle colonie feline seguite dall'Enpa - fa sapere la presidente dell'ente, Patrizia Bufo -, presidi igienico sanitari e ricoveri coibentati per i mici». Accuditi anche più di 480 cani «con particolare attenzione a situazioni di emergenza, sempre più frequenti sul nostro territorio - spiega -, con la donazione di 485 chili di cibo alle famiglie che detengono un cane, ma che hanno difficoltà ad affrontare la spesa per il mantenimento dell'animale».Tornando ai selvatici, il fiore all'occhiello dell'Enpa, negli ultimi anni gli investimenti messi in campo hanno consentito all'ente animalista di ampliare gli spazi dell'oasi del Farneto, garantendo loro un habitat da mille e una notte. Gli animali selvatici accolti sono stati accuditi, visitati, sono entrati in terapia e successivamente, se possibile, sono stati rimessi in libertà. Quelli non ancora autonomi, restano ospiti del centro. Parliamo, ad esempio, di cinciallegre, merli, storni, sparvieri, gufi, pettirossi, capinere, codibugnoli, caprioli, cinghiali, volpi, ricci, tassi. Ma anche colombi e gabbiani reali con ali o zampe fratturate. Esemplari cuccioli o nidiacei privi di cure parentali, oppure adulti feriti. Sono state oltre 90 le specie accolte, ognuna con le proprie necessità alimentari, di cure specifiche e di ricovero in armonia con le peculiarità etologiche. «La presenza nella struttura di accoglimento, in stretta osservanza di tutti i Dpcm - sottolinea la presidente -, è stata sempre garantita per 12 ore al giorno. I volontari hanno risposto al numero di cellulare di servizio per ben 14.600 volte in un anno, dando anche informazioni sulla gestione degli animali in questo periodo emergenziale».A tutto questo si aggiunge «la particolare attenzione igienico sanitaria imposta dalla situazione di emergenza Sars-Cov-2 sulle varie specie di animali accolti - indica in conclusione Bufo -. Per questi aspetti ci appoggiamo, ove necessario, all'Istituto Zooprofilattico delle Venezie».

Laura Tonero

 

 

Lacunosa la progettazione nell’area della Lanterna - CIÒ CHE NON VA

Caro direttore, leggevo l'altra mattina la nota inviata dalla signora Stella Rasman, con la quale concordo perfettamente nella "visione generale" di una città futura. Purtroppo, gentile signora, non è la stessa visione di chi, per esempio, invece "di eliminare i vetusti manufatti del Dopoguerra" crea "nuovi" manufatti non di "grandi architetti del neoclassico" triestino ma di progettisti del post-portuale, sempre triestino, che personalmente critico. Questo fenomeno è recentissimo, è orrendo sia come architettura che come posizione ma potrebbe essere educativo: si invitano i cittadini, quindi contribuenti, a visitarlo magari durante una passeggiata al "Pedocin" perché potrebbero avere una visione immediata di quello che li aspetta in Porto vecchio. Non so se, come dice la signora, la dottoressa Bonomi potrà fare molto; quello o quella che l'hanno preceduta non mi sembra abbiano prestato molta attenzione a cosa edificavano sotto il loro naso "all'ombra della vecchia Lanterna."

Giorgio Grius

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 1 aprile 2021

 

 

Edifici in attesa di futuro e il nodo servizi nell'area Sacchetta-riva Traiana
Gli immobili da ripensare o sistemare fra via Ottaviano Augusto e l'Ausonia - La giunta comunale punta sul trasferimento del mercato come passo chiave
L'asfalto sulla strada e i marciapiedi all'inizio sono di recente riqualificazione. Le aiuole son ben tenute. È dall'ex Museo del mare di Campo Marzio in poi che preoccupa residenti ed esercenti: edifici per lo più fatiscenti, pochi servizi e tanta solitudine. Dalla piscina Acquamarina all'ex Etnoblog, al Museo Ferroviario: la zona che va da via Ottaviano Augusto a riva Traiana, dove inizia il Porto Nuovo, attende da anni una completa rigenerazione urbana. Una questione che potrebbe diventare un prezioso asso nella manica dei candidati a sindaco della campagna elettorale 2021, un tema da inserire nel proprio programma. Intanto ogni palazzo, oggi in mano a diversi proprietari, tra Demanio, Comune e Autorità portuale, ha una sua storia fatta di promesse, idee riproposte, stravolte e cambiate. Ma mai attuate. L'ultimo segnale di vita, che poteva attirare una mole di persone significativa, era il Museo del Mare. Il suo trasferimento è stato previsto in Porto vecchio. Così per la palazzina, di proprietà del Demanio, il Comune si è mosso perché rientri tra i suoi immobili. «Ma bisogna attendere che il nuovo governo nomini la Commissione paritetica Stato-Regione», dicono all'unisono il primo cittadino Roberto Dipiazza e l'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi. Nemmeno a farlo apposta, l'edificio confina con i 24 mila metri quadrati del Mercato ortofrutticolo, un altro sito che aspetta una nuova vita. Investitori che vengono e che vanno e intanto gli operatori che lavorano al suo interno si spazientiscono. E poi il Museo Ferroviario, che deve diventare il secondo d'Italia entro il 2022, avevano detto dalla Fondazione Fs Italiane. Un anno ancora, dunque, ma i lavori non sembrano proseguire. Mancano i soldi promessi dal Gruppo Fs Italiane con Regione Fvg e ministero? Non si sa, la Fondazione, contattata, per ora non risponde. Il lungo cammino tra edifici fatiscenti continua. Con la piscina, sotto sequestro da due anni, da quando è crollato all'improvviso il tetto. Non un'anima nemmeno lì. E l'area del Pedocin, seppur manutenuta all'interno, resta all'esterno desolante, come l'ex area Cartubi: vetri spaccati, magazzini sventrati, masserizie accatastate. In tutto questo si fa largo l'unico edificio portato a termine: la nuova Stazione a mare dell'istituto Nautico. Una costruzione alquanto contemporanea, costruita accanto agli edifici in stile asburgico e fascista. La lista continua con l'ex Etnoblog e l'edificio vicino, sede di operatori della logistica e del trasporto, per cui l'Autorità portuale, la proprietaria, ha previsto un restauro. «Ma non siamo in grado di dire ancora quando, daremo con il restauro comunque un contributo alla riqualificazione dell'area in generale», fanno sapere dall'Authority. La riqualificazione generale per l'amministrazione Dipiazza parte invece dal mercato ortofrutticolo, ma si porterà a compimento nel post elezioni con in mezzo appunto l'incognita dell'esito del voto. L'obiettivo è di fare un parcheggio sotterraneo, che si abbini a quello del Molo IV, per sgomberare le Rive dalle auto. D'investitori, dice il sindaco, poi, per trasformare il sito del mercato ce ne sono. «C'è una progettualità di massima per rivedere tutta quella zona, ma ci sono di mezzo le tempistiche burocratiche», specifica l'assessore Giorgi. Al primo cittadino poi piacerebbe l'idea anche «di chiudere magari la via Giulio Cesare o qualcosa di simile, ci deve essere una nuova viabilità, ma tutto si deciderà dopo aver chiuso la partita ortofrutticolo ed ex Museo del Mare».La Soprintendenza, dal canto suo, da tutti i progetti e le promesse in ballo per l'area, si aspetta che questo luogo «diventi un posto meraviglioso, non luogo di rovine e tristezza come adesso», commenta la soprintendente Simonetta Bonomi. E quando? Da addetta ai lavori pensa che ci vorranno almeno ancora cinque anni. E poi bisognerà fare un ragionamento anche sulla viabilità, ma ciò spetta al Comune: «È comunque una cosa che s'intreccia con il miglioramento dell'area, che attirerà la gente. Adesso è ancora presto».

Benedetta Moro

 

 

Cottur, cestini vuoti e niente rifiuti - Il sollievo dei frequentatori abituali
Comune e Acegas in azione alla vigilia dell'inizio del servizio appaltato da Fvg Strade, previsto oggi
E pulizia fu. Ieri, con un giorno di anticipo rispetto all'annunciata tabella di marcia (e con un piccolo colpo di scena), è iniziata l'operazione svuotamento cestini lungo la pista ciclopedonale Cottur. Operazione apparentemente comune, ma che rappresenta una notizia, viste le polemiche degli ultimi giorni sul degrado in cui versava il frequentatissimo tracciato. A rendere possibile il via alle pulizie già ieri sono stati il Comune e AcegasApsAmga, che non hanno competenza sul percorso (la cui responsabilità è in capo alla società regionale Fvg Strade), ma sono intervenuti per risolvere il prima possibile il problema. Spiega l'assessore comunale Luisa Polli: «Viste le numerose segnalazioni, il gran caldo di questi giorni e la massiccia presenza di gabbiani, abbiamo ritenuto fosse opportuno intervenire con una certa urgenza, perché l'appalto della Regione con la cooperativa Querciambiente, affidataria del servizio, parte dal primo aprile, e ci sarebbero voluti altri giorni prima della pulizia. Così è stato chiesto il permesso alla Regione e Acegas è intervenuta a titolo gratuito». Una situazione confermata da Fvg Strade, che ringrazia il Comune per essersi fatto carico, nell'ottica della collaborazione tra enti, della raccolta delle immondizie nella giornata di ieri. Da oggi, invece, ci penserà appunto la società regionale con Querciambiente. La cacciata del pattume è iniziata intorno alle 8, dal punto di partenza della ciclopedonale in via Orlandini, a San Giacomo. Lì si trovano due contenitori in legno e ferro che fino a poche ore prima erano strabordanti di qualsiasi tipo di rifiuto: dalle bottiglie di birra alle lattine, dai bicchierini di carta del caffè per asporto a borse della spazzatura portate da casa. Uno spettacolo che aveva scatenato le ire di molti triestini, appassionati fruitori del tracciato che dalla città porta a Draga e poi in Slovenia. L'accumulo di immondizia era stato causato da diversi fattori. Il primo, di ordine tecnico-burocratico: i tempi per la gara e l'affidamento del nuovo servizio da parte della Regione avevano causato alcune lungaggini, interrompendo di fatto la raccolta dei rifiuti per alcune settimane. Il secondo, di natura umana: complici le restrizioni da zona rossa, il numero di frequentatori è aumentato, soprattutto nei fine settimana, con conseguente incremento della spazzatura gettata nei contenitori. Si aggiungano, in alcuni casi, picnic su erba e panchine nemmeno tanto "clandestini" (sabato scorso ne sono stati segnalati alcuni), con sporcizia al seguito. Ieri, appunto, la svolta: cestini svuotati e immondizia raccolta da terra, in particolare nelle zone più critiche, a San Giacomo, Campanelle e Raute, con soddisfazione dei tanti runner, pedoni e ciclisti di passaggio. Come Elio Ravalico, che sulla Cottur viene spesso: «In questo periodo è un'ancora di salvezza; ci vengo a piedi da casa appena posso. Peccato averla vista così piena di immondizia in questo periodo: sono felice di averla ritrovata pulita». E se per Mitja Jankovic lungo il percorso «persistono troppi escrementi di cani e mascherine buttate a terra, sintomo di inciviltà», Elio e Maria Rita Grisoni, che sulla Cottur camminano quasi ogni giorno, tirano un sospiro di sollievo: «Avevamo notato con grande dispiacere la sporcizia di questi giorni; è giusto che la gente possa godere appieno di un simile percorso, così bello, in questo periodo di zona rossa». Opinione condivisa da Giorgio Lipossi che, in sella alla sua bici, qui viene tre volte alla settimana: «Era troppo sporca, soprattutto tra via Costalunga e Campanelle, dove le persone si siedono sulle panchine. Bene aver risolto».

Elisa Coloni

 

 

Tornano proibiti anche i "pedoci" muggesani - il divieto per la concentrazione di tossine
Muggia. A metà mese erano gli unici "pedoci" triestini a risultare raccoglibili, commercializzabili e mangiabili, ora con l'ultima ordinanza timbrata Asugi anche quelli muggesani, ricadenti nell'area contrassegnata dal codice "02Ts", tornano proibiti. Anche in questo caso per il Servizio di igiene degli alimenti di origine animale dell'Azienda sanitaria, diretto da Paolo Demarin, la presenza, riscontrata dall'Istituto zooprofilattico delle Venezie, di biotossina algale liposolubile prodotta da alcune specie di alghe, che può causare sindromi intestinali acute dovute all'ingestione di "pedoci" contaminati, appare troppo elevata. Ora quindi vige di nuovo il divieto di raccolta e commercializzazione dei molluschi bivalvi vivi sull'intera riviera triestina.

lu.pu.

 

 

Cio' che non va - A San Giovanni la nuova strage di alberi per costruire ville

Una volta a Trieste il rione di San Giovanni era bello: casette e piccoli condomini circondati da bei giardini curati e tanto verde. Negli ultimi anni il cemento avanza, secondo logiche puramente speculative e senza nessuna attenzione al benessere degli abitanti, alla tutela degli spazi verdi così preziosi specie in questo periodo di pandemia. Qualche anno fa, nella parte alta di via Pagliaricci, adiacente al Parco di San Giovanni, furono edificati dei brutti alti condomini, addossati l'uno all'altro senza alcuno spazio verde intorno. Noi cittadini protestammo, anche perché l'improvvido scavo del terreno friabile fece crollare un muro di contenimento, mettendo a rischio la sicurezza delle persone. Tutto invano. Ora nella stessa zona si vanno a costruire numerose ville. M chiedo: in una città con una decrescita costante della natalità e con tante case vuote o da restaurare erano così necessarie? La favola non ha un finale lieto: le ruspe del cantiere edile, in azione in questi giorni, hanno creato in breve tempo una landa desolata, compiendo una vera e propria devastazione e una strage di alberi. Ne sono stati abbattuti tanti, almeno una quindicina. Alcuni erano cresciuti a ridosso del confine con le proprietà adiacenti o il Parco, quindi sarebbe bastata una minima variazione del progetto e un po' di buon senso per salvarli. In particolare è stato abbattuto un abete rosso di circa 10 metri. Era bellissimo, sano, con ampie fronde, ristoro e nido di numerose specie di uccelli selvatici stanziali o in transito durante le migrazioni. Un albero significa ossigeno, salute, bellezza, vita per l'uomo e le altre creature. Che amarezza vederlo crollare miseramente. Nel rione si sono trasferite di recente molte coppie giovani con bambini. A questi bambini, già provati dall'isolamento, dalla Dad, dalla chiusura delle strutture ricreative, cosa offriamo? Ancora recinzioni, muri, spiazzi di cemento adibiti a parcheggio? Che vita offriamo, che valori trasmettiamo? Come spiegare che le istituzioni locali sono indifferenti alla tutela del verde pubblico? E che dobbiamo ancora una volta assistere inermi a questo degrado?

Daniela Zamataro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 31 marzo 2021

 

 

Piscina in Porto vecchio: piano della cordata Icop pronto entro metà aprile
Dipiazza rilancia dopo il confronto con Petrucco: «Avanti con il project financing - Cercherò di coinvolgere la Regione». Si profila una partita da 25-27 milioni
Entro metà aprile il terzetto in cordata Terme Fvg, Icop, Myrtha Pools presenterà la propria offerta al sindaco Roberto Dipiazza per la realizzazione del polo natatorio in Porto vecchio, in sostituzione della piscina terapeutica Acquamarina, parzialmente collassata nel luglio 2019 nei pressi della Lanterna. Ieri mattina Dipiazza, a fronte di voci e proposte alternative, ha fatto chiarezza: «Andiamo avanti con il progetto in Porto vecchio e Vittorio Petrucco (Icop) mi ha comunicato che tra un paio di settimane avrò la documentazione ufficiale relativa alle loro intenzioni». «Cercherò di coinvolgere nell'operazione - ha precisato il primo cittadino - anche la Regione Fvg».Sul contributo finanziario del Comune, Dipiazza si è tenuto prudente e attende le carte di Terme-Icop-Myrtha prima di esprimersi: il Piano triennale prevede comunque una voce di 7,5 milioni di euro per il futuro impianto e di due milioni per l'eventuale recupero di Acquamarina. Riguardo la prospettiva della piscina crollata, Dipiazza ribadisce che l'esame tecnico post-dissequestro verificherà la convenienza o meno di ripristinare la struttura. Sull'ipotesi dell'utilizzo del mercato ortofrutticolo in Sacchetta, emersa dal Coordinamento delle venti associazioni interessate alla nuova terapeutica, il sindaco ha sostanzialmente glissato: la proposta verte su un costo di 25 milioni, la superficie esaminata è di circa 24 mila metri quadrati dove collocare vasche riabilitative, ludico-natatorie con acqua di mare riscaldata, una vasca da 50 metri, frazionabile in due da 25, dotata di acqua dolce per gli atleti olimpici e paraolimpici. Vittorio Petrucco, amministratore unico del gruppo Icop di Basiliano, conferma a sua volta le linee essenziali del progetto "a tre", in coerenza con le indicazioni contenute nel bando comunale: impianto misto terapeutico-ludico, previsione di sette vasche, edificio su due livelli al secondo dei quali le aree beauty e relax, apertura sul mare. L'investimento si attesta su una forbice di 25-27 milioni di euro, cui si aggiunge il 10% di Iva. Dal punto di vista contrattuale sarà un project financing a iniziativa privata. Cautela sulla tempistica, perchè condizionata da troppe variabili: «Posso comunque dire che, per costruire un polo con queste caratteristiche, necessitano circa due anni e mezzo di lavori». Si rammenta che Terme Fvg è un soggetto pubblico-privato controllato da Eutonia (Sanatorio triestino) e partecipato da Git (Turismo Fvg); Icop è un importante gruppo nel settore costruzioni (fatturato di 160 milioni di euro, 400 addetti) con un carnet di commesse internazionali e uno sguardo attento su Trieste (Piattaforma logistica, Parco del mare); Myrtha Pools, che ha sede a Castiglione delle Stiviere nell'alto mantovano, è un brand molto noto nella fabbricazione delle piscine. Dunque, compiti tripartiti: la gestione, la costruzione, la "materia prima". L'area di cantiere coinvolge l'ex quartiere Ford alle spalle del magazzino "28 bis", la parte nuova che costituisce il centro congressi. Il Comune ha messo a disposizione 12 mila metri quadrati, piuttosto in male arnese, capannoni semi-diroccati perlomeno con un secolo di vita sulle spalle. Parte di questi sono sotto il vincolo della Soprintendenza, in particolare i "32" e "133".La vicenda del polo natatorio in Porto vecchio compirà la prossima estate un anno di vita. Il Comune sollecitò manifestazioni d'interesse per realizzare l'impianto al confine tra la porzione espositivo-culturale e quella ludico-sportiva. A luglio 2020 arrivarono nove proposte, che abbastanza rapidamente, quando il Municipio richiese il dettaglio finanziario-progettuale, si ridussero a tre: Terme Fvg, la catalana Supera, la cordata Monticolo. Monticolo, con il supporto di Mediocredito Trentino Alto Adige, era stato il primo a muoversi per la terapeutica, ma la sua idea, basata sul leasing in costruendo, aveva incontrato l'invalicabile stop della dirigenza comunale.

Massimo Greco

 

Piscina Acquamarina da ricostruire prima di edificarne altre

L'associazione Triestebella è contraria alla costruzione di una nuova piscina terapeutica senza restaurare l'esistente. L'edificio della Piscina Acquamarina, a parte la cupola metallica crollata, si presenta in buono stato e quindi a nostro avviso recuperabile con una spesa certamente minore di quella che occorrerebbe per costruirne una nuova. Sarebbe delittuoso lasciare che essa si trasformasse in uno dei troppi ruderi che si vedono a Trieste, tanto più in una zona centrale e frequentata anche da turisti.

Roberto Barocchi e altre firme

 

SEGNALAZIONI - Porto vecchio - La discussione sia aperta a tutti

Seguo con partecipazione tutto quanto avviene in città intorno alla rigenerazione del Porto vecchio. I prossimi passaggi del percorso intrapreso potranno andare nella direzione di realizzarvi progetti innovativi volti anche a richiamare a Trieste parte dei giovani ora all'estero. Perciò mi sorprende e mi indigna leggere nella cronaca locale che durante la discussione in Consiglio il sindaco abbia insultato una consigliera, colpevole evidentemente di non avere condiviso l'impostazione finora data dalla giunta da lui condotta al processo in corso: un comportamento a mio avviso inaccettabile. Nell'interesse comune spero invece che nella prossima campagna elettorale sia possibile continuare a sviluppare la discussione sul futuro di Porto vecchio; nonostante l'impronta finora data dalla giunta al processo, tenuto sostanzialmente chiuso negli uffici, professionisti, cittadini e associazioni si sono in parte già espressi e le forze politiche potranno esporre, con argomenti (non insulti) visioni anche alternative della rigenerazione che, ora e solo ora, ritengo possibile.

Rossana Zagaria

 

 

Cottur affollata e invasa dai rifiuti: da domani nuovo servizio di pulizia
Svuotamento dei cestini interrotto per due settimane e scarso senso civico all'origine del problema
Le immondizie e la sporcizia che in questi giorni deturpano, in alcuni punti, la pista ciclopedonale Cottur hanno le ore contate. Stando a Fvg Strade, infatti, domani inizierà il nuovo servizio di raccolta rifiuti, affidato alla cooperativa La Quercia, lungo il percorso, in questa fase di zona rossa preso letteralmente d'assalto da ciclisti, pedoni, runner e tante famiglie con bambini. Sono stati in molti a notare, nell'ultimo periodo, un peggioramento delle condizioni del tracciato sul fronte della pulizia. Carte e cartacce, ma anche interi sacchi della spazzatura casalinga, bottiglie, cartoni della pizza, lattine e altri segni evidenti di sosta "rinforzata" da panini e drink nelle aree picnic e sulle panchine in marmo ai lati del percorso. Scene che non sono passate inosservate qui come in altri spazi verdi della città, dal Giardino pubblico al parco di Villa Revoltella, dove più di qualcuno ha optato per un'interpretazione "elastica" dell'attività motoria in zona rossa, tra partitelle di calcio e basket, o spuntini di gruppo sull'erba, soprattutto nei weekend. A causare l'aumento di sporcizia a terra, in particolare vicino ai contenitori dell'immondizia, che non riescono a contenere tutti i rifiuti, ci sono due fattori. Da una parte, come detto, l'incremento enorme di utenti che, non potendo uscire dai confini provinciali, in questi primi giorni di primavera optano per i percorsi ciclopedonali cittadini, come la Cottur, con un conseguente aumento dell'immondizia gettata nei contenitori. Ma non solo. Esiste infatti anche un elemento di natura tecnico-burocratica, legato all'affidamento del servizio di pulizia a una nuova realtà da parte della società regionale Fvg Strade, titolare del percorso e quindi responsabile anche della pulizia (AcegasApsAmga non è coinvolta nella vicenda, perché il tratto non è di competenza comunale, bensì regionale). «Abbiamo messo a gara il servizio all'inizio dell'anno, vinto dalla cooperativa La Quercia, con la quale abbiamo sottoscritto il contratto di affidamento tre giorni fa - spiega Luca Vittori, ingegnere e direttore Nuove opere in Fvg Strade -. I nuovi affidatari inizieranno il servizio di svuotamento dei contenitori (di recente ne sono stati installati 15 nuovi) dal primo aprile, due o tre volte alla settimana. Questo dovrebbe auspicabilmente risolvere il problema». Di fatto, quindi, nelle ultime due-tre settimane, necessarie per il passaggio formale tra i precedenti affidatari del servizio e quelli attuali, la pulizia è stata interrotta, causando i problemi notati da molti triestini. «È però evidente - aggiunge Vittori - che l'utilizzo della pista va fatto nel rispetto delle regole e con senso civico: ci è capitato non di rado di trovare nei cestini intere borse della spazzatura portate da qualcuno da casa». Il presidente della Quinta circoscrizione Roberto Dubs (Fdi), spiega: «Dopo le tante segnalazioni dei cittadini ho contattato l'assessore all'Ambiente Scoccimarro, che ha interessato la Direzione Infrastrutture della Regione, dalla quale abbiamo avuto rassicurazioni. Nel frattempo spero prevalga il senso civico».

Elisa Coloni

 

 

Abbiamo bisogno ancora di tanta acqua - Ecco cosa fare per evitare lo stress idrico
Domani gratis con il nostro giornale "Green&Blue", il mensile del Gruppo Gedi dedicato ad ambiente e sviluppo
Guardatelo, quel flusso d'acqua che scende dal rubinetto della cucina di casa vostra. Memorizzatene la portata. E pensate che anno dopo anno ne avrete sempre di meno. Fino a che arriverà il giorno in cui non ne scenderà più nemmeno una goccia. Alla grande sete del pianeta è dedicato il numero domani in edicola di Green&Blue, il mensile distribuito gratuitamente con questo giornale e con tutte le testate del gruppo Gedi. Nel 2050, stima l'Onu, il 60% della popolazione vivrà in stato di stress idrico, cioè non avrà acqua sufficiente. In parte questo dipende dai prelievi. Il 67% dell'acqua è catturato da cinque paesi: Usa, Cina, India, Iran e Pakistan. E in parte dai consumi esagerati. Ogni americano ne usa 1.280 metri cubi l'anno, ogni europeo 700. A un abitante dell'Africa ne toccano appena 185, con un minimo di 10 metri cubi nella fascia del Sahel. La scorsa settimana nell'occasione della giornata mondiale dell'acqua si sono susseguiti allarmi e dichiarazioni di intenti da ogni parte del mondo, ma la situazione rischia di rimanere in stallo se non si prendono provvedimenti urgenti. Il primo - raccontiamo in un'inchiesta - è quello di liberare i fiumi dalle dighe e dagli sbarramenti che ne deviano il corso naturale. E contro i ladri d'acqua si schierano anche l'ecologista indiana Vandana Shiva e il commissario Ue all'ambiente Virginijus Sinkevicius, che in due interviste spiegano cosa è necessario fare subito, sul fronte della mobilitazione e su quello delle direttive di Bruxelles. Ma l'acqua è anche terreno di scontro e di egemonia tra le potenze. E in un reportage raccontiamo la lenta agonia del Mekong, il più importante fiume del sudest asiatico, dove il suo delta ormai riceve sempre meno risorse, drenate a monte dalle dighe di Pechino che assetano Vietnam, Laos e Cambogia. Anche lo scioglimento dei ghiacci legato all'emergenza climatica ha le sue conseguenze. Un'inchiesta ci racconta come la flora alpina che conosciamo rischia di sparire: margherita alpina, giglio, assenzio, fienarola e persino l'abete bianco sono minacciati dalla prossima siccità e dall'apporto sempre minore delle acque dei ghiacciai. La mobilitazione contro l'emergenza, va detto, qualche passo avanti lo fa. Ma servono forti risorse economiche. Si muove Prada, che assieme all'Unesco lancia SeaBeyond, progetto per sensibilizzare i ragazzi e spingerli a tutelare la ricchezza degli oceani. E si muovono, Bill Gates, Jeff Bezos e Elon Musk: ai tre "cavalieri verdi" Green&Blue dedica un ritratto tra luci e ombre. Lo chef verde del mese è Alfonso Iaccarino, che ci racconta la sua pasta e patata fritte, mentre il comportamento corretto suggerito in questo numero riguarda la moda: avete pensato di vestirvi con bambù? Bene, si può fare.

FABIO BOGO

 

 

Il mini gasdotto di Zagabria che fornisce l'azienda russa scatena la crisi con Sarajevo - la partita dell'energia
Belgrado. Qualche centinaio di metri di condutture collocate in gran segreto, nottetempo, sotto il letto del fiume che divide i due Paesi, per convogliare gas verso una grande raffineria di proprietà russa situata appena dopo il confine. Risultato: tensione alle stelle e una seria crisi diplomatica che potrebbe avere conseguenze dirompenti nei rapporti tra Zagabria e Sarajevo.Sono questi i contorni di una complessa mini-guerra del gas che si sta sviluppando tra Croazia e Bosnia-Erzegovina. Tutto è partito dalla notizia, data senza enfasi dalla Tv pubblica croata, dei lavori in corso per il collegamento alla rete di distribuzione del gas croata della mega-raffineria di Bosanski Brod, situata nell'entità serba della Bosnia - la Republika Srpska -: poco più di 400 metri di tubazioni tra Slavonski Brod, in Croazia appunto, e l'altra riva della Sava, in Bosnia. Il gasdotto Slobodnica-Bosanski Brod, ha ricordato la Hrt croata, serve a portare gas alla raffineria in Bosnia così da utilizzare metano nel ciclo produttivo, invece che carburante inquinante, per «ridurre gli effetti nocivi» sull'ambiente in particolare nella croata Slavonski Brod, fra le più ammorbate degli interi Balcani dallo smog originato dalla raffineria su suolo bosniaco. L'idea del mini-gasdotto risale al 2017 e vede la luce - malgrado le posizioni filo-Usa e Ue della Croazia - grazie a un'intesa ad hoc tra l'allora presidente croata Kolinda Grabar-Kitarovic e il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, molto attivo nel soddisfare i "desiderata" della russa Zarubeznjeft, proprietaria del grande impianto di raffinazione in suolo bosniaco, uno dei gangli vitali dell'espansione economica di Mosca nella regione balcanica. Il tutto ovviamente con l'ok della Republika Srpska, fedele alleato di Mosca nel cuore dei Balcani, che avrebbe bypassato Sarajevo dando via libera ai lavori: altro esempio di quanto la Bosnia rimanga scissa al suo interno. Poche centinaia di metri di tubazioni stanno dunque provocando un terremoto sull'asse tra Zagabria e Sarajevo, con le autorità centrali bosniache che sono insorte. La compagnia nazionale bosniaca del gas ha suggerito che il progetto metterebbe a rischio tutti i piani futuri di collegamento "legale" della rete gas bosniaca a quella croata e favorirebbe invece il link della sola Republika Srpska a futuri gasdotti a traino russo in arrivo dalla Serbia. «Il governo croato deve bloccare immediatamente tutti i lavori al gasdotto, si tratta di uno scandalo», anzi, di un vero e proprio «attacco alla sovranità della Bosnia-Erzegovina», ha attaccato Zeljko Komsic, il membro croato della presidenza tripartita bosniaca, che si è spinto Zagabria di «aggressione».Sulla stessa linea Sefik Dzaferovic, il membro bosgnacco della presidenza: «Sono sicuro», ha detto, che non c'è mai stata «alcuna approvazione da parte delle istituzioni bosniache» del controverso mini-gasdotto. Da qui l'accusa «di arbitrarietà e abuso», di cui «qualcuno risponderà, in patria e all'estero», un implicito riferimento alle autorità serbo-bosniache, ma anche a quelle croate e alla stessa Mosca. È un «affare molto grosso», ha scritto su Twitter il politologo ed ex ministro dell'Energia della Federazione bosgnacco-croata, Reuf Bajrovic: «La Croazia sta chiaramente violando il diritto internazionale, fornendo gas a una raffineria controllata dai russi in Bosnia». La Sava è «un confine internazionalmente riconosciuto e ogni intervento nell'area è una violazione grave dell'integrità territoriale» di Bosnia, ha confermato l'ex premier e vicepresidente della Camera dei rappresentanti di Sarajevo, Denis Zvizdic.

Stefano Giantin

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 30 marzo 2021

 

 

Firmato il patto anti allagamenti per salvare il Borgo Teresiano - La partenza dal Porto Vecchio - LE FUNZIONI DEL TORRENTE CHIAVE

Due milioni per pulire la foce del torrente Chiave dai detriti: l'intasamento congestiona le fognature

Sos Borgo Teresiano. Lo ha lanciato ieri mattina il governatore Massimiliano Fedriga. Lo hanno ripreso il sindaco Roberto Dipiazza, il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino, il presidente dell'Ausir Davide Furlan, l'amministratore delegato di AcegasApsAmga Roberto Gasparetto. Obiettivo dell'allarme: evitare che il centro triestino, in particolare la parte settentrionale estesa da via San Nicolò a via Carlo Ghega, finisca sott'acqua ogni qualvolta che una piovuta diventi un temporale. L'accordo di programma, firmato ieri mattina "in presenza" nel governatorato in piazza Unità, si concentra sul rischio idraulico incombente nel bacino formato dal torrente Chiave e dai suoi affluenti. Già pronti 2 milioni, che - rileva e deplora l'ex governatore "dem" Debora Serracchiani in una nota - per la verità erano disponibili fin dal 2017 in seguito a un'intesa allora intercorsa tra Cipe e Regione. Questi 2 milioni rappresentano solo un primo capitolo nel contesto di una serie di interventi in tema di sicurezza idraulica, che si susseguiranno lungo dieci anni per un investimento stimato in una ventina di milioni (prevenzione, mappatura, realizzazioni). Ma si tratta di un primo capitolo molto significativo, perché mette mano al pluridecennale problema dello sbocco a mare del Chiave in Porto vecchio e perché in questo modo salvaguarda una parte importante del centro triestino. Roberto Gasparetto, a nome della stazione appaltante AcegasApsAmga, conta di iniziare i lavori nella primavera 2022, lavori che dovrebbero durare da sei mesi a un anno. Si tratterà di collocare barriere a mare all'altezza della foce del Chiave, situata tra il Molo IV e il Molo III, più o meno dove sorge il "villaggio Greensisam": una volta bloccata l'acqua marina - spiega Enrico Altran, manager idrico dell'utility - si procederà a operare con appositi asportatori per "sghiaiare" i detriti accumulatisi nella parte finale del torrente. Proprio il sedime di quanto trascinato dal Chiave è causa dei sempre più frequenti allagamenti negli ultimi anni, perché il corso, quando piove forte, si gonfia e non riesce a raggiungere il mare. La pressione dell'acqua proveniente dall'entroterra, che non trova sfogo nell'Adriatico, determina la crisi del sistema fognario: ecco strade, marciapiedi, cantine, negozi allagati. Il "misterioso" Chiave, che scorre tombato fin dalla prima metà dell'Ottocento, scende lungo via Carducci poi, all'altezza di piazza Dalmazia, piega verso ovest passando sotto gli edifici (hotel Milano, ecc.) di via Carlo Ghega fino a raggiungere largo Città di Santos, da dove entra in Porto vecchio per gettarsi in mare. Ma alle spalle delle ultime centinaia di metri del Chiave c'è l'afflusso di un intero bacino idrografico: Settefontane, Farneto, Romagna, Timignano, Scorcola... il Chiave diventa una sorta di collettore. La questione-Chiave divenne dirompente nel 2017, quando Comune e AcegasApsAmga si resero conto che una parte di via Carducci, sotto il peso di 600 bus e di un movimento veicolare da oltre 35.000 passaggi/giorno, stava collassando. A quel punto si varò un progetto di emergenza che richiese un finanziamento pari a 2,3 milioni Iva compresa. Cantiere misto, sotterraneo e in superficie, che durò un anno abbondante con comprensibili riflessi sul traffico urbano. Probabile che il secondo capitolo del Piano programmi l'eliminazione del cosiddetto "mammellone", un rigonfiamento di detriti subacqueo prossimo alla foce del Chiave, che disturba lo sbocco e l'attività dei natanti.

Massimo Greco

 

SEGNALAZIONI - Ferriera - Cilindri, memoria e produzione

Caro direttore, sono rimasta stupita dalla proposta della sovrintendente Bonomi, che ho letto sul Piccolo del 16 marzo scorso, di elevare a simbolo della Ferriera di Servola i cilindri d'acciaio realizzati per recuperare il calore del gas dell'altoforno, alti 28 metri, sui quali collocare terrazze panoramiche per ammirare il golfo. Mi sembra che la Ferriera non verrà eliminata ma modificata, date le diverse esigenze di produzione dell'acciaio e quindi il sito rimarrà industriale, ospitando la piattaforma logistica. Non lo vedo perciò come luogo di fruizione turistica. Non per questo voglio sminuire l'interesse per l'archeologia industriale e per la storia della Ferriera, simbolo di una tradizione importante per la città, anche se via via oscurata dall'espansione del terziario. Anzi, credo sarebbe ottima cosa ampliare il discorso, soffermandosi sul Gasometro di Broletto, splendido edificio industriale abbandonato; sui magazzini del Porto vecchio che rischiano di diventare appartamenti e, pur non trattandosi di archeologia industriale, sulle caserme dismesse, come quella di Banne e infine, sul disgraziato tram di Opicina. Quest'ultimo sì un formidabile richiamo turistico che langue per scelte che giudico deleterie di cui è stato vittima negli ultimi decenni. Meglio sarebbe - mi si conceda una divagazione - concentrare su tutto ciò competenze e finanziamenti piuttosto che su progetti impattanti per l'ambiente e rivelatisi nell'esperienza ormai privi di reale ricaduta economica come l'ovovia mare-Carso e il cosiddetto Parco del mare. La dottoressa Bonomi può giustamente obiettare che non sono di sua competenza, però il tram è una meraviglia tecnica dell'inizio del Novecento creata da un grande progettista, l'ingegner Geiringer. Archeologia industriale perfettamente funzionante per oltre 100 anni (come i suoi gemelli in Svizzera e Sud Tirolo). Soffermiamoci poi sull'area della Lanterna, dove decenni di colpevole incuria hanno fatto crescere edifici mostruosi che ospitano, purtroppo, istituzioni come la Polizia marittima, la Guardia di finanza, alcuni uffici della Capitaneria di porto. Dimostrazione di come gli enti pubblici stessi abbiano contribuito a disattendere uno più meravigliosi compiti che la Costituzione affida allo Stato italiano: la tutela del paesaggio. Bisognerebbe eliminare tutti i vetusti manufatti del Dopoguerra privi di qualsiasi pregio, ormai cadenti e proteggere e valorizzare la Lanterna, questa sì opera di pregio di un grande architetto del Neoclassico triestino, Pietro Nobile. Pensi che bello avere in quell'area un parco sul mare che circondi la Lanterna e le dia il risalto che merita. Un parco sul mare (e non "del mare") che sarebbe perfettamente in linea con la svolta green auspicata dall'Unione europea e per il quale potremmo senz'altro chiedere dei fondi. Abbiamo bisogno di verde in questa città, non di nuovi edifici. Seguiamo l'esempio di Udine che valorizza le zone verdi. Nella nostra città ci sono migliaia di case vuote da recuperare, non c'è bisogno di costruirne altre. Vogliamo i turisti? E allora realizziamo, vista la carenza di accessi al mare, nuove spiagge e servizi oltre che nella zona della Lanterna, verso Barcola, nell'area del Bagno Ferroviario, altro manufatto come tanti ormai cadenti dentro l'area di Porto vecchio, ancora da salvaguardare e cui dare un nuovo ruolo. Preferibilmente non come nuove entità abitative ma come spazio verde e attrezzato che offra finalmente ai triestini e ai visitatori nuovi punti di vista sul nostro magnifico golfo e sulla città conservando ed esaltando il fascino che essa da tre secoli non manca di suscitare, proprio per la sua peculiarità. Da salvare. E in questo la dottoressa Bonomi può certamente fare molto.

Stella Rasman

 

 

Una discarica di inerti scoperta a Capriva L'area sotto sequestro
Nel sito di Marco Milanese 8.000 metri cubi di macerie: «Scaricandoli per smistarli ho sbagliato in buonafede»
CAPRIVA. I militari del Nucleo operativo ecologico di Udine hanno posto sotto sequestro a Capriva del Friuli l'area della ditta individuale di Marco Milanese. Stando alle verifiche dei Noe, infatti, è emerso su un'area di circa 6.000 metri quadrati, priva di parte della recinzione, un quantitativo di circa 9.000 metri cubi di rifiuti sia pericolosi sia non pericolosi depositati tanto sulla pavimentazione aziendale quanto sulla nuda terra. La maggior parte risulta materiale inerte da demolizione, un cumulo di macerie pari a 8.000 metri cubi, mentre il restate riguarda legno o imballaggi misti di carta e plastica. Oltre a questi, i militari dell'Arma hanno rinvenuto anche la presenza di rifiuti pericolosi come oli esausti, apparecchiature elettroniche dismesse (Raee) e un'auto demolita. Gli ulteriori accertamenti condotti dai Carabinieri per la tutela ambientale hanno stabilito che l'azienda era «priva di qualsivoglia autorizzazione di carattere ambientale alla gestione di rifiuti, determinando in tal modo l'esistenza di una vera e propria discarica abusiva». Da qui il sequestro dell'intero compendio aziendale, compresi i rifiuti stoccati abusivamente e i sei mezzi d'opera utilizzati per la loro movimentazione. I Carabinieri del Noe di Udine hanno così denunciato in stato di libertà alla Procura di Gorizia, che coordina le indagini, il titolare dell'azienda Marco Milanese, il quale sarà chiamato anche al corretto smaltimento dei rifiuti, al ripristino dello stato dei luoghi e alla regolarizzazione dal punto di vista autorizzatorio.«Ho sbagliato in buona fede», ammette il proprietario Marco Milanese, alla spalle un'attività di artigiano da oltre trent'anni, che da poco si è trasferito a Capriva, rilevando il sito tra le via Moraro e Aquileia. «Ho in piedi una ristrutturazione importante e ingenuamente ho scaricato gli inerti, da smistare nei centri di recupero - spiega l'imprenditore, sottolineando come la ditta è iscritta all'albo per la gestione dei rifiuti - anche se mi contestano anche il cippato di legno. Il 15 febbraio mi sono ammalato, dovevo essere operato a un braccio e ho dovuto fermare lo smaltimento ma non il cantiere. In mezzo a questa situazione difficile mi si è rotto anche il camion... Ora mi adopererò per sistemare il tutto».Il blitz dei Noe, che ha coinvolto anche i vigili del fuoco, non è scattato ieri bensì venerdì 19 con un primo sopralluogo da parte dei carabinieri che hanno avvertito della vicenda anche il sindaco Daniele Sergon. «È stato il regalo per il weekend... ci siamo messi a disposizione dei carabinieri e dell'autorità giudiziaria con il nostro ufficio tecnico - dice il primo cittadino - e personalmente sono andato a controllare per capire le dimensioni di questa discarica. Posso affermare che, pur nella sua gravità, sono stato rassicurato del fatto che non si tratta di un'attività malavitosa. Nessun smaltimento illecito di rifiuti in stile ecomafie o deposito di rifiuti tossici». E aggiunge: «Si tratta di malagestione, magari di superficialità all'interno di un sito, lontano dal centro abitato di Capriva, che il titolare adesso dovrà ripristinare».

Pietro Comelli

 

 

Si rilancia a Ceroglie la campagna di adozione delle pecore carsoline - Per ora niente "open day", si procede online
DUINO AURISINA. Parte anche quest'anno l'iniziativa #adottiAMO un Agnellino, la proposta ideata e lanciata da "La Fattoria" e dall'azienda agricola Antonic di Ceroglie, nota a tanti anche come la Fattoria didattica dell'asino Berto. Lo scopo è di ripopolare, sul Carso, le pecore istro-carsoline, specie la cui caratteristica è quella di avere le corna. La passata edizione aveva raccolto il favore della cittadinanza, con l'adozione record di una cinquantina di agnellini, tutti i nati del 2020. Quest'anno sono 45 gli agnellini nati tra gennaio e febbraio. A causa dell'emergenza pandemica, non sarà possibile organizzare un "open day", ma questa situazione non ha fermato il titolare dell'azienda, Andrea Stoka. Sarà possibile aderire online su www.asinoberto.it e visitare le pecore nell'orario di apertura dello spaccio. Chi adotterà un agnello nel corso dell'anno scoprirà la vita della fattoria, riceverà un cesto di prodotti e potrà accompagnare il gregge al pascolo. Numerosi i benefici dell'iniziativa per il territorio: così si preserva una specie in via d'estinzione, si salvaguarda la landa carsica, si avvicinano bambini e ragazzi con attività didattiche dedicate e si produce un pecorino di alta qualità, con 100% latte di pecora istro-carsolina a chilometro zero, unico per caratteristiche organolettiche. «La presenza dell'allevamento nella landa carsica è fondamentale - spiega Stoka - perché permette di preservare il paesaggio, prevenire gli incendi e mantenere la biodiversità, integrandosi con il turismo e le altre attività produttive». La pecora istriana o carsolina ha il manto bianco con macchie nere su muso, zampe e coda.

u.sa.

 

 

SEGNALAZIONI - Ferriera - Cilindri, memoria e produzione

Caro direttore, sono rimasta stupita dalla proposta della sovrintendente Bonomi, che ho letto sul Piccolo del 16 marzo scorso, di elevare a simbolo della Ferriera di Servola i cilindri d'acciaio realizzati per recuperare il calore del gas dell'altoforno, alti 28 metri, sui quali collocare terrazze panoramiche per ammirare il golfo. Mi sembra che la Ferriera non verrà eliminata ma modificata, date le diverse esigenze di produzione dell'acciaio e quindi il sito rimarrà industriale, ospitando la piattaforma logistica. Non lo vedo perciò come luogo di fruizione turistica. Non per questo voglio sminuire l'interesse per l'archeologia industriale e per la storia della Ferriera, simbolo di una tradizione importante per la città, anche se via via oscurata dall'espansione del terziario. Anzi, credo sarebbe ottima cosa ampliare il discorso, soffermandosi sul Gasometro di Broletto, splendido edificio industriale abbandonato; sui magazzini del Porto vecchio che rischiano di diventare appartamenti e, pur non trattandosi di archeologia industriale, sulle caserme dismesse, come quella di Banne e infine, sul disgraziato tram di Opicina. Quest'ultimo sì un formidabile richiamo turistico che langue per scelte che giudico deleterie di cui è stato vittima negli ultimi decenni. Meglio sarebbe - mi si conceda una divagazione - concentrare su tutto ciò competenze e finanziamenti piuttosto che su progetti impattanti per l'ambiente e rivelatisi nell'esperienza ormai privi di reale ricaduta economica come l'ovovia mare-Carso e il cosiddetto Parco del mare. La dottoressa Bonomi può giustamente obiettare che non sono di sua competenza, però il tram è una meraviglia tecnica dell'inizio del Novecento creata da un grande progettista, l'ingegner Geiringer. Archeologia industriale perfettamente funzionante per oltre 100 anni (come i suoi gemelli in Svizzera e Sud Tirolo). Soffermiamoci poi sull'area della Lanterna, dove decenni di colpevole incuria hanno fatto crescere edifici mostruosi che ospitano, purtroppo, istituzioni come la Polizia marittima, la Guardia di finanza, alcuni uffici della Capitaneria di porto. Dimostrazione di come gli enti pubblici stessi abbiano contribuito a disattendere uno più meravigliosi compiti che la Costituzione affida allo Stato italiano: la tutela del paesaggio. Bisognerebbe eliminare tutti i vetusti manufatti del Dopoguerra privi di qualsiasi pregio, ormai cadenti e proteggere e valorizzare la Lanterna, questa sì opera di pregio di un grande architetto del Neoclassico triestino, Pietro Nobile. Pensi che bello avere in quell'area un parco sul mare che circondi la Lanterna e le dia il risalto che merita. Un parco sul mare (e non "del mare") che sarebbe perfettamente in linea con la svolta green auspicata dall'Unione europea e per il quale potremmo senz'altro chiedere dei fondi. Abbiamo bisogno di verde in questa città, non di nuovi edifici. Seguiamo l'esempio di Udine che valorizza le zone verdi. Nella nostra città ci sono migliaia di case vuote da recuperare, non c'è bisogno di costruirne altre. Vogliamo i turisti? E allora realizziamo, vista la carenza di accessi al mare, nuove spiagge e servizi oltre che nella zona della Lanterna, verso Barcola, nell'area del Bagno Ferroviario, altro manufatto come tanti ormai cadenti dentro l'area di Porto vecchio, ancora da salvaguardare e cui dare un nuovo ruolo. Preferibilmente non come nuove entità abitative ma come spazio verde e attrezzato che offra finalmente ai triestini e ai visitatori nuovi punti di vista sul nostro magnifico golfo e sulla città conservando ed esaltando il fascino che essa da tre secoli non manca di suscitare, proprio per la sua peculiarità. Da salvare. E in questo la dottoressa Bonomi può certamente fare molto.

Stella Rasman

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 29 marzo 2021

 

 

Villa Revoltella ritrova l'antico splendore con la fine di tre cantieri
Sistemata la pavimentazione in porfido e risolta l'annosa questione dei drenaggi - Restaurati inoltre i muri di contenimento e della chiesa di San Pasquale Baylon
L'acqua che zampilla, i pesci rossi e le tartarughe che nuotano, le prime fioriture. Presenza curata e rigogliosa, la natura fa da contorno ad alcuni edifici e pezzi di parco da poco restaurati all'interno di Villa Revoltella, dove il Comune ha concluso da poco tre cantieri "ad hoc". Questi interventi hanno riportato infatti al loro splendore una serie di aree ospitate nel sito verde di 50 mila metri quadrati che si trova tra il colle di Chiadino e la parte alta di Rozzol Melara. Dopo diversi anni di semi-abbandono, dovuti sicuramente anche alla mancanza di risorse, ecco che la residenza del barone torna dunque quasi ai fasti del passato: restano ancora alcune operazioni non di poco conto da portare a termine, una su tutti la riqualificazione delle scenografiche serre. Anche il visitatore meno attento non può non accorgersi, appena entrato dall'accesso di via de Marchesetti, dei lavori di ripristino compiuti proprio di fronte all'ingresso. Si tratta innanzitutto della nuova pavimentazione, che ha subito un'importante rivisitazione, ponendo peraltro fine all'annoso problema dello smaltimento dell'acqua piovana. Il responsabile unico del procedimento e il direttore dei lavori, gli architetti Andrea De Walderstein e Carmelo Trovato, hanno gestito un investimento di circa 200 mila euro. Il progetto ha visto l'inserimento di diverse griglie e pozzetti d'ispezione e il rifacimento di ben mille metri quadrati di cubetti in porfido, posati a coda di pavone, uno a uno a mano. Nella stessa area si può ammirare al contempo il prezioso restauro, in particolare esterno, del costo di 55 mila euro, della chiesa di San Pasquale Baylon in pietra bianca del Carso (direttore dei lavori l'architetto Massimo Mosca), ieri adornata con le palme per celebrare la domenica che precede la Pasqua. Un'operazione simile è avvenuta accanto all'esteso caseggiato che ospita la casa pastorale. Rientra poi in un altro lotto il restauro della "gloriette" (chiamato anche tempietto o ninfeo), che si trova proprio all'entrata. Grazie a un finanziamento del Bando periferie di 600 mila euro è stato possibile rifare diversi muri di contenimento secondo il progetto di cui sono stati responsabile unico del procedimento l'architetto Lucia Iammarino e direttore dei lavori l'ingegnere Nicola Milani. I tratti riqualificati sono ben visibili grazie ai vividi colori della pietra. Tra questi, la muratura vicino alle serre, dove sono state sostituite anche delle alberature, quella accanto al campo di basket e all'ingresso secondario di via dei Pellegrini. Con 250 mila euro è stata inoltre potenziata - appunto - la rete fognaria, anche per contenere le acque meteoriche, e con altri 116 mila euro è stata ultimata l'area parcheggio di fronte al cancello di via de Marchesetti, dov'è posizionata un'isola ecologica. Ma oltre a queste importanti operazioni di riqualificazione, non mancano, tiene a precisare l'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, una puntuale «manutenzione ordinaria per il verde e l'area giochi».

Benedetta Moro

 

 

Niente bambini a Busi - La scuola diventa una struttura turistica - l'isoletta conta 11 residenti
SPALATO. Anche la piccola isola di Busi (Bisevo), a sud - ovest di Lissa, potrà avvalersi di fondi stanziati dall'Unione europea per lo sviluppo turistico. Entro ottobre verranno portati a termine tre progetti: il Centro visitatori della Grotta azzurra, la costruzione di 12 chilometri di pista ciclabile, il restauro del bunker che un tempo ospitava una batteria d'artiglieria, e che arriva a 35 metri di profondità. L'isoletta è nota soprattutto per la Grotta azzurra (Modra spilja) e per quella della Foca monaca, che ogni anno vengono visitate da migliaia di turisti. Il Centro visitatori sarà costruito nell'edificio che un tempo ospitava la scuola elementare di Busi, inattiva ormai da molti anni per la mancanza di bambini: il più giovane degli 11 residenti a oggi sull'isoletta ha infatti 45 anni. Per dare vita ai progetti saranno spesi tre milioni e mezzo di euro, di cui poco meno della metà erogati da Bruxelles.Il governatore della Regione spalatino - dalmata Blazenko Boban ha sottolineato come i cantieri in partenza - frutto del partenariato tra Comisa, la sua Assoturistica e l'Istituto per la tutela ambientale Plavi svijet (Mondo blu), di Lussingrande - siano «vitali» per il futuro dell'area. Anche il sindaco di Comisa, Tonka Ivcevic, punta sui tre progetti e sullo sviluppo turistico che si spera così di attuare, avviando nel tempo la crescita demografica di questo lontano lembo adriatico. Un altro progetto sta nascendo a Orsera: si tratta di un centro multimediale dedicato all'ecosistema adriatico. Denominata More, la struttura nascerà grazie a un finanziamento di 210 mila euro ottenuto dal Lagur, il gruppo di azione locale per la promozione di pesca, maricoltura e patrimonio marittimo. Una cifra uguale verrà stanziata dal ministero del Turismo croato e dal Comune istriano. Nell'edificio già ristrutturato sarà così installata l'attrezzatura informatica che costituirà il punto forte del Centro. Ai visitatori verranno presentate le caratteristiche ambientali dell'Adriatico, e un settore sarà riservato alla tradizione della pesca e della marineria. Fra gli obiettivi del Centro - unico del genere in Croazia - sensibilizzare i visitatori su pesca e turismo sostenibili.

 

 

A nuovo entro agosto l'antica ghiacciaia di Draga Sant'Elia - il recupero finanziato con fondi Interreg
SAN DORLIGO DELLA VALLE. Sarà recuperata, con risorse del Programma Interreg Italia-Slovenia, una ghiacciaia con annesso stagno situata a Draga Sant'Elia. Il Comune di San Dorligo della Valle partecipa infatti al progetto di cui è capofila il Parco delle grotte di San Canzian. La ghiacciaia è una delle tante della zona. Esse sono il risultato dello sviluppo di Trieste nel 19.mo secolo. Nel porto transitavano grandi quantità di derrate deperibili e gli alimenti dovevano essere conservati. La soluzione era utilizzare il ghiaccio. Produzione, conservazione e vendita del ghiaccio erano praticate in Carso, dov'erano per l'appunto utilizzate delle ghiacciaie, chiamate "jazere" in dialetto, e "ledenice" in sloveno: profondi pozzi in muratura, scavati vicino a stagni che fungevano da serbatoio, in zone fredde. Il ghiaccio veniva poi smerciato a Trieste. La ghiacciaia da recuperare consiste in un pozzo circolare di 6,5 metri di diametro, profondo cinque. Il progetto è dell'architetto triestino Fulvio Bigollo, l'impresa triestina Benussi & Tomasetti eseguirà i lavori, supervisore Boris Cok. Le opere dovrebbero essere completate entro agosto. Il costo è di 115 mila euro.

u. sa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 28 marzo 2021

 

 

«Villa Stavropulos, nel lascito pure i fondi per le manutenzioni»
Il comitato: «Il Comune ereditò un altro stabile redditizio con gli affitti». Giorgi: «Proventi nel calderone del bilancio»
Il Comitato per la salvaguardia di Villa Stavropulos non molla. E svela che il mecenate greco Socrate Stavropulos, quando donò al Comune la dimora di Grignano, contestualmente, al fine di garantire il mantenimento della villa affinché potesse diventare la "casa dell'arte" di Trieste, lasciò in eredità al Municipio anche il condominio di via Franca 16. Così ora il comitato stesso chiede lumi all'amministrazione cittadina su come sia stato gestito il ricavato della locazione di quegli appartamenti. L'immobile di via Franca ha sette piani e risulta in buone condizioni. «I proventi delle pigioni di quel palazzo abitato da undici famiglie - spiega una nota firmata dai referenti del comitato Giuliana Carbi, Roberto Curci, Giorgetta Dorfles e Sergio Franco - avrebbero dovuto coprire i costi derivanti dalla villa di Grignano». Il comitato rivela infatti che un decreto prefettizio, risalente al 2 aprile 1963, che sanciva l'accettazione del lascito da parte del Comune, «metteva nero su bianco che, all'epoca, il reddito annuo netto dello stabile di via Franca ammontava a 2.150.687 lire», ed era dunque sufficiente a coprire, scrive il documento, «le spese di manutenzione e gestione della villa e dei suoi annessi, ammontanti 1.666.627 lire annue, comprese le spese per il personale di custodia e quello adibito alla cura del giardino». «Neppure un'articolata ipotesi di gestione della villa - indica il Comitato - per un suo utilizzo che coinvolgesse tutti i civici musei cittadini, formulata nel 2006 dalla direzione del Museo Revoltella e sostenuta da un finanziamento del Fondo Trieste, ha trovato ascolto». «Nel 1996 - spiega in particolare Roberto Curci - il Curatorio del Revoltella, chiedendo lumi sul denaro incassato dalle locazioni di via Franca, seppe che furono incassati 239 milioni di lire, e che l'anno successivo 220 milioni di lire vennero utilizzati per alcuni interventi sull'immobile. Da allora, di quanto incassato da via Franca, non se ne sa più nulla». Per questo il comitato chiede venga fatta chiarezza sul perché non siano stati usati per la villa i fondi annualmente percepiti e a essa destinati, «e in quale altro modo siano stati usati». «Quello che viene incassato dalla gestione immobiliare - spiega l'assessore Lorenzo Giorgi - finisce nel "calderone" del bilancio del Comune, e non resta in capo a quest'area». Giorgi, però, sottolinea come il problema non sia tanto la sistemazione della villa, «quanto la destinazione indicata nel lascito, oggi fuori dal tempo». E aggiunge: «Serve essere pragmatici e oggettivi quando si amministra. Quella location non è neppure facilmente fruibile vista la posizione, e per il fatto che non dispone neppure di un piccolo parcheggio. Facciamo sì che quello che ha lasciato Stavropulos si liberi di certi lacci che oggi non hanno il senso di esistere, e serva realmente alla città».

Laura Tonero

 

Oltre mezzo milione per il Museo letterario di palazzo Biserini

Il 35% dei proventi della tassa di soggiorno destinato all'allestimento interattivo della nuova realta'. La quota restante suddivisa fra eventi, iniziative e promozione.

Il nuovo Museo della Letteratura che prenderà vita all'interno di palazzo Biserini, per il suo allestimento potrà contare anche su 579.966 euro incassati dal Comune grazie all'imposta di soggiorno che i turisti hanno lasciato a Trieste nel periodo dall'ottobre del 2019 al settembre del 2020. La cifra, che fa parte di un tesoretto più ampio pari complessivamente a 1.977.107 euro - inclusi 240 mila euro non spesi nel 2020 e i circa 750 mila euro del fondo che il governo ha destinato al Comune per coprire le perdite di gettito dell'imposta -, sarà infatti destinata al progetto "Adotta un Museo". Nello specifico, servirà a realizzare l'allestimento innovativo del nuovo museo, con percorsi interattivi, esperienziali. La nuova realtà museale occuperà il lato sinistro del pianterreno di palazzo Biserini, e sarà il posto in cui, accanto alla storia di Svevo, Joyce e Saba, i visitatori verranno a conoscenza di quella delle decine e decine di grandi autori che sono stati loro compagni di viaggio. Ma ci saranno anche spazi polifunzionali, adatti a ospitare conferenze oppure eventi e manifestazioni socio-culturali; aree espositive e di lettura e anche un temporary shop dove esibire prodotti tipici locali. La fetta di soldi derivanti dall'imposta di soggiorno destinata all'allestimento del museo corrisponde al 35% di quanto versato dai turisti, la percentuale che il regolamento regionale prevede venga investita in infrastrutture. La ripartizione dei proventi dell'imposta di soggiorno è stata definita dal Comune sottoscrivendo un'intesa con le categorie che rappresentano le strutture ricettive e PromoTurismo Fvg. Lo scorso giovedì la giunta comunale ha deliberato l'approvazione dell'intesa che, oltre all'impegno per il Museo della Letteratura, prevede di riservare 631.141 euro alla promozione e alla comunicazione. Ulteriori 766 mila euro, invece, sono destinati agli eventi e a determinati progetti. Nello specifico, 50 mila saranno riservati alla Barcolana, 150 mila alla prossima edizione di Trieste Estate, 50 mila alle iniziative che verranno organizzate nella Sala Luttazzi, 290 mila a eventi territoriali di alta attrattività, come quelli che ruotano attorno al Natale o al Carnevale. Si aggiungono inoltre 200 mila euro che verranno impegnati in ticket, che i gestori delle strutture ricettive potranno regalare ai loro clienti per visitare mostre o iniziative di altro genere, e 26 mila euro che verranno investiti sul Progetto Guide a sostegno dell'attività di queste figure messe anche loro in seria difficoltà dall'emergenza pandemica. «Trieste ha enormi potenzialità turistiche - considera l'assessore comunale al Turismo Giorgio Rossi - però qui non c'è il turismo di massa che possono avere le realtà di mare o di montagna, e quindi per valorizzare ulteriormente il "prodotto Trieste", anche a fronte di quello che si sta realizzando in Porto vecchio e delle altre iniziative, serve un forte gioco di squadra per la progettualità e gli investimenti». Rossi chiede «un impegno di tutte le istituzioni e delle categorie coinvolte nel settore ad attivarsi per cogliere la grande occasione che ha la città di fare un ulteriore salto come città d'arte». Sulla destinazione del tesoretto, interviene anche il presidente di Federalberghi Guerrino Lanci: «Non possiamo permetterci di sprecare nemmeno un euro, ci giochiamo tutto nei prossimi mesi, sperando ci mettano nelle condizioni di poter veramente ripartire».

Laura Tonero

 

L'ex Intendenza ferma aspettando il via libera al Piano del centro
I fratelli Zotti preferiscono valutare le opportunità previste dallo strumento urbanistico in arrivo entro la fine di maggio
Il cantiere, come il paradiso del film di Warren Beatty, può attendere, meglio che prima passi il nuovo Piano particolareggiato del centro storico, chiamato a sostituire l'ultraquarantennale "Semerani". Per sottotetti, ascensori, corpi scala sembra aprirsi un'era di importanti cambiamenti: quindi conviene che la betoniera aspetti le future chance concesse dallo strumento urbanistico. È il ragionamento alla base della decisione assunta dai fratelli italo-austriaci Zotti, Franz Christian e Paolo, titolari dell'hotel gradese Laguna, i quali avevano preannunciato per gennaio l'inizio dei lavori all'ex Intendenza di finanza in largo Panfili, con l'obiettivo di trasformare il palazzo tardo Ottocento - che la controllata Bz Hotels aveva acquistato nel 2019 da Cassa depositi e prestiti - nel più grande "quattro stelle" regionale, a gestione Marriott. Mica uno scherzo: 13.000 metri quadrati, un numero di stanze oscillante tra le 150 e le 230. Una costruzione double face, quella disegnata da Friedrich Setz, davanti le Poste e dietro le Finanze. Adesso nuovo aggiustamento di rotta, filtrato dagli stessi "portavoce" che periodicamente informano sulle mosse degli Zotti. In effetti il Piano del centro storico potrebbe ottenere il sì definitivo (la prima griglia fu superata lo scorso novembre) entro la fine di maggio. Ci credono sia l'assessore Luisa Polli («Sapesse quanti professionisti e quante aziende ne auspicano l'approvazione») che il direttore dipartimentale Giulio Bernetti. È arrivato il parere del ministero della Cultura (Mic), si stanno verificando alcune questioni legate ai siti archeologici, gli uffici dell'Urbanistica sono intenti all'esame delle 50 osservazioni sopraggiunte (ma che, articolandosi in vari punti, sono quasi 300). Per cui dopo Pasqua l'iter di approvazione riprenderà il tortuoso cammino: delibera giuntale, circoscrizioni, VI commissione consiliare, aula. Farcela a maggio - dicono la Polli e Bernetti - non è utopia. Il Piano censisce 1.621 edifici nella città "murata", nei tre borghi, in via Udine, tra viale XX Settembre e via della Pietà. Il 5% va rispettato dentro e fuori, il 45% va restaurato fuori con qualche "libertà" all'interno, il 30% va salvaguardato all'esterno ma è sventrabile, il 20% può essere raso al suolo e sostituito da nuovi stabili. L'amministrazione ritiene che possa esercitare un benefico effetto-traino sulla proprietà immobiliare e sull'imprenditoria edile.

Massimo Greco

 

 

Mare freddo e luna piena frenano l'inizio della stagione delle seppie

In sordina il primo giorno regolamentare per la pesca e lo smercio «E di questi esemplari, nel nostro golfo, ce ne sono sempre meno»
È iniziata in sordina, ieri, la stagione regolamentare della pesca alle seppie. Pochi, infatti, gli esemplari pescati e smerciati, nonostante l'arrivo della primavera rappresenti l'inizio del periodo più propizio per la loro cattura. Il clima di questo ultimo mese, però, unito al fatto che nel golfo questi cefalopodi siano sempre meno numerosi, ha fatto sì che sui banchi delle pescherie non sia stato possibile trovarne in gran quantità. «Di seppie in circolazione ce ne sono ancora poche», spiega Andrea Bozic, della pescheria "Al Golfo di Trieste": «Per vederne in gran numero sarà necessario attendere ancora qualche giorno». Non c'è però da aspettarsi grandi pescate. «Negli ultimi anni la quantità di seppie presenti nel golfo è calata», prosegue Bozic: «Nonostante ciò, non appena l'acqua del mare inizierà a scaldarsi, inizieremo a trovarne di più». La pesca di questo mollusco è disciplinata da un particolare regolamento regionale che ne prevede l'inizio all'ultimo sabato di marzo, a partire dalle 6 del mattino. Da metà marzo a metà maggio, infatti, le seppie si avvicinano alle coste per deporre le uova, che vengono attaccate con un peduncolo ad anello ad ogni tipo di supporto, fanerogame, legname, corde, reti delle nasse. Questo fenomeno viene sfruttato proprio col posizionamento delle nasse e delle reti lungo il loro percorso di avvicinamento alla costa. «Le seppie ci sono tutto l'anno - ricorda Livio Amato de "La Barcaccia" - ma per trovare un prodotto qualitativamente migliore la primavera è la stagione giusta, perché se pescate in questo periodo hanno un gusto più buono e, particolare non secondario, costano meno». Questo primo fine settimana di pesca regolamentata è sfortunato anche per un altro motivo. «In questi giorni c'è dispersione di luce a causa della luna piena - spiega Amato - pertanto diventa più difficile catturarle. Senza dimenticare che stiamo uscendo da un marzo caratterizzato da un freddo senza picchi in negativo ma abbastanza costante, e questo fattore ha impedito alla temperatura del mare di sollevarsi».-

Lorenzo Degrassi

 

 

Gli austriaci di Öbb sbarcano a Trieste - A giugno l'ingresso nell'Interporto
Dopo l'avvio della gestione tedesca della Piattaforma anche le ferrovie di Vienna rafforzano la loro presenza
Trieste. Dopo i tedeschi di Duisport, all'Interporto di Trieste arrivano le Ferrovie austriache. È destinato a concretizzarsi a giugno l'interesse che da tempo le Österreichische Bundesbahnen mostrano per il polo logistico che unisce il terminal di Fernetti a quelli di FreeEste (area ex Wärtsilä) e Cervignano. Öbb sta per rilevare una piccola quota dell'Interporto per entrare nella partita della logistica in Friuli Venezia Giulia. Il corrispettivo dell'operazione è l'ingresso dell'Interporto nelle società di gestione dei terminal di Villaco e Budapest: un passo che ne farà l'unica realtà del genere in Italia con una presenza diretta all'estero. Le Ferrovie austriache - La mossa di Öbb conferma il fermento suscitato dal porto di Trieste nell'area mitteleuropea. Nel giro di pochi mesi, si sono affacciati sull'Adriatico due giganti tedeschi: prima Hamburger Hafen ha rilevato la maggioranza assoluta della Piattaforma logistica e poi Duisport ha acquisito il 15% dell'Interporto. Dopo il terminalista più importante del secondo porto d'Europa e dopo la società che controlla uno dei principali terminal di terra al mondo, è il turno delle Ferrovie austriache, che con la controllata Rail Cargo Austria rappresentano il principale operatore su ferro dello scalo di Trieste, movimentando il 40% dei traffici via treno. Nel caso dell'Interporto, Öbb opererà attraverso Infra, equivalente transalpino di Rfi, ovvero il soggetto cui compete la gestione della rete dei binari. L'arrivo degli austriaci è stato previsto prima dell'intesa con Duisport ed è citato nei patti parasociali stretti tra Friulia, Autorità portuale, Camera di commercio e Comuni di Trieste e Monrupino. Öbb-Infra si appresta a rilevare una piccola presenza del 2-3% dalla holding regionale Friulia: per gli austriaci non ci sarà una poltrona nel cda, come avvenuto invece per Duisport. Perde intanto quota la parallela idea di una partecipazione di Öbb alla Piattaforma logistica e al terminal che sorgerà al posto della Ferriera. Le lunghe trattative intavolate con i soci locali Parisi e Icop non hanno dato frutti e, dopo il suo subentro, Hhla pensa solo a dare continuità alle attività di banchina appena cominciate, per poter poi valutare come sviluppare il Molo VIII. La rete internazionale - L'aspetto più interessante dell'intesa è che gli austriaci non acquisteranno le quote dell'Interporto, ma le scambieranno con partecipazioni nei terminal terrestri di Villaco-Fürnitz in Austria e di Budapest-Bilk in Ungheria. Con il valore dell'Interporto stimato a 20 milioni, il 2-3% vale un concambio inferiore al milione di euro. Poca cosa in termini assoluti, ma la possibilità per Trieste di inserirsi direttamente in snodi strategici per il porto e la sua proiezione verso l'Europa di mezzo. È la riproposizione del modello Duisport, che entra in terminal esteri con posizioni di minoranza, potendo accedere a informazioni utili alla costruzione di nuovi servizi e catene logistiche da cui ricavare profitto. L'Interporto è visto da Autorità portuale e Regione come la leva attraverso cui costruire una rete logistica estesa per decine di chilometri nell'entroterra regionale, come avviene nei porti del Nord Europa. L'esperienza dei tedeschi dello scalo fluviale di Duisburg nell'ambito delle attività di retroporto potrà diventare un traino per l'integrazione del sistema Fvg. L'Interporto di Fernetti ha esteso in tempi recenti il controllo sui capannoni in regime di punto franco a Bagnoli della Rosandra (rallentati dal rinvio sine die dell'interpretazione sull'extradoganalità) e si è assicurato l'83% dell'Interporto di Cervignano, posto all'incrocio di due corridoi ferroviari europei e di grande interesse per Duisport. L'Interporto tratta inoltre l'ingresso nella Sdag di Gorizia, mentre l'idea di una manovra parallela su Pordenone si è per ora limitata all'apertura di una linea quotidiana con Trieste. Budapest e Villaco sono considerate a loro volta realtà di prospettiva, mentre sfuma l'ipotesi di una collaborazione nell'interporto slovacco di Kosice: lettera morta come tutto il memorandum firmato tra Autorità portuale e cinesi. La piattaforma regionale - La proiezione di Trieste verso l'Europa centrale avviene immancabilmente per effetto di enti pubblici. È pubblico l'Interporto (governato da Friulia, Autorità portuale, Camera di commercio e Comuni), sono pubbliche le Ferrovie austriache, è pubblica la società ungherese Adria Port che svilupperà il terminal all'ex Aquila, sono pubblici Hhla e Duisport, la cui quota di maggioranza è in mano ai rispettivi Land. E sono pubblici i 400 milioni di fondi comunitari che il governo impiegherà per il potenziamento delle infrastrutture portuali di Trieste, pescando dal Recovery Plan dell'Ue. La Regione chiede che il Pnrr renda i traffici marittimi un'opportunità per tutto il Fvg, con l'auspicio che porto faccia rima con industria e che le merci in transito si fermino per essere trasformate, creando impresa e occupazione. La giunta Fedriga chiede il rafforzamento dei nodi ferroviari di Cervignano e Udine per potenziare il sistema degli interporti e l'uscita dei treni verso l'Austria; finanziamenti per un «polo logistico regionale»; una Zona logistica speciale tra Gorizia, Monfalcone e Porto Nogaro; prestiti agevolati alla manifattura per sviluppare progetti di integrazione con i flussi logistici e creazione di valore.

Diego D'Amelio

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 27 marzo 2021

 

 

L'aula approva l'Accordo su Porto vecchio
Contrari i principali partiti d'opposizione. Il Pd: «Poca trasparenza». La Lega ribatte: «Chi accusa la giunta si rivolga al Tar»
Il Consiglio comunale ha approvato l'Accordo di programma sul Porto vecchio a maggioranza, con il voto contrario dei principali partiti dell'opposizione. La discussione, accesa e in alcuni momenti sopra le righe, si è protratta per cinque ore di teleconferenza nel pomeriggio di ieri: l'aula introduce così la variante al piano regolatore che dà una cornice allo sviluppo dell'area, e sancisce la nascita del Consorzio Ursus. Il documento è stato introdotto dal sindaco Roberto Dipiazza, che ha sottolineato il carattere storico della giornata. In apertura di dibattito la consigliera del Partito democratico Laura Famulari ha chiesto la sospensione della trattazione in ragione di tre pregiudiziali: «La delibera con cui la giunta ha autorizzato il sindaco alla firma è stata pubblicata in albo pretorio senza allegati, sottratti agli obblighi di pubblicità e trasparenza. Penso sia stato fatto deliberatamente», ha dichiarato la consigliera. Il Pd ha opposto anche la difformità dell'accordo rispetto agli indirizzi dati dal Consiglio nel 2019. Le pregiudiziali non sono state accolte dall'aula, così Everest Bertoli (Lega): «Famulari può rivolgersi al Tar, che è aperto. Se pensa ci siano state omissioni deliberate, sa a che organi rivolgersi. Resterete 30 anni all'opposizione», ha affermato il leghista. Tanti gli interventi dei consiglieri in dibattito. In generale l'opposizione ha rinfacciato alla maggioranza la poca condivisione del procedimento, dentro e fuori dall'aula, e spinto l'accento sulla necessità di una progettazione complessiva. La maggioranza dal canto suo ha sottolineato come la variante sia un passaggio che apre allo sviluppo l'area e che la progettazione spetterà alla fase successiva. Così il M5s Paolo Menis: «È venuto il tempo di abbandonare la contrapposizione fra rinascita dell'area del Porto vecchio e difesa del punto franco internazionale. Le due cose non sono in contrasto. Oggi riconosco l'importanza per la nostra città dell'emendamento Russo, anche se non condivido ora molte cose della delibera al voto». Per Massimo Codarin della Lista Dipiazza: «Ritengo che un voto all'unanimità sarebbe auspicabile. A chi rivendica che tutto ciò è merito suo - ha affermato rivolgendosi al Pd - è vero che senza emendamento Russo non saremmo qui, ma per i passaggi successivi bisogna rendere merito al sindaco». Sabrina Morena di Open Fvg ha descritto il sogno di un Porto vecchio innovativo e sostenibile: «Questa delibera invece ci prospetta un'area che sarà uguale al resto della città, caotica e piena di macchine, oppure uno sviluppo elitario a rischio speculazione». Secondo il capogruppo forzista Alberto Polacco «non ci sarà nessuna speculazione ma un passo storico per lo sviluppo della città»: «Va bene la sdemanializzazione ma questa amministrazione ha compiuto passi concreti dal Park Bovedo al centro congressi. Non ci si preoccupi della residenzialità, perché comunque il tetto è di mille abitanti». Così la pentastellata Elena Danielis: «L'idea di fare un nuovo borgo fa capire che non si vogliono cambiare le cose. Replichiamo un pezzo di città di cui non si sentiva il bisogno. Lì servono funzioni nuove che portano occupazione, non traslochi che creano vuoti altrove. Si doveva pensare a uno sviluppo che fosse prettamente economico e non immobiliarista». Il consigliere di Futura Roberto De Gioia ha annunciato il suo voto a favore, ricordando che «una volta parlare di sviluppo del Porto vecchio a Trieste era tabù»: «Auspico però un coinvolgimento successivo della città e dei portatori di interesse». La consigliera di Italia Viva Antonella Grim (poi astenutasi come la collega dei Cittadini Maria Teresa Bassa Poropat) ha affermato: «Dovremo riuscire a portare imprese nuove per favorire il lavoro. Bene che sia prevista la relazione di un paesaggista perché serve una forma di progettualità complessiva». Il dibattito si è infine infuocato quando il sindaco ha apostrofato la consigliera Famulari come una «fiera delle stupidaggini», cosa per cui l'opposizione ha chiesto delle scuse che non sono arrivate. È stato fatto proprio dal primo cittadino un ordine del giorno forzista che impone al Consorzio di mantenere il 51% delle quote in mano al Comune. I voti a favore sono stati 22, quelli contrari 13, due gli astenuti.

Giovanni Tomasin

 

 

MONFALCONE - Centrale A2A a idrogeno - Tutti i dubbi del rione Enel
«Parlare di idrogeno per la nuova centrale a gas di A2A è un'abile operazione di marketing per far passare all'opinione pubblica l'idea di una centrale green, adeguata al futuro». Parole di Antonella Paoletti, presidente dell'associazione rione Enel. «L'idrogeno prodotto dal metano è, ad oggi, un'operazione costosa e inutile. L'idrogeno ottenuto dal gas non è pulito, è costoso ed inutile. Se il gas rientra nel Recovery Plan allora mettiamo in funzione al 100% la centrale a gas di Torviscosa e tutte le centrali italiane che oggi, per motivi vari, non sono utilizzate al 100% e si migliorino quelle». Paoletti smonta un altro dei punti di forza della nuova centrale secondo A2A. «Metanizzazione delle navi: in provincia di Rovigo esiste un rigassificatore in mezzo al mare a 15 km. dalla costa. Le navi che escono dal nostro cantiere potrebbero rifornirsi di gas in quel luogo, facendo un viaggio di poca distanza. E che si produca ancora troppa CO2 lo dice l'Energy and Strategy group del Politecnico di Milano: l'Italia deve tagliare quasi 100 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2030 per centrare gli obiettivi comunitari. Nei prossimi lustri l'Italia continuerà ad essere uno dei territori più dipendenti dal fossile per l'elettricità. Dunque meglio utilizzare l'area di A2A per un centro di competenza sulle tecnologie dell'idrogeno per uso energetico, coinvolgendo nello studio anche l'Area di ricerca di Trieste. Tuttavia, dal momento che il sito si trova vicino al mare, dovrebbe essere studiato ed incentivato l'idrogeno ricavato dall'acqua perché è questo il vero carburante del futuro, pulito e sostenibile. Se si vuole essere pronti per il 2050 con combustibili completamente puliti bisogna cominciare subito la ricerca. Rinnoviamo, quindi, l'appello al Comune e alla Regione, nella figura del presidente Fedriga, che è la voce più importante del nostro territorio presso il Governo, affinché si eviti la costruzione della nuova centrale di A2A. I monfalconesi hanno subito ogni sorta di inquinamento e sacrificato la loro salute sull'altare del lavoro».

 

Veglia, il rigassificatore di nuovo in attività con la nave dagli Usa - previsto un approdo ogni due settimane
VEGLIA. Diventa concreta la prospettiva che il rigassificatore galleggiante dell'isola di Veglia registri in media l'arrivo di una nave metaniera ogni due settimane. Dopo un periodo di stop - causato dall'aumento di prezzo del gnl sui mercati asiatici che ha fatto sì che numerosi tanker siano stati spediti verso Giappone, Cina e Corea del Sud piuttosto che verso l'Adriatico - la nuova struttura pare sulla via della stabilizzazione di attività. Dopo l'arrivo della nave cisterna Patris - terza metaniera giunta a Veglia quest'anno - Lng Hrvatska, l'azienda a controllo statale che gestisce il terminal offshore, non dovrebbe più avere sorprese. È scomparso intanto l'inquinamento acustico registrato durante le operazioni nel periodo di sperimentazione, che aveva causato proteste fra la popolazione locale e prese di posizione da parte delle autorità locali. Il Patris è arrivato a Veglia dallo scalo Usa di Freeport, con a bordo 151.500 metri cubi di gnl ordinati da Mfgk Croatia, azienda in mano al distributore ungherese di gas ed elettricità Mvm. «Non prevediamo scossoni di mercato sino a fine anno», ha commentato Hrvoje Krhen, direttore di Lng Hrvatska aggiungendo che «in agenda abbiamo l'arrivo di una metaniera in media ogni due settimane. Dopo le difficoltà iniziali, causate dai mercati asiatici in fermento, siamo tornati alla normalità: la nostra nave Fsru può finalmente lavorare a ritmo spedito, con il gas immesso nel metanodotto Pola - Karlovac e da lì spedito verso la Mitteleuropa, soprattutto agli acquirenti ungheresi». La Mvm ha infatti acquistato 6,75 miliardi di metri cubi, che il rigassificatore dovrà erogare nei prossimi 7 anni. «È la prima volta che l'Ungheria ha stipulato un contratto a lunga scadenza per il rifornimento di gas con un produttore che non sia russo - ha annotato di recente il ministro ungherese degli Esteri e del Commercio estero, Peter Szijjarto - e la collaborazione con il terminal di Castelmuschio ci garantirà la diversificazione delle erogazioni e una maggiore sicurezza in fatto di approvvigionamento».

a.m.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 26 marzo 2021

 

 

Parte la corsa all'oro nero del Montenegro
I colossi stranieri pronti a sfruttare i giacimenti di petrolio e gas in Adriatico. Il consorzio Eni-Novatek inizia la ricerche
Belgrado. Le speranze del governo, che si frega le mani immaginando per gli anni a venire copiose entrate nelle casse pubbliche. La fiducia di colossi stranieri, che investono in un mare ancora vergine. Le paure di ecologisti e società civile, che temono danni all'ecosistema. Sono le tre campane che risuonano discordanti in Montenegro, dove ieri sono iniziate - al largo della costa - le prime trivellazioni alla ricerca di petrolio, un passo attesissimo dalle autorità al potere, vituperato dagli ambientalisti locali. Protagonisti delle ricerche, il gigante italiano dell'energia Eni e la russa Novatek che - dopo anni di ricerche - hanno dato il là a «perforazioni esplorative» usando la piattaforma Topaz Driller, che arriveranno a una profondità di 6.525 metri, nel tratto di mare tra Bar e Ulcinj», a circa 14 miglia nautiche dalla costa, un progetto con tempi tecnici calcolati «tra i quattro e i sei mesi», ha informato ieri l'esecutivo montenegrino. Progetto che ha come obiettivo quello di verificare «il potenziale dei giacimenti» di petrolio e poi di gas che si celerebbero nel fondale dell'Adriatico, per poi definire gli eventuali «metodi di produzione», una prospettiva che si potrà concretizzare «nel giro di 4-6 anni, a completamento del primo pozzo», ha specificato il governo. «Auguriamo ai concessionari», il consorzio tra Eni e Novatek, «buon lavoro, nella speranza che la ricerca contribuisca alla ripresa economica e ambientale del Montenegro», ha dichiarato con fiducia il ministero per gli Investimenti e la Direzione governativa per gli idrocarburi del piccolo Paese balcanico. Ma non c'è solo il consorzio russo-italiano. Anche la Energean greca sta cercando partner per ricerche simili in altri "offshore block", sempre nel mare al largo del Montenegro. Piani e auspici dietro cui si celano visioni ardite e progetti ambiziosi. Il Montenegro, oggi fortemente dipendente dal turismo, ambisce infatti a «diversificare la sua economia», hanno specificato il ministro per gli Investimenti Mladen Bojanic e il suo segretario di stato, Marko Perunovic. Obiettivo che si potrà raggiungere, se l'oro nero sarà trovato e in abbondanza, attraverso la creazione di un fondo statale sul modello norvegese, sui cui confluiranno fino al 68% dei profitti dell'estrazione. Ma in Montenegro non tutti sono felici di immaginare il Paese come un futuro "Texas adriatico". Il contratto con i concessionari va stracciato, perché avere delle piattaforme petrolifere nelle acque territoriali rappresenterebbe un rischio troppo grande. Anche il più piccolo incidente «avrebbe un impatto enorme su natura e turismo, perché nessun va a fare le vacanze dove ci sono piattaforme» per l'estrazione di idrocarburi, ha denunciato Natasa Kovacevic, una delle anime dell'Ong "Green Home". Si fermino dunque le macchine prima che sia troppo tardi, perché «i costi del potenziale danno alla natura sono maggiori della rottura di un contratto», ha aggiunto. Sulla stessa linea anche il movimento civico Ura, che si è spinto fino a chiedere un referendum popolare per verificare se i cittadini siano o meno favorevoli alla corsa all'oro nero, un'opzione che sul lungo periodo il governo potrebbe recepire positivamente. Anche perché i favorevoli all'estrazione potrebbero essere tanti: sarebbero oggi l'88% della popolazione, secondo un sondaggio online della Tv pubblica di Podgorica.

Stefano Giantin

 

 

Stagionalità e meteo: il ritorno delle meduse vicino alla riva
Gli esperti di Area marina protetta e Ogs: «Temperature in salita e periodo dell'anno decisivi per vederle addensarsi»
Tante, tantissime meduse, avvistate sulle Rive a Trieste, ma anche in grande quantità nel porticciolo di Muggia e a Grignano. Un fenomeno non eccezionale, spiegano gli esperti, anche se sempre più frequente nel nostro golfo. «Ne vediamo molte per una combinazione di fattori - ricorda Saul Ciriaco dell'Area Marina di Miramare -: non c'è vento, e le temperature in aumento le attirano verso la superficie, in cerca di cibo. Le Rhizostoma pulmo, i cosiddetti polmoni di mare, sono le più numerose, a Muggia in particolare ne sono state notate davvero tante, mentre le altre che vediamo in questi giorni, di dimensioni più ridotte, sono invece le Aequorea». «A Grignano - aggiunge Maurizio Spoto, direttore dell'Area Marina Protetta di Miramare - molte si sono spiaggiate, perché si sono accumulate di continuo, giorno dopo giorno». A fornire ulteriori dettagli è Valentina Tirelli, dell'Ogs: «Per quanto riguarda le Rhizostoma pulmo, la loro presenza è ormai continua quasi tutto l'anno e in particolari condizioni meteomarine si addensano vicino alla costa, come sta avvenendo in questi giorni. L'altra medusa più piccola e trasparente, Aequorea forskalea, è detta anche medusa cristallo. Si tratta - precisa - di una idromedusa che tipicamente appare nel golfo di Trieste in inverno e a inizio primavera. Anche quest'anno non ha fatto eccezione, confermando la sua stagionalità». E l'esperta ricorda la possibilità di segnalare le meduse attraverso l'app avvistAPP (www.avvistapp.it). «Permette a tutti - sottolinea - di mandare segnalazioni su meduse, tartarughe e delfini, informazioni che per noi sono preziose e molto utili. Ogni segnalazione - aggiunge - viene vista e validata da un ricercatore e diventa in questo modo un vero e proprio dato sulla distribuzione di questi organismi marini. L'utente poi riceve una mail, che conferma l'avvenuta validazione. Sulla app si possono trovare anche tante informazioni sulle specie che si trovano nel nostro golfo».

Micol Brusaferro

 

 

Colori, profumi e pesci record. Il volto invisibile di Miramare

Iniziato dopo 50 anni il ricambio delle acque nel Lago dei Loti. E non mancano le sorprese. Nel giardino rinnovato esplodono le fioriture: uno spettacolo precluso dalla chiusura dei cancelli

Dopo una cinquantina d'anni il Lago dei Loti, nel Parco di Miramare, viene svuotato. È tempo di una pulizia generale e di un rinnovo della gestione delle acque. Carpe e pesci rossi saranno trasferiti, poco alla volta e con il contestuale intervento dell'Enpa, in altri bacini protetti del giardino: uno spostamento iniziato gradualmente in questi giorni e che, pure, ha già portato alla scoperta di esemplari record, a partire da un pesce rosso di 25 centimetri. Più avanti sarà il turno del Lago dei Cigni. «Ci vorrà circa una settimana per eliminare tutta l'acqua dal Lago dei Loti, grazie all'utilizzo di alcune pompe già in azione», spiega Carlo Manfredi, funzionario architetto del Museo storico e del Parco di Miramare: «Il laghetto aveva bisogno di un intervento di pulizia, considerando anche che negli ultimi anni l'acqua era di fatto stagnante. Questi lavori, effettuati nella massima tutela della fauna presente, consentiranno anche un cambiamento radicale nella gestione del sito nell'ottica del risparmio idrico. Sarà usata l'acqua del Carso, da una falda naturale, che garantirà anche un riciclo più efficace». Il Lago dei Loti, che prende il nome dalle piante un tempo presenti in quantità, si trova nella parte superiore del parco, salendo dalle scale davanti alla grande fontana del piazzale principale. I pesci non torneranno più qui: troveranno casa definitiva in altri specchi d'acqua del parco, dove in parte sono già stati portati, considerati ideali come habitat. A monitorare le operazioni, sul posto, c'è anche Gianfranco Urso, coordinatore regionale dell'Enpa. «Lo spostamento delle 40 carpe e dei 250 pesci rossi non è invasivo, avviene con tutte le misure dovute e ha portato pure alla luce alcune sorprese. Abbiamo notato ad esempio che esiste un pesce rosso da record, di ben 25 centimetri. Anche le carpe hanno dimensioni considerevoli, possiamo pensare siano discendenti, in parte, di quelle che un tempo furono donate a Massimiliano. A Miramare stanno decisamente bene», sottolinea Urso: «Godono di un ambiente ideale e anche per questo sono tante e così grandi».Mentre il Lago dei Cigni è stato svuotato una decina di anni fa, per il Lago dei Loti si tratta di un evento atteso da molto più tempo. «Già nel 1973 - prosegue l'esponente dell'Enpa - alcuni operai mi avevano raccontato che lo specchio d'acqua necessitava da qualche anno di una pulizia, quindi posso dire che era da una cinquantina d'anni che non veniva toccato».E mentre prosegue l'intervento sul lago, il parco si sta riempiendo di profumi e colori. «È un grande dispiacere - sottolinea Andreina Contessa, direttrice del Museo storico e del Parco del Castello- non poter condividere le fioriture con le tante persone che amano Miramare. È una sofferenza assistere a questo spettacolo senza poterlo mostrare anche ai triestini e ai turisti, ma in estate avremo ulteriori fioriture, che saranno a loro volta bellissime. Abbiamo ridisegnato tutte le forme del parterre, che si erano perse, e nel 2020 abbiamo curato tutta questa zona con varie piantumazioni. Adesso ci sposteremo nella parte inferiore, dove ci sono meno fiori e più "sempreverdi". E continua anche il lavoro di ricostruzione del parco, attraverso lo studio del suo passato. Non vediamo l'ora di poter accogliere nuovamente la gente».

Micol Brusaferro

 

 

Confronto a San Dorligo sulla Capodistria-Divaccia - In agenda un focus sul progetto del raddoppio
SAN DORLIGO. Sarà discusso nella sala del consiglio di San Dorligo della Valle, alla presenza di tutti i consiglieri comunali e dei principali esponenti della 2TDK doo, la società di proprietà dello Stato sloveno, incaricata di gestire il progetto per il raddoppio della Capodistria-Divaccia, il complesso problema delle conseguenze che i lavori di allestimento di tale linea ferroviaria potrebbero comportare per l'equilibrio floro-faunistico e idrico della Val Rosandra. Lo ha annunciato il sindaco di San Dorligo della Valle, Sandy Klun, nel corso della recente cerimonia organizzata a Bottazzo per i 40 anni di "Confini aperti", alla presenza della sindaca di Hrpelje-Kozina, Sasa Svetelsek. «Avverto da tempo nella popolazione del mio comune e in particolare in coloro che hanno coltivazioni e attività legate alla terra - spiega - una notevole preoccupazione per i danni che il cantiere per la realizzazione della seconda linea potrebbe causare. Ho perciò preso l'iniziativa di contattare la 2TDK - aggiunge - per creare i presupposti di un incontro nel quale poterci finalmente confrontare su un tema di estrema importanza, ottenendo una risposta positiva».Ovviamente bisognerà aspettare che si allenti la morsa del Covid. L'attenzione sul problema è stata sollevata da tempo da parte dei Verdi locali, in particolare dal consigliere comunale Alen Kermac, in contatto con gli ambientalisti d'oltre confine. Per i Verdi sia italiani sia sloveni «il raddoppio della linea ferroviaria potrebbe comportare il prosciugamento dei torrenti Ospo e Rosandra», con le inevitabili conseguenze per l'intero territorio. I Verdi della Slovenia si sono recentemente rivolti anche ai ministeri italiani.

Ugo Salvini

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 25 marzo 2021

 

 

Porto vecchio, 15% sulle alienazioni al Comune

Roma rilancia l'interesse a finanziare con 40 milioni del Recovery Fund parco e viale. Confermato il tetto di mille abitanti.

Il ministero della Cultura ha confermato il suo interesse a finanziare attraverso il Recovery Fund un progetto da 40 milioni per le aree all'aperto del Porto vecchio, in particolare il viale monumentale e il cosiddetto parco lineare che collegherà Barcola al centro. È soltanto uno degli elementi di interesse emersi ieri durante la commissione comunale sull'Accordo di programma: tra gli altri, risulta che il Comune terrà il 15% degli introiti derivanti dall'alienazione dei lotti (la parte restante andrà al Porto), e che il tetto dei residenti nell'area, così viene confermato, è fissato a circa mille persone. Il documento è stato introdotto in aula dal sindaco Roberto Dipiazza e dall'assessore all'urbanistica Luisa Polli.«Da Roma ci è arrivata una telefonata molto importante», ha annunciato il sindaco Roberto Dipiazza. Nei mesi scorsi il Comune aveva presentato al Ministero (allora Mibact) diverse proposte di progetto per 67 milioni, a coprire diversi ambiti del Porto vecchio, da finanziare con il Recovery. Venerdì scorso Roma ha risposto, chiedendo a Palazzo Cheba di rimodulare il progetto riguardante gli spazi esterni dell'antico scalo, viale monumentale e parco lineare in primis, al fine di finanziarlo. Martedì gli uffici hanno inviato alla Capitale la versione aggiornata della proposta: se verrà approvata, arriverebbero circa 40 milioni che consentirebbero l'attrezzatura completa dell'area. Passando agli altri temi, la capogruppo Elena Danielis ha chiesto chiarimenti in materia di residenzialità: «Io avrei preferito un distretto produttivo, con residenzialità ridotta o assente, fatta eccezione per strutture come alberghi o foresterie. Vorrei capire a quanto corrisponde la percentuale prevista ora». Il dirigente comunale Giulio Bernetti ha spiegato che, stando alle norme vigenti, il 70% di residenzialità massima prevista per ogni lotto si tradurrà comunque in un tetto massimo di circa mille residenti per tutta l'area. Un altro pentastellato, Paolo Menis, ha chiesto chiarimenti sulla percentuale destinata al Comune: "L'emendamento Russo prevede che il 100% vada al Porto, la cosa verrà risolta dal Consorzio?". Ha risposto Bernetti: «Un accordo sottoscritto dal sindaco e dal presidente dell'Adsp Zeno D'Agostino fissa la percentuale al 15%». La consigliera del Pd Laura Famulari, tra le varie osservazioni, ha affermato: «Vi sono difformità fra la delibera di indirizzo con cui il Consiglio ha dato mandato al sindaco di realizzare l'accordo e l'accordo stesso. Si prevedeva un programma delle attività che attuasse gli indirizzi del Consiglio, e questo passaggio è saltato. Non avevamo dato al sindaco un mandato incondizionato». Famulari ha chiesto che venisse organizzata una seconda commissione per approfondire la documentazione: «Abbiamo avuto troppo poco tempo per studiare una delibera che il sindaco definisce storica». La richiesta è stata negata dall'assessore Polli, che ha messo a disposizione gli uffici, trovando il plauso del leghista Everest Bertoli. Diversi i dubbi emersi sul nascituro Consorzio Ursus: per Antonella Grim (Italia Viva) i 300 mila euro di capitale iniziale «sono un po' pochi per il compito ciclopico che ha davanti»; Maria Teresa Bassa Poropat (Cittadini) ha chiesto maggiore precisione sulla figura dell'ambassador; il forzista Michele Babuder ha chiesto se il Comune manterrà competenza sulle manutenzioni ordinarie dell'area «per non passare da consorziati a commissariati», mentre Bruno Marini ha ripetuto i suoi dubbi sulla dotazione di personale. Un tema, quest'ultimo, per cui Dipiazza non ha escluso che le cose cambino in futuro, a seconda delle necessità. L'accordo approderà domani nell'aula (virtuale) del Consiglio comunale.-

Giovanni Tomasin

 

«Puntare sul Green new deal con un centro studi sul clima»
La conferenza organizzata dal consigliere regionale dem Cosolini con esperti di ambiente, innovazione e gestioni immobiliari
Il Porto vecchio può diventare la sede di un centro di studio sui mutamenti climatici nell'area mediterranea, oppure ospitare un super-calcolatore che ne faccia un polo di riferimento per tutta l'area balcanica e centro europea. Queste idee, e molte altre, sono state esposte ieri pomeriggio durante la conferenza organizzata dal consigliere regionale ed ex sindaco Pd Roberto Cosolini sui suoi canali social. Ospiti dell'appuntamento Arvea Marieni, manager ed esperta di sostenibilità, Antonio De Paolo, agente immobiliare, Edi Kraus, ex assessore comunale e imprenditore, e Laura Famulari, segretaria provinciale del Pd. Per De Paolo «l'aspetto che balza agli occhi è il calo demografico, che poi si ripercuote sul mercato immobiliare»: «Non c'è dubbio che il residenziale in Porto vecchio possa avere un grande successo, è evidente però che possa esserci un travaso. È importante portare gli uffici della Regione in Porto vecchio, ma chi fa un'operazione del genere deve sapere prima cosa fare del patrimonio che si svuota». Ma come promuovere il rilancio? «Noi abbiamo la fortuna di avere a Trieste un personaggio con relazioni internazionali, competenze finanziarie, conoscenze nel Real estate - dichiara De Paolo -. Parlo di Sergio Balbinot, che saprebbe come dare valenza e promuovere l'intera operazione». Per l'ex assessore Kraus Trieste ha un doppio potenziale di sviluppo: «Se il Porto vecchio è il luogo in cui si fanno cose hi-tech, legate alla sostenibilità, l'area ex Ezit è un'altra grande occasione, e vanno viste assieme». Per attirare le imprese nel vecchio scalo, conclude, servono fattori attrattivi, come ad esempio un supercomputer. Lo stesso Marieni osserva: «Oggi l'Italia spende lo 0, 5% del Pil nella risoluzione dei danni del cambiamento climatico. Fra 50 anni sarà l'8%. Ciò significa che le nostre economie non si possono più organizzare secondo le logiche tradizionali. Questa è la chiave del Green Deal, la sostenibilità non è un di più, ma il cuore della struttura». A Trieste, prosegue, si potrebbe «sfruttare il grande bacino di competenza degli istituti di ricerca per creare un centro per la modellistica dei cambiamenti climatici nel Mediterraneo, nonché per la mitigazione dei suoi effetti».

G. Tom.

 

Lo scrittore Luigi Nacci: «Servono idee nuove e non fotocopie di parti di città già esistenti»
«Un luogo a misura di tutti, pure dei fragili, per seguire l'esempio della Bilbao rinata»
«Al Porto vecchio serve una visione come quella che portò il Guggenheim a Bilbao, trasfigurando la città a dispetto delle contrarietà iniziali». Lo scrittore, poeta e viandante Luigi Nacci guarda alla terra basca come possibile ispirazione per il futuro. Cosa pensa dell'idea del Comune di estendere, almeno in parte, le caratteristiche del centro storico al Porto vecchio? «Quando vedo che vogliono farci gli hotel e le rive per passeggiare mi sembra una fotocopia della città che c'è già. Vent'anni fa lavorai, per conto della Provincia, a un'idea di distretto culturale da insediare in porto, sulla scia di esempi nati a partire dagli anni Settanta. In Gran Bretagna, pioniera su questo fronte, sono state rivoluzionate città basate sull'industria pesante come Manchester o Liverpool». E non solo nel Uk...«Un altro esempio è quello di Bilbao, una città di 350 mila abitanti in cui non c'era ragione di andare fino agli anni Novanta, quando l'arrivo del Guggenheim l'ha trasformata. Ai tempi erano tutti contrari, cittadini e politici, perché costava molto e la città era depressa: ora hanno 20 milioni di visitatori. Anche Trieste, invece di replicare il centro in modo pedissequo, potrebbe avere un grande distretto culturale». Funzionerebbe? «Se c'è un progetto forte il resto segue a ruota. Trieste in fondo non ha nulla a parte la cultura e la sua storia, una forza che sta nell'immaginario, e il Porto potrebbe diventare un luogo dell'immaginario del confine, fra cultura, scienza e arte. Anni fa andavano gli scritti dell'urbanista Richard Florida, che ha individuato le tre "T" come fattori fondamentali di cambiamento delle città: tolleranza, tecnologia, talento. Secondo Florida la tolleranza in generale, ad esempio quella verso le persone omosessuali, è un fattore che favorisce lo sviluppo urbano, attirando persone. Noi una città tollerante lo siamo stati, se pensiamo alla nascita stessa del porto franco. La tecnologia c'è, se viene coinvolto il mondo scientifico cittadino, e i talenti in qualche modo hanno a che fare con questa strana città». Come tradurlo in pratica? «Abbiamo bisogno di qualcuno che abbia la visione, anche con la maggioranza contro. Servirebbe un pool di visionari, più che di manager». La variante al Piano regolatore prevede strade e traffico. Cosa pensa da viandante? «Ci sono le strade perché ci amministra ragiona da dentro l'automobile. Pensano che basti metterci una ciclabile, quando va cambiato il modo di vivere la città. La realtà è che da Borgo San Sergio a Largo Barriera ci sono 4 chilometri, 6-7 da Domio al molo Audace. Spazi irrisori. Ciononostante l'80% dei triestini ha almeno una moto o una macchina, e le usa anche per spostamenti minimi. Finché anche gli amministratori sono all'interno di questo modo di pensare, non ci potrà essere un cambiamento. Va ripensata la città». Come? «Guardando ai più fragili. Se penso una Trieste a misura di anziano, disabile e bambino, penso una città in cui tutti sono in sicurezza. Ecco, i più fragili e i visionari sono quelli a cui dovremmo affidare la città del futuro. Solo così potremmo seguire davvero gli esempi di Carlo VI o Maria Teresa, e scommettere su qualcosa che ancora non c'è».

G. Tom.

 

Le associazioni: «Nuova Acquamarina in Campo Marzio»
Gli ex utenti si preparano a reclamare un'alternativa «Nell'antico scalo una Spa. Più attenzione ai disabili»
Stufi di attendere, con la consapevolezza che in Porto vecchio le loro esigenze non troveranno risposta adeguate, le associazioni attive in Acquamarina lanceranno nei prossimi giorni una proposta alternativa. Dal crollo della piscina terapeutica in Campo Marzio il 29 luglio 2019, il sindaco Roberto Dipiazza ha più volte ribadito come l'iter stia proseguendo per una nuova realtà, in particolare nell'area degli ex magazzini Ford, con la proposta fatta al Comune dalla cordata composta da Icop, Terme Fvg e Myrtha Pools. Sabato il Coordinamento nuova piscina terapeutica, realtà che racchiude 20 associazioni, lancerà però una proposta alternativa. «Prendiamo atto che in Porto vecchio si farà una Spa dedicata ai turisti che arriveranno in città nei prossimi 10 anni - spiega la portavoce Federica Verin - quindi chiederemo al Comune di avviare una progettazione nuova in un'altra zona di Trieste, magari proprio in Campo Marzio». Il luogo preciso Verin non lo vuole indicare prima di sabato («sono in corso degli approfondimenti»), ma il cerchio si restringe a pochi siti come quello dell'attuale Acquamarina, però ancora sotto sequestro, l'ampio spazio del mercato ortofrutticolo dove, paradossalmente, Dipiazza aveva lanciato la proposta di creare proprio una Spa quando ancora il Porto vecchio sembrava una soluzione lontana. C'è poi l'ex Meccanografico, per il quale l'amministrazione ha previsto un investimento da 4,6 milioni di euro per la nuova sede di Esatto e di alcuni uffici comunali. Non è poi escluso un centro dedicato nella cittadella dello sport individuata nell'area del terrapieno di Barcola ma i tempi ancora una volta sarebbero troppo incerti. In ultima istanza è in corso di valutazione anche la Zona industriale e delle Noghere. «Abbiamo raccolto oltre 8 mila firme - racconta Verin - e sabato presenteremo una proposta concreta e seria con anche dei testimonial di peso per dare valore alla nostra iniziativa. Lo facciamo in questo periodo con il rinvio in autunno delle elezioni perché non ci interessa fare campagna pro o contro qualcuno. Vogliamo solo una risposta concreta e rapida per i tanti utenti con disabilità che chiedono di ritornare in vasca, poiché quella attività, peraltro presente all'interno di diversi Fondi per l'autonomia possibile, può essere considerata a tutti gli effetti un livello essenziale di assistenza. Serve uno spazio di aggregazione con servizi almeno uguali per qualità e infrastrutture a quelli dell'Acquamarina, anzi, possibilmente migliori e in quantità maggiori viste le lunghe liste di attesa. In Porto vecchio, dai primi disegni resi noti dalla stampa, non vediamo la risposta alle nostre necessità». Sul come verrà realizzato il tutto, Verin ha ancora in testa quello che per lei è l'unico progetto veramente sociale presentato in questi mesi - «tutte le proposte che possono arrivare anche da altri operatori economici sono benvolute» precisa - ovvero quello del costruttore Andrea Monticolo, il quale, contattato, conferma che «il nostro è un progetto tecnico finanziario utilizzabile in qualsiasi zona della città e ancora validissimo». Nel bilancio del Comune nel piano opere 2020 sono stati inseriti 7 milioni e 500 mila euro per il polo in Porto vecchio recuperati con fonti di finanziamento di credito sportivo e privati. Sono stati previsti ulteriori due milioni tra quest'anno e il prossimo per il ripristino della funzionalità della vecchia Acquamarina in Sacchetta.

Andrea Pierini

 

 

Differenziata, +20% in tre anni - E ora a Muggia le lezioni online
Certificato con il report reso noto dall'ente l'ingresso nel "club" degli over 65% per effetto dell'introduzione della raccolta porta a porta
MUGGIA. Quasi 20 punti percentuali in più di raccolta differenziata a Muggia negli ultimi tre anni. L'avvio della raccolta porta a porta nella cittadina rivierasca, percorso già consolidato in moltissimi comuni italiani che hanno raggiunto e superato la quota dell'80% di raccolta differenziata, pone Muggia tra i comuni virtuosi rientrando nella fascia over 65%, in quanto è del 67,57% la quota registrata nel 2019 in riviera. Lo si evince dal report reso noto in questi giorni dalla stessa amministrazione municipale. In provincia fanno meglio San Dorligo con il 73,79%, realtà in cui la raccolta porta a porta è cominciata ben prima, e Sgonico (73,40%). «A oltre tre anni dall'avvio del sistema di raccolta - spiega l'assessore all'Ambiente Laura Litteri - molte cose sono cambiate e migliorate. Dal punto di vista dei dati ambientali, vi è la volontà di intraprendere nuove azioni per alzare ulteriormente l'asticella della qualità e della quantità della differenziata, che è passata appunto in tre anni dal 49% al 69%». «Ora è necessario spingere ulteriormente su nuove azioni di educazione e comunicazione ambientale: in tal senso, è recentemente partita una campagna informativa proprio allo scopo di incentivare il miglioramento della differenziata», aggiunge Litteri, ricordando peraltro l'appuntamento di oggi, con il corso online gratuito sul compostaggio domestico (meet. google.com/fkb-icxk-biq?authuser=0).Accanto a ciò, il gestore del servizio, Net, ha sviluppato una specifica "app" per smartphone e sono in corso progetti educativi scolastici interattivi, in parte già realizzati in occasione della campagna di educazione ambientale Net - Education Scuola, che ha coinvolto gli alunni della De Amicis. «Anche grazie alla motivazione e alla sensibilità dell'amministrazione - fanno sapere da Net - si vogliono sperimentare sistemi innovativi di conferimento degli imballaggi come l'installazione e la gestione in punti strategici di compattatori intelligenti per carta e plastica, dedicati ad esempio alle utenze "non domestiche", con riguardo soprattutto agli esercizi economici ricadenti nel centro storico».

Luigi Putignano

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 25 marzo 2021

 

Fincantieri si allea con Enel X «Pronti per elettrificare i porti»
Una direttiva dell'Unione Europea impone anche agli scali italiani di adottare sistemi avanzati di mobilità. La transizione energetica
Si rafforza la strategia di Fincantieri che fa della diversificazione e dell'integrazione del business il suo punto di forza. Ieri il gruppo guidato da Giuseppe Bono ha siglato con Enel X, la società del colosso dell'energia che si occupa di mobilità elettrica, una lettera di intenti per collaborare alla realizzazione e alla gestione di infrastrutture portuali di nuova generazione a basso impatto ambientale e per l'elettrificazione delle attività logistiche a terra. I due gruppi in una nota precisano che l'accordo riguarda «l'implementazione del cold ironing, ovvero la tecnologia per l'alimentazione elettrica da terra delle navi ormeggiate durante le soste; la gestione e ottimizzazione degli scambi di energia nelle nuove infrastrutture; sistemi di accumulo e di produzione di energia elettrica, anche tramite l'impiego di fonti rinnovabili, e l'applicazione di celle a combustile».La partnership prevede inoltre che le iniziative messe in campo in Italia possano essere replicate anche in altri Paesi come la Spagna, il Portogallo e la Grecia. La lettera di intenti potrà essere oggetto di successivi accordi vincolanti che le parti definiranno nel rispetto dei profili normativi e regolatori applicabili, ivi inclusi quelli in materia di operazioni tra parti correlate» . «Il trasporto marittimo rappresenta una quota significativa di emissioni di gas a effetto serra. Le emissioni del settore ammontano a circa 940 milioni di tonnellate di CO2 all'anno, pari a circa il 2,5% delle emissioni globali di gas serra. Enel e Fincantieri stanno unendo le forze per favorire la decarbonizzazione dei consumi navali in porto» chiarisce Eliano Russo, Head of e-Industries di Enel X. Una direttiva dell'Unione Europea impone ai porti di adottare sistemi avanzati di alimentazione elettrica dal 2025. Un tema chiave per promuovere un modello di sviluppo sostenibile in un Paese come l'Italia, con 7500 km di coste e 42 grandi porti. Fra gli obiettivi del governo c'è anche quello di rendere l'Italia più connessa al sistema dei trasporti europeo e dove sono previsti interventi per la logistica, la movimentazione merci e l'elettrificazione dei principali porti, «a partire da Genova e Trieste», come aveva dichiarato l'ex premier Conte. Vedremo ora come si muoverà l'esecutivo Draghi. Il ministro delle Infrastrutture e della mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, intervenendo di recente a un webinar organizzato da Assarmatori con Conftrasporto e Confcommercio ha preannunciato che anche per i porti sarà fondamentale il tema della mobilità sostenibile. Fincantieri è pronta.

pcf

 

 

Torna "M'illumino di meno". E Trieste spegne le luci del Municipio
Domani il Comune partecipa alla Giornata del risparmio energetico di Caterpillar
Dalle 19.30 alle 21, domani, le luci della facciata del palazzo del Municipio saranno spente, in occasione di "M'illumino di meno 2021", la Giornata del Risparmio Energetico e degli stili di vita, alla quale anche il Comune di Trieste aderisce. Lanciata da Caterpillar, programma di Rai Radio 2 nel 2005, la campagna è continuata anno dopo anno con l'impegno a diffondere messaggi che promuovono la razionalizzazione dei consumi, l'invito a evitare sprechi nella quotidianità e in generale la richiesta del rispetto dell'ambiente. Un'attenzione che passa anche attraverso gli spostamenti green, utilizzando l'automobile il meno possibile, condividendola magari con chi fa lo stesso tragitto, e privilegiando, ad esempio, gli spostamenti a piedi o in bicicletta. Nel vademecum diffuso online, che chiede ai cittadini, in questa giornata, di contenere soprattutto l'uso dell'elettricità, si legge quando sia importane spegnere le luci di abitazioni, uffici e altri luoghi lavorativi quando non sono necessarie, chiudere completamente gli elettrodomestici in caso di inutilizzo e di non lasciarli in stand by, non esagerare con il riscaldamento in casa, ridurre gli spifferi su finestre e vetri o applicare materiali isolanti nelle abitazioni, per contenere al massimo la dispersione di calore. E ancora, durante la cottura, mettere il coperchio sulle pentole ed evitare sempre che la fiamma sia più ampia del fondo della pentola stessa. Viene inoltre sollecitato, dove possibile, di piantare un albero o comunque di creare un nuovo spazio verde. In occasione della giornata che punta l'attenzione sulla riduzione dei consumi, ai cittadini viene domandato anche di condividere e diffondere l'importanza di evitare qualsiasi tipo di spreco, in tutti i settori, anche in quello alimentare. L'edizione 2021 è dedicata al "Salto di specie", dove viene posta l'attenzione su come «l'evoluzione ecologica nel nostro modo di vivere che dobbiamo assolutamente fare per uscire migliori dalla pandemia».In tutta Italia il 26 marzo si spegneranno le luci su piazze e monumenti, come già successo gli anni scorsi, un invito accolto anche da altri Paesi, come l'Austria o la Francia. In alcune città si chiede alla gente di cenare a lume di candela, di spegnere le strumentazioni tecnologiche, in altre di spostarsi con una passeggiata o pedalando, anche servendosi dei servizi di bike sharing, dove presenti. Online, su bit.ly/millumino2021, chiunque può raccontare come ha affrontato la giornata, come si è impegnato in prima persona per ridurre i consumi. Si possono anche condividere foto, video ed esperienze sulla pagina Facebook di Caterpillar.

Micol Brusaferro

 

Alle 18 - Il giardino ecosostenibile

Greening Therapy Live: tra benessere e natura. Oggi, alle 18, con Giacomo Sciortino, perito agrario ed esperto di giardinaggio, si parlerà del giardino ecosostenibile. La trasmissione sarà in diretta su Radioattività e in video sulla pagina Facebook e YouTube di Greening Therapy. Replica domani alle 15.35 su Radio Fragola.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 24 marzo 2021

 

 

L'impronta dell'uomo sull'Antropocene porta dritto al disastro
In un agile manuale appena pubblicato da Il Mulino Emilio Padoa-Schioppa spiega che cosa succede al pianeta
L'epidemia da Covid-19 che stiamo vivendo non è che l'inizio. O almeno uno dei segnali più evidenti e allarmanti del nostro tempo, l'Antropocene. Perché c'è di peggio del virus. Come la "drammatica perdita di specie, e con esse di varietà genetica, ecosistemi, habitat, paesaggi che caratterizza questa epoca". Secondo alcune stime perdiamo tra le 11.000 e le 58.000 specie animali all'anno, di fatto è la sesta estinzione di massa sulla Terra negli ultimi cinquecento milioni di anni. Si dice che stiamo distruggendo il pianeta, ma sarebbe più corretto dire che stiamo distruggendo la vita dell'uomo su questo pianeta. Non è una catastrofe, è semplicemente un cambiamento pericoloso, e se ne può ancora uscire: "L'umanità si trova di fronte a una sfida epocale e siamo davanti a un bivio. La sfida è trovare una modalità tale per cui i progressi che come specie abbiamo compiuto non vadano a scapito delle generazioni future e dei milioni di specie che assieme a noi sono oggi in questo mondo". Parole di Emilio Padoa-Schioppa, docente di Ecologia del paesaggio e Didattica della biologia all'Università di Milano-Bicocca, che firma l'illuminante e agile volumetto "Antropocene - Una nuova epoca per la terra, una sfida per l'umanità" (pagg. 167, euro 12), pubblicato nella collana del Mulino "Farsi un'idea". In linea con la collana, che edita saggi brevi e riassuntivi su svariati argomenti di attualità, il testo di Padoa-Schioppa è una specie di bignami che illustra in modo conciso ma puntuale uno dei temi scientifici più dibattuti e bazzicati a livello mondiale, e cioè come e fino a che punto è arrivato "l'impatto dell'uomo sulla Terra". E questo in una "nuova fase storica in cui l'uomo è in grado di modificare gli equilibri climatici, geologici, biologici e chimici del sistema". L'Antropocene, appunto. Niente di allegro - come dimostra la pandemia che stiamo vivendo - ma nemmeno di catastrofico: "Non è mia intenzione - avverte l'autore - associarmi a chi considera l'Antropocene l'inizio della fine dell'umanità. Non credo possiamo dire questo. Probabilmente l'umanità - o almeno una parte di essa - sopravviverà a uno sconvolgimento e a una crisi ambientale globale, il punto è vedere come e a quale costo". Perché il primo tratto caratterizzante dell'Antropocene è proprio il cambiamento climatico, accelerato - ormai è innegabile - in forma esponenziale dalle attività umane. La Terra, spiega Padoa-Schioppa, è un ecosistema assai complesso, dallo sviluppo non lineare e in continuo mutamento, con o senza l'uomo sul groppone. Il fatto è che ciò che stiamo combinando in termini di riscaldamento globale, alterazione dei cicli biogeochimici, perdita della biodiversità, irreversibile trasformazione di habitat e paesaggi ci torna indietro come un boomerang. A noi, non alla Terra. Il nostro pianeta se ne frega dell'uomo che lo calpesta, e anche la crisi generata dalla pandemia di Covid-19 non è "una risposta della natura alla pressione dell'uomo sulla Terra". Ma di certo un'umanità più numerosa e interconnessa è stata come un trampolino per il salto di specie che è all'origine della diffusione del virus, questo e quelli che verranno. E dunque, dice Padoa-Schioppa, possiamo ancora intervenire per cambiare rotta. Come? In tanti modi, che in buona parte già conosciamo, ma seguendo le quattro parole chiave che indica la scienza: sostenibilità, mitigazione, compensazione, adattamento. Il piccolo manuale dedicato all'Antropocene spiega come si potrebbe fare. Vale la pena ragionarci su.

Pietro Spirito

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 23 marzo 2021

 

 

Anche Eni e Bluenergy in campo nelle riqualificazioni energetiche
Quasi dieci milioni investiti soprattutto nei complessi condominiali anni Sessanta in periferia a Valmaura, Montebello e San Giovanni
L'edilizia si è rimessa in moto con il supporto delle agevolazioni fiscali in materia di riqualificazione energetica. La posa delle isolazioni termiche "a cappotto" su facciate e tetti, la sostituzione delle caldaie condominiali con quelle ad alto rendimento hanno determinato, soprattutto negli edifici realizzati negli anni Sessanta, un dinamismo realizzativo molto significativo, dal punto di vista finanziario e occupazionale. Si tratta di operazioni che implicano interlocuzioni imprenditoriali robuste: un mese fa AcegasApsAmga aveva evidenziato su Trieste l'attivazione di una quarantina di cantieri per un totale di circa 30 milioni di euro, a colpi di 600-700.000 euro per condominio. L'architetto Lorenzo Gasperini, professionista che sta seguendo molti di questi lavori, annota come altri grandi "general contractor" si stiano impegnando su tale versante: è il caso, per esempio, di Bluenergy e dell'Eni. Un gruppo di lavoro "interforze" (termotecnici, amministratori di stabili) - racconta Gasperini - sta collaborando con i "contractor" su alcuni complessi residenziali. Per dare un'idea dell'importanza di questi interventi, la loro somma cuba una decina di milioni di euro. Cinque sono già partiti per un valore di circa 1 milione ciascuno: via Flavia 60 angolo via Gravisi, via Beda 1-3, via Giulia 108, via Montebello 27-29-31-33, via Baiamonti 3.Due sono in rampa di lancio con investimenti sensibilmente superiori. Parliamo di via del Veltro-Strada di Fiume per oltre 10.000 metri quadrati di cappotto termico, che richiede un finanziamento di 3 milioni; a San Giovanni più di 2 milioni sono necessari nel complesso viale Sanzio-via Donatello-via delle Linfe. Il calendario - precisa Gasperini - coprirà l'intero 2021 con altre operazioni. Ma l'elemento economico più interessante per il territorio è che il "general contractor" si avvale di aziende locali, stimolando un indotto decisamente vivace tra edili, impiantisti, serramentisti. Qualche problema, che ora pare risolto, aveva riguardato il meccanismo fiscale tra aziende artigiane, Agenzia delle Entrate, banche. Mentre criticità sono state rilevate, in tema di rincari fino al 25-30% sulle materie prime, dal presidente degli edili confartigianali, Alessandro Zadro. Aumenti che avrebbero come diretta conseguenza la perdita di molte commesse da parte delle imprese. Tali aumenti, infatti, rischiano di inficiare le cifre pattuite nei preventivi emessi nei mesi scorsi dalle imprese edili alla clientela.

Magr

 

 

Alberi eliminati dalla spiaggia - E a Castelreggio è già polemica
Frequentatori e ambientalisti contro il taglio delle piante - I circoli nautici: spazi destinati alle nostre sedi, era previsto
DUINO AURISINA. È di nuovo polemica fra coloro che durante la bella stagione frequentano la spiaggia di Castelreggio e le tre società nautiche - Cupa, Diporto nautico e Sistiana '89 - che stanno costruendo le loro nuove sedi all'interno dello storico comprensorio di Sistiana mare. In questi giorni, con l'avanzare del cantiere, sono stati infatti tagliati numerosi alberi tra quelli che garantivano un po' d'ombra ai bagnanti. E immediata è scattata la protesta. «Questa è senz'altro una delle più belle spiagge dell'intero Friuli Venezia Giulia - spiega Vladimiro Mervic, ex consigliere comunale della Lista per il golfo e da sempre attivo nelle battaglie per la tutela dell'ambiente nel territorio di Duino Aurisina - e ci sembra molto grave la scelta di abbattere alberi che avevano più di mezzo secolo di vita e che assicuravano alle migliaia di amanti del mare, sia residenti del posto sia turisti, un po' di refrigerio all'ombra nelle giornate più torride dell'estate. E non va dimenticato - aggiunge lo stesso Mervic - l'aspetto estetico, perché quella fila di alberi conferiva un aspetto molto gradevole all'intera spiaggia. Ho sempre condiviso la decisione di garantire alle tre società che si insedieranno a Castelreggio il diritto di avere ciascuna una propria sede nautica a pochi metri dal mare - incalza l'ex consigliere comunale - ma non al prezzo di sottrarre un prezioso spazio all'ombra che storicamente era utilizzato dai bagnanti di Sistiana».Della protesta si fa portavoce anche Renata Tacchetto, artefice di numerose battaglie a difesa della spiaggia di Sistiana: «Il taglio degli alberi ci è sembrato un delitto, perché quelle fronde garantivano un po' di fresco ed erano gradevoli alla vista - sottolinea - ma ciò che fa arrabbiare di più è il fatto che si andrà a ridurre lo spazio a disposizione del pubblico, per permettere ai soci dei circoli nautici di avere il loro bar con terrazza. In tanti, tra i residenti, si sono rivolti a me - continua Tacchetto - perché indignati per quanto sta accadendo. Ci rivolgeremo al sindaco Daniela Pallotta - conclude - anche se oramai il danno è fatto».A spiegare le ragioni delle società è il presidente del Diporto nautico Sistiana, Antonio Regazzo: «Il taglio degli alberi - spiega - era previsto nel progetto iniziale, approvato da tutte le competenti autorità, perciò non c'è alcuna sorpresa. In ogni caso - prosegue Regazzo - proprio per fare le cose per bene prima di procedere con il taglio ci siamo rivolti alla Guardia forestale, per avere un parere in più, per quanto non richiesto. È stata fatta da parte dei suoi esperti una ricognizione sul posto e ci è stato confermato che si tratta di alberi che non avevano alcun pregio e che molti erano ammalati, perciò a rischio di crollo. Del resto l'area in cui c'erano gli alberi dovrà ospitare l'edificio della nostra sede. In ogni caso - conclude il presidente del Diporto nautico - posso assicurare che provvederemo a piantare nuovi alberi, di una tipologia più adatta al luogo in cui saranno ospitati».Per Massimo Romita, assessore comunale alle Politiche del mare, «l'avvio dei lavori è un fattore molto positivo, perché segna l'inizio di una nuova fase per tutto il comprensorio di Castelreggio. Questi primi interventi danno in effetti già l'idea di una maggiore pulizia dell'area".

Ugo Salvini

 

 

SEGNALAZIONI - Porto - Si implementi la scelta "green"

Caro direttore, per il Porto di Trieste in arrivo dal governo 400 milioni di euro del programma Next generation Eu, 100 milioni solo per il Molo VII.Altri grandi ambiti di intervento sono la capacità ferroviaria, il rafforzamento della piattaforma logistica, lo sviluppo dei collegamenti retroportuali, l'elettrificazione delle banchine e il complessivo rinnovamento delle due aree di trasformazione: Ferriera e Ex Aquila. Una scelta "green" che detta di fatto la direzione d'uso dei fondi europei. Bonifica di siti inquinati da troppi anni e elettricita' per le navi in sosta oltre al rafforzamento del trasporto su ferro tutte scelte che l'ambientalismo verde ha sostenuto da anni e che ora vengono introdotte. Si può fare quindi, il verde è la svolta, i fondi ci sono, usiamoli bene. Non annunci ma un piano concreto e complessiva di rafforzamento del Porto di Trieste che lo riporti a punto strategico della portualita' internazionale.

Tiziana Cimolino - Verdi Trieste

 

 

Volontari della sicurezza- Le opposizioni fanno muro - Riprende oggi il dibattito sul DDL Roberti

Centrosinistra, pentastellati e autonomisti chiedono all'unisono una modifica radicale dell'impostazione data al testo normativo.

Trieste. Chiamano in causa i sindaci Roberto Dipiazza e Rodolfo Ziberna, contrari all'impiego di volontari della sicurezza. Le opposizioni in Consiglio regionale fanno leva sulle differenti visioni all'interno del centrodestra in materia di sicurezza, per bocciare ancora una volta il ddl Roberti, che oggi riprenderà il suo iter in Aula per essere approvato dalla maggioranza di centrodestra. Ci si attende però più di qualche scintilla, se i capigruppo hanno previsto la possibilità di lavori notturni nell'ultimo giorno di discussione. Centrosinistra, grillini e autonomisti chiedono una radicale modifica del testo, che non è riuscito a ottenere il via nella precedente riunione dell'assemblea di piazza Oberdan, a causa del dibattito fiume scatenato sull'impianto della norma. Per il dem Franco Iacop, «su questa legge c'è un dibattito importante, perché coinvolge società civile e istituzioni, cambiando in modo sostanziale il profilo della Polizia locale con un'impostazione regionale e verticistica. La legge si rivolge poi a professionisti come gli steward, ai volontari e ai cittadini per il controllo di vicinato, ma il prefetto di Trieste ha sottolineato che la sicurezza va gestita dalla Polizia e quello di Udine spiega che in questa regione non esiste un problema sicurezza». Iacop ricorda che «i sindaci di Trieste e Gorizia si sono detti non favorevoli alle ronde, mentre i piccoli Comuni sono preoccupati di vedersi espropriare la gestione della Polizia locale. Preoccupa la volontà di costruire un clima in cui ognuno può sentirsi tutore della legge, che va invece tutelata da professionisti: una visione che fu portante già ai tempi delle ronde padane». Furio Honsell (Open Fvg) chiede che «l'opinione pubblica manifesti: scompare la figura del vigile di quartiere e arriva lo spione di quartiere, visto che la Regione riconosce gruppi e gruppuscoli che diventano i veri tutori del vicinato. Tutto questo alimenta la sfiducia verso chi si sta attorno e incide sulla coesione delle comunità». Per i Cittadini, Tiziano Centis dice «no a forme di cittadinanza attiva e controllo di vicinato: si mette un proiettile dentro un'arma che può diventare pericolosa. La maggioranza crea vigilantes in proprio, sceriffi che possono esacerbare gli animi e vessare i cittadini con la scusa della sicurezza». Il M5s Mauro Capozzella lamenta che l'iter del testo non ha previsto «l'ascolto degli operatori del settore: non abbiamo ascoltato prefetti e capi dei vigili. Ma più di tutto imbarazza parlare di un argomento così decontestualizzato rispetto alla drammatica realtà che stiamo vivendo». Il Patto per l'autonoma denuncia infine con Giampaolo Bidoli che «ai volontari si affida il compito di far rispettare la legalità col rischio di avere personale non formato in giro per i nostri comuni».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 22 marzo 2021

 

 

In 7 anni salvati a Trieste 14 miliardi di litri d'acqua
È il risultato delle misure messe in atto da AcegasApsAmga a partire dal 2013 - Ridotta del 10% la dispersione grazie anche al rinnovo degli impianti cittadini
Ecologia, sostenibilità e lotta allo spreco. Sono le parole d'ordine di AcegasApsAmga che, in occasione della Giornata mondiale dell'acqua di oggi, ha fornito i numeri del contrasto alle perdite portato avanti dall'azienda nelle proprie condotte idriche. E sono ben 14 miliardi i litri persi in meno a Trieste e provincia dal 2013. Da quando, cioè, la multiutility del nordest ha messo in campo una serie di strumenti innovativi, relegando le dispersioni d'acqua a un livello molto prossimo a quello fisiologico, ovvero il 36% (una riduzione di 10 punti percentuale rispetto al 46% del 2013). Una cifra decisamente inferiore rispetto alla media italiana che, secondo l'ultimo report Istat pubblicato nel 2020, registra come in un comune su tre le dispersioni totali siano superiori al 45%. Queste "fughe d'acqua", oltre che fisiologiche, sono dovute anche a rotture e a una certa vetustà degli impianti. Che AcegasApsAmga sta provvedendo a sostituire con ciclici interventi sul territorio, dov'è presente una rete di 910 chilometri di tubazioni nelle quali, solo nel 2019, sono stati immessi oltre 39 milioni di metri cubi d'acqua a disposizione di 231 mila cittadini. Ma come funziona il rilevamento delle perdite? Lo spiega Maurizio Fontanot che assieme al suo collega Andrea Rubin e all'équipe di tecnici specializzati composta da Andrea Olivo, Stefano Jerebica e Matteo Crozzoli, lavorano quotidianamente nella ricerca degli spandimenti lungo l'acquedotto. «Sono tre le modalità di monitoraggio delle dispersioni - spiega Fontanot -: il rilevamento aereo, i transitori di pressione, oppure attraverso l'utilizzo di correlatori ad altissima gittata». Il primo dei tre avviene tramite un piccolo Piper, grazie al quale è possibile trovare la presenza di acqua nel terreno, distinguendola da altri materiali come la sabbia o l'acqua di mare (nel caso della condotta che attraversa il golfo di Trieste). «I transitori invece sono piccole bombe di pressione sparate all'interno delle condotte - racconta sempre Fontanot - che, attraverso la loro riflessione sulle pareti delle tubazioni, consentono non solo di individuare le perdite, ma anche di rilevare anomalie nella condotta in logica predittiva». Per l'ultima tipologia di rilevamento, la squadra di Acegas simula una perdita in piazza Sant'Antonio. Per farlo è necessario "aprire l'acqua" che scorre all'interno di un chiusino. «Grazie a un geofono (particolare microfono che consente di "ascoltare" i tubi) possiamo individuare le perdite anche in zone difficilmente raggiungibili della città - spiega Fontanot -. E se finora queste venivano rilevate a una distanza circoscritta, adesso la nuova tecnologia ci permette di arrivare a quasi due chilometri». Il geofono, infatti, sente che qualcosa non va e chiama all'erta la squadra di tecnici che, giunta sul posto, chiude la tubazione aperta. «Questa tecnologia è efficace in quanto si appoggia a dei distretti idrici - conclude Fontanot - grazie ai quali è stata modellata l'intera rete idrica della provincia di Trieste. Ogni distretto rappresenta una porzione di distribuzione dell'acquedotto in cui viene installato un sistema fisso di misura volumetrica dell'acqua in entrata ed in uscita».

Lorenzo Degrassi

 

Papa Francesco: non e' una merce

«La Giornata mondiale dell'acqua ci invita a riflettere sul valore di questo meraviglioso e insostituibile dono di Dio. Per noi credenti "sorella acqua" non è una merce: è un simbolo universale ed è fonte di vita e salute. Troppi, tanti, tanti, fratelli e sorelle hanno accesso a poca acqua e magari inquinata. È necessario assicurare a tutti acqua potabile e servizi igienici». Lo ha detto ieri mattina a Roma, rivolto ai fedeli, Papa Francesco durante l'Angelus.

 

Coldiretti: allarme siccita'

La siccità rappresenta l'evento climatico avverso più rilevante per l'agricoltura italiana con un danni stimati in media in un miliardo di euro all'anno soprattutto per le quantità e la qualità dei raccolti. È quanto afferma la Coldiretti in occasione della giornata mondiale dell'acqua. Nonostante i cambiamenti climatici l'Italia - sottolinea la Coldiretti - resta un Paese piovoso con circa 300 miliardi di metri cubi d'acqua che cadono annualmente, ma per le carenze infrastrutturali se ne trattengono solo l'11%. Un lusso che non ci si può permettere .

 

 

Le rondini simbolo di primavera minacciate da pesticidi ed edilizia

Ieri è ufficialmente iniziata la primavera e come celebrarla se non parlando del suo simbolo per eccellenza, la rondine? Un uccello migratore del quale, nonostante nelle nostre zone la sua presenza sia comune, non sappiamo molto, forse proprio per via del suo essere così "viaggiatore" e quindi difficile da osservare nelle sue varie fasi di vita. Attraverso questo viaggio di scoperta ci guida Silvana Di Mauro, Presidente di "Liberi di volare Odv", associazione triestina esperta in rondini, rondoni e balestrucci. Le rondini, come già detto, sono dei migratori che, proprio nel periodo primaverile, fanno ritorno nelle zone di riproduzione, dopo aver svernato nel continente africano. «Il loro viaggio - racconta Di Mauro - è lunghissimo, pericoloso ed estenuante: percorrono anche fino a 14.000 chilometri, attraversando il deserto sub-sahariano, solcando il mare e buona parte del continente africano. Tutto ciò per mantenere "la promessa del ritorno" ai loro siti di riproduzione». Questi animali infatti ritornano non solo nello stesso luogo, ma addirittura nel medesimo nido. Costruiscono il loro rifugio perlopiù in zone sub-urbane, ad esempio sotto portici e androni o in ambienti rurali, come nelle stalle. Nonostante la vicinanza che intercorre tra i nidi, gli esemplari non vivono in cooperazione; in realtà ogni nucleo familiare si mantiene ben separato dalle restanti famiglie. Il nido della rondine è a forma di coppa, fatto di fango reperito nelle pozzanghere e successivamente impastato nel becco con erba e altri vegetali. Negli ultimi anni purtroppo gli esemplari della specie sono in calo: le cause principali sono la distruzione dei nidi per mano dell'uomo o di eventi climatici estremi, la desertificazione sempre più opprimente, i pesticidi adoperati nell'agricoltura. «Come aiutarli? Primo - spiega Di Mauro - : non distruggiamo i loro nidi! Sono preziose alleate, fanno pulizia di insetti, di cui si nutrono. Secondo: dove la rimozione del loro nido è imprescindibile, posizionarne nelle vicinanze uno artificiale». Inoltre, in caso di rinvenimento di uno di questi animali, mai nutrirlo con carne, vermi, pane, semi."Liberi di volare" si è resa protagonista di un'importante operazione di ripristino della colonia di rondini in Porto San Rocco, a Muggia: dopo la distruzione dei nidi causata dalla pulizia annuale e dalle ristrutturazioni eseguite, l'associazione ha collocato ben 20 nidi artificiali, immediatamente colonizzati, poco dopo seguiti dalla costruzione di altri 10 nidi naturali. «Sono ritornate alla grande a ripopolare il borgo - commenta -. Comunque è bene ricordare che distruggere un nido di una specie protetta quale rondine, rondone o balestruccio è reato».L'associazione si impegna sia in attività pratiche di cura e riabilitazione dei volatili grazie al suo Centro di recupero in Strada di Fiume («Qui accogliamo esemplari giovani, adulti e pulli, perché feriti o caduti dal nido» spiega la presidente), che in azioni più teoriche di sensibilizzazione, ad esempio mediante gli interventi nelle scuole. «Con il progetto "Magia d'ali" in due anni abbiamo raggiunto oltre 4 mila bambini in diverse città del Fvg» conclude Di Mauro.

Nicole Cherbancich

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 21 marzo 2021

 

 

Bike sharing affidato a Trieste Trasporti fino alla fine dell'anno
Soluzione-ponte da giovedì 25 per parcheggi e noleggio - Poi sarà lanciata una gara. Individuate tre fasce tariffarie
Una Trieste Trasporti in formato intermodale: non solo bus, non solo tram, non solo acqua, ma anche le bici. Ci manca solo l'ovovia. La società, controllata dal Comune triestino e dal gruppo Arriva (Db), si occuperà del bike sharing, ovvero dei parcheggi e del noleggio delle due ruote sistemati dal Municipio in alcuni punti-chiave del percorso turistico urbano. La concessionaria del tpl (trasporto pubblico locale) triestino se ne occuperà a tempo determinato da giovedì prossimo, 25 marzo (quando terminerà l'impegno di Bicincittà), fino al 31 dicembre del corrente anno. Una soluzione-tampone in attesa che la civica amministrazione bandisca una gara per reperire un gestore vero e proprio del servizio. Poiché il Comune non dispone di strutture e risorse umane tali da assicurare il funzionamento del bike sharing, Trieste Trasporti, anche per la possibilità di coordinare bus e velocipede (molte fermate dei mezzi coincidono con i parcheggi delle bici), è parsa la risposta temporanea migliore, in vista di una possibile ripresa delle visite turistiche. L'assessore Luisa Polli, che ha portato in giunta la delibera, ha sottolineato come non solo il bike sharing si presti come servizio complementare al tpl, ma consenta, in una fase in cui la pandemia è lungi dall'essere debellata, di agevolare un opportuno distanziamento sociale favorito dalla solitudine della pedalata. La delibera, controfirmata dal direttore dipartimentale Giulio Bernetti, individua tre fasce tariffarie: l'utente "sistematico", l'utente "occasionale", il turista. Il "sistematico" potrà fare un abbonamento annuale a un costo di 12 euro, ricaricabile a consumo; il noleggio prevede una prima mezz'ora gratuita, ogni mezz'ora successiva alla prima fino alle prime due ore un "ticket" di 50 centesimi, ogni mezz'ora successiva alle prime due ore di utilizzo 1 euro. Il cliente "occasionale" s'iscrive gratuitamente al servizio con ricarica obbligatoria minima pari a 5 euro; poi la prima mezz'ora richiede 50 centesimi e ogni mezz'ora successiva 1 euro. Ed eccoci al turista: il biglietto giornaliero implica l'esborso di 8 euro nell'arco delle 24 ore, durante le quali l'utilizzo massimo consentito è di 6 ore, anche non continuative. Cioè, il turista prende - per esempio - la bici in stazione, gironzola, poi la lascia al Teatro Romano e va a pranzo, la riprende e completa il tour. Il Comune riconosce al concessionario Trieste Trasporti un contributo pari a 33.500 euro (Iva compresa) più 7.000 euro in pezzi di ricambio. Se gli incassi supereranno i 50.000 euro, Comune e Trieste Trasporti faranno da bravi fratelli: metà per uno.

Massimo Greco

 

 

Ferriera, demoliti gli altoforni - Ora giù gli edifici in muratura
Lavori avanti a ritmo serrato. Le due torri spariscono dallo skyline servolano - Ok da Roma all'abbattimento di tutta l'area a caldo. Tempistiche da definire
I due altoforni sono spariti e ora arriva il via libera alla demolizione degli edifici in muratura. Continua a ritmo sostenuto lo smantellamento della Ferriera e, in contemporanea all'attracco della prima nave alla vicina Piattaforma logistica, da Roma giunge una delle carte attese da Arvedi e Icop per procedere nell'abbattimento dell'area a caldo. Il ministero della Transizione ecologica ha dato il suo assenso, ma restano ancora indefiniti i tempi delle autorizzazioni per le opere successive. Non mancherà il momento pirotecnico, se sarà confermata l'idea di demolire la ciminiera della cokeria con un colpo di dinamite. Nel frattempo i lavori continuano ed è ormai un ricordo il profilo degli altoforni che impattavano sullo skyline di Servola. Le due gigantesche colonne di metallo sono state via via tagliate e rimosse con una gru, mentre le maestranze hanno proseguito nell'asportazione degli impianti e delle parti in metallo nelle varie zone del comprensorio. E mentre da una parte si smonta, pochi metri più in là la Piattaforma logistica ha completato le procedure burocratiche e avviato le sue attività, con l'attracco di un traghetto della compagnia Ulusoy. È il simbolico passaggio di testimone in un'area che da industriale diventerà a vocazione logistica e portuale. Ora Hhla Plt Italy (o meglio il suo braccio operativo Icop) aspetta che una nuova conferenza dei servizi dia il disco verde anche alla messa in sicurezza permanente, che prevede l'asporto dei detriti e la costruzione dei piazzali che ospiteranno il terminal a servizio del Molo VIII. Ma prima ancora dovrà arrivare il permesso per installare nel sito un impianto capace di triturare il calcestruzzo da riutilizzare per livellare i terreni rispetto a quelli della Piattaforma. Servono inoltre le autorizzazioni per la rimozione del "cumulone" vicino a Plt e per creare gli scarichi delle acque. Dopo aver ottenuto il tutto, la Icop di Vittorio Petrucco potrà subentrare agli operai di Arvedi, dedicandosi a demolire le strutture in muratura, asportare le macerie e realizzare i piazzali in calcestruzzo e il sistema di trattamento delle acque meteoriche e di falda: passi che nell'insieme serviranno a isolare gli inquinanti presenti nel terreno e che daranno vita alla pavimentazione su cui sorgeranno il terminal container e i collegamenti ferroviari necessari a trasformare la Piattaforma in Molo VIII. Il via del ministero prevede anche la conservazione di elementi di archeologia industriale: le intese fra privati e Soprintendenza sono già state trovate.

Diego D'Amelio

 

 

"Verde di mare" - Le foreste marine che combattono l'inquinamento
Un webinar alle 17.30 del Wwf e dell'Ogs nella giornata mondiale dedicata ai boschi
Sono il nostro polmone verde, perché con la fotosintesi ci aiutano letteralmente a respirare. Le foreste sono fondamentali per la conservazione della biodiversità e la mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici: oggi, 21 marzo, è la Giornata mondiale a loro dedicata. Ma non ci sono solo quelle terrestri: sui fondali di mari e oceani crescono le foreste marine, che svolgono una funzione analoga alle sorelle di terra. Per il secondo appuntamento del ciclo d'incontri "Siamo in onda", organizzato da Wwf Area marina protetta di Miramare e Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs), oggi alle 17.30 si parlerà del ruolo fondamentale delle foreste e delle praterie marine e dei progetti di ripopolamento condotti nel golfo di Trieste.Il webinar, dal titolo "Verde di mare", sarà trasmesso su Zoom e in diretta Facebook sulle pagine dell'Area marina protetta e di Ogs, e avrà come protagonisti, moderati da Paola Del Negro, direttore generale di Ogs, Maria Cristina Gambi, della Stazione Anton Dohrn di Napoli, Annalisa Falace e Antonio Terlizzi dell'Università di Trieste. Con la prima relatrice si parlerà in generale dei servizi ecosistemici delle foreste e praterie marine, con Falace ci si concentrerà sui progetti portati avanti nel golfo di Trieste per il loro ripopolamento e con Terlizzi si scoprirà la comunità ittica che le abita.«Con il progetto Roc-PopLife stiamo lavorando insieme ai colleghi di Miramare su alcune aree marine protette, per far ricrescere le foreste sottomarine di Cystoseira, un'alga bruna a rischio estinzione - racconta Falace -. Nonostante le difficoltà indotte dalla pandemia finora il progetto ha funzionato: le plantule che abbiamo messo in acqua a Miramare ora sono fertili e stanno rigenerando a loro volta il sito. Questa primavera dovremmo ampliare l'impianto. Nel frattempo ci sono arrivate numerose richieste di collaborazione per progetti di ripopolamento, perché la tecnica che abbiamo messo a punto, con il prelievo di parti apicali fertili dal sito donatore, in questo caso Strugnano, e il reimpianto nel sito da restaurare, è molto promettente. Ci hanno contattato oltre che dall'Italia e dalla Slovenia, anche dal Marocco e dalla Grecia». La conferenza sarà accompagnata dalle evoluzioni grafiche di Jacopo Sacquegno, che riproporrà visivamente alcuni dei concetti presentati. Questo il link per collegarsi a zoom: https://bit.ly/2Q6Lg6f.Il prossimo webinar è in programma il 22 aprile, per la Giornata Mondiale della Terra: il ciclo di incontri s'inserisce tra le iniziative legate al decennio delle Scienze del mare per lo sviluppo sostenibile (2021-2030).

Giulia Basso

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 20 marzo 2021

 

 

I seguaci di Greta in piazza per il clima - Gli irriducibili "sfidano" la zona rossa
Ridotto rispetto al passato il numero di attivisti muniti di cartelloni che hanno reclamato maggiori tutele per l'ambiente
I seguaci di Greta di "Fridays for future" tornano in piazza Unità d'Italia a Trieste, con una mobilitazione che, come in altre città italiane e in tutto il mondo, punta ad attirare l'attenzione sulla necessità di tutelare l'ambiente. Ma ieri l'adesione è stata scarsa. Poche le persone che si sono presentate all'appuntamento, nonostante gli appelli, diffusi anche via social, a compilare la certificazione e a presentarsi con cartelli e slogan. I messaggi, seppure non molti, sono stati comunque portati dagli attivisti presenti, su striscioni e fogli colorati, con le scritte «lotta per il clima, lotta per la vita», «non c'è più tempo» o «non esiste futuro senza pianeta, non vendiamolo per la moneta». Una decina le persone che si sono presentate alle 15, orario stabilito per l'inizio della manifestazione. Altre si sono aggiunte successivamente, ma con una presenza ben diversa dallo scorso anno, quando la piazza si era riempita soprattutto di ragazzi e anche di famiglie, con bambini coinvolti in un maxi disegno. Evento sotto tono per le limitazioni attualmente in vigore, che hanno lasciata a casa molti ragazzi. Chi ha scelto di partecipare lo ha fatto rispettando le misure previste, tra mascherine e distanziamenti. Anche in questa edizione i messaggi lanciati sono stati gli stessi, con la volontà di chiedere provvedimenti urgenti per salvare il pianeta e per costruire un futuro all'insegna della sostenibilità. Lo sciopero per il clima, così è chiamata l'iniziativa riproposta ieri, è stato portato nelle piazze per la prima volta il 15 marzo 2019. A Trieste la sezione veicola notizie e informazioni attraverso la pagina fridaysforfuturefvg.it/trieste. Il movimento nasce nel 2018 con Greta Thunberg, che diventa in poco tempo un simbolo per la tutela ambientale. La ragazzina sciopera per il clima ogni venerdì, per portare avanti il suo messaggio, ed è l'inizio del Fridays for future, che significa "Venerdì per il futuro". In pochi mesi il suo grido di allarme coinvolge milioni di giovani, e non solo, in tutto il mondo, che ogni anno chiedono che i governi si occupino di cambiamenti climatici, trasformarli in una priorità per l'agenda politica internazionale.

Micol Brusaferro

 

 

Porto Vecchio, due circoscrizioni e Un'altra città bocciano il piano
Ieri confronto online per la rete civica, che chiede un maggiore coinvolgimento dei cittadini e più attenzione al rilancio economico
La rete civica di Un'altra città rilancia la richiesta di un maggiore coinvolgimento dell'opinione pubblica nella progettazione sul Porto vecchio. Intanto Prima e Terza circoscrizione bocciano l'Accordo di programma. Dopo il passaggio per il parere consultivo dei parlamentini rionali, il testo siglato da Comune, Regione e Authority portuale dovrà ora essere discusso a stretto giro in Consiglio comunale. Proprio a questi temi Un'altra città ha dedicato il suo incontro online settimanale finalizzato a influenzare in maniera indiretta la campagna elettorale. All'assemblea erano presenti alcuni protagonisti della corsa per il voto, tra cui la candidata a sindaco del M5s Alessandra Richetti, il portavoce di Adesso Trieste Riccardo Laterza e Sabrina Morena, consigliera comunale di Open. Tra i relatori anche l'architetto e urbanista Luciano Semerani, la fisica del clima all'Ictp Erika Coppola e Mirano Sancin, presidente del comitato tecnico-scientifico dell'Area di ricerca. Sono intervenuti inoltre William Starc, Gianfranco Depinguente, Roberto Dambrosi e Loredana Casalis, tutti impegnati nello studio che Un'altra città ha effettuato sull'antico scalo a partire dal 2018, sfociato nel rapporto "Porto vecchio impresa collettiva. Una strategia per il recupero e per il futuro della città". «I documenti mettono in luce l'assenza di una vera e propria strategia per il recupero del Porto vecchio - afferma Giulio Lauri di Open Fvg, che ha moderato il dibattito per Un'altra città -. Manca il coinvolgimento di cittadini, soggetti economici e parti sociali. Rendita immobiliare e vendita di immobili pubblici di valore sembrano privilegiate, rispetto a un investimento per il rilancio economico e occupazionale».Come detto, nel frattempo si è concluso l'iter dell'Accordo di programma nei parlamentini rionali: Altipiano Ovest e Roiano-Gretta hanno espresso parere negativo, benché non vincolante. «Una settimana fa mi ero appellato alle forze d'opposizione affinché si schierassero contro le scelte urbanistiche di questa giunta - commenta Dean Zuccolo, consigliere della terza circoscrizione di recente passato ad Adesso Trieste -. Al centro del progetto ci sono residenza e commercio, quando la città ha bisogno di nuovi posti di lavoro. Spero che il Consiglio comunale imporrà alla giunta di tornare sui propri passi». «Concordiamo con Adesso Trieste - aggiunge la presidente della Prima circoscrizione, Maja Tenze del Pd -. Non vediamo un progetto di innovazione legato a energie sostenibili». Nelle circoscrizioni quinta e sesta il voto è finito in pareggio. La seconda, quarta e settima si so no espresse a favore.

Lilli Goriup

 

«Con il Recovery plan faremo in cinque anni quello che altrimenti si sarebbe fatto in 20»
La soddisfazione di operatori e sindacati per l'ampliamento delle risorse destinate dall'esecutivo al "pacchetto Trieste"
Trieste. «Faremo in cinque anni quello che si sarebbe fatto in venti». Operatori e sindacati del porto di Trieste festeggiano la conferma da parte del governo Draghi del finanziamento previsto per lo sviluppo dello scalo all'interno del Recovery Plan. Lo considerano il riconoscimento definitivo delle prospettive marittime giuliane, ma mettono in guardia allo stesso tempo sull'importanza di garantire procedure burocratiche snelle. Senza dimenticare che la città dovrà capire che la crescita dei traffici potrà anche comportare qualche disagio sul fronte ambientale. L'agente e terminalista Enrico Samer sottolinea che «il punto più importante è che Trieste e Genova siano riconosciuti come i porti principali d'entrata in Italia. È un grande successo: da anni non si sentivano cose così sagge, ma Trieste è d'altra parte un porto con enorme potenzialità, che ha un piano regolatore approvato e player antichi e nuovi pronti a portare ulteriori traffici grazie alle nuove infrastrutture già previste, perché l'Autorità portuale ha ben chiari i progetti». Secondo Samer, «poter disporre dei 400 milioni del Recovery permette di fare in cinque anni ciò che si sarebbe fatto in venti. I privati sono pronti a investire e il pubblico apre la strada facendo la sua parte, finanziando progetti prioritari che creeranno nuovi flussi di merci e un indotto importante di lavoro portuale». Mentre sta ultimando i preparativi per l'avvio della Piattaforma logistica (la prima nave arriverà oggi), Francesco Parisi non elude i possibili problemi del futuro: «I tempi per utilizzare i fondi sono stretti e mi auguro che i tempi italiani dei lavori pubblici permettano di impiegare tutte le risorse. Vedo inoltre all'orizzonte in città il timore che i volumi del porto possano crescere, con l'inevitabile impatto che questo comporta. Cerchiamo tutti di fare attività sostenibili, ma l'impatto zero non esiste e vedo opposizioni alla crescita di quei traffici che questi investimenti servono a far crescere. Dobbiamo capire se si vuol fare di Trieste un porto che lavora o una sorta di piccola Montecarlo». A nome di tutti gli operatori, il presidente regionale di Confetra Stefano Visintin spiega che «lo stanziamento del Recovery premia il lavoro fatto per tempo dall'Autorità portuale: c'è chi altrove si lamenta dei troppi soldi per Trieste, ma con una piccola nota polemica rilevo che evidentemente non hanno presentato progetti nei termini previsti. Per stare dentro il Next Generation Eu serve fare transizione green: vengono premiate l'idea dell'elettrificazione delle banchine per ridurre l'impatto ambientale, la riqualificazione di Servola e le bonifiche. Bene anche il sostegno all'intervento sull'ultimo miglio ferroviario, che valorizza un porto che ha mostrato con i fatti che è possibile il passaggio dalla gomma al ferro». Visintin difende la scelta di concentrare gli investimenti a Trieste: «Il resto del Fvg? Il piano del governo sarà un volano per tutta la piattaforma logistica regionale, che è al servizio dell'Europa centrale». Il plauso è anche dei lavoratori. Stefano Puzzer (Clpt) nota che «il porto di Trieste ha ritrovato interesse in Italia dopo essere stato completamente dimenticato: questo fa ben sperare per il futuro. Speriamo che tutti gli investimenti siano fatti tutti alla luce del sole e che non siano i soliti progetti che costano alla fine il doppio del previsto e non vengono mai finiti. Speriamo che, dopo tutto questo, si crei anche la scuola per i lavoratori portuali, magari in Porto vecchio: una scuola di formazione sia per chi già oggi è impiegato in porto, sia per ragazzi e ragazze che vorrebbero lavorare in porto e a cui vanno date le basi».

Diego D'Amelio

 

 

La multinazionale Kronospan investe in un impianto green
Il colosso austriaco, produttore di pannelli in legno, ha annunciato un investimento da 250 milioni di euro nel sito di San Vito al Tagliamento (Pordenone) dove realizzerà un impianto innovativo e all'avanguardia all'insegna della sostenibilità. Recupero dell'acqua piovana, utilizzo di legno riciclato, nessuno scarto di produzione, ridotte emissioni, azzeramento del traffico su gomma a vantaggio di quello su rotaia, alcune delle caratteristiche. Previsti inoltre 200 posti di lavoro.

 

 

Nuove luci in galleria e pulizia rafforzata. La Cottur si rifa' il look

Lungo la pista ciclopedonale torna l'illuminazione nel primo tunnel dopo anni di transiti al buio. In arrivo 15 contenitori per l'immondizia

Nuovo impianto di illuminazione in galleria e servizio di pulizia rafforzato, anche grazie a nuovi contenitori per l'immondizia, lungo la pista ciclopedonale Giordano Cottur, frequentato percorso che da San Giacomo sale fino a Draga Sant'Elia e, in tempi di confini "liberi" dal Covid 19, fino alla Slovenia. Un percorso lungo oltre 16 chilometri, asfaltato nella parte che attraversa Campanelle e Altura, e che poi si immerge nella natura carsica con un tracciato sterrato che regala splendidi scorci della Val Rosandra e del golfo. La ciclopedonale, lungo la quale si incrociano pedoni, runner e ciclisti, e che in questa fase di zona rossa rappresenta per tanti residenti l'unica valvola di sfogo per camminare, allenarsi e respirare aria fresca, ha da poco subito un restyling che l'ha resa maggiormente fruibile in alcuni punti. Tra gli interventi realizzati, il nuovo sistema di illuminazione nella galleria Cottur, lunga 250 metri, la prima che si incontra lungo il tragitto da Trieste a Draga Sant'Elia e l'unica illuminata. L'impianto precedente, in alcuni tratti rotto, rendeva la fruizione del tracciato poco agevole, al punto da richiedere l'utilizzo di torce o della semplice luce dei cellulari. Non una situazione priva di rischi, considerata la forte presenza di biciclette, intente a dribblare i pedoni al buio. Da qui la decisione, come confermato dal presidente di Fvg Strade Raffaele Fantelli, di mettere mano al problema, in un quadro complessivo di interventi di miglioria del percorso. Il vecchio impianto, composto da faretti a terra, molti dei quali guasti, è stato sostituito con un nuovo sistema di luci a led collocate sulle volte della galleria. Luci "intelligenti", che si attivano e modulano la potenza della luce in base al numero di persone in transito. «Sono stati installati tre rilevatori che servono a rilevare la presenza di persone nella galleria e di conseguenza modulano la potenza dell'illuminazione, nell'ottica del risparmio energetico - spiega Luca Vittori, ingegnere e direttore Nuove opere in Fvg Strade -. Il tunnel rimane sempre illuminato, ma quando non è utilizzato la luce è ridotta al minimo». Il costo dell'operazione ammonta a 35 mila euro di fondi regionali. I lavori, durati un mese, sono terminati pochi giorni fa. Secondo tema, i contenitori per l'immondizia: «Abbiamo appena firmato l'affidamento del servizio di pulizia alla cooperativa La Quercia, che prevede la posa di 15 nuovi contenitori lungo il percorso e lo svuotamento degli stessi due volte alla settimana. È stato ritenuto necessario implementare il servizio da questo punto di vista - conclude - considerata l'affluenza importante».

Elisa Coloni

 

 

Domani "Verde di mare" con Wwf e Ogs

Per il secondo appuntamento del ciclo d'incontri "Siamo in onda", organizzato da Wwf Area marina protetta di Miramare e Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs), domani, alle 17.30, si parlerà del ruolo fondamentale delle foreste e delle praterie marine. Il webinar, dal titolo "Verde di mare", sarà trasmesso su Zoom e in diretta Facebook sulle pagine dell'Area marina protetta e di Ogs, e avrà come protagonisti, moderati da Paola Del Negro, direttore generale di Ogs, Maria Cristina Gambi, della Stazione Anton Dohrn di Napoli, Annalisa Falace e Antonio Terlizzi dell'Università di Trieste.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 19 marzo 2021

 

 

MONFALCONE - Escavo del porto progetto da rifare - troppo mercurio presente nei fanghi
Secondo il Provveditorato opere pubbliche non si può usare la cassa di colmata per smaltirli. La palla passa all'Autorità
Non c'è alcun via libera e rischia di non averlo mai quel progetto sull'escavo del canale di accesso del porto di Monfalcone concepito inizialmente dall'ex Azienda speciale porto di Monfalcone, poi ereditato dalla Regione che ha cercato di correggerlo e modificarlo. Depositare poi i fanghi di dragaggio nella vecchia cassa di colmata (utilizzata in passato come discarica), come previsto dalla Regione è un ostacolo insormontabile e semmai si dovesse pensare a un escavo bisogna rifare completamente il progetto e visto che si tratta di un'opera di grande infrastrutturazione («di interesse statale e realizzata su aree del demanio statale») a poterlo fare sarà solo una realtà statale come l'Autorità di sistema portuale su indicazioni e con il coordinamento del Provveditorato alle opere pubbliche. Lo aveva sostenuto l'ex direttore del Provveditorato, tra fine 2019 e inizio 2020, ingegner Giorgio Lillini, una bocciatura del progetto ribadita con forza anche dalla dirigente facente funzioni per il provveditore, Cinzia Zincone. Da un anno è sceso il silenzio sul via al progetto di escavo per il quale la Regione ha accantonato qualcosa come 20 milioni, risulta che la stessa Regione abbia più volte chiesto, nelle varie interlocuzioni dopo le conferenze dei servizi, la "consegna delle aree per l'esecuzione delle opere", una consegna che è stata negata, si è parlato poi dell'interessamento del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Ma fino ad ora non è giunta alcun via libera finale e a quanto risulta quel progetto è morto, sepolto nella stessa cassa di colmata. Ed è quanto emerge dal parere del Provveditorato regionale, che risale ad alcuni mesi fa, ma di cui la redazione è venuta in possesso solo ora, nel quale si danno tutte le motivazioni del no all'opera come concepita. Non solo si ribadisce quanto aveva sottolineato Lillini che aveva messo in guardia sulla quantità di fanghi da dragare (bisogna riportare il fondale del canale a una profondità di -12,50 metri sino all'imbocco delle dighe) che depositati in cassa di colmata avrebbero creato montagne alte quattro metri. Ma la dirigente Zincone mette in evidenza anche tutta una serie di altre problematiche di grande rilievo. Che riguardano gli effetti del dragaggio sull'uso futuro della cassa di colmata come area industrial-portuale e l'entità degli investimenti necessari per rendere possibile questo uso. Costi enormi per abbattere la quota dei quattro metri dei fanghi, ma soprattutto per bonificare l'area e renderla adatta a nuove infrastrutture portuali: banchine , piazzali, magazzini. La questione nel golfo di Panzano è conosciuta e riguarda il mercurio-cinabro presente nei sedimenti, che storicamente arriva dall'Isonzo che porta tutti i materiali di risulta delle antiche attività minerarie di Idria in Slovenia.Quelle montagne di fanghi dragati e versati sulla cassa di colmata potrebbero comportare «fenomeni di sedimentazioni anomale» con possibili superamenti dei limiti del mercurio nel terreno previsti pure per le aree destinate ad attività produttive/portuali con annessi rischi di ulteriori costi sia per le analisi che per le bonifiche. È tutto da rifare per l'escavo del canale di accesso al porto di Monfalcone, un progetto fermo da decenni che se non sarà cambiato si rischia di non fare mai più.

Giulio Garau

 

 

Traffici su rotaia - I treni da Venezia
La nuova versione del Recovery inserisce la linea ferroviaria Venezia-Udine-Trieste fra gli assi da rafforzare per le sue «connessioni verso il confine orientale», nell'ambito del corridoio europeo che parte da Lione. Il documento non chiarisce però il tipo di interventi e i fondi che potrebbero arrivare. La velocizzazione della Trieste-Mestre costa due miliardi ed è ferma da anni alla fase di progettazione: l'opera è stata commissariata assieme a molti altri progetti infrastrutturali nelle ultime settimane del governo Conte.

 

Le altre linee - la Udine-Cividale
La nuova bozza del piano prospetta il trasferimento della ferrovia Udine-Cividale a Rfi, nell'ambito di una strategia tesa a superare «una gestione frammentata dei network regionali». Il Recovery prevede genericamente investimenti per «lavori infrastrutturali e tecnologici sulla linea», tesi a «migliorare la regolarità del flusso di traffico». Oggi la tratta è in mano alla società della Regione Ferrovie Udine-Cividale. Passerà nei prossimi anni sotto Rfi, assieme ad altre tratte locali gestite a livello territoriale.

 

 

Il lupo ora è alle porte di Trieste - Esemplare investito sul Vallone
Prima presenza certificata di un maschio giovane e in salute, morto sulla strada - L'esperto Filacorda: «Il ritrovamento cambia gli equilibri anche con lo sciacallo»
GORIZIA. Ora la presenza del lupo sul Carso, alle porte di Trieste, è certa. Un esemplare maschio adulto è stato travolto e ucciso ieri mattina lungo la strada del Vallone. L'animale era già stato avvistato da qualche automobilista di passaggio, ma non c'erano ancora prove oggettive che si trattasse effettivamente di un lupo. C'è voluto purtroppo l'incidente di ieri per averne la conferma definitiva. L'investimento da parte di un veicolo sconosciuto è avvenuto nei pressi dell'abitato di Micoli. La carcassa è stata segnalata ai carabinieri alle 6.30 ed era ancora calda quando gli incaricati del recupero sono arrivati sul posto. Si presume quindi che l'incidente sia avvenuto intorno alle 6.20 o, comunque, non prima delle 6. Dai traumi riportati dall'animale l'impatto deve essere stato piuttosto violento. In base a una convenzione tra la Direzione centrale Risorse agricole, forestali e ittiche della Regione, l'Università di Udine e l'Istituto Zooprofilattico delle Venezie, il lupo è stato consegnato al dipartimento di Scienze agroalimentari ambientali e animali dell'ateneo friulano. A esaminarlo saranno ora il medico veterinario Stefano Pesaro e il dottor Marco Bregoli. La collaborazione tra le tre realtà servirà ad ottenere dati di natura sia biologica, sia scientifica e alcuni campionamenti saranno messi a disposizione anche del Museo friulano di Storia naturale di Udine. L'obiettivo generale del progetto è capire lo stato di salute della fauna selvatica del Friuli Venezia Giulia.Quello di ieri è stato il sesto lupo ad essere recuperato in regione dall'inizio del 2020. Come nel caso del Vallone, per questi animali la principale causa di morte è l'investimento. In attesa dei riscontri di natura prettamente scientifica, si può intanto dire che l'esemplare travolto tra Micoli e Palchisce aveva circa due anni, pesava poco più di 36 chilogrammi e si trovava in condizioni fisiche perfette. Rispetto allo sciacallo dorato, il lupo è più grande: il primo pesa mediamente 11 chili, il secondo oscilla tra i 30 e i 40. Anche se di dimensioni maggiori e più longilineo, nelle immagini scattate dalle fototrappole - in mancanza di riferimenti metrici - si fa fatica a distinguerlo dallo sciacallo e per questo la sua presenza sul territorio isontino non era stata ancora mai confermata in maniera ufficiale.«Questo è il primo segnale di una presenza del lupo sul Carso e conferma sospetti che già avevamo. Apre uno scenario interessante: può trattarsi di un esemplare in dispersione alla ricerca di una partner con cui accoppiarsi. Ma da dove provenga e se abbia trovato una compagna, al momento è difficile da dire. Di certo, le analisi ci permetteranno di capire se appartiene alla popolazione slovena o a quella italiana o se, magari, è il risultato dell'incrocio delle due», spiega a questo proposito Stefano Filacorda, ricercatore e coordinatore degli studi sulla fauna selvatica dell'Università di Udine.Di certo l'investimento conferma che la biodiversità del Carso è sempre maggiore. È di pochi mesi fa l'avvistamento di un orso che, nelle vicinanze di Peteano, si stava muovendo lungo la Strada provinciale 8. A trovarsi faccia a faccia con il grosso carnivoro era stato un rider goriziano e il suo passaggio era stato poi confermato da un'impronta ritrovata lungo un sentiero a Poggio Terza Armata da una gradiscana. «La presenza del lupo - prosegue Filacorda - cambia gli equilibri della zona perché ora lo sciacallo ha un predatore. Si potrebbe riequilibrare un sistema che al momento pende verso lo sciacallo. Il lupo, in ogni caso, ha areali che, semplificando, sono circa 15 volte maggiori. Questo significa che l'uno non si sostituisce all'altro. A Yellowstone, per esempio, l'introduzione del lupo ha portato alla diminuzione del coyote e all'incremento di specie in crisi come la lepre o il coniglio».

Stefano Bizzi

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 18 marzo 2021

 

 

Bonifiche, Roma trasferisce le aree ma non gli otto milioni - il sito di interesse nazionale
La firma del ministro Roberto Cingolani, titolare del neo-ministero della Transizione Ecologica, decreta e conferma che 242 ettari del Sito inquinato (Sin) passano sotto la gestione amministrativo-ambientale della Regione Fvg. Roma trasferisce a Trieste in pratica la competenza sui "piccoli operatori", mantenendo quella sulle grandi partite come la Ferriera e l'ex Aquila (192 ettari) . Cingolani certifica la posizione assunta in gennaio dal direttore generale del ministero (allora dell'Ambiente e della tutela del territorio e del mare) Giuseppe Lo Presti. E non cambia neanche l'orientamento sulle risorse rispetto a quello del precedente esecutivo quando ministro era Sergio Costa: niente da fare, il governo trasloca la "giurisdizione" ma non gli 8 milioni, che l'accordo di programma datato 2012 appostava per le caratterizzazioni e per le analisi di rischio. Fabio Scoccimarro, assessore regionale all'Ambiente, prende volentieri atto che la Regione si occuperà di una consistente fetta del Sin, come richiesto dall'imprenditoria triestina bloccata per anni da procedure seguite nella Capitale a ritmi di immaginabile lentezza. Ma deve anche riprende, suo malgrado, il cahier de doléance legato ai quattrini denegati: «Sottoporrò la questione nei prossimi giorni alla corregionale sottosegretaria del nuovo ministero Vannia Gava, affinchè interceda con il governo su questo punto».Il comma 2 dell'articolo 2 del "decreto Cingolani" puntualizza che «per le aree escluse dal perimetro (quelle trasferite alla Regione ndr) dette risorse potranno essere utilizzate esclusivamente per interventi già approvati dal Ministero». La Regione - riporta il comma 1 dello stesso articolo - «subentra al Ministero nella titolarità dei relativi procedimenti».Sul tema interviene Carlo Alberto Masoli, titolare della Geosyntech che ha nel carnet un bel numero di fascicoli legati alle bonifiche: «La rapidità procedurale è un fattore essenziale, se in precedenza le conferenze dei servizi in sede ministeriale avvenivano una volta all'anno, in Regione potranno essere convocate perlomeno a scadenza mensile. Un salto di qualità che consente a investimenti, fermi da 4-5 anni, di riprendere il loro corso».Con il "decreto Cingolani" la competenza della Regione si estende a quasi 320 ettari: 75 risalgono a un analogo provvedimento assunto dal ministero nell'inverno 2018 (giunta Serracchiani), ai quali s'aggiungono i 242 ettari "freschi". L'asse di via Caboto, la zona delle Noghere: non meno di 150 imprese saranno finalmente libere dall'incubo di trasferte capitoline e potranno semplicemente recarsi in via Carducci nella sede assessorile. Il pressing delle aziende si esplicò un anno fa, quando - era appena deflagrata la prima ondata pandemica - in 16 firmarono una lettera a Scoccimarro sollecitando un nuovo stralcio dal Sin: tra questi Illy, Facau, Bruno Pacorini, Pittway, Java Biocolloid, Samer (Ortolan Mare).

Magr

 

 

 

 

 

ANSA - MERCOLEDI', 17 marzo 2021

 

 

Illy, Nestlè e Fvg, intesa per recupero capsule caffè - Assessore Scoccimarro, prima intesa pubblico-privato del genere

TRIESTE, 17 MAR - Creare una filiera per il recupero delle capsule esauste che derivano dalla preparazione del caffè, che al momento vengono smaltite nelle discariche o nei termovalorizzatori, con la realizzazione di un apposito impianto che ne separerà la parte umida da quella in plastica e in alluminio. E' lo scopo del protocollo d'intesa per la realizzazione del progetto pilota di recupero delle capsule esauste di caffè in plastica, firmato oggi tra la Regione Fvg, Illy, Nestlè, AcegasApsAmga, A&T 2000, Net e Arpa Fvg, che dovrebbe divenire operativo a partire da luglio.
L'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente, Fabio Scoccimarro, ha sottolineato che si tratta della "prima collaborazione in Italia tra pubblico e privato" di questo tipo "che ha come fine ultimo lo sviluppo dell'economia circolare".
"Siamo consapevoli che la sfida per un mondo sostenibile si può vincere solo unendo le forze, perché questo tipo di collaborazione può basarsi solo su una comunione di valori condivisi e quando si parla di bene comune e rispetto dell'ambiente non ci deve essere competizione ma collaborazione", ha affermato l'amministratore delegato di illycaffè, Massimiliano Pogliani.
Secondo la Business Executive Officer di Nestlé, Federica Braghi, la firma del protocollo "significa dar il via alla volontà di aiutare nel riciclo delle capsule esauste e cercare di costruire un percorso virtuoso".

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 17 marzo 2021

 

 

Progetto superato per Porto vecchio - Riccardo Laterza e Giulia Massolino -  portavoce di Adesso Trieste
Nel suo ventennio da primo cittadino Roberto Dipiazza dovrebbe aver maturato un'esperienza sufficiente per sapere che è lecito, e anzi salutare, che in politica si confrontino prospettive diverse sullo sviluppo della città. Il Sindaco, invece, taccia qualsiasi critica e posizione diversa dalla sua come frutto di incompetenza o addirittura di risentimento o invidia nei suoi confronti. Non si capisce peraltro la ragione di tanta agitazione, considerata l'opposizione blanda che gli è stata riservata nel corso degli ultimi anni, culminata nel voto favorevole del centro-sinistra alle linee guida sul Porto vecchio poco più di due anni fa. Le scelte politiche in campo urbanistico della Giunta Dipiazza difendono un modello di sviluppo che appartiene al passato e non è più sostenibile: incentrato sul mercato immobiliare e sull'erogazione di servizi, giocato al ribasso sul costo del lavoro. La proposta di Adesso Trieste è di ricostruire una base produttiva ecosostenibile per la città, connessa con i settori del Porto e della ricerca, che garantisca un lavoro di qualità a chi vuole restare o tornare. Variante sul Porto vecchio - Il Sindaco sostiene che in Porto vecchio potranno insediarsi anche industrie ad alta tecnologia: falso, perché tra le destinazioni ammesse dalla variante promossa dalla Giunta c'è quella direzionale (ovvero uffici) ma non quella produttiva); la residenza, inoltre, dovrà essere la funzione prevalente sulle altre, fino a un massimo del 70% dei volumi dei magazzini del "sistema misto". L'idea del Comune è dunque quella di provare a riempire il Porto vecchio di funzioni per le quali la città offre già abbondante spazio oggi inutilizzato (12. 000 alloggi e 1. 800 negozi vuoti in tutta Trieste). Ridurre il ruolo di Ursus a quello di super-agente immobiliare è un errore macroscopico, agevolato purtroppo dall'ormai famoso "emendamento sulla sdemanializzazione" dell'allora senatore Russo, che prevede la vendita degli immobili come unica strada da percorrere per la valorizzazione dell'area del Porto vecchio. Si tratta di una previsione che andrebbe rivista. Piano Urbano della Mobilità Sostenibile - Nel 2019 Dipiazza ha firmato il "Patto dei Sindaci per il clima e l'energia" , attraverso il quale si impegna a ridurre le emissioni di CO2 del 40% entro il 2030. Non è chiaro come intenda raggiungere questo ambizioso obiettivo, considerando che il Pums - lo strumento che regola la mobilità, che contribuisce per il 28% alle emissioni - non ne prevede alcuna riduzione. In controtendenza con qualunque città europea, il Piano prevede invece la diminuzione degli spostamenti pedonali, disegna turborotonde e parcheggi, lascia dunque inalterato un sistema incentrato sull'auto. Anche la tanto dibattuta ovovia è un'opzione di mobilità disegnata per lasciare indisturbato il traffico di auto private. Non costituisce una vera soluzione al problema dell'accesso da nord alla città, e presenta invece grossi impatti ambientali. Diverse associazioni cittadine e migliaia di cittadini si sono già espressi numerose volte per evitare questo spreco di denaro pubblico e puntare piuttosto su un sistema tranviario moderno - come fatto a Bologna, Reggio Emilia, Torino, Padova - integrato con la rete ferroviaria esistente. Piano Particolareggiato Centro Storico - C'è ben poca visione di futuro anche nel Piano Particolareggiato del centro storico, che prevede di destinare enormi spazi in pieno centro città a parcheggi, attrattori di traffico che costituiscono parte del problema anziché della soluzione. Alcuni di questi sono perfino a ridosso di scuole o asili, come quello previsto in via Tigor, dove i residenti chiedono invece di poter usufruire di aree verdi inaccessibili da decenni. Mentre tutte le città europee puntano a costruire parcheggi di scambio all'esterno del centro, collegati con moderni sistemi di mobilità pubblica, la Giunta vuole riempire sempre più il centro di auto private. Parco del Mare - Nel suo intervento il Sindaco si è dimenticato di nominare un altro mega-progetto che va nella direzione opposta a uno sviluppo sostenibile della città: il Parco del Mare, cui il Comune ha contribuito con una variante urbanistica nell'area della Lanterna, agevolando la scelta della Camera di Commercio di destinare 8 mln di euro di fondi dei suoi aderenti per questo progetto, anziché per azioni concrete di sostegno al commercio locale messo in ginocchio dalla pandemia. Il Parco del Mare è un anacronistico zoo liquido, cartina di tornasole di un modello di turismo non più sostenibile per un territorio. Lo stesso modello del turismo crocieristico e degli alberghi di lusso con i quali questa Giunta sta svuotando il centro storico, puntando sulle ricadute occupazionali ma omettendo il fatto che siano posti di lavoro mal pagati e senza tutele, come racconta la vertenza delle lavoratrici dell'Hotel Savoia. Una visione di futuro non può fare a meno di prevedere forme di turismo meno impattanti sulla città. Per questo Adesso Trieste propone un eco-parco del mare diffuso, che avvicini non solo i turisti ma anche i cittadini al mare, promuovendone la tutela e rendendolo un nuovo spazio di promozione di stili di vita sani nel rispetto dell'ambiente. Sono tutti temi sui quali sono molti i cittadini che hanno ed esprimono idee diverse da quelle dell'attuale Giunta. Idee che meriterebbero attenzione e non derisione o sbrigative bocciature, e su cui Adesso Trieste chiede un confronto pubblico con il Sindaco. Per costruire il futuro che la nostra città si merita non si può più fare politica con il paraocchi rivolgendo lo sguardo solo al passato.

 

Ok a Parco HiTech e industria green - Antonella Caroli, presidente sezione Trieste e consigliere Nazionale di Italia Nostra

Leggiamo sul Piccolo del 13 marzo l'articolo "A Trieste la centrale della transizione verde" a firma Giorgio Perini che ci fa molto piacere perché richiama e conferma il progetto dell'Imperial Energy Park - un parco tecnologico incentrato sulle energie rinnovabili - già da noi preparato e presentato nel 2018 al Comune, al Ministero della Cultura, alla Regione e all'Area di Ricerca, per la sua realizzazione in Porto vecchio. Si tratta della valorizzazione di Trieste, città Capitale della Scienza che, con la totale collaborazione di tutti i Centri Scientifici, di Ricerca e le Università della città, accolga tutte quelle Aziende interessate ad approfondire lo studio e l'applicazione delle nuove energie pulite e rispettose dell'ambiente. Le risorse economiche del Porto Vecchio, già destinate allo sviluppo delle attività del Porto Nuovo grazie al lavoro del presidente Zeno D'agostino e alla presenza amburghese, aumenteranno ancora di più, non appena i vaccini faranno ripartire il lavoro in tutti i Paesi del mondo e d'Europa, tanto da diventare uno dei più grandi porti d'Europa. Oltre a questo si aggiungerà il traffico di navi passeggeri e merci e Trieste sarà costretta ad utilizzare tutto lo spazio occupato dalla Ferriera. Il Governo, le Istituzioni locali e gli Arvedi di certo troveranno una corretta intesa per liberare l'area ed iniziare subito la riconversione utile, oltre a formare il personale per nuove collocazioni. Fincantieri e Wartsila saranno interessate a sviluppare un traffico navale sempre più pulito e questa evoluzione potrà partire da Trieste. Tra questi obiettivi va in prima realizzazione la riqualificazione del Porto vecchio, a cominciare dal restauro e dal riuso dei grandi edifici storici, nel rispetto della loro identità originaria così come avvenuto per la Centrale idrodinamica e la Sottostazione elettrica, restaurate grazie all'intervento dell'Associazione Italia Nostra che si è attivata per reperire i fondi necessari per i primi restauri in Porto vecchio. Così pure per quei fondi che ora il Comune sta usando per preparare il Porto vecchio alla riqualificazione generale, che dovrà essere anche totalmente autosufficiente per quanto riguarda l'energia: un importante biglietto da visita di cosa si deve fare per ridurre l'inquinamento. Ci auguriamo che l'intero processo venga finanziato e guidato da un team adeguato e preparato, per valorizzare, in tempi stretti e in maniera intelligente ed integrata, quest'opera incomparabile per l'alto valore storico e culturale. Le nuove realizzazioni devono essere all'altezza dell'architettura storica, senza depauperare il valore culturale dell'area tanto da renderlo irriconoscibile o confuso a causa di alterazioni improprie. Non dimentichiamo il lavoro più che ventennale svolto da Italia Nostra tra Trieste e Amburgo: rapporti e relazioni che hanno già portato risultati eccellenti e che andranno incentivati e sviluppati insieme alle imprese costruttrici locali che hanno dimostrato già le loro capacità negli interventi di restauro. I nostri gioielli devono essere affidati a professionisti preparati che conoscono già il Porto vecchio. Un patrimonio abbandonato che stiamo raccogliendo con il cucchiaino e che sta riemergendo pian piano da un torpore durato più di 80 anni. Ben vengano investitori istituzionali, come la Regione, negli importanti magazzini del complesso Brauser & Vetter, nell'area di coniugazione urbana che potrebbe segnare il passaggio dal pubblico al privato, così come nell'area del polo museale. Pubblico e privato in collaborazione perché si rispetti il luogo, la sua storia e l'identità originaria della sua architettura. Dopo aver coinvolto i protagonisti della riqualificazione della Speicherstadt e dell'Hafencity di Amburgo, e prima di qualsiasi altro investitore, mi pare giusto incoraggiare l'interesse delle Assicurazioni Generali. Tra gli interventi del Piccolo, il Ceo Philippe Donnet, il presidente Galateri e Lucia Silva hanno espresso, tra gli obiettivi generali, un piano di molti miliardi che coinvolgerà anche le numerose Compagnie di Assicurazioni Europee per lanciare un piano di aiuti internazionali per le medie e piccole imprese dell'economia reale, per offrire nuove opportunità di crescita e condivisione, per sostenibilità e responsabilità sociale e per la lotta ai cambiamenti climatici. L'obiettivo di impegnarsi al passaggio all'energia pulita e rinnovabile è anche una prima protezione contro ogni pandemia. Le Generali hanno, tra le migliaia di clienti nel mondo, quelle aziende che intendono investire nelle nuove energie pulite e qui a Trieste potranno trovare accoglienza. Aiuterebbe molto la realizzazione della Zona Doganale Franca e auspichiamo che le forze politiche si battano per attrarre aziende da tutto il mondo. Da questo nasceranno migliaia di posti di lavoro per i giovani che faranno diventare sempre più grande Trieste. Italia Nostra vigilerà e sarà garante della riqualificazione, che si spera avvenga nel rispetto delle normative e dell'importanza storica degli edifici, perché l'interesse c'è, le competenze pure e anche la liquidità necessaria per fare un lavoro eccellente. Mai come ora si è presentata la possibilità di creare una solida struttura organizzativa che possa dare lavoro alle prossime generazioni. Porto vecchio ha il potenziale di diventare l'attrattore di idee scientifiche e tecnologiche innovative, di applicazioni necessarie a traghettare il paese verso la transizione energetica pulita, la sede prestigiosa e vantaggiosa per molte aziende che vogliono espandersi in Europa e che necessiteranno dei nostri giovani. Seguiamo i passi istituzionali che in questi recenti anni hanno superato l'empasse, anche se siamo ancora in partenza, auspicando di fare il salto di qualità negli interventi architettonici che devono prima di tutto rispettare la storia e l'architettura dello straordinario patrimonio del Porto vecchio, che abbiamo il dovere di salvare e valorizzare con il coinvolgimento di tutti gli attori principali della città, per farlo riemergere da un torpore durato 80 anni.

 

 

Potatura degli alberi - Accuse dagli ecologisti Bussani: ingiustificate - il comune promette però un censimento del verde
MUGGIA. «Da troppo tempo a Muggia assistiamo impotenti a potature devastanti e a continui abbattimenti di alberi, che stanno erodendo inesorabilmente il nostro prezioso patrimonio arboreo, un bene della collettività, tutelato dalla Costituzione, da leggi italiane ed europee». A dichiararlo sono Nelly Cosulich e Giuliana Corica del Comitato Muggiambiente, secondo le quali le tecniche che le ditte incaricate stanno mettendo in atto sono «la capitozzatura e la successiva spollonatura con motosega», che risultano essere «interventi troppo invasivi e violenti» tali da pregiudicare «non solo l'armonia e lo sviluppo della chioma, ma la stessa sopravvivenza dell'albero», in quanto «dalle grandi ferite entrano malattie di ogni genere e i rami, ridotti a poveri moncherini, non riescono a produrre le foglie necessarie». Con conseguenti danni alle radici e alla stabilità stessa dell'albero. Sulla questione è sceso in campo anche Andrea Wehrenfennig, presidente del Circolo Verdeazzurro di Legambiente Trieste, il quale proprio nel pomeriggio di ieri ha incontrato gli assessori Francesco Bussani e Laura Litteri, in incontro definito «proficuo, in quanto è stato stabilito che il Comune di Muggia si doterà di un piano del verde consono ed effettuerà un censimento del patrimonio, pubblico e privato, degli alberi». Bussani riferisce a propria volta di aver incontrato «due settimane fa le rappresentanti di Muggiambiente mentre oggi (ieri) ho avuto una riunione online con Legambiente. In entrambe le occasioni si è trattato di discussioni costruttive a proposito della gestione del verde muggesano. Legambiente alcuni mesi fa ci ha inviato una proposta inerente il regolamento del verde pubblico e privato e, basandoci anche su questa, l'ufficio comunale competente è al lavoro per redigere il regolamento per Muggia». Quanto però alle critiche specifiche «rispetto all'abbattimento di alcuni alberi», all'avviso di Bussani sono «ingiustificate, perché gli interventi sono sempre stati effettuati per motivi di sicurezza o per il compromesso stato di salute delle piante stesse. Gli alberi abbattuti saranno in ogni caso sostituiti con nuove essenze».

LU.PU.

 

 

"Pedoci" proibiti a tavola - Team di esperti studierà le tossine fuori stagione - Dopo il blocco di quasi tutti gli allevamenti
Trieste. Sarà un gruppo di specialisti della materia, che operano nell'ambito del Piano strategico 2018-2023 avviato a suo tempo dalla Regione per tutelare i consumatori nel comparto alimentare, a cercare di individuare le cause che hanno portato al blocco della raccolta delle cozze nel golfo di Trieste, ad eccezione della zona di allevamento di Muggia Ts 02, per la quale è arrivata lunedì la revoca del blocco stesso. La ferma è stata decisa perché all'interno dei "pedoci" ora si trovano delle tossine che possono nuocere al sistema gastrointestinale: un fenomeno anomalo per la stagione perché solitamente si verifica a settembre. Lo annuncia Gaetano Zanutti, coordinatore del progetto legato appunto al Piano e responsabile del settore agro-ittico-alimentare della Legacoop del Fvg. «La giunta regionale - ricorda - a suo tempo ha approvato una delibera che costituisce l'ossatura del disciplinare redatto proprio per definire le regole che riguardano la raccolta dei molluschi bivalvi, stanziando la somma di 500 mila euro, e per incrementare così sia i controlli da parte delle competenti autorità sia le autoverifiche che possono essere effettuate dagli stessi operatori del settore».«Il progetto - aggiunge Zanutti - prevede la collaborazione con l'Istituto zooprofilattico delle Venezie e con la Direzione regionale sanitaria». Capire le cause di quanto sta accadendo nelle acque del golfo potrebbe aiutare pure a prevedere quando il fenomeno si esaurirà, permettendo così la ripartenza della raccolta. In questa fase, nelle pescherie di Trieste, le cozze in vendita provengono da altri mari. «I controlli devono essere estremamente precisi - riprende Zanutti - perché siamo in un momento particolare. In ogni caso non sarà facile individuare le cause della presenza delle tossine in questa stagione dell'anno, ma dovremo fare tutti gli sforzi possibili per venire a capo di questa situazione».

u.sa.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 16 marzo 2021

 

 

L'ex hotel Obelisco di Opicina aggiudicato alla famiglia Andretta.

Nessun concorrente ha sfidato l'offerta del settembre scorso pari a 1 milione e 950 mila euro.

Il gruppo Andretta ha ottime possibilità di diventare il proprietario dell'ex hotel Obelisco a Opicina. Il vicepresidente Marco Andretta non si sbilancia: preferisce attendere l'ultimo giro di questa vorticosa giostra immobiliare, per poi scegliere tra più opzioni. Quella dell'albergo, quella del residenziale, quella della casa di riposo sembrano le più percorribili, ma nulla è scontato. Ieri alle ore 12.30, nella sede Sivag di Segrate a pochi chilometri da Milano, si è svolta "in presenza" l'asta del prestigioso rudere disegnato da Gae Aulenti: l'ultimo prezzo era stato formulato dagli Andretta il 26 settembre dello scorso anno e non ha trovato competitori. Per cui la curatela milanese del fallimento Gladstone, che aveva in stiva l'ex albergo carsolino, ha aggiudicato i quasi 62.000 metri quadrati del vasto compendio al gruppo friulano per la cifra di 1 milione 950.000 euro. La procedura all'articolo 108 della Legge fallimentare prevede un altro step, in quanto il collegio dei curatori - Patrizia De Cesari, Giorgio Canova, Andrea Zonca - informerà dell'esito il giudice delegato del Tribunale milanese. Entro 10 giorni - su istanza del fallito, del comitato dei creditori o di altri interessati, previo parere dello stesso comitato dei creditori - il giudice può sospendere, con decreto motivato, le operazioni di vendita, qualora ricorrano gravi e giustificati motivi ovvero impedire il perfezionamento della vendita quando il prezzo offerto risulti notevolmente inferiore a quello giusto, tenuto conto delle condizioni di mercato. Paiono ipotesi remote, tuttavia Andretta, che ha presenziato all'asta, ha preferito mantenere una prudenziale e scaramantica cautela nel confermare l'ambito acquisto, rispondendo al telefono durante il ritorno da Segrate. Anche perché sul palco dell'Obelisco non sono finora mancati i colpi di scena da un anno a questa parte. Ripercorriamo le tre puntate di questo thrilling immobiliare. Nel febbraio 2020 l'Obelisco venne aggiudicato provvisoriamente alla "Fur Veicolo 4", società partecipata dagli imprenditori giulio-friulani Gabriele Ritossa, Alessandro Pedone, Alberto Diasparra. La cifra era di 1 milione 125.000 euro, la quotazione più bassa raggiunta dal dismesso albergo, che le perizie, effettuate in tempi diversi, avevano stimato prima 4,6 poi 2,6 milioni. La gioia dei tre soci durò poco, perché il 10 marzo fu comunicata ai curatori un'offerta migliorativa del 10% a 1 milione 237.000 euro, presentata dalla triestina Matt, titolare Stefano Campestrini. Dunque si tornò in gara, alla quale parteciparono anche Ritossa e soci, e il 16 settembre l'ex Obelisco venne espugnato dalla Matt per 1 milione 765.000 euro. Fatta? Neanche per sogno. Una decina di giorni dopo, quando batteva il 26 settembre, scesero in campo gli Andretta con una proposta migliorativa di un altro 10% che raggiungeva il milione 950.000 euro. Allora fissazione di un nuovo appuntamento di gara alle Idi di marzo del 2021: ma, come s'è visto, nessuno ha preso l'ascensore che, calcolando il 10% indispensabile per candidarsi, avrebbe alzato la soglia a 2 milioni 145.000 euro.

Massimo Greco

 

Alberghi, camping, nautica, market - Cent'anni di storia imprenditoriale
Una forte presenza nell'area adriatica con otto strutture ricettive - In vista un supermercato a Pordenone e lo sbarco a Monaco di Baviera
Gli Andretta sono imprenditori di lunga navigazione, dotati di un curriculum secolare. Dalla "patria" Lignano si sono mossi verso il golfo di Trieste, verso il Quarnero, verso l'entroterra friulano. Dipende dal tipo di investimento, perché il gruppo, che complessivamente dà lavoro a circa 400 addetti, ha due direzioni di marcia: il turismo-nautica, il commercio alimentare al dettaglio. Lasciando perdere per un attimo l'abbraccio di ieri all'Obelisco, la prossima meta riguarda l'apertura di un supermarket a Pordenone. Sarà il sesto dopo quelli già operativi di Gemona, Sacile, Codroipo e quelli "balneari" di Grado e Lignano. Ma si raggiungerà rapidamente il "settebello" con l'esordio in terra bavarese a Monaco. All'attività tradizionale ricettiva, impostata all'interno di alberghi e di camping, gli Andretta hanno aggiunto anche la gestione dei "marina": infatti a gennaio hanno definito l'acquisto dello "Shipyard & Marina Sant'Andrea", proveniente dal fallimento Ema, in precedenza Altan pre-fabbricati. Lo scalo si trova vicino a San Giorgio di Nogaro, realizzato nelle acque dell'Aussa-Corno.Può contare su un'area di 200.000 metri quadrati, dove trovano ospitalità, tra terra e mare, 700 natanti, accoglibili fino a una lunghezza di 30 metri. Il fondale è di 5 metri. Il "marina" si avvale di una struttura di rimessaggio equipaggiata con vasca di alaggio, travel lifts, ampi spazi coperti, in grado di effettuare ordinaria e straordinaria manutenzione. Marco Andretta riepiloga le principali attività sul fronte turistico. A Lignano due alberghi, "Adria " e "Gloria", oltre al camping Sabbiadoro. A Grado dal 2017 sono proprietari del camping Punta Spin. A Cherso i compendi "Kovacine" e "Kimen". Durante il 2019 la famiglia Andretta ha messo a segno un colpo a Trieste, dove ha comprato l'hotel Città di Parenzo in via degli Artisti, quasi dirimpettaio dell'ex teatro Filodrammatico, in via di riqualificazione a cura del trio Ritossa-Pedone-Diasparra: in questo momento l'albergo ha chiuso ma dovrebbe riaprire i battenti attorno alla festività pasquale.

Magr

 

 

«A Servola la memoria della Ferriera affidata ai cilindri d'acciaio alti ventotto metri»
La soprintendente Bonomi: «Uno spazio di visita con elementi vincolati, da adattare anche la terrazza per una vista panoramica»
La parte progettuale deve essere ancora sviluppata. Intanto però da palazzo Economo, spiega la soprintendente Simonetta Bonomi, sono già stati forniti gli indirizzi sui quali basare il futuro spazio di visita della Ferriera di Servola: sarà una struttura in situ, caratterizzata dai vecchi cowper, alti cilindri per recuperare il calore del gas dell'altoforno, provvisti anche di terrazze, dalle quali i visitatori potranno godere di una vista panoramica. Dottoressa Bonomi, perché la Soprintendenza ha chiesto che venissero conservate alcune parti della Ferriera, una realtà che invece in tanti volevano veder smantellata il prima possibile? È evidente che la Ferriera era un elemento del paesaggio molto disturbante, per quel che riguarda le mie competenze. Infatti abbiamo dato parere positivo allo smantellamento per una pulizia generale dell'area, che era necessaria. Tuttavia, il nostro ruolo è quello di conservare certi valori, anche storici. E quindi ci è venuto in mente di mantenere una parte della struttura che ricordi che lì c'era la Ferriera di Servola, scegliendo dunque qualcosa che conservi in situ la sua memoria. Che cosa resterà quindi? Con quale criterio avete scelto i pezzi che rimarranno? Abbiamo individuato congiuntamente con l'Autorità portuale e l'impresa Icop (impresa esecutrice dei lavori per la nuova Piattaforma logistica) alcune strutture che non interferiranno con il futuro uso della Piattaforma logistica. Abbiamo deciso di mantenere due cowper, apparecchi in acciaio che venivano utilizzati per recuperare il calore del gas dell'altoforno. Si tratta di due cilindri di cinque metri di diametro e 28 di altezza, ai quali sono affiancati due camini di un metro di diametro e 40 metri di altezza, che hanno una terrazza calpestabile da rendere praticabile ai visitatori per una visione panoramica. Ci sono degli elementi mobili che verranno preservati? Sì, ad esempio i carri siluro del 1920, utili a trasportare la ghisa liquefatta. È ancora da decidere dove inserirli. Come avverrà il restauro di queste strutture e come verrà organizzata l'area di visita? È tutto ancora da pensare. Adesso proseguirà la demolizione che non coinvolge gli elementi fissi che abbiamo scelto. Altra questione è lo sviluppo progettuale della Piattaforma logistica, un capitolo nel quale rientrerà sicuramente anche la parte museale. Quindi verrà realizzato un museo? Da dove nasce l'idea? Diciamo uno spazio di visita. La vera prescrizione era di conservare degli elementi a memoria, poi lo sviluppo di uno spazio di visita è venuto discutendo. Non si sa se sarà vicino, attorno o dentro ai cowper. Adesso è un'idea, non ancora un progetto. Serve un vostro parere per il progetto per il prolungamento della Piattaforma logistica nel sito della Ferriera? Il progetto della Piattaforma logistica è previsto su un'area che è soggetta a un'autorizzazione paesaggistica, perché in riva al mare e quindi tutelata ope legis (per forza di legge). Che cosa vi aspettate dal progetto su quest'area? Io ripongo speranze di miglioramento dell'area con questo intervento, quindi è un mio auspicio che la progettazione di strutture industriali possa essere sviluppata in maniera gradevole. Quali linee dovranno essere rispettate? In generale le altezze e l'inserimento del progetto nel paesaggio generale. Bisogna considerare quindi vari punti di vista: cosa si vede dalla città? E dal mare? Da vedere quindi l'effetto skyline rispetto a quello che c'è dietro e attorno. Sono discorsi comunque teorici, per ora. La valutazione va fatta su un progetto specifico.

Benedetta Moro

 

 

Contenzioso sulle antenne - L'udienza slitta al 7 aprile
Slitta a mercoledì 7 aprile, subito dopo Pasqua, l'udienza - prevista in un primo tempo ieri - sul contenzioso tra la padovana P-Sphera e l'emittente pubblica slovena Rtv riguardo la cosiddetta "guerra delle antenne". La parte italiana, rappresentata dall'avvocato fiorentino Felice Vaccaro, ritiene che la tv slovena "invada" l'area triestina con 4 antenne a 2000 watt puntate a 350°, mentre dovrebbe operare a non più di 500 watt a 130°.

 

 

Tossina fuori stagione nel golfo - "Pedoci" triestini vietati a tavola
Proibito temporaneamente il commercio di cozze allevate in gran parte dell'area - La colpa è di una sostanza che solitamente si accumula nel periodo autunnale

"Pedoci" vietati sulle tavole dei triestini. Troppo elevata, nelle cozze di gran parte del golfo, la presenza di acido okadaico, una tossina prodotta da alcune specie di alghe, le cosiddette "dinoflagellate", che si accumula nelle spugne e nei molluschi e che può facilmente diventare causa di sindromi intestinali acute ancorché passeggere, dovute per l'appunto all'ingestione di "pedoci" contaminati. A stabilire il divieto di raccolta e di conseguenza della relativa commercializzazione dei "molluschi bivalvi vivi" sulla riviera triestina, ad eccezione della zona T02 Muggia (per la quale è arrivato il via libera), è stata l'Azienda sanitaria, con un provvedimento firmato dal direttore del Servizio di igiene degli alimenti di origine animale Paolo Demarin.«La delibera della giunta regionale 923 del 7 giugno del 2019 - si legge nel testo dell'Asugi - prevede che, in caso di superamento dei limiti di legge delle biotossine algali, il Servizio veterinario debba emanare il provvedimento di temporanea sospensione della raccolta riguardante l'area interessata». Le sanzioni per chi non rispetta il divieto sono molto salate. «Chiunque immette sul mercato molluschi bivalvi vivi senza che gli stessi transitino per un centro di spedizione - prosegue il provvedimento - sarà punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da mille a seimila euro». Il blocco della raccolta riguarda, nel golfo di Trieste, una decina di imprese del settore, per un totale di una quarantina di addetti. Inevitabile la preoccupazione per un fermo inatteso: «La presenza di questa tossina - precisa Guido Doz, esponente della Federazione italiana maricoltori - è ricorrente. Possiamo dire che almeno una volta all'anno, per qualche settimana, è inevitabile procedere con la sospensione dell'attività di raccolta. Ciò che sorprende in questo caso è il momento in cui il fenomeno si è palesato, perché solitamente questa situazione si verifica fra settembre e ottobre. Questo anomalo anticipo dei tempi andrà studiato e ipotizziamo sia riconducibile alle variazioni climatiche in atto. In ogni caso - conclude Doz - chi dovesse inavvertitamente mangiare "pedoci" contaminati avrebbe, come massima conseguenza, la necessità di doversi recare con notevole frequenza in bagno». «Il problema lo risolviamo andando a comperare i "pedoci" all'ingrosso su altre piazze dove non c'è contaminazione - spiega Paolo Grassilli, titolare dell'omonima pescheria del centro - perché così siamo sicuri di poter offrire un prodotto sano e garantito. Molti triestini sono a conoscenza del fenomeno e, una volta saputo che i nostri provengono da zone sicure, procedono con l'acquisto». Anche Salvatore Pugliese è titolare di una pescheria ed esprime lo stesso concetto: «Basta andare a rifornirsi all'ingrosso sulle piazze dove non c'è contaminazione».«Il divieto dell'Asugi - è l'opinione di Angelo d'Adamo, presidente regionale della Federconsumatori - rappresenta una garanzia per tutti. Significa che i controlli sono accurati e che non si esita ad adottare un provvedimento quando c'è di mezzo la salute. Questo - prosegue - è il risultato di anni di lotte, che hanno visto la nostra e le altre associazioni che operano a tutela dei consumatori in prima fila per identificare i diritti di cui devono beneficiare tutti i cittadini. Oggi (ieri) fra l'altro è la Giornata mondiale dei diritti dei consumatori, perciò la coincidenza è favorevole per ricordare l'importanza dei controlli».

Ugo Salvini

 

 

La raccolta differenziata nel territorio ronchese ha raggiunto il 77,72%
RONCHI DEI LEGIONARI. Da gennaio a dicembre 2020 a Ronchi dei Legionari sono stati raccolti 6.119.827 chili di rifiuto, di cui 4.664.138 differenziati e 1.337.253 di indifferenziati. Una raccolta che attesta la percentuale media annuale della differenziata al 77,72%. Un dato importante che potrebbe migliorare, ma indica già come i cittadini ronchesi abbiano una certa coscienza ambientale e si siano adattati bene al sistema di raccolta. È giugno il mese in cui si è differenziato di più con l'80,55%, il mese peggiore è dicembre, con il 72,19%. La maggior parte dei rifiuti raccolti, dunque, vanno al riciclo e, quindi, rappresentano una grande risorsa. Sono 505,72 i chilogrammi di rifiuti pro-capite prodotti in questo periodo dai ronchesi, media calcolata con numero abitanti al 31 dicembre 2020 di 11.867: 116,60 chili di secco indifferenziato, 71,93 di umido, 34,99 di plastica e metalli, 54,38 di carta e cartone, 38,06 di vetro e 7,65 di Raee, ovvero di elettrodomestici e parti di elettrodomestici. Ogni cittadino in generale ha prodotto 505,72 chili di rifiuti. Complessivamente 237.106 chili che sono stati conferiti nell'area ecologica di via del Lavoro Artigiano. La pulizia delle strade ha permesso di raccogliere 127.400 chili di spazzatura, mentre gli ingombranti, spesso raccolti da Isa Ambiente direttamente a casa dell'utente su chiamata, hanno raggiunto quota 155.720. Tra il materiale meno conosciuto raccolto separatamente ci sono i rifiuti biodegradabili prodotti da cucine e mense, ben 1.465.640 chili, il legno (256.880), ma anche le apparecchiature elettriche, con 70.760. E, ancora, carta e cartone (645.380), imballaggi di vetro (436.620) e vernici (9.010). La collaborazione con Isa Ambiente è stretta e molto puntuale. «Certo, c'è ancora molto da fare sul fronte degli abbandoni di rifiuti - dice il sindaco Livio Vecchiet, soddisfatto dell'impegno dei cittadini nella raccolta differenziata - per questo è sempre più vasta l'azione della nostra Polizia locale che cerca con ogni mezzo di smascherare atti illeciti».

LU. PE.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 15 marzo 2021

 

 

Oggi il nuovo round per l'ex Hotel Obelisco: si riparte da 1,9 milioni
Il sito in disarmo rimesso sul mercato dai curatori milanesi - Si attendono altri rilanci dopo quello della famiglia Andretta
È una "mesata" di aste, dalle idi di marzo a metà aprile, tra vecchi e nuovi protagonisti dell'habitat immobiliare triestino. Dopo l'operazione Fratelli Prioglio, lo storico comprensorio logistico di Prosecco acquisito mercoledì per un milione dal Gruppo Samer attraverso la partecipata italo-turca Timt, il primo appuntamento di peso riguarda stamani un nuovo round per l'aggiudicazione dell'ex Hotel Obelisco a Opicina. L'ultimo prezzo offerto è quello della famiglia Andretta, proprietaria di camping e alberghi in regione e nel Quarnero, che ha messo sul piatto poco più di 1,9 milioni per l'albergo disegnato da Gae Aulenti negli anni Settanta e per una superficie di oltre 30 mila metri quadrati. I curatori milanesi della vendita, visto che nelle ultime tornate la valutazione è lievitata di 800 mila euro rispetto alla base d'asta, tentano nuovamente il mercato. Lunedì 12 aprile, a cura dell'avvocato Enrico Guglielmucci, si vedrà invece chi la spunterà tra le offerte che saranno state presentate entro giovedì 8 per un bar-ristorante-affittacamere a Fernetti, nel Comune di Monrupino: per una superficie commerciale di 631 metri quadrati e una superficie scoperta di 1.574, il prezzo base è di circa 413 mila euro, con offerta minima di quasi 310 mila euro. Il giorno seguente, il 13 aprile, toccherà poi al commercialista Matteo Montesano curare la cessione di un edificio, in corso di costruzione, attiguo al Montedoro Freetime, nel Comune di Muggia. Un compendio dove insistono il fabbricato, che avrebbe dovuto ospitare un hotel, alcuni magazzini e locali tecnici: Montesano chiede un milione e 500 mila euro, e qui l'offerta minima si ferma al 75%. E sempre a proposito di pubblici esercizi, il 16 aprile l'avvocato Andrea Martinis tenterà di vendere l'edificio che ospita l'Albergo Al Viale in via Nordio: chiede un milione e ottomila euro, con offerta minima a 756 mila: il valore originario di stima sfiorava i due milioni.

Massimo Greco

 

 

Acquario, pozzi neri a vista «Temporanei in attesa della nuova rete fognaria» - i nuovi cuboni fanno discutere Muggia
MUGGIA. In questi giorni, all'interno del sito di Acquario, sono apparsi dei cuboni in cemento che hanno attirato l'attenzione dei muggesani. Sulle pagine social nelle quali si discute delle questioni che riguardano proprio la cittadina rivierasca c'è chi ha persino ipotizzato che si trattasse dei nuovi chioschi previsti nel progetto di riqualificazione. Poi con il passare del tempo si è capito che questi cubi grigi altro non sono che vasche al servizio dei bagni dei chioschi. Necessari in quanto la zona ancora non è servita da un collettore fognario. A chiarire la questione è il vicesindaco con delega ai Lavori pubblici Francesco Bussani: «La soluzione delle vasche è quella prevista dal progetto che la Conferenza dei servizi ha autorizzato per la messa in sicurezza del terrapieno di Acquario. Si era ipotizzato - evidenzia Bussani - di interrare le vasche almeno parzialmente, ma l'ipotesi è stata scartata perché non conforme alle autorizzazioni ricevute». Resta da capire quanto tempo questi tre cubi - sono tre, tanti quanti i bagni al servizio dei tre chioschi previsti - resteranno parte integrante del paesaggio del nuovo lungomare muggesano. «Si tratta - rimarca Bussani - di una soluzione temporanea perché sono già stati predisposti gli allacciamenti per collegare i bagni con la futura condotta fognaria che dovrebbe arrivare fino a Lazzaretto. È già stato commissionato dal Comune uno studio per valutare tutte le utenze che potrebbero beneficiare del suddetto collegamento fognario e la sistemazione di Acquario rafforza la necessità di realizzare l'opera, peraltro già richiesta all'Ausir negli anni scorsi». Un lavoro quello della rete fognaria, che quando sarà terminato, come sottolineato dal vicesindaco, «oltre che le abitazioni private sul percorso costiero, permetterà di allacciare la Base logistica, il campeggio e tutte le abitazioni del versante sopra Lazzaretto, con numeri che giustificano abbondantemente l'investimento». Per un investimento che, spiega Bussani, «dipenderà dall'Ausir, ente con cui ci apprestiamo a confrontarci dopo aver più volte segnalato la cosa negli anni precedenti. Personalmente credo sia un'opera necessaria che, insieme ad altre, da troppo tempo non ottiene attenzione da parte della Regione. Credo che questa possa essere la volta buona».In tanti sui social stanno poi sostenendo che la scelta di "tombare" piuttosto che bonificare l'area potrebbe inficiarne la possibilità di un utilizzo ottimale, ma anche qui Bussani argomenta i motivi della scelta: «La rimozione di tutto il terreno con una bonifica radicale sarebbe costata più di dieci volte rispetto a quanto si è speso per la messa in sicurezza attuale e nessuno avrebbe mai finanziato un intervento del genere, destinando con ogni probabilità l'area a rimanere abbandonata a se stessa per sempre. La scelta attuale invece ne consentirà l'utilizzo in sicurezza».La cosa sicura è che questi tre cuboni resteranno a vista per un periodo, a oggi, imprecisato, per l'impossibilità di interrarli. Alla domanda se si è pensato a come camuffarne l'impatto visivo Bussani assicura che «saranno fatte le valutazioni del caso una volta che i lavori dei chioschi saranno ultimati. Non ci dovrebbe essere invece nessun impatto olfattivo. Verranno montati dei filtri di un metro per un metro, che, ricordo, sarebbero stati montati anche qualora fosse stato possibile interrare i manufatti».

Luigi Putignano

 

 

Nuova formazione online per produttori biologici -  oggi alle 18

Prodotti bio da condividere. Aiab Fvg e AiaB organizzano una serie di incontri on-line, per tre lunedì, rivolti ai produttori biologici del Friuli Venezia Giulia.Dopo il primo incontro sui bandi europei, oggi, alle 18 avrà luogo "Condividere / strumenti e supporto per i produttori: l'Aiab Fvg" con Daniela Peresson, referente Sissar, Davide Zimolo, responsabile FarmSuite e Terre.bio e Giulia Battisti, responsabile punti Godo regionali. In questo secondo appuntamento il tema sarà il supporto delle associazioni al settore del biologico. Aiab Fvg presenterà strumenti ed esempi pratici sui servizi per operatori agricoli, trasformatori e rivenditori dei prodotti biologici, presentando il supporto tecnico, l'attività didattica e le iniziative per la vendita dei prodotti bio (da Godo al nuovo terre.bio). Durante l'incontro verrà anche presentato il nuovo software gestionale promosso da Aiab FarmSuite. La partecipazione è libera e gratuita con iscrizione obbligatoria su www.aiab.fvg.it/farebio2021.

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 14 marzo 2021

 

 

Il no di Adesso Trieste al piano Porto vecchio - la controproposta
Adesso Trieste dice no alla variante sul Porto vecchio e invita le forze di opposizione a fare lo stesso. Ieri Dean Zuccolo, consigliere della Terza circoscrizione che ha aderito al progetto civico lanciato da Riccardo Laterza, ha annunciato il suo voto contrario nell'ambito del parere sull'Accordo di Programma. «L'insediamento residenziale causerebbe squilibri nel mercato immobiliare e nel tessuto commerciale», ha spiegato Zuccolo: «Il tutto senza un rilancio economico e occupazionale. La variante del Comune contiene una visione di mobilità incentrata sull'auto, con cinque parcheggi e una turborotonda in piazza Duca degli Abruzzi. La cittadinanza andrebbe coinvolta in simili scelte. Pertanto quando la circoscrizione dovrà esprimere il proprio parere, obbligatorio ma non vincolante, voterò contro. Invito i colleghi a fare lo stesso». «La città ha 12mila alloggi e 1.800 negozi vuoti - ha aggiunto Laterza -. Porto vecchio deve diventare una piattaforma produttiva per insediamenti industriali e artigianali leggeri, ad alta tecnologia, connessi con formazione, cultura e ricerca. Trasformarlo nel quarto borgo storico, o trasferirvi gli uffici della Regione, sono scelte che vanno in direzione opposta». «L'antico scalo può diventare un riferimento internazionale - ha concluso Leo Brattoli -, un parco eco-produttivo, anche grazie a investimenti pubblici come Next Generation Eu».

L.G.

 

 

Trieste Verde chiede al sindaco Dipiazza una moratoria sul 5G - la battaglia di Fogar
Sanità, antenne e ripetitori 5G. Sono questi i temi degli ultimi incontri pubblici della lista Trieste Verde, discussi nella sede del Circolo Miani di via Valmaura. «Pretendiamo che qualunque nuova tecnologia immessa sul mercato garantisca la più assoluta e inconfutabile innocuità e sicurezza per le persone e per l'ambiente - queste le parole del rappresentante del movimento Maurizio Fogar -. Per questo motivo nelle scorse settimane abbiamo inoltrato al sindaco Roberto Dipiazza, attraverso uno studio legale, la documentata richiesta di emettere un'ordinanza o una delibera di moratoria all'installazione di tecnologie utili a diffondere il segnale 5G nel territorio comunale, sul modello di quanto fatto in regione da altri sindaci, a partire da quelli di Udine e Sacile». Trieste Verde chiede anche di evitare il posizionamento di antenne e ripetitori di telefonia mobile in prossimità di strutture sanitarie ed assistenziali, scolastiche, ricreative e all'interno di zone densamente abitate. L'altro tema strategico per il futuro di Trieste è quello della sanità, a detta di Fogar, «ormai in preda al marasma. Ad un anno dall'inizio dell'emergenza Covid-19 i medici del reparto di Pneumologia sono ancora obbligati a decidere quali pazienti ricoverare e quali no perché il reparto è saturo e il personale stremato - sostiene ancora Fogar - mentre gli ospedali sono costretti, ormai da tempo, a rinviare gli interventi già programmati per le altre patologie. Una situazione - sottolinea lo stesso responsabile della lista - figlia delle politiche di tagli, favoritismi e clientele con la quale abbiamo dovuto convivere negli ultimi anni».

L.D.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 13 marzo 2021

 

 

A Trieste la centrale della transizione verde - Giorgio Perini
Qualche giorno fa sono stati pubblicati sul Piccolo, uno accanto all'altro, due commenti: uno sulla mancanza di un'identità univoca e riconoscibile del progetto per il Porto vecchio e l'altro sulle conseguenze, all'interno e all'esterno dell'Ue, dell'obiettivo di decarbonizzazione dell'Europa da qui al 2050. Trieste potrebbe affrontare i due temi congiuntamente, con una visione di alto profilo e farsi portabandiera della transizione verde voluta dall'Ue. Incominciamo dalla dimensione globale dell'obiettivo di decarbonizzazione entro il 2050 che va ben al di là dei confini dell'Unione europea e questo non solo per il mix di risorse energetiche utilizzate ma anche per meccanismi come la carbon tax (o più correttamente Carbon Border adjustment mechanism), ovvero una sorta di "dazio ambientale" che l'UE intende applicare sulle importazioni dai Paesi extraeuropei (o europei geograficamente, ma non membri dell'Ue), meno rigorosi quanto a normative ambientali. Per prevenire i pesanti effetti negativi sulle economie di questi Paesi, in particolare nell'area di vicinato all'Ue, si renderanno necessarie forme di sostegno alla transizione verde, in particolare per le imprese di minori dimensioni. Occorreranno finanziamenti (si ipotizza l'intervento della Bei- Banca Europea per gli investimenti - attraverso lo "Small business fund") ma anche imprese specializzate nelle tecnologie necessarie. Tra i Paesi interessati ci sono quelli dei Balcani occidentali, dell'ex Unione sovietica e la stessa Russia. Un'area che, con gradazioni diverse, ha sempre riconosciuto - e continua a riconoscere - a Trieste un ruolo di ponte verso l'UE e l'occidente in generale, ruolo tra l'altro attribuito alla Regione con la Legge sulle aree di confine (L. 19/91) di cui si è da poco festeggiato il trentesimo anniversario. Ma anche all'interno dell'Ue occorrerà ovviamente un grosso sforzo di adeguamento ai nuovi vincoli ambientali e questo giustifica la possibilità di finanziare almeno parzialmente i relativi costi, per salvaguardare la competitività delle nostre imprese. Ma attenzione: salvo radicali (e improbabili) cambiamenti di rotta delle politiche europee, questi aiuti non potranno più essere concessi quando sarà ormai obbligatorio adeguarsi alle nuove norme, ma solo per anticiparne l'attuazione o addirittura per investimenti ambientali spontanei, non ancora previsti da alcuna norma. Quindi il momento giusto per aiutare le imprese nella transizione verde in anticipo sugli obiettivi per il 2030 e 2050 è adesso e le risorse pubbliche utilizzate a tale scopo devono essere viste come un investimento piuttosto che una spesa. Ma il Porto vecchio cosa c'entra? Innanzitutto potrebbe ospitare un distretto di eccellenza delle tecnologie ambientali, ovviamente collegato con le istituzioni di ricerca e trasferimento tecnologico presenti a Trieste, ma soprattutto potrebbe essere concepito fin da subito come uno showroom delle più avanzate soluzioni disponibili in campo energetico-ambientale. Il Porto vecchio potrebbe vantare così una "mission" di esperienza pilota a livello europeo (se non mondiale) della decarbonizzazione ed attirare cervelli ed investimenti, ma anche commesse, in un ciclo virtuoso che, tra l'altro, inverta il trend demografico negativo della città. Questo implica a mio avviso scelte chiare, sia in positivo che in negativo. In positivo per l'uso esclusivo di energia pulita da fonti rinnovabili (per esempio idrogeno verde? ), di sistemi di cattura e stoccaggio (e possibilmente riutilizzo) della Co2, per l'opzione di realizzare edifici passivi con ampio uso della domotica, ecc. In negativo per quanto riguarda la circolazione di veicoli con motore a scoppio che potrebbe essere azzerata realizzando apposite "aree di scambio" all'ingresso del porto vecchio, tra veicoli privati e navette elettriche (o alimentate ad idrogeno) e biciclette (magari a pedalata assistita), ovviamente abbinate ad una rete di piste ciclabili degne di questo nome. Difficile credere che un progetto così - che, oltre a puntare alla ripresa dell'economia locale, anticipi gli obiettivi del "green deal" europeo, promuova l'innovazione, vada a beneficio delle generazioni future non solo di Trieste e dell'Italia ma di tutta Europa ed oltre - non trovi lo spazio che merita nel recovery plan italiano per beneficiare dei fondi del Next Generation Eu.

 

 

Rimozione di binari e traversine del tram: si chiude la prima fase in via Commerciale
Vitale One in azione nel tratto dall'incrocio con Salita di Conconello alla fermata di Banne. Prosegue la realizzazione dei nuovi marciapiedi
Da sempre vicini, uno al fianco dell'altro. Dal 1902 i binari del tram correvano paralleli anche lungo tutto il tratto finale di via Commerciale, ben più antica essendo stata inaugurata nel 1779 dal governatore von Zinzendorf. Oggi quella che è la "strada" del tram appare nuda, senza binari e traversine, smontati e accatastati nel piazzale di Monte Grisa al fianco dei nuovi manufatti che dovrebbero essere posati almeno in parte, meteo permettendo, già prima di Pasqua. Il cantiere dopo mesi di sonnolenza è tornato a vivere e dai primi giorni di marzo ad oggi, la Vitale One, che ha vinto l'appalto, ha praticamente completato la rimozione della linea nel tratto dall'incrocio tra via Commerciale e Salita di Conconello a salire fino alla fermata di Banne. «Molto dipende dal tempo - conferma Raffaele Vitale, direttore tecnico di cantiere -: oggi (ieri) a causa della pioggia abbiamo dovuto interrompere l'intervento in quanto le strade sono piccole e in forte pendenza per i bilici, quindi era complicato riuscire a raggiungere la zona dei lavori». I binari vengono rimossi lungo un chilometro dei cinque chilometri e 175 metri totali del tracciato da piazza Oberdan a piazzale Monte Re. Il tram dalla sua costruzione, iniziata il 28 ottobre del 1901 e completata a settembre del 1902, ha subito diversi interventi: si era proceduto, in passato, alla sostituzione di brevi tratti di traversine e poi nel 2005, al termine della revisione ventennale, era stata cambiata la funicolare con l'installazione di due nuovi "carro scudo" senza cabina al posto di quelli gialli con lo spazio per il manovratore. Un altro periodo di stop importante si era registrato nel 2012 quando il deragliamento di una vettura aveva spinto Trieste Trasporti, affidataria dell'impianto, ad anticipare dei lavori rilevanti come la sostituzione delle grandi pulegge della sala motori a Vetta Scorcola e di alcuni tratti di binari e traversine. Ci vollero quasi due anni per rivederlo in funzione. Il 16 agosto 2016 lo scontro frontale fra due vetture. Ora i tempi della ripresa sono ancora incerti e nessuno vuole sbilanciarsi. Lo stesso Vitale conferma che «stiamo cercando di fare un regalo alla città di Trieste per finire quanto prima». In realtà la deadline era stata fissata dal bando al 12 gennaio scorso: «Ci sono stati però dei problemi di progettazione - spiega Vitale - ma ora stiamo procedendo. Aumenteremo le squadre forse già prima di Pasqua». Ieri la pioggia ha costretto gli operai a restare fermi, in via Commerciale però ci sono le squadre che si stanno occupando dell'adeguamento delle fermate, come richiesto da Ustif. A campo Cologna e sotto la chiesetta di via Commerciale sono già state create le basi in cemento sulle quali verranno realizzati i nuovi marciapiedi, alla fermata di Conconello invece è iniziato lo scavo. Girando per il cantiere si possono trovare ancora dei resti delle traversine in legno, ormai completamente marce, mentre qualcuno ha deciso di buttare a terra le transenne che impedivano di percorrere l'ultimo tratto di via Commerciale. C'è chi passa approfittando dello scarso traffico: «Certo che vedere il percorso così fa impressione, speriamo finiscano presto», osserva una donna. Completato l'intervento nel tratto di via Commerciale il cantiere si sposterà a Opicina dove i lavori più impattanti sul traffico verranno effettuati di notte. Qua dovranno essere installate delle traversine, circa 500, che la Vitale conferma di aver già ordinato, come da bando di gara.

Andrea Pierini

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 12 marzo 2021

 

 

MONFALCONE - La bonifica della centrale è un'operazione da 60 milioni
A tanto ammonterebbe l'investimento di A2A se dovesse arenarsi il progetto della riconversione. Cisint insiste: «Con il gas non si difendono i posti di lavoro»
Nelle puntate precedenti Anna Cisint, sindaco, lo ha detto chiaro e tondo: se si facesse tabula rasa nell'area attualmente occupata dalla centrale termoelettrica e si desse corso a progetti di sviluppo alternativi - diportistica, portualità e termalismo - non si faticherebbe a consegnare alla città 150 posti di lavoro nuovi di zecca. Per contro le sole 30 unità di una riconversione a metano (ma l'azienda parla invece di 100 occupati, anche in attività parallele e i sindacati ne aggiungono altrettanti per l'indotto) rappresentano, sempre secondo il Cisint-pensiero, una «contropartita troppo esigua» per un impianto che punta a operare sicuramente fino al 2050, legando mani e piedi alla città. Sì, ma una bonifica reale dell'area, quanto costerebbe? Per capire i contorni di una partita che inevitabilmente si riverbererà anche sulle amministrative 2022 non si può scindere dai dati economici. Interpellato, il Comune riferisce che la previsione esatta può farla solo il padrone di casa, ma nel corso della presentazione in municipio del nuovo progetto la cifra è stata stimata da A2A in 60 milioni di euro, di cui 13 milioni solo per l'eliminazione del carbonile. Siccome non stiamo parlando di sgomberare una cantina dalle cianfrusaglie, ma di tecnologia anche avanzata, dalla somma andrebbero detratti i ricavi delle vendite di dispositivi che hanno un mercato, come i macchinari deNox, all'azienda non costati bruscolini (18 milioni). In questo momento, però, è l'aspetto occupazionale, a tenere banco. Anche da un punto di vista politico, con la contrapposizione tra il sindaco leghista Cisint e il consigliere regionale dem Diego Moretti, che invece fa leva sul via libera registrato dall'assessore alle Attività produttive della giunta Fedriga, Sergio Emidio Bini. Non pervenuto, invece, il parere di quello all'Ambiente Fabio Scoccimarro. «Chi sostiene la riconversione della centrale non difende i posti di lavoro - attacca il sindaco -, e così le maestranze e le loro famiglie, al contrario si batte per ridurre drasticamente l'occupazione. Il nuovo impianto proposto da A2A e ora all'esame del Ministero prevede non più di 30 dipendenti. Se fosse vero, ma non è così, che l'impianto dà attualmente impiego a 200 persone, infatti tra diretti e indiretti si registra un centinaio di maestranze, allora la prospettiva del progetto è una perdita di 170 unità». Cisint sostiene sia «in atto un'azione di mistificazione che deforma la verità per sostenere la bontà di un nuovo insediamento che, invece, è gravido di svantaggi e rischi per la comunità di Monfalcone». Anche «dal punto di vista industriale, poiché la città deve potersi sviluppare verso realtà innovative e sostenibili come la nautica, la portualità e la logistica». «Bisogna saper uscire - conclude - da una condizione ottocentesca che scambiava un posto di lavoro con l'accettazione dei danni sociali eventualmente provocati da un insediamento». Di tutt'altro avviso Moretti che chiede chiarezza alla Regione: «Diversamente da quanto avvenuto qualche settimana fa, quando la risposta alla mia interrogazione da parte dell'assessore Scoccimarro fu molto evasiva, la dichiarazione dell'assessore Bini, a favore della conversione a gas e successivo, annunciato, utilizzo dell'idrogeno, toglie ogni dubbio in merito alla posizione della Regione circa il futuro di A2A». «A questo punto - prosegue - non rimarranno solo buone intenzioni, da parte dell'azienda, l'anticipo rispetto al 2025 della decarbonizzazione, la bonifica completa dell'area attualmente occupata dall'impianto, l'intesa di maggio scorso tra A2A e organizzazioni sindacali per il mantenimento occupazionale, l'elettrificazione delle banchine. È un sì a 400 milioni di euro di investimenti». «Per tali parole - conclude - i 200 dipendenti di A2A e indotto possono vivere con più tranquillità un futuro che altrimenti potrebbe essere fosco, per l'attuale ricorso a Cig e contratti di solidarietà, di cui si parla poco, ma che ci sono».

Tiziana Carpinelli

 

L'accordo con i sindacati per garantire i 100 posti - nel maggio 2020
Sono 100 i dipendenti diretti all'A2A di Monfalcone (200 con l'indotto) e questo numero resterà nel progetto di riconversione. Lo prevede l'accordo che era stato firmato il 12 maggio del 2020 tra azienda e sindacati dove si parlava soltanto della centrale a gas e l'idrogeno non era nemmeno menzionato. Un'intesa per il mantenimento occupazionale visto che il nuovo impianto non prevede i numeri attuali, e non solo 30 persone, ma 50. Ecco i punti del documento: creazione di un polo energetico a gas per 850 Mwe e investimento pari a 350 milioni, 50 addetti. Impianto fotovoltaico, investimento di 2 milioni, Compensatori sincroni, 25 milioni e 10 addetti. Sistema di accumulo energetico, 8 milioni di euro e 5 addetti. Disponibilità ad effettuare ulteriori investimenti in economia circolare e retro-portualità per il raggiungimento degli ulteriori posti di lavoro, fino a un centinaio. Demolizione del sito attuale comprensiva dei gruppi e abbattimento della ciminiera 8, costo di 16,5 milioni.

 

 

M5s: «Linee sbagliate per i cappotti termici» - Menis su edilizia e urbanistica
I Cinque Stelle vanno all'attacco dell'amministrazione comunale sui cappotti termici per gli edifici privati, accusando una recente delibera di andare contro la legge. «In tema di risparmio energetico - fa sapere il pentastellato Paolo Menis - la giunta Dipiazza ha deciso di redigere linee guida relative agli aspetti urbanistici ed edilizi per la realizzazione di cappotti su edifici privati». Il riferimento è alla delibera 66 del 25 febbraio, messa a punto dagli uffici dell'Urbanistica e dell'Immobiliare, per districarsi nel boom di cantieri sorti per sfruttare il vantaggio fiscale di ecobonus (110%) e rifacimento delle facciate (90%). Si tratta di una triplice linea guida, che rende necessarie speciali autorizzazioni anche per i privati, allo scopo di prevenire eventuali abusi edilizi e tutelare elementi ornamentali come fregi, decori o lesene. Secondo Menis tuttavia è «innanzitutto inopportuno introdurre regole dove già esistono norme nazionali e regionali. Ma la giunta ha pure previsto che, per gli edifici privati su suolo privato, in caso di demolizione o ricostruzione, il volume e il filo di costruzione da rispettare sono quelli precedenti all'intervento relativo al cappotto. Ciò è sbagliato e contro legge: mi è stato confermato da più di un professionista del settore. In sostanza il proprietario dovrebbe far rientrare nella volumetria anche lo spessore del cappotto. Di fatto, un disincentivo all'intervento edilizio».

L.G.

 

 

FUTURA - «Pieno sostegno al comitato su Villa Necker»
Futura «sostiene con forza il neocostituito comitato che promuove l'apertura al pubblico del giardino di Villa Necker, plaudendo a un'iniziativa che intende restituire alla città un complesso dal grande valore storico: un gioiello verde della cui riapertura Trieste avrebbe assoluto bisogno». Lo si apprende da una nota diffusa dal movimento civico che si presenterà alle prossime elezioni amministrative con Franco Bandelli candidato sindaco.

 

 

Muggia, va in gara il recupero della casa delle associazioni
Bando da oltre 600 mila euro per la riqualificazione dell'edificio di via Roma - Buste entro il 12 aprile. Consegna dell'opera attesa nel primo trimestre 2022
MUGGIA. Era un immobile comunale da alienare, diventerà invece la futura casa delle associazioni di Muggia, restando proprio in capo al Municipio. Dopo l'approvazione, nell'ultimo Consiglio comunale, del Piano triennale delle opere, ora parte la procedura negoziata per l'affidamento in appalto dei lavori di riqualificazione funzionale dell'edificio di via Roma 22. La base di gara vale 613.471,63 euro Iva esclusa, di cui 602.908,15 per lavori a corpo soggetti a ribasso e 10.563, 48 per oneri della sicurezza non ribassabili.Nella somma totale messa sul piatto dal Comune per la riqualificazione della futura casa delle associazioni ci sono anche i 165 mila euro di contributo della Fondazione CRTrieste. Il termine per l'ultimazione dei lavori, decorrente dalla data del verbale di consegna dei lavori, è di 270 giorni. Il traguardo verrà tagliato con ogni probabilità, considerando tutte le procedure burocratiche da espletare, entro il primo trimestre 2022. La data di scadenza per la presentazione delle offerte è fissata alle 12 del prossimo 12 aprile. «Siamo davvero soddisfatti di essere riusciti a raggiungere quello che, specie alla luce di questo complesso periodo di emergenza sanitaria, è un traguardo importante, cioè la prossima aggiudicazione dei lavori di via Roma», spiega il vicesindaco Francesco Bussani: «Da questa primavera si potrà quindi concretamente intervenire sulla riqualificazione di quello che sarà il luogo fisico dell'incontro, del dibattito, della formazione, del volontariato e del lavoro, il nodo di una rete aperta al territorio in un'area centrale della nostra città».«L'iter per la realizzazione della casa delle associazioni è giunta a un punto importante. Dopo l'acquisizione delle manifestazioni di interesse, abbiamo aperto i termini per poter presentare le domande per l'affidamento in appalto e fra un mese ci sarà l'individuazione degli operatori economici che se ne occuperanno. Dopodiché si potrà finalmente cantierare e iniziare la riqualificazione vera e propria», chiarisce a sua volta il sindaco Laura Marzi: «In un periodo storico nel quale si tende a tagliare e togliere, come amministrazione andiamo controcorrente destinando spazi sociali e culturali alle associazioni ed alla partecipazione. Siamo ben consapevoli dei limiti che il nostro territorio ha sul piano della disponibilità logistica di spazi ed è per questo che ci siamo impegnati sin dall'inizio del nostro mandato per realizzare questo importante obiettivo: una sede condivisa dei sodalizi muggesani».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 11 marzo 2021

 

 

MONFALCONE - «In fumo 200 posti se chiude A2A»
Monito dei sindacati ai politici. L'assessore regionale Bini sta con loro: «Riconversione buona e giusta»
Non sono a rischio solo i 100 dipendenti diretti se chiude la centrale A2A di Monfalcone, i posti che potrebbero essere perduti sono 200. Cento delle maestranze occupate direttamente e altrettante delle ditte appaltatrici che lavorano nei servizi all'impianto. A ricordarlo in un duro comunicato le segreterie dei sindacati di categoria, Filctem-Cgil, Cisl Reti, Uiltec che criticano il Consiglio comunale di Monfalcone per il «voto nella direzione sbagliata» e perché «votando a larga maggioranza quell'ordine del giorno di fatto si prospetta la fine del polo energetico a Monfalcone chiedendo la chiusura della centrale».E a ribadire la questione dei 200 occupati non sono solo i sindacati, ma lo stesso assessore regionale alle Attività produttive, Sergio Emidio Bini, che proprio la scorsa settimana ha avuto un incontro con i sindacati: «Noi abbiamo una priorità che è quella di salvaguardare i posti di lavoro che soprattutto in questo momento sono importanti. La Regione non può far finta di non ascoltare questo grido di dolore per questi 200 posti- ripete lo stesso Bini -. Senza contare che c'è la disponibilità di un'azienda come A2A di investire ingenti capitali, 4-500 milioni, per un revamping della centrale di Monfalcone che rientra nel piano green della Ue visto che si parla di gas e di idrogeno. Quindi da parte nostra c'è il massimo interesse per un progetto industriale che porta investimenti, occupazione e miglioramento ambientale con il passaggio dal carbone al gas e all'idrogeno. Una cosa buona e giusta». E mentre da A2A non arriva alcun commento dopo il voto negativo dell'aula, un silenzio scelto per evitare contrapposizioni o polemiche, le organizzazioni sindacali vanno giù pesanti. «Chiediamo alle forze politiche locali di smetterla di giocare sulla pelle dei lavoratori - avvertono Filctem-Cgil, Cisl-Reti e Uiltec - di entrare nel merito del tema transizione e di non continuare a passare il cerino da un'istituzione all'altra ricordando che il nostro è ancora un Paese manifatturiero con processi industriali energivori, chiamato velocemente ad attuare impegni sull'uscita dal carbone». E come è stato ribadito di recente anche da Cgil, Cisl e Uil «posizioni come quelle espresse e votate in Consiglio comunale hanno come unico risultato finale la fuga degli investimenti condannando i territori coinvolti a un lento e inesorabile declino».Ma ci sono altri punti che i sindacati contestano al Consiglio smentendo alcune affermazioni. Prima fra tutte quella sugli occupati previsti dalla centrale riconvertita. Cento occupati e non i trenta valutati per far funzionare l'impianto. «L'accordo di programma che abbiamo firmato il 12 maggio del 2020 con la proprietà e i sindacati confederali - spiegano - consente la gestione del transitorio e il mantenimento dei livelli occupazionali declinando questi obiettivi con il progetto di trasformazione». La stessa A2A più volte ha specificato che oltre al lavoro sull'impianto sono previste tutta una serie di attività collaterali per garantire un centinaio di posti di lavoro diretti. C'è poi la posizione della Regione che, come ribadito lo dall'assessore Bini, è a favore. Lo scorso autunno a Trieste alla presenza del ministro, Stefano Patuanelli gli amministratori di A2A Renato Mazzoncini e quello della Snam, Marco Alverà, hanno firmato un memorandum su un progetto di sperimentazione con l'utilizzo dell'idrogeno. Si parla di favorire la transizione energetica in Fvg e della creazione di un polo di ricerca e sviluppo sull'idrogeno, il coinvolgimento del sistema scientifico regionale e la crescita di una filiera legata all'idrogeno. Un memorandum che ha ricevuto un plauso dallo stesso governatore del Fvg, Massimiliano Fedriga. «E quella posizione espressa dal Consiglio comunale - accusano i sindacati - è in netta contraddizione con quanto ci ha dichiarato pochi giorni fa l'assessore Bini».

Giulio Garau

 

Cisint: «Ma non c'è il progetto» - Morsolin la accusa: «Dirigista» - le reazioni dopo il consiglio comunale
Dopo averlo perorato già in aula, la Sinistra chiede di «garantire il diritto al lavoro e quello a vivere in un ambiente salubre» con «prospettive di sviluppo e non in eterno segnate da scelte fatte ormai più di 60 anni fa né dai loro grotteschi residui». Lo afferma, entrando nel merito del dibattito sulla centrale, il consigliere comunale Cristiana Morsolin, stando alla quale «senza l'ordine del giorno e le ripetute richieste dell'opposizione questo non sarebbe stato un tema nemmeno dibattuto in massima assise, nel pieno stile dirigista che ha caratterizzato, dall'inizio, quest'amministrazione con una donna sola al comando». Morsolin, nella posizione del centrodestra su A2A, vede solo «vaghezza», con un deliberato odg «assolutamente generico». Dal canto suo invece il consigliere di FdI Mauro Steffè, ricalca la linea espressa dal sindaco: le direttive europee vedono il gas già «obsoleto», pertanto «eventuali investimenti vengono finanziati solo per l'utilizzo di impianti a energie verdi rinnovabili». Inoltre la dismissione del carbone comporterebbe «comunque una riduzione dei lavoratori a 30 unità» con la riconversione a metano. «Non darebbe - sempre Steffé - alcun apporto economico utile al polo industriale monfalconese: esiste già la centrale di Torviscosa, non ne serve un'ulteriore qui». Intanto il sindaco Anna Cisint replica a sindacati e al presidente di Confindustria Michelangelo Agrusti: «Non raccontiamoci fiabe: non esiste alcun progetto idrogeno e il nuovo impianto progettato, a regime, avrà l'effetto di ridurre notevolmente il numero dei lavoratori. Noi vogliamo invece un intelligente impiego dell'area che aprirebbe aspettative di sviluppo in linea con le prospettive perseguite». Alla centrale resterebbe «un numero troppo esiguo di dipendenti per sostenere un futuro occupazionale adeguato rispetto al "peso" dell'insediamento in centro». «Lavoriamo - dice - perché si offrano opportunità ai nostri giovani e alla manodopera locale e per far ciò dovremmo essere uniti nello spingere verso quel modello produttivo sostenibile con piccola e media impresa, attività innovative, artigianato e servizi. C'è da chiedersi se certe posizioni guardino all'interesse generale o a vecchi modelli e logiche di parte». «Il territorio - conclude - non può più essere considerato il deposito dove scaricare dall'alto produzioni ingombranti o una sorta di spogliatoio e dormitorio della manodopera dei Paesi più poveri. Quel tempo è finito. Lo studio fatto dall'ente dimostra che l'area della centrale può offrire una prospettiva di oltre 150 posti, a fronte di una centrale a gas con poche decine di addetti. Vogliamo lo sviluppo di turismo, nautica e porto, qui con l'auspicio che Confindustria s'esponga per la zls a vantaggio isontino con medesima intensità con cui s'è palesata sulla centrale».

Ti. Ca.

 

 

Capodistria-Divaccia - Solo un'impresa in gara - il bando di appalto per il secondo binario

Capodistria. Una sola impresa ha risposto al bando per la realizzazione del secondo binario sulla linea ferroviaria Capodistria-Divaccia: è la ditta Kolektor di Nova Gorica che si è presentata in consorzio con due società turche (Yapi Merkezi e Ozaltin). Come comunicato dalla società statale 2TDK, che gestisce il progetto, l'offerta di 224,7 milioni di euro è stata ritenuta valida: rientra nel limite preventivato di 230 milioni. La decisione finale - è attesa entro pochi giorni da parte di Lubiana. I lavori del secondo binario dovrebbero concludersi entro il 2025. Il progetto, approvato dal governo sloveno nel giugno 2019, mira all'incremento del movimento merci nel porto di Capodistria.

 

 

Gara andata deserta per la linea marittima tra Grado e Trieste
Un servizio da 5 milioni e 229 mila euro dal 2021 al 2029 - Non ha partecipato neppure la società del "Delfino Verde"
GRADO. È andata deserta la gara europea da 5 milioni e 229 mila euro, bandita dall'Apt di Gorizia, per il servizio di noleggio di una motonave completa di equipaggio. Nessun partecipante, dunque, nemmeno la società Delfino Verde che effettuava il servizio da una ventina d'anni ha presentato offerte. Che la gara sia andata deserta lo si evince da quanto pubblicato sul sito della stessa Apt nella sezione "trasparenza" dove sono indicati, oltre al bando, anche i componenti della commissione (Roberto Bassanese presidente, Giulio Salateo membro e Gianluca Pantanella membro e segretario verbalizzante).La presidente dell'Apt, avvocato Caterina Belletti, è stata lapidaria: «La procedura è in corso». Fatto sta che la gara è andata deserta, presumibilmente perché le condizioni previste dal bando non sono state considerate favorevoli per gli armatori, che avrebbero avuto intenzione di partecipare. Cosa accadrà ora non è dato a sapere: potrebbe essere indetta un'altra gara o andare a trattativa privata. Il bando in questione prevede l'accordo per un periodo dal 2021 al 2029 prorogabile a insindacabile giudizio della stessa Apt per altri 5 anni. Sono previste 6 tratte giornaliere (3 viaggi andata/ritorno) per un numero complessivo di circa 90 giornate a stagione. Per l'Apt il servizio ha un valore giornaliero di 4.150 euro. Una soluzione verrà in ogni caso trovata poiché è impensabile pensare che la linea marittima Trieste-Grado non venga attuata, richiesta in particolar modo dai triestini che si recano a Grado ma anche dai turisti presenti nell'Isola che si recano a visitare il capoluogo giuliano. Un viaggio rilassante in mezzo al golfo, lasciando a casa la propria auto. E su questo punto, cioè sul fatto che la linea debba svolgersi regolarmente, si sono già espresse in passato, e lo faranno sicuramente anche ora se fosse necessario, le amministrazioni comunali di Grado e di Trieste. A dimostrazione del gradimento espresso dai passeggeri del resto ci sono i dati statistici, decisamente positivi. Numeri che potrebbero aumentare se il servizio non fosse limitato di norma a soli circa 3 mesi. Tralasciando la stagione 2020, iniziata in ritardo rispetto alle precedenti annate (solo 2 mesi di servizio e pochi turisti causa l'emergenza Covid-19) e nonostante tutto a fronte del trasporto di circa 12 mila passeggeri, c'è da rilevare, infatti, che nelle annate precedenti il dato complessivo è oscillato tra 34 e 36 mila passeggeri a stagione.-

Antonio Boemo

 

Auto elettriche in porto: al via piano da 6,7 milioni per investimenti green - Authority di Sistema Mare Adriatico
Trieste. Ammonta a 6,7 milioni di euro la quota di investimenti in progetti Ue previsti dall'Autorità di Sistema portuale del Mare Adriatico orientale nel settore green per il biennio 2021-22. E nell'ambito delle nuove azioni sostenibili è stata inaugurata la prima auto elettrica della società in house Porto di Trieste Servizi. Il veicolo si aggiunge alle due auto ibride che a oggi fanno parte del parco macchine dell'Autorithy. Con «questa nuova politica sostenibile associamo alla classica attività portuale, servizi svolti con mezzi green e sostenibili - afferma il presidente dell'Authority, Zeno D'Agostino - avevamo già iniziato a investire sul settore con i nostri veicoli ibridi e ora, attraverso la nostra società di servizi, passiamo totalmente all'elettrico. Nei prossimi mesi metteremo in atto ulteriori azioni green, grazie a finanziamenti europei e regionali, per sostituire tutti i nostri veicoli tradizionali con mezzi elettrici e relative colonnine di ricarica». Nei prossimi due anni i progetti Clean Berth (Interreg Italia-Slovenia) e Susport (Interreg Italia-Croazia) - spiega l'Authority - permetteranno rispettivamente l'installazione di una colonnina di ricarica per veicoli elettrici e l'acquisto di una o più auto elettriche, oltre alla sostituzione dell'illuminazione delle aree pubbliche con tecnologia a led e la progettazione del sistema di cold ironing al Molo VII. Con il progetto Noemix (Horizon2020), guidato dalla Regione Fvg, l'Autorità sostituirà anche il parco auto con veicoli elettrici e installerà ulteriori sette colonnine di ricarica. Con i progetti TalkNet sarà invece possibile progettare il sistema di cold ironing rispettivamente per il Molo VI, il Molo Bersaglieri (crociere), il Molo V, la Piattaforma Logistica e il porto di Monfalcone.

 

 

Semerani: «È difficile rilanciare Porto vecchio senza gli architetti»
L'intervista al decano dei professionisti triestini: «Manca un ragionamento su come combinare vincoli e necessarie trasformazioni. E si è perso del tempo»
«Realizzare un'idea urbanistica richiede professionalità, lavoro di gruppo e soprattutto esperienza». L'architetto Luciano Semerani, un volto internazionale di Trieste, risponde al sindaco Roberto Dipiazza, che nei giorni scorsi aveva reagito alle sue critiche su Porto vecchio dicendo «uno mi dà del bottegaio e poi dietro a piazza Unità costruisce un archivio cartaceo? ». Professore, come risponde al sindaco? «La scelta di localizzare un archivio ed una sala di lettura in prossimità degli Uffici Comunali non è mia ma del Comune, ed è maturata nel quadro del recupero, con finanziamento del Ministero dei Beni Culturali, di alcuni contenitori di pubblica proprietà caduti in rovina. Il Comune ha affidato a Gigetta Tamaro il progetto e io non c'entro assolutamente, né per la localizzazione né per l'opera, che considero di altissima qualità. Il disprezzo per "l'archivistica cartacea" da mettere in periferia può averlo solo chi non ha mai fatto studi e ricerche che necessitano di una documentazione storica accessibile quotidianamente». Lei ha criticato il Comune per Porto vecchio. «Penso che manchi all'oggi, anche per uno solo dei tanti edifici, l'individuazione di tecniche di intervento che mostrino, nel caso specifico di questo tipo di costruzioni portuali, la compatibilità tra il vincolo conservativo e le necessarie radicali trasformazioni edilizie ed urbane. Questo non significa che il recupero non sia possibile ma il molto tempo trascorso dalla sdemanializzazione ad oggi senza sperimentare delle alternative e senza scegliere dei progetti e dei progettisti non consente l'ottimismo». Ma questi professionisti sono indispensabili? «Chi non ha mai avuto un mestiere pensa che l'esperienza professionale sia sostituibile col buon senso e che il ruolo catalizzatore che gli atelier di Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Zaha Hadid, Frank O. Gehry, Tadao Ando, Daniel Liebeskind hanno avuto, nella realizzazione di grandi trasformazioni urbane a Genova, a Milano, a Londra eccetera, la città di Trieste non può permetterselo per questioni di bilancio. Pure tecnici a portata di mano sono stati ignorati». Ad esempio? «L'architetto Casamonti che ha rimesso in vita il Magazzino Vini poteva benissimo essere richiamato visto il successo del suo lavoro e non è una "star"». Come organizzarsi dunque? «La realizzazione di un'idea urbanistica richiede professionalità, lavoro di gruppo, e soprattutto esperienza. L'organizzazione non differisce molto da quella che i Centri Studi hanno nel mondo della finanza o in quello industriale. La recente vicenda fallimentare dell'ampliamento dell'Ospedale di Cattinara, ha ben mostrato come spesso i programmi di sviluppo dell'Università e della Sanità siano stati affrontati senza una base tecnica di conoscenze aggiornate, in altre parole senza alcun programma degno di tal nome». Trieste può rilanciarsi? «La saggezza delle scelte urbanistiche del lontano passato ha fatto sì che Trieste può presentarsi ancora col singolare volto di una città-porto neoclassica. Ma altro non viene offerto al viaggiatore se non l'architettura del passato e a volte una buona ristorazione». In che senso? «Piccoli e forse troppi i festival cinematografici, solo di scala comunale gli incontri culturali d'élite. Invece, anche nell'ottica di una regione storicamente e linguisticamente divisa, c'è un incoraggiamento clientelare al dilettantismo, al nazionalismo, con la contemporanea cancellazione di istituzioni "imperiali" a suo tempo importanti come la Biblioteca Civica, Il Museo di Storia Naturale, l'Aquario. Niente mostre di qualità al Salone degli Incanti, niente spettacoli al Castello di San Giusto, la collezione de Enriquez parzialmente esposta in una sede inaccessibile, il Museo del Mare ed una serie infinita di piccole raccolte dilettantesche strettamente legate alla storia locale mai reinserite in un progetto culturale complessivo. I due Musei culturalmente attivi (Revoltella e Schmidt) ed i due Teatri (Verdi e Rossetti) non più in grado di svolgere un richiamo culturale di proporzioni nazionali». Cosa servirebbe quindi? «A Trieste manca quello che in ogni città europea di richiamo turistico c'è: una Fiera specializzata, una Sede Espositiva, un Centro Congressi ed un Teatro attrezzati con quelle risorse tecnologiche oggi disponibili e necessarie, disegnati con quella competenza che rende la costruzione un richiamo, ancor più del singolo evento. E non ultimo uno staff professionalmente formato ed un'idea-guida precisa». Dove trovarlo? «Non mancano le giovani e vecchie competenze, ma valgono a Trieste più che altrove due vecchi adagi: "Nemo profeta in patria" e "Non disturbare il manovratore"». Insomma, vede tutto nero? «Tra i politici, tanto al governo nazionale quanto in quello regionale, alcune voci responsabili si sono recentemente alzate, proprio avanzando l'esigenza di una programmazione per il futuro di Trieste, ormai sempre più indifferibile dopo la crisi della pandemia. È un buon segno. È un impegno che, spero, ci riguarderà tutti».

Giovanni Tomasin

 

 

Trieste. Alle 18 - L'apicoltura a Greening Therapy

Oggi, alle 18, nuovo appuntamento con Greening Therapy Live: tra benessere e natura. Ospite Livio Dorigo presidente del Consorzio apicoltori della Provincia di Trieste. Diretta radio e streaming su Radioattività. Diretta Facebook e YouTube sulla pagina di Greening Therapy.

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 10 marzo 2021

 

 

«La centrale a metano e a idrogeno un progetto cardine per la regione»
Agrusti: «Rispetto la politica ma la riconversione dell'impianto di A2A è di straordinaria importanza»
«Ho grande rispetto per la politica, per il lavoro dei sindaci e dei consigli comunali che svolgono un compito molto difficile per il loro territorio. Tuttavia credo che la riconversione della centrale termoelettrica A2A a gas e a idrogeno sia un passo di straordinaria importanza. Va in direzione di quello che prevede il Recovery plan della Ue per la svolta verde. E una scelta così importante non deve poter essere messa a giudizio del solo Consiglio comunale di Monfalcone, per quanto comunque di rilievo». Il presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti non ha mai mancato di dare pieno appoggio al gruppo A2A per la riconversione della centrale monfalconese a gas e poi a idrogeno. Lo ha fatto in diversi interventi e occasioni, pure in recenti convegni. Dove ha ribadito che questo progetto industriale è «uno dei cardini principali delle quattro aree di transizione energetica che saranno di elevato impatto ambientale nei prossimi anni per il Friuli Venezia Giulia».Un processo di decarbonizzazione «verso la transizione energetica che in regione porterà oltre che vantaggi ambientali anche economici oltre che occupazionali. In questo processo la riconversione a gas e poi anche a idrogeno della centrale». E proprio il progetto di A2A per Monfalcone riveste un ruolo di grandissima rilevanza «La mia posizione è di netto sostegno, senza se e senza ma - ripete adesso, all'indomani del voto negativo del Consiglio comunale di Monfalcone - e questo sempre nel pieno rispetto delle prerogative politiche dei Comuni e dei sindaci. Ma come ho detto all'inizio questa riconversione a gas e poi all'idrogeno è un momento di straordinaria importanza. Va in direzione di quanto prevede il Recovery plan dell'Ue per la riconversione green dell'economia. Con Monfalcone siamo pienamente dentro a questa strategia europea». Anche perchè, lo ripete spesso la stessa Confindustria nella sfida della decarbonizzazione, la transizione energetica e per passare dall'economia lineare a quella circolare, il ruolo stesso di Confindustria Alto Adriatico è quello di «contribuire alla definizione delle politiche a livello europeo e nazionale per accompagnare le imprese italiane verso questa evoluzione». Questo per «agevolare un cambiamento culturale affinché non solo per le imprese ma anche per l'opinione pubblica, quello della sostenibilità diventi un approccio condiviso». Secondo il presidente Agrusti, soprattutto in questo momento «Si tratta di questioni di tale importanza che non possono essere messe a giudizio del solo Consiglio comunale di Monfalcone, per quanto di rilievo - insiste - la centrale A2A non fornisce energia solo alle lampadine della città dei cantieri». Anche se la presenza di una centrale energetica in loco dovrebbe garantire più benefici possibili alla città.«Serve un centro di competenza sulle tecnologie dell'idrogeno sul fronte energetico per alimentare anche l'indotto scientifico e tecnologico del Fvg - spiega Agrusti - e su questo bisognerebbe insistere e discutere con A2A. Senza contare che la presenza di una realtà di questo tipo potrebbe creare un ecosistema di aziende che lavorano sull'idrogeno con vantaggi economici e occupazionali per tutta la realtà industriale del territorio». Per Confindustria non è solo l'arrivo di nuove realtà industriali a cui bisogna guardare, ma anche allo sviluppo di realtà che lavorano già sul territorio. «Penso a Fincantieri che sta già lavorando sui motori a gas per le navi - aggiunge - che un domani potrebbero diventare a idrogeno. E non bisogna dimenticare in ogni caso che le centrali a metano sono quelle più pulite. Si sta pure pensando alla metanizzazione delle flotte di bus per il trasporto pubblico. È un elemento chiave per tagliare le emissioni in atmosfera». Ma c'è un altro punto sul quale è necessario riflettere, ed è lo sviluppo in prospettiva a lungo termine che toccherà la mobilità. «I motori a idrogeno - conclude il presidente Agrusti - saranno il futuro della mobilità europea. Per ora siamo ancora all'inizio dei motori elettrici. Ma non è la strategia dell'Ue, i motori elettrici sono una prerogativa tutta cinese. La Ue punta a un futuro a idrogeno».

Giulio Garau

 

I sindacati «Chi dice no si preoccupi del futuro di chi lavora»
«Piena autonomia alla politica, ma chi dice no alla riconversione della centrale A2A deve preoccuparsi di trovare alternative occupazionali ai lavoratori che si troveranno in strada. Noi la soluzione l'abbiano trovata con un accordo con l'azienda che tutela tutti e 100 i lavoratori e non solo quelli che lavoreranno nella nuova centrale. Chi dice no deve preoccuparsi delle conseguenze». È un aut-aut quello lanciato dal segretario della Cgil Thomas Casotto che assieme a Cisl e Uil da tempo ribadisce la necessità di dire di sì a un progetto industriale di riconversione che prevede un investimento di 500 milioni e la svolta green della centrale. Una posizione ripetuta la scorsa settimana da Filctem-Cgil, Cisl Reti e Uiltec Uil che hanno incontrato l'assessore regionale alle attività produttive Sergio Emidio Bini. «In Europa ci sono due proposte per la transizione energetica - continua Casotto - il nucleare pulito e l'idrogeno. Ed è ovvio che dovrà essere un processo graduale, prima a gas poi a idrogeno. Noi abbiamo sottoscritto un accordo preciso con l'azienda per le garanzie occupazionali. Anche Fincantieri avrà benefici nella riconversione. A2A ora deve specificare meglio il progetto sull'idrogeno. E la città pretendere un polo di studio energetico avanzato. Sta anche nella strategia del Recovery Plan Ue. Una transizione che va fatta e governata».

G.G.

 

il dibattito in consiglio comunale - Furfaro e Pin: «È mancata chiarezza sulla dismissione»
«L'auspicio per il territorio e per i cittadini era di poter concludere l'assemblea consigliare con un documento di indirizzo politico condiviso trasversalmente, tenuto conto delle gravi ricadute su Monfalcone», ma quest'epilogo non s'è visto. Lo affermano i due proponenti della seduta-fiume di lunedì, dopo aver raccolto le firme per la convocazione, Annamaria Furfaro e Gualtiero Pin, alleati anche in vista delle amministrative 2022, rispettivamente esponenti della civica La nostra città e del M5S. «Che "Monfalcone abbia già dato" - ribadiscono - ce lo siamo sentiti ripetere in questi ultimi tempi continuamente, ieri è stata l'occasione per passare dalle parole ai fatti. Ma così non è stato».Furfaro e Pin imputano al sindaco di aver presentato in aula un ordine del giorno dove, eccezion fatta per il punto sulla revisione del Per-Piano energetico regionale (peraltro «già deliberata in giunta e in Consiglio nel 2018»), c'era un grande assente: il termine "dismissione". Parola «sulla quale non si è ottenuto né chiarezza né concordanza di intento politico». «Anzi - dicono - il documento presentato in aula dalla maggioranza conteneva concetti che nulla hanno a che fare con le politiche industriali di A2A quali "nautica, portualità, turismo, cultura e termalismo". Eppure i monfalconesi nel referendum del 1996 si sono chiaramente espressi contrari alla Snam e, andando a ritroso alla consultazione degli anni'80, si erano espressi a larghissima maggioranza contro il raddoppio della centrale Enel sostenuti, in quel frangente, da tutte le forze politiche». Alla fine l'odg di Furfaro e Pin è stato bocciato da tutta la maggioranza: mosca bianca il solo consigliere dei Pensionati, Antonio de Lieto, che ha scelto di condividere tutti e tre gli indirizzi politici espressi. Non hanno invece partecipato al voto sia del documento avanzato dall'opposizione sia della maggioranza, perché assenti al voto: Omar Greco di Art. 1, Paolo Fogar e Paolo Frisenna del Pd e Ciro Del Pizzo (Monfalcone sei tu). Va precisato che le anime dem, nel corso della seduta di lunedì, sono andate in ordine sparso: la capogruppo Lucia Giurissa e Fabio Delbello hanno votato l'odg di Pin e Furfaro, ma si sono astenuti da quello di Lega e soci. Fogar e Frisenna invece non hanno partecipato. Distinta pure la posizione di Elisabetta Maccarini (Misto) e Cristiana Morsolin (La Sinistra), entrambe favorevoli al documento dell'opposizione, ma contrarie a quello della maggioranza, su cui i colleghi di centrosinistra si sono astenuti. Giurissa, rilevando anche una differente posizione tra la politica locale e quella regionale, ha chiesto un'audizione dell'assessore all'Ambiente Fabio Scoccimarro in sede commissariale, ipotesi alla quale il sindaco Anna Cisint non si è detta contraria.

 

Cisint: «Per la città sono una violenza altri trent'anni di gas»
«Inesistente il piano idrogeno. L'azienda non l'ha mai mostrato. Quello dell'occupazione è un falso problema»
«Altri trent'anni di gas sono una violenza che noi non possiamo accettare». Non ci sono coni d'ombra sulla posizione dell'amministrazione comunale in merito alla metanizzazione della centrale A2A dopo il phase out, inderogabile, del 2025. Lo ha espresso, a destra e sinistra, la massima assise nella seduta monotematica di lunedì e lo ribadisce il sindaco in un'intervista. Che valore ha l'odg? È ininfluente, non sposta di un millimetro il percorso, ma era un'azione che andava fatta. La competenza non è del Comune, bensì ministeriale. La disputa è ad altri livelli. Ma un sindaco dovrà pur far qualcosa. Non svelo le mie carte perché non intendo dare vantaggi. Quest'amministrazione ha perseguito ogni strada possibile e continuerà a farlo: nel Prgc si è scritto che in quell'area non può insistere un polo energetico e si sono depositate le osservazioni, in sede di Via, per il nuovo progetto di A2A. Le nostre indicazioni sono state così stringenti, che il Ministero ha chiesto integrazioni all'azienda, ancora non depositate per intervenuta proroga. Insomma, niente gas. Se Monfalcone lì non deve avere un polo energetico, ciò vale pure per le riconversioni, dai noi ritenute inopportune. Poiché lo sviluppo deve passare per l'implementazione della portualità, crocieristica, nautica, termalismo e il manifatturiero di trasformazione. Questo si è già votato. Un progetto con il solo gas, per me, non sta in piedi, è obsoleto, quanto all'approvvigionamento energetico, la centrale di Torviscosa è sottoutilizzata. Lei parla con A2A? Certamente. Ho incontrato la precedente e l'attuale governance e ho spiegato che non riteniamo adeguato quest'investimento. Anche da un punto di vista occupazionale, poiché richiederà solo trenta addetti e molto specializzati. E l'idrogeno? C'è un progetto sull'idrogeno? Io ho chiesto a dicembre di visionarlo, dopo che è stato, solo verbalmente, ventilato. Non l'ho ancora visto. Neanche quando s'è proposto di abbinarlo a un centro di eccellenze è giunta replica. Come si può fare a dire che un piano è interessante se non lo si può visionare? Lei non crede a una nuova centrale a idrogeno. Non ve ne sono molte in giro che si sostengono. Il mio pensiero è che l'azienda voglia ritagliarsi quella percentuale di miscela di idrogeno in grado di consentire l'abbattimento di CO2 per apparire sostenibile agli occhi europei. La Comunità finanzierà chi sta sotto una determinata soglia. Diciamolo: il Comune non ha margini di trattativa. Il Comune non ha la possibilità di stare a un tavolo e porre contropartite. Ricordo che proveniamo da anni di proroghe automatiche, concessioni senza Via eccetera. Ma l'ente, con proprio studio indipendente, ha prospettato delle alternative. Se in quell'area si fa altro, abbiamo l'opportunità di produrre più posti di lavoro. Progetti in casa altrui. Sì, ma non è ininfluente, ai miei occhi, che in quest'anno di chiusura la qualità dell'aria sia migliorata e vi sia un maggior numero di licheni in città. Lo ha constatato Cauci.Come pensa di convincere A2A a fare altre scelte? È una domanda che non ha risposta. Noi possiamo indicare, non imporre. A2A ha diritti soggettivi, assolutamente inviolabili. La proprietà, la libera impresa. Ma io ho chiesto una responsabilità sociale di impresa, che ritengo di non vedere. Un aspetto molto importante per le prospettive del territorio. Trent'anni di gas sono una violenza che non possiamo accettare. E lo dice una che non è un'ambientalista, bensì una liberale e liberista che crede nella libera impresa e sviluppo. Ma questa non è una crescita. O meglio: è una crescita solo per l'azienda. Parla a nome della città?Il territorio ha detto chiaro e tondo che questo progetto non lo vuole. Non si può spremere un territorio: quando si fa un progetto del genere in centro città non è la stessa cosa che farlo in campagna.

Tiziana Carpinelli

 

 

Tende e vestiti abbandonati: bivacchi vicino al cimitero
Volontari al lavoro a San Dorligo per ripulire uno spiazzo usato come ricovero dai migranti in arrivo dalla rotta balcanica. Raccolti e smaltiti 60 sacchi di rifiuti
SAN DORLIGO. Hanno riempito una sessantina di sacchi neri con scarpe e indumenti abbandonati, avanzi di cibo, attrezzature per alzare tende improvvisate, e pure scarti di prodotti per l'igiene personale. Tutti rifiuti, questi, disseminati nei paraggi del cimitero di Dolina. Poi hanno trasportato il "super" carico alla discarica di San Dorligo, dove hanno trasferito i sacchi neri negli appositi contenitori predisposti dal Comune, che era stato preventivamente avvisato dell'operazione. È il lavoro meritorio compiuto dai volontari della sezione di Trieste dell'Associazione lagunari e truppe anfibie (Alta), impegnati oramai da anni sul fronte della raccolta rifiuti, in particolare nelle zone boschive e lungo i sentieri attraversati dai migranti che percorrono la rotta balcanica. «Eravamo una quindicina - spiega Giorgio Calcara, responsabile del gruppo che periodicamente si ritrova in Carso - per quella che è stata la prima uscita di questo 2021. E devo dire che nulla è cambiato rispetto allo scorso anno, perché abbiamo trovato di tutto. In questa occasione, seguendo una segnalazione che ci era stata fatta, ci siamo recati in uno spiazzo vicino al cimitero di Dolina, a un centinaio di metri dalle prime case della frazione, utilizzato regolarmente dai migranti, perché in quei paraggi si trova una fontana che evidentemente è utilizzata da chi arriva dalla rotta balcanica per abbeverarsi e darsi una pulita prima di puntare verso Trieste».«Quando siamo arrivati sul posto - sottolinea ancora Calcara - ci siamo trovati al cospetto di una sorta di accampamento abbandonato, con i segni evidenti sia del transito che della sosta di tanti migranti, che, in quel punto, devono aver alzato delle rudimentali tende, probabilmente per ripararsi da pioggia e freddo».Le boscaglie che circondano San Dorligo sono oramai da qualche anno teatro appunto di un considerevole flusso di migranti, i quali, non appena arrivati in Italia, abbandonano i vestiti e altre tracce che possano permettere alle forze dell'ordine di ricostruire il loro cammino. Il risultato è che le campagne di Dolina e Caresana diventano spesso discariche a cielo aperto. «Da soli non abbiamo i mezzi per affrontare una situazione del genere perché non abbiamo il personale sufficiente - ha già rilevato più volte il sindaco di San Dorligo Sandy Klun - e per questo accettiamo ben volentieri l'aiuto dei volontari». «Sabato andremo sul sentiero tra Basovizza e Pese - annuncia Calcara - perché anche in quella zona sono state segnalate immondizie di vario tipo abbandonate lungo i tracciati».

Ugo Salvini

 

 

A Muggia la potatura del verde si rivela un terreno "minato"
Attacco di Progetto FVG alla giunta. caso diplomatico (rientrato) per il parroco
MUGGIA. In questi giorni, a Muggia, la questione della manutenzione del verde, è un tema particolarmente "caldo", non solo sui social dedicati alle "cose" rivierasche, ma anche a livello politico. Nei confronti dell'attuale amministrazione comunale, ad esempio, una bordata è arrivata da parte di ProgettoFvg di Giorgio Cecco: «Si avvicinano le elezioni e a Muggia si avviano lavori di manutenzione del verde e delle strade - l'esordio della nota diramata dal gruppo di ProgettoFvg della cittadina rivierasca - e comunque restano i tanti dubbi sulla necessità dei tagli agli alberi fatti in questo ultimo periodo. È evidente - sottolinea Cecco - che serve un adeguato regolamento del verde e un piano generale anche per le manutenzioni. Sicuramente ciò sarà inserito nel nostro programma, oltre a un censimento degli alberi di pregio. Oggi più che mai è importante mettere a disposizione dei cittadini aree verdi e fare la migliore manutenzione del patrimonio pubblico». Intanto pare risolto un piccolo "giallo", sempre relativo ai lavori sul verde pubblico: il parroco di Muggia Vecchia e del Duomo, don Andrea Destradi, dopo aver letto sul Piccolo l'elenco delle aree su cui si interverrà per la manutenzione fino a metà aprile, avendo visto che era stata inserita anche l'area di pertinenza del santuario, di proprietà della Parrocchia, ha chiesto lumi al responsabile del servizio in Municipio, in quanto non era stato informato della cosa. Il caso diplomatico è subito rientrato: a quanto è dato sapere ci sarebbe stato un errore, nei vari passaggi che hanno coinvolto anche la Polizia locale, nella comunicazione del punto oggetto delle potature in quella zona, che non si riferisce quindi all'area del santuario e della canonica ma allo slargo dei bastioni, all'inizio di salita di Muggia Vecchia.

Luigi Putignano

 

 

SEGNALAZIONI - Porto vecchio - Un punto di vista verde sul futuro

Gentile direttore,dopo anni di progetti paventati e poi falliti o ritirati, con "la svolta" il nuovo accordo di programma tra Comune, Regione e Autorità portuale sembra si sia aperta una nuova cornucopia, Porto vecchio diventa un sistema misto che rappresenterà il fulcro dei futuri insediamenti con la sua destinazione d'uso direzionale, turistico-ricettiva, residenziale, dell'industria hi-tech, commerciale e dei servizi, spazio verde ad uso ludico e spazi blu per la crocieristica e tanto altro. Ma gli investitori continuano a non presentarsi. Tutte le amministrazioni continuano a raccontarci la stessa storia. Mentre ci fanno sognare il porto vecchio ci lasciano sulle spalle un Sin ormai dimenticato, ettari e ettari da bonificare, archeologia industriale disseminata sul territorio, palazzi ed alloggi vuoti, in piena denatalità, ormai un fardello storico da mettere sotto il tappeto, L'effetto che avrà un trasloco di uffici pubblici è solo una speranza diciamo "elettorale"? Sarebbe ora di finirla con proclami e progetti illusori ed imparare a gestire e valorizzare prima l'esistente. Questi fantomatici capitali privati troppo spesso sono cavalli di troia che nascondono la richiesta di fondi pubblici, vedi il Parco del Mare, e poi restano i cocci... sempre pubblici... manderemo la lista al diavolo?

Rossano Bibalo, Tiziana Cimolino - Verdi Trieste e Trieste VerdeStoria

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 9 marzo 2021

 

 

MONFALCONE - "No" alla centrale da maggioranza e opposizione ma senza unanimità
Passa l'ordine del giorno con cui si chiede che Monfalcone non sia polo energetico. Si astiene la minoranza, due contrari
Niente compattezza sulla centrale. Tanto rammarico, ma poi alla fine centrosinistra e centrodestra in Aula hanno tirato dritto e votato ciascuno, con prevedibile esito, il proprio documento. È passato solo l'ordine del giorno della maggioranza (astenuta l'opposizione), tre fogli con cui, in sintesi, si impegna ora il Consiglio comunale a confermare la volontà che «il territorio di Monfalcone non sia polo energetico come espresso già nelle direttive al Piano regolatore comunale»; a dare sviluppo ai «comparti incardinati sulla nautica diportistica e non»; ad avanzare «richiesta alla Regione per la revisione del Per» e all'Autorità di sistema per procedere «all'ulteriore valorizzazione del Porto» valutando il conseguimento di «risorse economiche per l'acquisizione eventuale delle aree della zona più a nord e per l'elettrificazione delle banchine». Forse in questo passaggio un possibile punto di contrattazione anche con la proprietà della centrale, chissà. Cassato, invece, il primo odg, sostenuto dall'opposizione, soprattutto nella parte del documento in cui si impegnavano sindaco e giunta nella programmazione della «dismissione» e «remissione allo stato pristino, a carico della proprietà, del territorio occupato». Un aspetto, come replicato dal sindaco Anna Cisint, ritenuto «confliggente con il diritto e l'Aia» vigenti, di più: «illiberale», inattuabile sotto il profilo giuridico. A dire: l'ente non può intervenire direttamente su interessi privati legittimi e la proprietà di terzi. È stato però osservato, dal centrosinistra, che il passaggio andava interpretato come un indirizzo politico, tant'è che l'estensore ha voluto poi correggersi nelle dichiarazioni di voto, ma in ogni caso la sintesi tra i due documenti non è arrivata. Dunque l'auspicata, e su alcuni temi pur intravista, convergenza - come nel caso della strenua opposizione a una visione di Monfalcone quale polo energetico, con la proposta, qui sì unanime, di revisionare il Per, piano energetico regionale, nella parte appunto pertinente il territorio comunale - alla fine non è stata raggiunta. Sia la civica Annamaria Furfaro che il sindaco Cisint hanno provato a lanciare una scialuppa per far pervenire l'area antagonista sulla propria sponda, ma alla fine, niente di fatto. Non sono valsi i tentativi di modifica, ricucendo i testi con altre frasi. E, va detto, la modalità da remoto, con solo l'esecutivo in aula, non ha favorito né la consultazione della maggioranza né il confronto dell'opposizione. In tempi diversamente Covid, la partita forse si sarebbe giocata diversamente. Eppure ieri era l'occasione, con un Consiglio comunale in seduta ordinaria interamente dedicato al futuro dell'impianto A2A (promossa su istanza del grillino Gualtiero Pin e di Furfaro) per uscire dall'Aula facendo quadrato a fronte di un progetto per la riconversione apparso da più parti nebuloso, «poco chiaro», in particolare per l'impiego dell'idrogeno. La «carenza di dati» sulle progettualità avanzate da A2A, non a caso, è stata sottolineata dal consigliere regionale di Fi Giuseppe Nicoli, che pure ha definito il dibattito di ieri «costruttivo» e per la prima volta improntato a una positiva discussione. È stato lui a proporre il ritiro di entrambi i documenti e rimandare la discussione alla sede commissariale per pervenire a un ordine del giorno condiviso e sottoscritto da tutti. Dunque unica dichiarazione di voto (messa ai voti) e due espressioni separate per entrambi gli ordini del giorno. La maggioranza ha votato contro il documento di Pin e Furfaro. Da segnalare che solo Antonio de Lieto (Pensionati), scostandosi da Lega e colleghi, si è invece espresso a favore. «Avrei voluto sentire tutti dire che la centrale si chiude, ma quando c'è da metterlo nero su bianco, si preferisce sempre lasciare una porticina aperta», così Elisabetta Maccarini dal Misto. È in sostanza questo il motivo per cui il centrosinistra non ha appoggiato il secondo ordine del giorno proposto dalla maggioranza: lo ha ritenuto troppo «debole».

Tiziana Carpinelli

 

«Con l'impianto a metano ci sarà la stessa produzione di CO2» - le dichiarazioni dell'assessore Cauci
Cinque ore è durato ieri il Consiglio comunale. A rappresentare le questioni cruciali che determinano la «contrarietà alla realizzazione di un impianto a gas» ci ha pensato in Aula l'assessore all'Ambiente Sabina Cauci: «L'ipotesi di una conversione a gas dell'attuale impianto che passerebbe da 335 megawatt a 850 megawatt, quasi tre volte maggiore, manterrebbe per molti decenni lo stesso livello di produzione attuale a pieno regime di CO2, pari a circa 2 milioni di tonnellate all'anno, in contraddizione con le direttive europee di contenimento progressivo della produzione di anidride carbonica per implementare le fonti rinnovabili a emissioni nulle». Non solo, valutata con perplessità «la realizzazione dell'impianto a gas con la possibilità di utilizzare idrogeno verde senza però un progetto alla base con le caratteristiche valutate dai soggetti componenti» e «sapendo peraltro che l'alimentazione attraverso il gas e il trasporto e lo stoccaggio dell'idrogeno comporterebbero, per l'assenza di infrastrutture di distribuzione in loco, problematicità rilevanti». La questione dei dipendenti ha fatto da sfondo (anche dal centrosinistra, con il consigliere Cristiana Morsolin, è pervenuta la richiesta di interventi per la riconversione delle professionalità o in ogni caso la salvaguardia dei posti) all'intera seduta-fiume. «Dal punto di vista occupazionale l'impianto a gas del progetto attualmente all'esame del Ministero dell'Ambiente - sempre Cauci - non otterrà il raggiungimento di quei livelli occupazionali che altri segmenti produttivi consentirebbero, visto che la gestione di un nuovo impianto avrebbe necessità di non più di 30 unità specializzate». È stato poi il sindaco Anna Cisint, che ieri ha soprattutto posto il pallino al centro del tavolo ministeriale (così indirettamente respingendo le accuse di «strabismo politico» sul tema, con un Comune contrario alla riconversione a idrogeno e una Regione invece favorevole), a definire lo stato dell'arte: «Innanzitutto, attualmente, noi stiamo parlando di un progetto che riguarda un nuovo impianto a gas, non a idrogeno. E io mi riferisco alle carte, perché solo a quelle un ente si può rapportare». Il sindaco non è convinto che si punti a un impianto a idrogeno, bensì alla miscela di idrogeno per «abbassare il livello a 100 grammi di CO2 a kilowatt ore, così da rendere l'impianto sostenibile agli occhi della Comunità europea», come da linee guida, nella parte della tassonomia. «La competenza del procedimento è ministeriale ed è a Roma che tutti siamo chiamati a rivolgerci - ha proseguito -, l'iter pendente, invece, è la Via. Da quanto mi consta l'azienda ha richiesto il tempo massimo di proroga per il deposito di ulteriori integrazioni al piano. E a oggi non ci risultano ancora formulate». La prima scadenza era il 27 febbraio scorso. Ma a questo punto se ne riparlerà ad aprile, verosimilmente. Altra informazione: «La centrale nell'ultimo anno non ha quasi mai lavorato, se non per la riapertura degli impianti periodica a scopo manutentivo». Infine la sottolineatura che l'ente si è adoperato, con l'approvazione delle direttive al Prgc, per «affermare la non destinazione dell'area a polo energetico» e per la «revisione dell'Aia della centrale», strappando «maggior attenzione per i controlli, con l'obbligo di precisi investimenti» a carico dell'azienda.

Ti. Ca.

 

 

Porto vecchio, primo ok in giunta - Task force fra gli uffici dei tre enti
Variante urbanistica e varo del consorzio spediti al vaglio delle circoscrizioni: dieci giorni per i pareri
Entro dieci giorni l'Accordo di programma sul Porto vecchio farà il giro delle circoscrizioni, per approdare ai banchi del Consiglio comunale entro un mese. Ieri la giunta comunale ha approvato la delibera che include la variante al Piano regolatore e il varo del Consorzio Ursus. Nel frattempo Regione, Comune e Autorità portuale lavorano alla rete tra uffici dei tre enti che dovrà fornire gli strumenti tecnici con cui il Consorzio si troverà a operare. Il sindaco Roberto Dipiazza conta su una rapida approvazione: «Abbiamo dato il termine più stretto per i pareri delle circoscrizioni perché voglio chiudere il prima possibile. Il bello di questo momento è che le istituzioni marciano assieme per un obiettivo comune. Con il presidente Massimiliano Fedriga c'è grande intesa, e con Zeno D'Agostino si collabora assieme ormai da tempo».L'unità di intenti fra gli inquilini di piazza Unità e la torre del Lloyd è il presupposto per il prosieguo di tutta l'operazione, visto che l'Assemblea consortile che guiderà il Consorzio è stata strutturata sullo schema del vecchio comitato portuale, e quindi a sedervi saranno direttamente il sindaco e i due presidenti. Quanto all'ambassador, il pellegrino che dovrà portare il verbo del Porto vecchio in giro per il mondo, la triade istituzionale sta ancora cercando un nome con il profilo adatto: «Troveremo la figura giusta - com menta il sindaco Dipiazza -. Serve una persona di fiducia, che sia pronta a fare un lavoro pancia a terra, poco di rappresentanza pubblica e molto concreto, direttamente con i potenziali investitori. Insomma qualcuno che non faccia il protagonista ma che lavori».Oltre ai vertici c'è la macchina. Regione, Comune e Autorità portuale intendono evitare la creazione di strutture ridondanti, e in questi giorni si sta lavorando a una rete di coordinamento fra gli uffici coinvolti: a seconda delle necessità, ogni ente presterà le sue strutture al Consorzio per la propria parte di competenza. Al di là delle cariche consortili, quindi, la travatura di Ursus sarà costituita dagli uffici tecnici, che si faranno carico del dedalo di procedure richiesto dalla messa sul mercato dei lotti.Gli uffici coinvolti in pianta stabile nel procedimento saranno quelli che hanno cooperato al non facile parto dell'Accordo di programma. In piazza Unità c'è ottimismo sulla possibilità che, superato lo scoglio iniziale, l'affiatamento ottenuto possa portare a un motore ben oliato nella macchina del Consorzio. Quanto al futuro dell'area, il sindaco interviene per precisare un aspetto della variante: «Vedo che c'è chi si lamenta della residenzialità al 70% in Porto vecchio. Hanno capito male. La residenzialità sarà al massimo del 70% per il singolo magazzino storico, non per tutta l'area, c'è una differenza non da poco».

Giovanni Tomasin

 

 

acegasapsamga - Questionario su rifiuti e riciclo ancora attivo

Come vorrebbe essere informato sulla gestione dei rifiuti? Quali sono le difficoltà che incontra nel differenziare? Sono alcune delle domande dell'indagine "Le buone idee non si buttano" lanciata dall'assessorato all'Ambiente Fvg. Lo ricorda AcegasApsAmga, sul cui sito - oltre che su quelli di EcoFvg, Regione, e Comune - si può ancora rispondere al questionario, disponibile pure al link bit.ly/ IndagineECOFVG e su carta allo sportello Acegas.

 

 

LO DICO AL PICCOLO - Piazzale Rosmini, ok la riapertura ma occorre trasparenza

Il giardino di piazzale Rosmini, dopo essere stato chiuso con la giunta Cosolini causa il rilevamento di pericolosi inquinanti nel terreno, è stato sottoposto a vigile controllo, con una centralina che avrebbe dovuto verificare una delle possibili cause dell'inquinamento, delle severe delimitazione e seguendo l'idea del Movimento 5Stelle, utilizzare il fitorimedio per purificare il terreno. Oggi il giardino è finalmente riaperto e i bambini sono ritornati a correre, scavare, giocare con la ghiaia in uno dei pochi spazi verdi della città. Ma quello che mi chiedo è che non si sono sapute le cause e le responsabilità dell'inquinamento. Non si sanno i dati rilevati con gli ultimi carotaggi che hanno poi permesso la riapertura in totale sicurezza. Non sono state diffuse notizie sul metodo del fitorimedio, con tempi che a me appaiono estremamente corti: è stato veramente efficace e potrebbe essere utilizzato in altre aree a rischio, come il piccolo giardino in viale Campi Elisi, tuttora chiuso?Il tutto perché la sicurezza dei nostri figli necessita sempre di totale trasparenza.

Gianluca Pischianz

 

SEGNALAZIONI - Miramare - Un riconoscimento alla direttrice

Gentile direttore, come ormai moltissimi sapranno a Trieste dal 2004 e di solito su iniziativa del sindaco viene consegnata annualmente l'onorificenza del "Sigillo trecentesco della città di Trieste" a persone che si sono distinte per avere operato positivamente nell'ambito pubblico (dal 2004 ne sono state consegnate circa 180).Molte sono le persone che hanno ricevuto questo riconoscimento e tra quelle più recenti l'ex senatore Francesco Russo e il presidente del Porto di Trieste Zeno d'Agostino (vorrei ricordare anche la consegna a Teddy Reno al compimento dei 90 anni). Ora propongo al signor sindaco di volere prendere in considerazione la possibilità futura di consegnare tale onorificenza a una persona che a mio modestissimo parere ha dato e sta dando un notevole contributo alla città nel campo turistico. Mi riferisco alla dottoressa Andreina Contessa. Moltissimi triestini ricorderanno che prima del suo arrivo a Trieste nel 2017 come direttrice del Museo storico del Parco e del Castello di Miramare tale struttura era in uno stato "improprio". Forse non tanto il Castello ma per tutto il resto in particolar modo il Parco la situazione era molto lacunosa a mio avviso. Il parterre adiacente al Bar era una landa deserta, gli alberi non avendo una manutenzione erano marci e molti anche caduti e lasciati li, i vialetti e i sentieri non erano oramai agibili da  anni, la fontana antistante il castello era chiusa e il laghetto dei cigni era maleodorante come pure quello che una volta era un piccolo corso d'acqua naturale che defluiva sotto il ponticello in ferro era ormai inesistente (e non vado avanti con il resto tanto che uno si vergognava a portare parenti e amici da fuori a visitarlo). Molte erano state le lettere di lamentela della gente, di tanti politici locali oltre che le mie sul quotidiano locale che denunciavano l'inattività di chi responsabile della situazione non se ne preoccupava minimamente ma la cosa fino al fatidico cambio di gestione risultò completamente inutile. Ora da quando appunto la tutela di questo patrimonio, che è riconosciuto come uno dei castelli più visitati e più belli del mondo anche per la sua particolarità di essere sul mare ha ripreso vita per merito del duro lavoro di una persona che ha preso a cuore questa meraviglia, ha fatto si che torni agli splendori di una volta. Augurando alla dottoressa di continuare come sta facendo ad operare al fine di completare questa perla che da lustro a tutta la città, voglio sperare che visto che Miramar è un bene a cui i triestini tengono in maniera particolare, il signor sindaco prenda in considerazione quanto fin qui scritto e premi una persona che secondo me è pienamente degna di riceverlo forse più di tante altre.

Paolo Fabricci

 

SEGNALAZIONI - Patrimonio - Caserma di Banne - Bene dimenticato

Caro direttore,alcune delle liste che si presentano alle elezioni comunali hanno messo in programma l'utilizzo dell'ex caserma Monte Cimone di Banne: si tratta di un'area non inferiore, per superficie e per pregio, a quella dell'ex Ospedale Psichiatrico di San Giovanni. Nel 2000 il sindaco Illy intendeva valorizzarla e a tale scopo il consiglio della 2.a Circoscrizione ottenne di visitarla: pur non più utilizzati dall'esercito, gli edifici, i campi sportivi e il parco circostante apparivano, a parte qualche segno d'incuria, in perfetto ordine, tanto che si fece una proposta di destinazione dei singoli stabili a fini culturali e sociali. Purtroppo nel 2001 i Cittadini ex Illy avanzarono delle candidature poco affidabili, consegnando il Comune nelle braccia del primo Dipiazza che, innamorato del "salotto buono", abbandonò i progetti delle periferie, compresa la caserma che ha avuto il tempo di venire completamente depredata e devastata. Oggi l'assessore Giorgi, posto di fronte a nuove iniziative per quell'area, mette le mani avanti, affermando che per ottenerla dal Demanio i tempi sarebbero molto molto lunghi (almeno quanto quelli necessari ad acquisire le caserme di via Rossetti, che comunque stanno seguendo lo stesso triste destino); ma se forse si fosse cominciato vent'anni fa ad assecondare le proposte dei concittadini...

Lucio Vilevich

 

 

Come diventare veri apicoltori in sole quattro lezioni online  - INIZIATIVA DEL CONSORZIO E DI BIOEST
Come diventare apicoltori in 4 lezioni. Online. Al via il nuovo corso di avviamento all'Apicoltura 2021 organizzato da Consorzio Apicoltori Trieste e associazione Bioest che prevede lezioni di teoria sul web e pratica sul campo, direttamente in apiario. Lo scopo è imparare a riconoscere e tutelare le api e ottenere gli strumenti per intraprendere l'attività di apicoltore urbano. L'appello del consorzio è di adottare un alveare per salvare una specie a rischio che funge da sentinella della salute del pianeta. La prima lezione si terrà giovedì alle 17 e verterà sulla storia e l'importanza dell'apicoltura e il rapporto delle api con l'uomo. Verrà svolta un'introduzione all'apicoltura e saranno fornite nozioni di morfologia dell'ape. I successivi incontri si terranno giovedì 18 e 25 marzo e 1 aprile, sempre alle 17.«Dal 2013 ad oggi, anno del primo corso - ricorda Tiziana Cimolino di Bioest - il consorzio ha formato più di 300 apicoltori e creato la più grande comunità di imprenditori apistici del nostro territorio, con un approccio più etico e sostenibile».«E da quest'anno, per la prima volta - riferisce il relatore, l'apicoltore e veterinario Livio Dorigo - svolgeremo un corso online. La finalità del ciclo di incontri a distanza - a cui seguirà l'esperienza pratica in presenza - è appunto quella di avviare all'apicoltura nuovi addetti, incrementare e mantenere il patrimonio apistico, gestire l'allevamento nel rispetto dell'equilibrio ecologico naturalistico del territorio, far attuare la lotta alle principali malattie infettive e parassitarie e offrire anche possibilità di integrazione del reddito, grazie alla crescita sul mercato di prodotti naturali a chilometro 0. Ma il messaggio più importante che si vuole trasmettere è quello della necessità di tutelare questi piccoli insetti, così importanti per l'ambiente e per tutta l'umanità».«Purtroppo - aggiunge Cimolino - le api sono in declino, minacciate da pesticidi - alcuni dei quali costituiscono un rischio diretto per gli impollinatori -, perdita di habitat, monocolture, parassiti, malattie e cambiamenti climatici. Adottare un alveare può costituire perciò un atto di tutela ambientale».«Obiettivo del corso - confermano gli organizzatori - è quello di far acquisire ai partecipanti le competenze di base per iniziare ad allevare le api con soddisfazione. ll corso, pur avendo una base teorica, è strutturato essenzialmente sugli aspetti pratici dell'allevamento. Alla base dell'apprendimento ci sarà infatti il confronto con docenti esperti del settore».Informazioni e prenotazioni al 3287908116 e scrivendo a cons.apicoltoritrieste@gmail.com.

g.t.

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 8 marzo 2021

 

 

«Le case in Porto vecchio un traino per tutta la città»

L'analisi degli immobiliaristi. I prezzi? «Fra i 3 e i 5 mila euro al metro quadrato»
Si stima potrebbero abitarci circa 1.100 residenti, in soluzioni vista mare, inserite nei quasi 66 ettari del Porto vecchio. La valorizzazione di quell'area ora trova concretezza nell'Accordo di programma siglato pochi giorni fa da Comune, Regione e Autorità portuale, e apre a nuove opportunità e sfide anche per gli agenti immobiliari. Che da anni guardano con interesse a quegli spazi, non solo per la porzione che verrà riservata alla residenzialità - fino al 70% -, ma anche per il valore che potranno regalare al resto della città. «Trovo intelligente e essenziale aver riservato una percentuale anche elevata alla residenzialità - sostiene Stefano Nursi, presidente Fiaip -: serve a rendere viva quell'area, generando così l'apertura di negozi, attività di servizi, bar e ristoranti che attireranno in quegli spazi anche la movida triestina». Nursi vede di buon occhio pure il trasferimento in Porto vecchio degli uffici della Regione. «Deve diventare una zona di Trieste esclusiva - ritiene -, un contesto capace di attrarre anche nuovi residenti da fuori città». «Io, da genovese - racconta Filippo Avanzini di Gabetti Immobiliare -, ho vissuto la rinascita di Porto Antico con l'Expo Colombiana del 1992. Quegli spazi, ridotti rispetto a quelli del Porto vecchio, un tempo erano il cuore dell'attività portuale e ora accolgono servizi, ormeggi, offerta commerciale, turistica e anche una parte di residenziale». «Lì - aggiunge - è stato trovato il giusto equilibrio, quello che auspico per Porto vecchio: la percentuale destinata al residenziale non deve eccedere per non interferire troppo con l'offerta del resto della città». Guardando a quell'immensa area sul mare, gli agenti immobiliari ne leggono le enormi potenzialità, ma anche i rischi. «È il punto di snodo per l'economia cittadina - sottolinea Andrea Oliva, presidente di Fimaa -: sogniamo tutti una riqualificazione di quell'area da una vita, ma ritengo debba essere un progetto inglobato in una visione più ampia dello sviluppo dell'intera città». Oliva ritiene si debba avere un «occhio attento al calo demografico di Trieste, guardando a Porto vecchio come parte della città e non come progetto a sé stante». Ma quanto potrebbe valere un appartamento in quel contesto? «Non meno di 5 mila euro al metro quadrato - valuta il presidente Fimaa -, è un contesto troppo esclusivo, unico al mondo, per avere prezzi inferiori». Una cifra sulla quale concorda anche Giorgio Calcara, titolare dell'omonima agenzia, che però specifica come «alcune delle soluzioni, soprattutto quelle affacciate sulla Stazione ferroviaria, potrebbero essere poste in vendita a prezzi decisamente inferiori. In sintesi, a seconda della posizione, i prezzi potrebbero oscillare tra i 3 e i 5 mila euro al metro quadrato». Calcara giudica Porto vecchio «un volano per l'intera città» e auspica non ci «sia un unico investitore che monopolizzi l'area, ma che ci sia un ventaglio di proposte». Vede Porto vecchio come un'incredibile opportunità anche Cristina Rufolo dell'omonima agenzia: «È una grande risorsa, ma l'impatto sul resto della città dipenderà molto da come si articolerà il progetto. Il 70% di residenziale è troppo - spiega -, serve una giusta misura che si integri con l'offerta turistica, culturale, commerciale che lì dovrà trovare spazio».

Laura Tonero

 

Virginia Cuffaro -  Il quesito - «Che fine faranno i palazzi lasciati dall'ente del Fvg?»
«Che fine faranno i palazzi che la Regione lascerà dopo il suo trasferimento in Porto vecchio?». Virginia Cuffaro, tra i titolari di Gallery Immobiliare, pone un altro quesito. «Mi chiedo se verranno messi in vendita - si domanda - e a loro volta poi destinati a residenziale. Va fatta una giusta valutazione, tenendo conto delle potenzialità della nostra città, dei residenti, dello sviluppo a lungo termine». Quello che è certo, per l'imprenditrice, è che «c'è una forte esigenza a Trieste di un'offerta residenziale di qualità, la pandemia ha costretto molte persone a vivere la casa in maniera diversa, e ad ambire a case più ampie (anche per lo smart working), confortevoli: c'è molto fermento».

 

Filippo Avanzini - La gradualità' - «L'integrazione sul mercato eviti di creare squilibri»
«L'area di Porto vecchio riqualificata vivacizzerà l'intero mercato immobiliare di Trieste». Filippo Avanzini di Gabetti Immobiliare ne è certo. «Ma a mio avviso serve procedere a piccoli lotti, gradualmente - suggerisce -, con una percentuale non eccessiva di residenzialità, per integrare passo passo la nuova area riqualificata con il resto della città, e in modo tale da non generare squilibri importanti sul mercato immobiliare cittadino». Per Avanzini, per attrarre lì nuovi residenti, «servirà offrire in quegli spazi dall'esclusivo marina al negozio di frutta e verdura o al panificio. Porto vecchio dovrà offrire un po' di tutto e il massimo, per risultare una location molto ambita».

 

 

Ortofrutta a chilometro zero. Bancarelle anche in periferia.

Una Trieste alimentare a "chilometro zero". Lo auspicano due delibere firmate dall'assessore comunale al Commercio, Serena Tonel, e preparate dal direttore delle attività economiche, Francesca Dambrosi.Obiettivi: sostenere la relazione città-campagna, favorire il rapporto produttore/consumatore, garantire prezzi più equi, valorizzare le produzioni locali e stagionali, sondare la possibilità di nuovi canali di vendita, accorciare la filiera commerciale. La risposta della cittadinanza si è rivelata favorevole, per cui avanti. Due delibere per iniziative distinte ma parzialmente convergenti, che vengono calendarizzate dal Municipio dal corrente mese fino al termine del 2021. Una si chiama "Campagna Amica", già nota al consumatore triestino, l'altra è invece una novità dal titolo "Il turismo agricolo in Fvg".La prima è supportata da Coldiretti, la seconda è espressione di quattro produttori agricoli riuniti in un'associazione presieduta da Mauro Bernecich, domiciliata a Medea, che tra gennaio e febbraio ha rodato l'esordio nel capoluogo. Per soddisfare le richieste, Tonel & Dambrosi hanno così provveduto al manuale Cencelli degli spazi. "Campagna Amica" avrà a disposizione ogni santo martedì piazza Vittorio Veneto (quella delle Poste). Il sabato alternerà la presenza tra Campo San Giacomo e piazza Goldoni: marzo è iniziato ieri l'altro nello slargo dedicato al commediografo veneziano, quindi la prossima puntata vedrà alla ribalta il popolare rione nell'area attorno alla parrocchiale. Tutto compreso, un'ottantina di chances per agricoltori-allevatori, che dal Carso, dall'Isontino, dalla Bisiacaria, dal Friuli vengono a vendere i loro prodotti. Da marzo a dicembre "Il turismo agricolo" avrà a disposizione tre spazi periferici/semiperiferici, già testati nel bimestre invernale: ogni martedì campo San Giacomo; ogni mercoledì il parcheggio di via del Carpineto (angolo Ratto della Pileria) a Servola; ogni venerdì via dei Mille (tra l'asilo comunale "Mille bimbi" e la chiesa parrocchiale di Santa Caterina) a San Luigi. Anche i quattro partner isontini potranno presidiare piazza Goldoni nei sabati in cui "Campagna Amica" è a San Giacomo: a marzo saranno le giornate del 13 e del 27. Sommando le quattro opportunità, sono più o meno 140 le date complessivamente a disposizione. Il Comune richiede agli utilizzatori alcune avvertenze di carattere igienico-logistico. La salvaguardia del suolo pubblico, la «costante» pulizia, la corresponsione del canone, parcheggio dei mezzi e allestimento delle bancarelle secondo determinate modalità: accesso prima delle 7.30, inizio della vendita alle 7.45, conclusione alle ore 14, sgombero entro le ore 15.

Massimo Greco

 

 

Ricorso su Chiampore respinto - Traliccio Finmedia da demolire - il comune di muggia prevale al consiglio di stato
«È un momento storico: stiamo creando un precedente a livello nazionale». Così il sindaco di Muggia, Laura Marzi, sulla sentenza emessa lo scorso 3 febbraio dal Consiglio di Stato, sul ricorso proposto da Finmedia contro il Comune di Muggia, che mirava alla conservazione del traliccio di 30 metri di altezza realizzato a Chiampore, in contrasto col piano di delocalizzazione delle antenne approvato dal Comune di Muggia. Ebbene, il Consiglio di Stato si è espresso confermando l'abuso edilizio. «Quando abbiamo intrapreso questa lunga battaglia - ha proseguito Marzi - sembrava che i Comuni non potessero avere alcun potere decisionale, ma questa sentenza, definitiva e inappellabile, dimostra che se l'ente opera scelte razionali, la sua posizione diviene inattaccabile». È stato messo il punto a una storia che andava avanti da febbraio del 2010, quando Finmedia aveva chiesto al Comune di Muggia l'autorizzazione a sostituire due suoi tralicci preesistenti per realizzarne uno unico molto più alto. Autorizzazione che era stata negata dal Comune. Malgrado ciò, Finmedia aveva comunque portato avanti le opere di costruzione e successivamente aveva presentato ricorso al Tar, il quale lo aveva accolto nel 2015. La sentenza era stata appellata dal Comune rivierasco, che aveva ottenuto una vittoria piena al Consiglio di Stato nel giugno 2017 con il capovolgimento totale di quanto stabilito in primo grado. Nel novembre del 2017 il Comune aveva emesso un'ordinanza per la demolizione del traliccio per trasmissioni radiofoniche, nonché il diniego del rilascio del permesso a costruire in sanatoria. L'ordinanza era stata impugnata da Finmedia ma ora il Consiglio di Stato ha dato ragione al Municipio. «È un risultato fondamentale nella battaglia che il Comune sta portando avanti da anni per difendere il diritto di decidere dove si possono costruire i tralicci per gli impianti di telecomunicazioni e far prevalere gli interessi dei cittadini su quelli delle società che gestiscono le antenne», ha affermato l'assessore all'Ambiente, Laura Litteri.

Luigi Putignano

 

Interferenze sulle frequenze radio - Il caso italo-sloveno in Tribunale
I ripetitori Rtv di Antignano e del Nanos contestati dalle due emittenti: il 15 primo round a Trieste
Nel giro di un mese la guerra delle antenne, che contrappone due emittenti private italiane alla Rtv Slovenija, potrebbe trovare soluzione in due appuntamenti-chiave in sede giudiziaria. Il primo si sta approssimando ad ampie falcate: infatti è in programma lunedì 15 marzo davanti al Tribunale di Trieste l'udienza in merito al contenzioso tra la padovana P-Sphera e Rtv. Il secondo riguarderà il Tribunale di Gorizia ed è in agenda mercoledì 14 aprile: l'emittente cattolica Radio Maria versus Rtv . In entrambe le cause patrocina le imprese italiane l'avvocato fiorentino Felice Vaccaro, uno dei maggiori esperti della materia a livello nazionale. Il dossier è piuttosto complesso e presenta implicazioni di carattere internazionale che sono approdate - come vedremo - anche a Bruxelles.Il round triestino è dietro l'angolo. La questione s'impernia sull'impianto Rtv situato ad Antignano (Tinjan in sloveno), un piccolo borgo nella zona di villa Decani. Secondo P-Sphera, si rileva un'«invasione» nell'area triestina determinata da un'irradiazione a 350° mediante uno schieramento di 4 antenne a 2000 watt, quando invece i ripetitori sloveni dovrebbero limitarsi a una potenza di 200 watt avendo direzione a 130° puntata verso l'interno dell'Istria. I «disturbi distruttivi», come li definisce il legale fiorentino che cita la consulenza tecnica affidata all'ingegnere milanese Carlo Galifi, avvengono sulla frequenza 98.900 Mhz verso Trieste. Non esisterebbe invece problema per P-Sphera, che trasmette da Conconello e da Chiampore: tra l'altro la postazione sopra Muggia è stata ceduta a Rmc Italia.Vaccaro ha sollecitato a più riprese Akos (Agenzia slovena per la rete di comunicazione) affinché intervenisse per porre fine alle interferenze, limitando la potenza di Antignano almeno a 500 watt. Ma finora i tentativi, che tra l'altro smorzerebbero ragioni e tensioni giudiziarie, non hanno trovato riscontro da Lubiana. Il secondo round si disputerà a Gorizia. Il contesto processuale è diverso, il merito analogo. In questo caso Vaccaro, legale di Radio Maria, ha impugnato la sentenza del settembre 2020, che in sostanza condannava sia Radio Maria e Rtv a cessare le reciproche interferenze, l'una da Porzus, l'altra dal Monte Nanos. Ma Vaccaro non è d'accordo con il giudice goriziano, perché ritiene che l'entità delle interferenze sia decisamente diversa: Rtv inonderebbe il 70% del territorio regionale giulio-friulano, quando invece quello di Radio Maria sarebbe, in linguaggio tecnico, un semplice "debordo". La slovena Akos è stata sollecitata anche su questo capitolo e anche su di esso - scrive Vaccaro - silenzio assordante. Ma, oltre agli aspetti giudiziari, si evidenzia, come da premessa, un caso internazionale, su cui Vaccaro protesta con una lettera inviata il 3 marzo ai direttori ministeriali (Mise) Pietro Celi ed Eva Spina. I fatti. Lo scorso febbraio si è tenuta a Bruxelles presso la Commissione Ue una riunione del "Radio spectrum policy group", durante il quale il contenzioso Radio Maria P-Sphera/Rtv sarebbe stato travisato e la situazione effettiva venutasi a creare - cioè il mancato intervento regolatorio dell'agenzia slovena Akos - ignorata. Nonostante - incalza l'avvocato - le consulenze tecniche abbiano accertato il livello di interferenza da parte slovena. Nella lettera Vaccaro si dice rammaricato, poiché a Bruxelles, come si evince dal verbale dell'incontro, erano presenti tre rappresentanti italiani: Donato Margarella, Katia Marcantonio, Umberto Mascia. Ma nessuno dei tre - eccepisce infine l'avvocato - ha fatto cenno al doppio contenzioso «benché il ministero Comunicazioni ne fosse stato puntualmente informato».

Massimo Greco

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 7 marzo 2021

 

 

«Una visione d'insieme sommata a flessibilità e il Porto vecchio volerà»
Architetti e urbanisti analizzano i contenuti della variante: «Maglie stringenti sarebbero state controproducenti». Sottolineato il ruolo della regia pubblica
Nei secoli le città mutano il proprio tessuto, la storia di Trieste dal '700 a oggi lo prova. Un tempo il cambiamento che oggi attende Porto vecchio sarebbe stato deciso, elaborato sul piano intellettuale e realizzato da un potere centrale, come avvenne per i borghi di fondazione cittadini. Nel labirinto di pesi e contrappesi delle istituzioni contemporanee una decisione verticale di quel genere è inattuabile, ma il bacino di conoscenze di architetti e urbanisti resta un riferimento per una possibile rotta degli enti locali nell'affrontare l'impresa. E tra gli esperti che operano o nascono a Trieste le idee su come si dovrebbe procedere nell'antico scalo non mancano. Il professor Giovanni Fraziano del corso di Architettura di Units a Gorizia avverte: «Oggi i masterplan stringenti che caratterizzarono l'urbanistica fino a qualche anno fa non si fanno più, perché i meccanismi di previsione si sono rivelati contraddittori. Si procede necessariamente a maglia larga». Esiste però una qualità anche in questo modo di fare, precisa: «L'importante è che le istituzioni gestiscano l'aspetto infrastrutturale nel suo senso più ampio, poiché anche il verde va pensato come infrastruttura. Bisogna evitare di ragionare per campiture di aree, una visione superata». Lucia Krasovec Lucas, presidente dell'Associazione italiana donne ingegneri e architetti (Aidia) di Trieste, calca l'accento sulla complessità: «La contemporaneità del piano del Porto vecchio e di quello del centro storico era una grande occasione per mettere in connessione l'area da Campo Marzio allo scalo. La città va pensata come un organismo unico, e le relazioni tra le sue parti vanno decise prima, in modo strategico, guardando la città nel suo insieme attraverso l'interpolazione dei dati. Traslocare servizi rischia soltanto di creare ulteriore disagio». Elia Snidero, che negli ultimi anni ha seguito progetti complessi per investitori stranieri e gruppi internazionali come Ingka Centres, guarda in prospettiva: «È vero che si possono creare dei vuoti. Ma l'operazione di Porto vecchio, se condotta bene e al riparo da manovre speculative, può essere il polmone che consentirà poi di ragionare sui vuoti di tutta Trieste. Il recupero di un simile patrimonio edilizio è questione di sostenibilità, perché lavora sugli spazi interni alla città». Buona, in questo senso, la nascita del Consorzio: «Giusto il ruolo diretto del decisore pubblico, che fa da regia ma offre al privato gli strumenti idonei per sviluppare, questo è il ruolo che deve avere una committenza». Il presidente dell'Ordine degli architetti Thomas Bisiani afferma: «La variante lascia delle maglie larghe, perché progetti troppo stringenti rischiano di non trovare compiutezza. La questione a questo punto è, attraverso quale strumento riempiamo queste maglie? Non può essere una collazione di manifestazioni di interesse. Ad Amburgo il Comune ha avuto un ruolo nel processo di recupero di tutti gli stabili mantenendo le proprietà fino all'ultimo». In ogni caso, conclude, «le crisi dal 2008 a oggi ci ricordano che è vitale restare flessibili». L'architetto Luciano Semerani, che in passato vergò un progetto per il rilancio dello scalo, è pessimista: «Si è buttato via tempo dalla sdemanializzazione di Francesco Russo. Ora c'è l'idea di andare avanti senza un progetto se non una vaga destinazione d'area. Questa è una debolezza e non una forza. Ad Amburgo è stato fatto con altri capitali e in altri modi, gestendola in modo molto più preciso. Scelte operative nette, poche figure, e un grande richiamo di intelligenza internazionale. Cosa che qua non c'è, si snobba completamente l'idea che ci sia una funzione dell'immagine architettonica e urbanistica che apre la strada all'investimento».

Giovanni Tomasin

 

 

Dalle case al golfo - il depuratore pulisce la citta' e dialoga col mare

L'impianto di Servola di AcegasApsAmga e' unico nel suo genere. Grazie alla tecnologia i liquami trattati e rilasciati senza inquinare.

Se i pesci, le alghe e i molluschi che popolano il golfo di Trieste avessero la parola, forse ci direbbero che sono contenti di avere a che fare con qualcuno che "tratta" con loro e tenta di mantenere l'ecosistema marino in equilibrio. In questa sorta di capacità di dialogo con il mare sta il segreto dell'innovazione che rende unico il depuratore di Servola, gioiello tecnologico e super automatizzato targato AcegasApsAmga, di cui tra due giorni (il 9 marzo) ricorre il terzo anniversario dall'avvio. L'impianto, che occupa un'area di 34.500 metri quadrati e rappresenta un ampliamento della struttura già esistente, la cui prima pietra venne posta nel 1929, è stato realizzato con tre anni di lavoro e 52,5 milioni di euro, coinvolgendo diversi enti, in primis la Regione, e permettendo di superare una procedura di infrazione comunitaria che pendeva sulla testa della regione sin dal 2008 (ora il trattamento biologico viene effettuato completamente a terra, come previsto dall'Ue).Il "depuratore che parla con il mare", per usare lo stesso nome e slogan scelti da AcegasApsAmga e dal gruppo Hera, per la grande struttura all'interno dello Scalo Legnami, è il cuore di tutto il processo di smaltimento delle acque reflue prodotte nelle case, negli uffici e nelle fabbriche della città. Depura i liquami di 190 mila persone (mentre per il resto della popolazione sono operativi i depuratori di Zaule a Muggia, Basovizza e Sistiana). Qualcosa come 80-100 mila metri cubi al giorno, fino a 150 mila in occasione di eventi che richiamano in città migliaia di persone (numeri che dall'inizio della pandemia sono rimasti invariati, a differenza di zone dove il calo importante del turismo o il blocco delle fabbriche hanno dimezzato la portata). Le acque reflue confluiscono qui dopo aver attraversato un sistema fognario fatto di 370 chilometri di condotte e 60 di canali e torrenti tombati, e vengono trattate, disinfettate e depurate, per poi essere rilasciate, attraverso due condotte sottomarine parallele di 7,5 chilometri, nel centro del golfo, grazie a 600 torrini che permettono una diffusione omogenea. «È qui che si sviluppa il dialogo con il mare - spiega Paolo Jerkic, responsabile impianti di depurazione per AcegasApsAmga -. Le tecnologie intelligenti permettono di calibrare in modo dinamico l'intensità del processo depurativo, in base ai dati che ci vengono forniti da Ogs e Arpa, che monitorano il mare: l'impianto modifica l'intensità dell'abbattimento di sostanze nutrienti delle quali il mare ha bisogno, come fosforo e azoto, per mantenere in equilibrio l'ecosistema». «In questo modo - evidenzia Andrea Cain, responsabile dell'impianto di Servola - più che ridurre l'impatto ambientale, possiamo governarlo. Questa caratteristica rende il depuratore unico: si è investito su questo aspetto perché il golfo di Trieste ha fondali bassi ed è abbastanza chiuso, andavano adottate soluzioni per rendere sempre più efficace e sostenibile il processo di depurazione». Il depuratore è enorme, eppure vi lavora solo una decina di persone, grazie all'alto livello di automazione e al sistema di telecontrollo, che consente all'impianto di rimanere "da solo" di notte, monitorato in remoto. Le stesse tecnologie avanzate sono state utilizzate per superare il problema degli spazi ridotti: qui si realizzano trattamenti che avrebbero necessitato di una superficie cinque volte più ampia. Ma come avviene il "viaggio" delle acque reflue dei triestini dalle case al mare? Il sistema fognario è composto da due collettori, quello di zona bassa e quello di zona alta (per le zone alte, come Cattinara), che fanno entrare i liquami nella parte originaria del depuratore, sotto la galleria di Servola. La portata media dell'acqua in ingresso è di circa 4 mila metri cubi all'ora, ma varia a seconda delle giornate e degli orari (le punte si toccano nelle prime ore del mattino). Qui avviene il trattamento primario: attraverso un sistema di griglie a maglie via via più strette si trattengono i materiali solidi, dai cerotti ai cotton fioc, fino a quelli della grandezza di un micron, e si separano gli oli e le sabbie. A questo punto le acque passano sotto la ferrovia attraverso una condotta e arrivano nella parte nuova dell'impianto, per il trattamento biologico. Qui le acque vengono depurate grazie a colonie di batteri che "mangiano" i composti organici e azotati trasformandoli in gas e sostanze innocue per il mare. Le acque entrano in 16 vasche nelle quali sono sospesi miliardi di microsfere in Biostyrene avvolte da una pellicola di batteri che aggrediscono gli inquinanti. In una seconda fase si replica il procedimento attraverso microsfere di Biolite. Si procede poi con un trattamento chimico-fisico e, infine, con la disinfezione, senza prodotti chimici, ma attraverso 240 lampade a raggi ultravioletti, che bruciano gli ultimi residui batterici prima che entrino in mare. La durata del "viaggio" casa-golfo? Circa 4 ore. All'interno dell'impianto, «che legge la città nelle acque», come ricorda il responsabile comunicazione AcegasApsAmga Riccardo Finelli, vi sono poi macchine che raccolgono i fanghi derivanti dai processi, le cui sostanze organiche vengono trasformate in biogas per ricavare energia elettrica. I fanghi vengono poi pompati al depuratore di Zaule e trasformati per uso agricolo.

Elisa Coloni

 

Abbandona mattonelle in strada: sanzionato - intervento della polizia ambientale

Il Nucleo di Polizia ambientale della Polizia Locale di Trieste è riuscito a individuare il responsabile di un abbandono di materiale edile in zona Campanelle. Tutto è partito dalla segnalazione di un residente; gli operatori hanno effettuato un sopralluogo, verificando l'effettivo abbandono di alcuni cumuli di mattonelle rotte. Da un'ispezione dei rifiuti sono riusciti a risalire al proprietario di un appartamento situato poco distante. Convocato in caserma, ha confermato la realizzazione dei lavori di ristrutturazione "in economia" avvalendosi di un suo conoscente, ma si è dichiarato estraneo all'abbandono del materiale, poiché se ne era occupato il suo conoscente. Gli operatori sono riusciti a risalire al responsabile, che ha ammesso l'abbandono del materiale. Per lui 600 euro di sanzione e l'obbligo di rimuovere immediatamente i rifiuti e smaltirli a norma di legge.

 

 

A Muggia partiti i lavori di manutenzione del verde pubblico - DA VIA MAZZINI A VIA SAN GIOVANNI
Muggia. Partiti, a Muggia, alcuni lavori di manutenzione del verde pubblico che riguarderanno, nello specifico, entrambi i lati di via Mazzini, il tratto compreso tra il civico 5 di via Tonello e il civico 1 di piazzale Curiel, il tratto di salita di Muggia vecchia compreso tra il numero 53 e l'antica porta del borgo medievale di Muggia vecchia, intitolata a Sant'Odorico, su entrambi i lati della carreggiata, e, infine, la zona adibita a parcheggio a lato dell'area gioco posta all'altezza dei condomini di via San Giovanni corrispondenti ai civici 14/a, 14/b e 14/c. I lavori dovrebbero concludersi entro il 15 aprile. Nel frattempo è stato istituito un divieto di sosta con rimozione forzata per tutti i veicoli nelle aree oggetto dei lavori di potatura e sfalcio. Con determina dirigenziale dello scorso 23 febbraio è stato deciso di affidare agli imprenditori agricoli Fabio Parovel e Giorgio Millo, entrambi di Muggia, il servizio di supporto al decespugliamento e pulizia delle aree verdi comunali fino al 31 dicembre 2021, per un importo totale di 66 mila 600 euro (dei quali 36 mila 600 a Parovel e 30 mila a Millo), mediante la stipula di una convenzione. Tra i compiti previsti la pulizia di tombini, bocche di lupo, chiusini e griglie stradali, quella di canalette e canali di scolo di acque, lo sfalcio dell'erba, il decespugliamento di cigli, scarpate e bordi stradali, oltre alla potatura completa di alberature consistente nel taglio di tutti i rami al di sotto di 4 metri, lo sfoltimento generale della chioma della pianta. Lavori al verde pubblico che da un po' di tempo sono oggetto di critiche sui social, soprattutto relativamente agli abbattimenti di alberi e alle potature, per alcuni troppo radicali.

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 6 marzo 2021

 

 

Villa Necker aperta alla città - Già 550 firme - la petizione
È stata illustrata ufficialmente ieri la petizione attiva su Change.org per riaprire al pubblico lo spazio verde di Villa Necker che fa parte oggi della sede del Comando militare dell'Esercito "Friuli Venezia Giulia", stretto tra via Belpoggio, viale Terza Armata e salita al Promontorio. L'ha lanciata nei giorni scorsi il Comitato "Ritorno al Parco", che si è costituito a novembre ma si è presentato appunto ieri alla stampa. «Il filo rosso che ci accomuna - così Giuliano Gelci, portavoce del comitato assieme a Margherita Sartorio Mengotti e Chiara Fabbretti - è abitare vicino al parco e per alcuni di noi averci vissuto e giocato 40 anni fa».A ieri la petizione ha già raccolto il favore di 550 persone, ha sottolineato un altro membro, Rino Lombardi. Una volta raggiunto un numero congruo di firme, il documento verrà consegnato al sindaco Roberto Dipiazza: «La senatrice Tatjana Rojc - ha sottolineato Gelci - ha già inviato una lettera al ministero della Difesa. Serve uno sblocco delle carte». Il comitato, è stato spiegato, si mette a disposizione per intervenire in maniera diretta e indiretta su pianificazione, programmazione e conduzione di questa riconosciuta isola di biodiversità, assieme anche ad alcune associazioni. L'obiettivo è anche reperire fondi europei per l'iniziale manutenzione straordinaria. «Il parco oltretutto è anche pericoloso, visto che poco tempo fa è caduto un albero vicino alla strada», ha concluso l'attore Maurizio Zacchigna, che ha recitato alcune letture come membro del comitato, di cui fanno parte anche Roberto Weber, Lucia Krasovec Lucas e Paola Comuzzi.

Benedetta Moro

 

 

Piano delle opere da 3,5 milioni - La costa di Muggia protagonista
La cifra più consistente, 1,3 milioni, ai lavori fra Porto San Rocco e Punta Olmi - Investimento di oltre 702 mila euro per la palazzina degli spogliatoi allo Zaccaria

MUGGIA. È di quasi 3 milioni e mezzo di euro la spesa prevista nel programma triennale delle opere pubbliche 2021-2023, approvato dal Consiglio comunale muggesano. La cifra più importante è quella destinata al secondo lotto della riqualificazione del tratto costiero muggesano: 1.316.000 euro totali che saranno investiti fra Porto San Rocco e Punta Olmi. Seguono gli 800 mila euro necessari alla tanto attesa riqualificazione funzionale dell'edificio di via Roma, che diverrà la prima sede delle associazioni muggesane. La primavera del 2021, dunque, dovrebbe vedere il progetto legato alla palazzina di proprietà comunale iniziare a concretizzarsi. È di 702.930,72 euro, invece, l'investimento a fronte del quale sarà realizzata la palazzina degli spogliatoi dello stadio Zaccaria, che può contare complessivamente sui 600 mila euro che il Comune è riuscito a ottenere dalla Regione nell'ambito della cosiddetta concertazione sulle intese con l'Uti Giuliana e su 102 mila euro da un finanziamento statale. Si concretizza, quindi, l'inizio dei nuovi lavori alla struttura di servizio del campo sportivo muggesano che, come sottolinea l'assessore ai Lavori pubblici Francesco Bussani, «ci permetteranno di realizzare finalmente gran parte di quanto avevamo pensato per quell'area. Il nostro impegno non si concluderà, però, con l'ottenimento di questo obiettivo: rimarranno poi da fare il campo piccolo e la pista di atletica».Infine, a fronte di una spesa di 285 mila euro, da quest'anno si interverrà anche nel recupero di un'area agricola in salita di Pianezzi, mentre 363.155,10 euro saranno invece messi in campo per la sistemazione di parte di piazzale ex Alto Adriatico, con un primo step di interventi da 150 mila euro quest'anno e una seconda più consistente tranche da 213.155,10 euro nel corso dell'anno successivo. «Molto resta ancora da fare - ha commentato Bussani - ma sono convinto che facendo le cose nei tempi e nei modi giusti, si possa rendere sempre più Muggia un posto a misura d'uomo, dove è bello vivere e dove è piacevole recarsi in visita». «Si è riusciti a portare avanti diversi importanti progetti - così il sindaco Laura Marzi - che nel corso dei prossimi anni porteranno alla conclusione di interventi già in corso e altri che, dopo la parte puramente burocratica, possono finalmente passare alla concretizzazione de facto andando di certo ad alzare ancor più l'asticella della qualità della vita dei nostri concittadini».

Luigi Putignano

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 5 marzo 2021

 

 

Tre firme per la svolta - Un ambasciatore porterà Porto vecchio nel mondo
Siglato da Dipiazza, Fedriga e D'Agostino il patto sul riuso dopo decenni di attesa - Una figura di alto profilo ne farà conoscere le opportunità a livello internazionale
Dopo decenni di tentativi andati a vuoto, la firma dell'Accordo di programma di ieri ha aperto la strada a uno sviluppo non più solo teorico del Porto vecchio. A farsene carico sarà l'ente nato dalle firme del sindaco Roberto Dipiazza, del presidente Fvg Massimiliano Fedriga e del presidente dell'Adsp Zeno D'Agostino: il Consorzio Ursus, il cui volto sarà un "ambassador", è stato rivelato ieri. Una figura di alto profilo incaricata di portare il verbo del Porto vecchio sullo scenario internazionale. La firma si è tenuta nel salone della Stazione idrodinamica. La pandemia impediva che il pubblico fosse quello delle grandi occasioni, sicché la cerimonia si è svolta in forma "privata": ad assistervi la stampa e gli uffici di Comune, Regione e Adsp che all'accordo han lavorato per mesi. A far da padrone di casa un sindaco Dipiazza in fibrillazione: «L'aereo che da tempo rullava sulla pista oggi decolla - ha dichiarato dopo i ringraziamenti di rito -. La variante esprime una visione chiara dell'assetto del Porto vecchio, al contempo è uno strumento flessibile, consente di dare libertà agli imprenditori, che conoscono i dettami dell'investimento meglio della pubblica amministrazione». Dipiazza ha sintetizzato le direttive di sviluppo, dall'espansione del centro storico alla parte turistico-nautica verso il mare e quella verde-sportiva a nord: «Il sistema misto che include tutti i magazzini storici è il cuore della variante, qui saranno ammessi commerciale, alberghiero e residenziale, al massimo al 70% per ogni magazzino». Il presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino ha aggiunto: «La valenza di quello che avviene oggi sta nella composizione del futuro Porto vecchio pensata dalla variante al Piano regolatore. Qui la storia che spira da tutte le pareti si unisce alla voglia di sostenibilità e innovazione della nostra pianificazione». Fondamentale per la guida dell'Adsp la nascita di Ursus: «Il pubblico oggi dà sostanza alla costituzione di un soggetto che finalmente lavorerà solo per il Porto vecchio. È la bella immagine di un'amministrazione pubblica che crea le condizioni perché il privato porti lavoro e ricchezza». Oggi, ha aggiunto, «è importante dare immagini di riferimento e penso che l'Ursus sia un'immagine potente, su cui vale la pena costruire».L'intervento più corposo, però, è stato quello del presidente Fedriga, che ha confermato l'intenzione della Regione di costituire una sede unica nei magazzini 2 e 4 e annunciato l'interessamento di Cassa Depositi e Prestiti per lo sviluppo dell'area: «Gli sforzi fatti finora in Porto vecchio sono tanti e grandi, ma sono stati tutti fatti entrando dalla finestra, per così dire. Con questa firma si apre la porta principale per attirare investimenti». Poche aree in Europa, ha proseguito, hanno questa potenzialità: «Sarebbe uno spreco non sfruttarla, anche perché l'interesse è grande». In questo contesto Fedriga colloca l'ingresso della Regione nel Porto vecchio, inaugurato dal prestito di 26 milioni al Comune e dall'accordo sui magazzini 2 e 4: «Stiamo portando avanti le procedure per spostare tutte le sedi all'interno dello scalo. Lo scopo è favorire gli investimenti, perché non ci limitiamo a mettere a posto due edifici, ma porteremo mille persone che renderanno vivo il tessuto del quartiere. Quando arriveranno le imprese, troveranno già un terreno pronto». La Regione sta discutendo del tema anche con Cassa Depositi e Prestiti che ha costituito una società assieme a Snam per finanziare a fondo perduto aree verdi di riqualificazione urbana: «Loro stessi ci hanno prospettato questa possibilità». Ora il Comune ha un mese di tempo per far approvare al Consiglio comunale la variante al Piano regolatore, e 60 giorni per costituire il Consorzio Ursus. Su chi occuperà le cariche apicali c'è ancora molto riserbo, ma il sindaco ha annunciato che il volto sarà per l'appunto un "ambassador": «Una figura di alto profilo che possa far conoscere questa occasione straordinaria a livello internazionale».-

Giovanni Tomasin

 

Luci e ombre per Russo - Consorzio già in ritardo e pochi fondi dal Comune»
Il "padre" della sdemanializzazione soddisfatto dei risultati ottenuti con il suo lavoro in Parlamento, ma teme il dilatarsi dei tempi
Preoccupazione per il dilatarsi dei tempi riguardanti la creazione della società di gestione e per i fondi a disposizione del Comune per la stessa. Sono i temi messi sul piatto da Francesco Russo a margine della firma dell'Accordo di programma.«Sono contento perché la mia legge ha reso possibile l'avvio di questa intesa - queste le parole del vicepresidente del Consiglio regionale - ma rimango perplesso sul tema della società di gestione che dovrà nascere per gestire la riqualificazione dell'area». Due cose, in particolare, non convincono il padre della sdemanializzaione del Porto Vecchio. «Nel 2019 Fedriga disse che in poche settimane si sarebbe costituita - ricorda - mentre oggi leggo che forse appena fra due mesi ci sarà la firma che la farà nascere. Un annuncio che suona chiaramente a campagna elettorale». L'altro aspetto che lascia perplesso l'ex senatore riguarda i fondi a disposizione della futura società. «Leggo che l'ente disporrà di 300 mila euro: 160 mila dal Comune e 70 mila a testa da Regione e Autorità Portuale. Ricordo però che, grazie a un mio emendamento, nel 2016 il governo Renzi aveva conferito un milione di euro al Comune per la creazione della società di gestione. Ora lo stesso Comune ne mette sul piatto solo 160 mila. Per quale motivo - si chiede Russo - i rimanenti 840 mila sono stati destinati ad altri capitoli di spesa? Intanto - conclude - speriamo che fra 60 giorni ci sia la firma della fondazione di questa società. Per vedere operativa la quale, però, toccherà aspettare la prossima amministrazione».--

Lorenzo Degrassi

 

Antonione senza rimpianti - «Ci avevamo visto giusto - Ora ottimismo e velocità»
L'ex sottosegretario forzista fu uno dei primi sostenitori del progetto - Nel 2004 tentò di avviare l'iter per riconvertire l'area con l'Expo
Soddisfazione e sguardo rivolto al futuro, senza rimpianti per quanto si sarebbe potuto fare già anni addietro e non fu fatto. È questo il pensiero di Roberto Antonione, segretario generale dell'Ince e, nel 2004, sottosegretario agli Esteri quando, in occasione della candidatura per l'Expo di quattro anni dopo, si fecero i primi tentativi per la sdemanializzazione del Porto Vecchio. «Bisogna sempre guardare in positivo - sottolinea Antonione - senza pensare a cosa si sarebbe potuto portare a casa 16 o 17 anni fa. La natura ci insegna che se un frutto si trova su un albero e non cade significa che non è ancora maturo, perciò penso che fosse necessario aspettare che i tempi lo diventassero». Guardare avanti con cognizione di causa, dev'essere questo ora il modus operandi di tutti gli attori in campo. «L'importante adesso è procedere con celerità - aggiunge l'ex senatore -. Quelli che all'epoca sostenevano la sdemanializzazione del porto possono solo avere la soddisfazione personale di averci visto giusto molto prima, ma è ben poca cosa rispetto a quanto ci prefiggiamo di avere nel prossimo futuro. È una firma molto importante - aggiunge - mi sembra si evidenzi un passo decisivo nella trasformazione di quella che abbiamo sempre considerato un'area strategica per lo sviluppo della città e della regione, anche se non ho elementi diretti per giudicare direttamente l'Accordo di programma a causa della situazione personale contingente, sono in quarantena in quanto positivo al Covid, seppure asintomatico. Ma penso che da oggi si possa guardare con soddisfazione e speranza al futuro del territorio».

L.D.

 

 

Aurisina e la mobilita' green: si punta su rotatorie e ciclabili

Il nuovo piano presentato in commissione: focus sulle rotonde per la baia e Duino

DUINO AURISINA. Intermodalità e ottimizzazione delle infrastrutture al servizio del trasporto pubblico e privato, a cominciare dalla realizzazione delle rotatorie di accesso a Sistiana mare e a Duino. E ciclopedonalità. Sono queste le parole d'ordine che rappresentano il fulcro del nuovo Piano urbano per la mobilità sostenibile, il cosiddetto Pums, che il Comune di Duino Aurisina sta predisponendo. Il documento redatto dalla giunta guidata dal sindaco Daniela Pallotta e frutto del lavoro congiunto di vari assessorati, è stato presentato nel corso della seduta della Seconda commissione consiliare, presieduta da Chiara Puntar, esponente della nuova formazione politica Alleanza per Duino Aurisina. «Un testo di partenza - ha precisato Massimo Romita, che è titolare in giunta, fra gli altri, degli assessorati a Viabilità e Ambiente - per una politica che punta proprio alla mobilità sostenibile. Elemento focale - ha aggiunto Romita - sarà l'intermodalita', perché nel nostro territorio ci sono due nodi ferroviari, a Visogliano e al Bivio di Aurisina, fondamentali per chi utilizza il sistema del "treno+bici", pratica che vogliamo favorire alla pari del trasporto intelligente, che consiste nell'agevolare l'informazione in tempo reale».Lorenzo Pipan, assessore ai Lavori pubblici, ha definito il Pums «uno strumento flessibile, con l'obiettivo di permettere un utilizzo sempre meno frequente dell'automobile. Il Piano sarà anche un provvedimento collettore - ha continuato Pipan - nel quale inserire tutte le iniziative che possono fare da corollario al concetto, sul quale insistiamo, della mobilità sostenibile».E lo stesso Pipan ha poi parlato della «necessità di inserire Duino Aurisina nella rete regionale dei percorsi cicloturistici e di collaborare, per la realizzazione del Piano, con gli altri enti: la Regione, i comuni confinanti e la Slovenia». Specifico il richiamo da parte di Pipan «all'integrazione del Pums con il piano antirumore». Forti anche i riferimenti al miglioramento della sicurezza sulle strade, «da attuare perfezionando la segnaletica», alla riduzione dell'inquinamento atmosferico, all'aumento dell'efficienza e della economicità dei trasporti, «perché Duino Aurisina - ha ricordato - è territorio di grande transito per e da Trieste».Non è mancata una critica da parte dell'opposizione, con Igor Gabrovec (Lista Insieme) in testa: «Questa amministrazione sforna continuamente progetti, ma di concreto non c'è moltissimo, eppure il centrodestra governa questo Comune da un quarto di secolo, fatta eccezione per la parentesi della giunta Kukanja». Un attacco al quale Puntar ha replicato così: «I cinque anni di Kukanja hanno portato il Comune sull'orlo del commissariamento. Ma al di là delle polemiche lo spirito che ci anima è quello della condivisione delle scelte con tutto il Consiglio e con la popolazione e della ricerca delle soluzioni tecniche e qualitative più adatte, tenendo in considerazione le esigenze che emergono dal basso».-

Ugo Salvini

 

 

 

IL LAUREATO - La tesi-indagine di Daniel sulla siccità e la foresta carsica.

Uno studio sulla siccità e il relativo impatto sulle foreste: ecco il tema della tesi di Daniel Marusig, 26 anni, laureato all'Università di Trieste in Ecologia dei cambiamenti globali. Il 26enne monfalconese ha indagato con sperimentazioni in laboratorio e sul campo un punto in particolare: alla luce dei nuovi cambiamenti climatici, in che modo il substrato roccioso contribuisce a conservare dell'acqua a favore della crescita della foresta carsica. Un lavoro particolare, terminato con un esito positivo, che ha vinto anche il premio "Eugenio Rosmann", il riconoscimento in ricordo di uno degli attivisti di punta del Wwf di Monfalcone. Da quali basi ha iniziato il lavoro? Sono partito dal dato di fatto che in ambiente carsico i suoli sono poco profondi, circa 20-30 centimetri di terra, per fare posto poi al substrato roccioso. Che cosa avete scoperto? Che si può trovare comunque una vegetazione rigogliosa in questo ambiente. Questo, perche la roccia carsica può essere anche molto porosa, grazie alla sua componente calcarea. In questo modo l'acqua che resta nella matrice rocciosa puo aiutare la vegetazione in eventi di siccità. Come ha condotto lo studio? Lo studio è stato diviso in una parte fisiologica e una parte di telerilevamento tramite i satelliti messi a disposizione dall'Unione Europea tramite il programma Copernicus, fatti apposta per il monitoraggio della vegetazione. Abbiamo anche rilevato delle misure in ambito geologico, effettuando delle scannerizzazioni con il georadar del sottosuolo dei boschi che abbiamo preso in considerazione. Abbiamo cosi visto l'aspetto in tutte le sue sfaccettature. Ho realizzato questa tesi con il contributo dei professori Andrea Nardini, Alfredo Altobelli, Luca Zini e il dottor Francesco Petruzzellis. Nella pratica? Con tre docenti abbiamo visto il problema da tre punti diversi. Con Nardini, fisiologo delle piante, abbiamo eseguito su due livelli delle misure fisiologiche sulle piante. Uno prevedeva la misura in bosco, il secondo la piantumazione in serra di frassini con breccia calcarea (roccia molto porosa) o dolomia (roccia piu compatta). L'obiettivo era di osservare variazioni di stress riconducibili al substrato. La tesi e stata pubblicata? E' stato pubblicato un primo articolo sulla rivista Forests del gruppo MDPI e poi uno sulla rivista New Phytologist, una rivista scientifica particolarmente prestigiosa pubblicata per conto della New Phytologist Foundation dall'azienda editoriale Wiley- Blackwell. Che cosa fa ora? Un dottorato di ricerca sempre in Scienze della vita a Udine con il professor Gemini delle Vedove. Mi sono focalizzato sull'Ecologia delle culture proteiche (legumi, quinoa ecc.). L'obiettivo e gestire l'agricoltura in modo più sostenibile anche in vista dei cambiamenti climatici. Il dottorato dura cinque tre anni. Qual e il suo obiettivo a breve termine? Per adesso m'interessa la carriera accademica in ambito ecologico e botanico, che permette di spaziare molto. Dopo la laurea sono stato ad esempio un anno all'università Cattolica, nella sede di Piacenza, e ho studiato gli aspetti botanici ed ecologici per quanto riguarda la vite e il nocciolo.

Benedetta Moro

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 4 marzo 2021

 

 

Residenze, hotel, negozi crociere e spazi verdi: Porto vecchio nel futuro - lo sviluppo dell'area
Oggi Comune, Regione e Autorità portuale firmano l'Accordo di programma sulla trasformazione dell'area. Le premesse per il quarto borgo del centro
Sulla carta, sono le premesse per il quarto borgo del centro di Trieste. Il Comune, la Regione e l'Autorità portuale firmeranno oggi l'Accordo di programma sul Porto vecchio alla Centrale idrodinamica. Il plico di cartine, tabelle e documenti che l'accompagna delinea la trasformazione del vecchio scalo asburgico in un nuovo quartiere. Prevede lo sviluppo dei magazzini storici in armonia con il centro (abitazioni, commercio e alberghi), una linea fronte mare destinata a nautica e alla crocieristica, un polo culturale e congressuale attorno al magazzino 26, e infine tutta la parte nord destinata allo sport e al verde. L'accordo promesso a fine 2019 e a lungo rimandato è ormai cosa fatta. La variante al piano regolatore, allegata al testo, ristruttura l'inquadramento normativo del Porto vecchio, rendendo possibile la vendita degli immobili che verrà affidata al Consorzio Ursus (vedi articolo a parte). Nella documentazione allegata si trovano anche i verbali delle riunioni tra gli uffici, e i botta e risposta fra gli enti riguardo questo o quell'aspetto normativo. Carte che spiegano, almeno in parte, come mai i tempi di approvazione si siano trascinati fino a oggi. Ma veniamo ai contenuti. L'area di pertinenza del Demanio marittimo arretra verso il mare, tenendo la linea di costa, i moli, il complesso Adriaterminal e alcuni edifici. Il gruppo principale dei magazzini asburgici rivolti verso la città (quelli compresi fra l'ingresso sud e gli edifici 17-18-19) dovrà svilupparsi senza grandi soluzioni di continuità rispetto al centro, seguendo i vincoli sui beni culturali. La categoria prevista prevede fino al 70% di residenziale, destinazioni alberghiere, commercio al dettaglio, servizi ma anche centri direzionali (con particolare attenzione alle attività digitali). Gli uffici hanno previsto maglie ampie, così da dare la massima flessibilità agli investitori. Fanno eccezione i magazzini 2 e 4, destinati al solo uso direzionale: sono quelli che la Regione si accinge a incamerare in seguito all'anticipo al Comune dei 26 milioni per le urbanizzazioni. Un accordo che, ricordiamo, ha sciolto l'antico nodo della concessione a Greensisam, che terrà in locazione i magazzini restanti 1a, 2a e 3. Il primo e l'ultimo, affacciati al golfo, avranno le stesse destinazioni potenziali degli altri magazzini storici. Sono gli unici, però, per cui è prevista la possibilità di un ampliamento. Il 2a, invece, rientra tra le "attrezzature per la viabilità e i trasporti", confermando le ipotesi di un parcheggio. Il viale inaugurato dai magazzini 2 e 2a è destinato ad "attrezzature per il verde, lo sport e gli spettacoli all'aperto". Tra le previsioni urbanistiche, c'è anche l'ipotesi di farvi passare un domani la cabinovia (tema su cui gli uffici regionali, in sede di confronto con il Comune, hanno mostrato qualche perplessità).Il nucleo di edifici attorno a magazzino 26, Centrale idrodinamica e centro congressi conferma la destinazione culturale, museale e sociale degli stessi. Proseguendo verso nord troviamo, verso monte, edifici e aree destinate al verde e allo sport (inclusa la potenziale piscina terapeutica), mentre a mare si prospetta un'area definita "costiera del Porto vecchio", a scopo ricreativo. Torniamo alle parti che restano in mano all'Adsp. Il molo IV e il molo III hanno destinazione "turistica nautica" e saranno collegati sulla linea di costa da un sistema di banchine pedonali. Il complesso di Adriaterminal avrà come scopo "portualità passeggeri, turistica e servizi connessi": ovvero un terminal crociere. Fuori dal demanio, avranno finalità "turistico nautiche" pure i magazzini 24, 25 e 30, affacciati sullo specchio d'acqua: lì saranno possibili servizi, alberghi, commercio. È previsto anche che i magazzini più recenti, privi di valore storico e architettonico, spesso malandati, possano essere eliminati ed eventualmente sostituiti da edifici coerenti con il contesto. Una volta firmato l'accordo, il Consiglio comunale avrà un mese di tempo per ratificarlo. Se questa visione possa davvero fare del Porto vecchio il quarto borgo del centro, dopo il Teresiano, il Giuseppino e il Franceschino di imperial memoria, saranno gli enti e il Consorzio Ursus a doverlo dimostrare.

Giovanni Tomasin

 

Partono cosi' i sessanta giorni di tempo per costituire il Consorzio di gestione.

L'Ursus si occupera' di alienazione e concessione degli edifici e di promozione sui mercati. Tre i componenti del Cda.

Firmato l'accordo, Comune, Regione e Autorità portuale avranno 60 giorni di tempo per costituire il Consorzio per la valorizzazione del Porto vecchio Ursus (Urban Sustainable System). Questo omonimo del leggendario pontone sarà incaricato di gestire le operazioni di alienazione e concessione dei magazzini. Dovrà quindi partire in fretta e, soprattutto, i tre enti soci dovranno trovare una dirigenza e una visione all'altezza. L'ente avrà un fondo di dotazione iniziale da 300 mila euro, 160 mila dal Comune e 70 mila rispettivamente da Regione e Adsp. Il contributo determina il numero di quote di ogni socio, sicché palazzo Cheba partirà con 160 quote, e gli altri enti ne avranno 70 ciascuno. Entro il 31 dicembre di ogni anno il Consorzio dovrà approvare un "Piano di valorizzazione operativo", che servirà da programma per la dismissione o la concessione delle aree e degli immobili del Porto vecchio per il successivo triennio. Ma l'ente si occuperà di ogni aspetto della riqualificazione dell'area, compresa la sua pubblicizzazione e proposta sui mercati. La cabina di regia sarà l'Assemblea consortile, composta da un rappresentante per ognuno dei soci. Avranno un potere di voto proporzionale alla percentuale di quote del consorzio detenute. L'Assemblea si riunirà almeno due volte l'anno, tra le altre cose approverà i piani di valorizzazione e nominerà i vertici del Consorzio (Cda, presidente, vicepresidente). Per la partecipazione alle sedute dell'Assemblea non sono previsti indennità, compensi o rimborsi spese: in compenso deciderà l'entità dei compensi per i tre membri del Cda, per il direttore e il revisore dell'ente. Il Cda è il vero organo di gestione. I consiglieri saranno scelti ognuno da un socio e avranno incarichi di durata quadriennale. Lo Statuto richiede che abbiano «esperienza amministrativa, imprenditoriale o professionale nel settore della valorizzazione dei patrimoni immobiliari pubblici e/o privati», con almeno 5 anni di attività apicali in amministrazioni pubbliche o in organismi privati. Il Cda avrà nel concreto il compito di gestire la vendita o la concessione degli spazi, e nominerà il direttore del Consorzio, che si occuperà della macchina dell'ente. Tra i suoi fini, il Consorzio ha anche «massimizzare le risorse economiche da destinare all'Autorità di sistema portuale per gli interventi di infrastrutturazione del Porto nuovo e delle nuove aree di punto franco», come previsto dalla legge di sdemanializzazione dello scalo. A tal proposito spetterà ad Ursus anche stabilire quale percentuale degli introiti andrà al Comune che, facendo da "operatore immobiliare" per l'Adsp, ambisce a una parte di quel 100% che la legge destinerebbe alla Torre del Lloyd.Nel concreto chi si sobbarcherà tutto questo lavoro? Recita lo Statuto: «Per lo svolgimento delle proprie funzioni il Consorzio si avvale di personale, dirigenziale e non, messo a disposizione da ciascuno dei soci, che ne sostengono i relativi costi». Last but not least, i termini dell'Accordo di programma prevedono, letteralmente, che «anche in virtù del suo nome» il Consorzio si faccia carico anche del suo celebre omonimo, che torreggerà un giorno sulle acque davanti al Porto vecchio. --

G.Tom.

 

 

Ogs conferma Del Negro direttore generale - «Buona scienza e lavoro stabile le priorità»
La ricercatrice friulana, nominata per un altro quadriennio al vertice dell'ente triestino, fissa gli obiettivi da qui al 2025
«Ogs deve essere un ente in cui si fa buona scienza e si creano posti di lavoro. Questo è per me l'obiettivo più importante». Parola di Paola Del Negro, riconfermata direttore generale dell'Istituto nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale per il quadriennio 2021-2025. L'Istituto scommette dunque ancora una volta sulla scienziata friulana, laureata in Scienze biologiche, componente del Collegio di dottorato in Biologia ambientale dell'Università di Trieste. Correlatore di 40 tesi sperimentali, vanta una lunga esperienza come ricercatrice anche al Laboratorio di Biologia marina, è stata prima direttore della Sezione di ricerca di Oceanografia di Ogs e poi, nel 2018, direttore generale dell'ente, nomina riconfermata ieri. Di particolare interesse sono i programmi di ricerca nazionali e internazionali, nonché i progetti europei che hanno visto Del Negro assumere anche l'incarico di coordinatore. Sono, infatti, oltre 30 le campagne cui ha preso parte nel mare Adriatico, mentre tre quelle nel mare di Ross (in Antartide) in cui ha svolto il ruolo di responsabile dell'unità operativa.«La conferma di Paola Del Negro attesta quanto per Ogs sia fondamentale garantire le stesse opportunità a uomini e donne nelle posizioni di governance - afferma Nicola Casagli, presidente dell'Ogs -. Inoltre l'ente potrà avvantaggiarsi delle sue competenze ed esperienza già maturate come direttore generale». Del Negro ringrazia per la fiducia che le è stata accordata e spiega che nei prossimi anni proseguirà le attività avviate nel corso del suo primo mandato, «che si era aperto nel 2018 - ricorda - con la formalizzazione delle stabilizzazioni di 35 persone. Una grande soddisfazione per me: è uno dei processi che mi piacerebbe portare avanti. Il personale complessivamente impiegato è di 300 persone, quasi al 50 per cento donne e, soprattutto negli ultimi anni, abbiamo avuto molti studenti di dottorato provenienti da università estere. È un ottimo segnale, che va nella direzione di consolidare Ogs come fonte di lavoro di qualità». Sulla questione di genere nella scienza spiega: «C'è ancora lavoro da fare, perché le donne nelle posizioni di vertice non sono molte, quindi sono doppiamente contenta per questa mia nomina». Poi aggiunge: «Lavorerò anche per favorire l'integrazione del comparto amministrativo con quello della ricerca, al fine di rafforzare lo spirito di appartenenza al nostro ente che ricopre un ruolo strategico perché unisce le competenze su terra e mare».

Elisa Coloni

 

 

 

 

IL PICCOLO - MERCOLEDI', 3 marzo 2021

 

 

Il Lido di Staranzano fino a Punta Barene fa i conti con la plastica
Accanto ai rami e ai detriti scaricati dalla foce dell'Isonzo a preoccupare è il materiale da pesca con boe e polistirolo
STARANZANO. È di nuovo invasa da una valanga di rifiuti la costa che si allunga dal Lido di Staranzano fino a Punta Barene e alla Riserva regionale della Foce Isonzo-Isola della Cona. Accanto a elementi naturali come tronchi, rami e detriti scaricati dall'Isonzo, si aggiungono bottiglie di plastica e vetro. Ma il vero problema riguarda il materiale da pesca quali boe, reti di plastica, cassette e imballaggi di polistirolo, portato a riva dalle mareggiate. È vero che il 14 marzo è già programmata una pulizia di diverse aree della Riserva, ma si leva un coro di proteste di visitatori a difesa di un'oasi naturalistica di livello internazionale che si presenta con questo brutto biglietto da visita. A far sentire la sua voce è in particolare Alessandro Mazzoli, docente monfalconese di Italiano, Storia e Geografia che insegna in un istituto pordenonese il quale, la scorsa domenica, assieme ad altre persone è andato in visita all'Isola della Cona percorrendo quasi l'intero tratto dell'argine che porta fino a Punta Spigolo. «I temi di natura ambientale - afferma Mazzoli - mi sono cari da tempo. Se un turista italiano o straniero francese, tedesco o sloveno visita questi posti, trovando questo orrendo spettacolo, come parlerebbe della Cona? In primo luogo non tornerebbe più parlandone negativamente con tutti quelli che conosce. Non è accettabile che una delle più belle oasi si trovi in queste condizioni». Secondo il docente la prevista pulizia è una cosa positiva e meritoria però non basta. «Credo che ci siano problemi di natura strutturale e organizzativa nel senso che per tenere in ordine la Riserva, non si può fare affidamento solo su una pulizia saltuaria. Puntare sull'ottimo lavoro dei volontari - sottolinea - è solo una misura tampone e poco efficace. Tanto più ci vuole personale qualificato per tirare su del materiale come le boe. Al danno alla salute della flora e della fauna, poi, si aggiungono quelli dei cavalli che si trovano a mangiare letteralmente del polistirolo. È un danno d'immagine per la nostra regione».Una situazione critica anche per il Lido che, ciclicamente, deve bonificare l'area. Intanto alcuni buontemponi, con tronchi e rami, hanno costruito una capanna indiana...

Ciro Vitiello

 

Rogos pronta a ripulire chiama tutti i volontari - domenica 14 marzo
STARANZANO. La Rogos, cooperativa che ha in gestione la Riserva della Foce Isonzo e la Sbic, Stazione biologica dell'Isola della Cona, suonano la carica con largo anticipo per dare modo a tanti di organizzarsi per "ramazzare" l'area partecipando a una pulizia di circa 8 ore programmata per domenica 14 marzo con inizio alle 9. Per aderire basta inviare una mail all'indirizzo info@rogos. it con il proprio nominativo e un recapito telefonico, mentre il luogo di ritrovo verrà comunicato agli iscritti via mail. Sono invitati solo gli adulti equipaggiati con un abbigliamento comodo, stivali di gomma, guanti da lavoro. La Rogos provvederà a fornire il pranzo al sacco a tutti i volontari.«L'area naturalistica ha bisogno di noi - spiegano i promotori - perché l'arrivo dei rifiuti nella Riserva rappresenta solo uno stadio intermedio in quanto se non raccolti possono entrare nella catena alimentare causando danni ancora maggiori all'ecosistema. Per questo motivo la sensibilizzazione del pubblico è fondamentale per arginare e bloccare il problema sul nascere, ma in attesa di una maggiore presa di coscienza da parte di coloro che ancora abbandonano materiale vario in zone dalle quali viene poi trasportato in giro, dobbiamo provvedere a smaltire quanto già si trova sulle sponde". L'evento a numero chiuso, avviene nel rispetto delle normative relative all'emergenza Covid-19. La partecipazione è gratuita e diventerà effettiva solo al ricevimento della conferma da parte dello staff della Rogos. La pulizia sarà anche un'occasione per compiere osservazioni sulla fauna dell'area protetta.

CI. VI.

 

 

Da piazza Libertà a Servola: 1.100 nuovi punti luce in città
Per Comune e Hera interventi per quasi tre milioni: nella lista anche via Giulia, Porto vecchio e Barcola. Nei prossimi mesi si opererà a Monte Grisa
Quasi 3 milioni di euro, oltre 1.100 punti luce rinnovati da inizio 2020 a fine marzo 2021, che porteranno a una riduzione dei consumi del 50%, e un ulteriore milione e 200 mila euro già previsti per altri interventi, tra i quali quello di Monte Grisa, segnalato più volte dai cittadini. Questo in sintesi l'impegno del Comune sul fronte della manutenzione straordinaria degli impianti di illuminazione pubblica, con un piano presentato ieri dall'assessore ai Lavori pubblici Elisa Lodi, insieme al direttore di Strade e Verde Andrea de Walderstein, al responsabile Giorgio Tagliapietra e ai rappresentanti di Hera Luce Diego Radin e Fabio Bortolini. In molte delle zone su cui si sono concentrati i lavori, sono state recepite le richieste pervenute dalle circoscrizioni e dai residenti. «Abbiamo investito - ricorda nel dettaglio l'assessore - 2 milioni e 900 mila euro, per migliorare i punti luce attuali e per provvedere alla sostituzione di quelli obsoleti, garantendo il massimo efficientamento energetico e la sicurezza sia in zone periferiche che centrali, a tutto beneficio dei cittadini. Per i prossimi mesi - prosegue - abbiamo già stanziato un ulteriore finanziamento di 1 milione e 200 mila euro, che ci consentirà di realizzare altri interventi di manutenzione straordinaria della rete d'illuminazione. Tra i progetti già approvati - ricorda ancora - ci sarà anche quello relativo a Monte Grisa, che ormai da tempo i cittadini ci chiedevano». Tra le anticipazioni di Lodi anche una maggior attenzione riservata in futuro agli attraversamenti pedonali, per i quali verranno previsti, anche in questo caso, sistemi di illuminazione moderni, per rendere i passaggi più visibili, anche con pannelli a led, lampeggianti, chiaramente evidenti da entrambi i lati della carreggiata. Tutti i punti luce sono realizzati con un'alta percentuale di materiali riciclabili, grazie ai quali sarà possibile il recupero della maggior parte delle materie prime al termine della vita utile degli impianti, una novità che va nella direzione dell'economia circolare e della tutela dell'ambiente. Lungo l'elenco delle vie e delle zone interessate dagli interventi, tra le tante via Giulia, piazza Libertà, Porto vecchio, Barcola, viale XX Settembre, l'area di villa Revoltella, le strade di Servola e via Modiano. Alcune opere poi sono previste nelle prossime settimane, come ad esempio nel rione di San Vito e in quello di San Giacomo. Durante l'incontro di ieri è stato ricordato infine che, in caso di malfunzionamenti o guasti agli impianti di illuminazione pubblica o ai semafori cittadini, affidati in gestione dal Comune ad Hera Luce, è disponibile il numero verde 800.498.616, gratuito da rete fissa e mobile, attivo ogni giorno, 24 ore su 24.

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - MARTEDI', 2 marzo 2021

 

 

Scienziati in allarme per l'invasione delle noci di mare nell'Adriatico
Paolo Paliaga, docente all'Università di Pola: «Con la temperatura del mare in rialzo c'è da attendersi una massiccia proliferazione»
POLA. La comunità scientifica rilancia l'allarme per la minaccia che incombe sul fondo del mare e di conseguenza sulla pesca e sul turismo nell'Alto Adriatico in seguito al diffondersi della noce di mare (Mnemiopsis leidyi), un invertebrato innocuo per l'uomo che assomiglia molto alla medusa ma non lo è. Il fenomeno viene tenuto sotto costante osservazione da parte di una task force formata tre anni fa da studiosi italiani, sloveni e croati che da allora sono impegnati nella ricerca di un rimedio che scongiuri in Adriatico i danni già causati da questo organismo in altre parti del mondo, dal Mar Nero al Baltico e al Caspio.Sotto accusa sono anche le acque di zavorra, che servono a stabilizzare una nave in navigazione e durante le operazioni di carico e scarico delle merci: si tratta di acque che vengono prelevate di solito sotto costa o nel porto e, una volta che la nave arriva a destinazione, scaricate: attraverso di esse possono transitare e dunque arrivare diverse specie non indigene. La noce di mare è stata avvistata per la prima volta nel Mediterraneo nel 1982 e nell'Adriatico - golfo di Trieste compreso - nel 2005. Ma solo nell'estate 2016 se ne è verificata una vera esplosione demografica, con presenze massicce nella laguna di Marano e Grado, lungo il litorale ovest dell'Istria e tutte le coste adriatiche italiane, fino a Pescara. In una intervista rilasciata all'agenzia di stampa croata Hina in questi giorni, Paolo Paliaga, docente alla Facoltà di Scienze naturali nell'Ateneo istriano di Pola, ricorda che la noce di mare proviene originariamente dalla costa sud orientale degli Stati Uniti d'America e dal Golfo del Messico. E anche quest'anno, «nel caso che a fine primavera o all'inizio dell'estate l'acqua del mare si riscaldi sensibilmente - ha sottolineato Paliaga - c'è da attendersi una massiccia proliferazione dell'organismo, una vera e propria esplosione demografica» in Adriatico e in particolare «lungo la costa occidentale dell'Istria». La minaccia per la pesca è rappresentata dal fatto che questi invertebrati lunghi fino a 12 centimetri divorano uova e pesci piccolissimi rendendo sempre più povere le acque adriatiche: in pratica alterano lo sviluppo della catena alimentare, perché sottraggono cibo a molti pesci, come acciughe e sardine, e ne predano uova e larve. Inoltre si adattano facilmente in tutti gli ambienti e a diverse salinità. Per di più sono organismi ermafroditi con un'impressionante capacità riproduttiva: un solo individuo può produrre migliaia di uova al giorno. E non hanno nemici naturali per cui possono svilupparsi indisturbatamente. Facilmente intuibili poi i danni per il turismo: non può essere piacevole tuffarsi in un mare dove proliferino questi organismi. Cosa fare dunque per neutralizzare o perlomeno arginare la minaccia? Già tempo fa, in Croazia, i tre sindaci di Parenzo, Rovigno e Cittanova avevano avviato una collaborazione dei rispettivi Comuni mirata al monitoraggio e alla ricerca, comprendendo l'Istituto di Agronomia e Turismo di Parenzo e lo stesso Paliaga. Gli studiosi croati e sloveni dell'Istituto oceanografico Rudjer Boskovic di Rovigno e della Stazione di biologia marina di Pirano collaborano da tempo con l'Ogs (Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale) di Trieste, che peraltro qualche tempo fa aveva ideato una app per contribuire alla raccolta d'informazioni sugli avvistamenti delle noci di mare.

Valmer Cusma

 

 

Le isole croate puntano sulle energie rinnovabili - Nuovi fondi dall'Ue - il progetto comunitario
Fiume. A Bruxelles è stato dato il via alla seconda fase del progetto di transizione energetica delle isole che fanno parte dell'Ue, piano attuato da un consorzio guidato dall'azienda belga 3E, specializzata in programmi di energia rinnovabile. Nei prossimi due anni, il consorzio attuerà le linee guida dettate dalla Segreteria per le Isole comunitarie, l'organismo della Commissione europea fondato su iniziativa del socialdemocratico Tonino Picula, eurodeputato croato nativo di Lussinpiccolo. Grazie al suo impegno, alla Segreteria sono andati 2 milioni, quale contributo per realizzare l'iniziativa intitolata Energia pulita per le isole dell'Europa comunitaria. La prima fase, attuata con successo, ha riguardato cinque isole del Quarnero e della Dalmazia: Cherso, Lussino, Brazza, Curzola e Lesina. Le amministrazioni di queste isole hanno preparato negli anni scorsi piani di transizione energetica (il passaggio da fonti energetiche non rinnovabili a quelle rinnovabili e sostenibili), che potranno venire candidati all'ottenimento di mezzi attinti da fondi comunitari. Per il procedimento di candidatura quale partner regionale è stata scelta l'associazione croata Pokret otoka (Movimento isole). Dall'Ufficio di Picula è stato diffuso il comunicato in cui si afferma che la Segreteria per le Isole comunitarie si impegnerà nel 2021 e l'anno dopo nell'appoggiare quelle isole che non avevano aderito alla prima fase, indirizzando le amministrazioni verso progetti che si prefiggono di sostituire i combustibili fossili con solare, vento, pioggia, maree, onde ed energia geotermica. Alla prima fase avevano aderito 26 isole. Lussino, Cherso, Lesina, Curzola e Brazza erano state scelte perché giudicate idonee alla transizione energetica.

A. M.

 

 

La senatrice DEM - Rojc scrive al ministro: riaprire villa Necker
Il Pd fa sapere che la senatrice Tatjana Rojc ha scritto al ministro della Difesa Lorenzo Guerini per sollecitare lo sblocco delle pratiche che permetterebbero ai triestini di tornare a fruire dello storico parco che circonda Villa Necker, attualmente sede del Comando militare dell'Esercito "Friuli Venezia Giulia". Rojc auspica che gli uffici del ministro «possano intervenire presso il Demanio e sbloccare una situazione ferma da anni».

 

 

 

 

IL PICCOLO - LUNEDI', 1 marzo 2021

 

 

Le rane in cammino dal Carso verso il mare protette dai volontari che rallentano le auto
Gli esperti della Rogos e i Tutori zone umide hanno accompagnato gli escursionisti tra gli stagni raccontando la loro attività serale
C'è un microclima che sta peggiorando, perché è negativamente condizionato dai sempre più frequenti e improvvisi mutamenti delle condizioni atmosferiche, che mettono in difficoltà le specie animali locali. È questo il quadro emerso ieri agli occhi del nutrito gruppo di escursionisti che hanno aderito all'iniziativa denominata "La marcia degli anfibi" - organizzata con i contributi del Comune di San Dorligo della Valle e della Regione e proposta dalla Rogos, la cooperativa sorta nel 2006 per studiare, gestire e comunicare le meraviglie degli ambienti naturali della Venezia Giulia - svoltasi sul versante che da Pese scende verso Draga Sant'Elia. È qui che si sono dati appuntamento - per svelare le meraviglie del Carso - quei volontari che in questo periodo, muniti di giubbini catarifrangenti, girano di sera lungo le strade che dal Carso scendono verso il mare facendo rallentare le auto ed evitando così la strage delle rane in cammino. «Un esempio recente di questo microclima che danneggia il corso della vita di diverse specie - ha spiegato Gaia Fior, consulente scientifica dell'Associazione tutori degli stagni e delle zone umide del Friuli Venezia Giulia, che collabora con la Rogos - si è avuto in occasione del crollo delle temperature di pochi giorni fa, che ha fatto seguito al primo accenno di primavera. Rane e rospi erano usciti attirati dal primo tepore del 2021 e si sono trovati spiazzati quando l'acqua degli stagni si è tramutata in ghiaccio, provocando la morte di alcuni esemplari. Ma una morìa ben più diffusa delle rane e dei rospi che vivono in questa zona - ha ricordato l'esperta - si registrò lo scorso anno, in coincidenza con il primo lockdown, quando ci fu un lungo periodo di totale assenza di piogge, proprio nel momento dell'anno nel quale questi anfibi escono dal letargo invernale. La difficoltà nel trovare l'acqua decretò la morte di molti esemplari».L'occasione di ieri è stata ideale anche per focalizzare l'attenzione su quello storico patrimonio rappresentato dai 122 stagni censiti, che caratterizzano il circondario di Trieste e che, per decenni, funsero da serbatoio naturale della famose "jazere". «In alcuni punti - ha sintetizzato Fior - si crearono, nel tempo, numerosi bacini d'acqua, di poca profondità e contenuta dimensione, accanto ai quali i contadini scavarono grandi pozzi, poi rivestiti in pietra. Nel periodo invernale, l'acqua degli stagni ghiacciava e coloro che si dedicavano a questa attività staccavano i pezzi di ghiaccio che si formavano negli stagli e li sistemavano nelle "jazere", coprendoli per conservarli e poi rivenderli. Il prezzo era molto elevato, perché in quell'epoca poter conservare cibi e bevande con il ghiaccio era motivo di ricchezza. Sembra che un chilo di ghiaccio valesse quanto una corrispondente quantità di carne. Ho notevoli dubbi invece sull'autenticità dei racconti in base ai quali una parte del ghiaccio fosse rivenduta addirittura in Egitto, dopo una lunga traversata via mare». Ma ieri, come si è detto, si è anche fatto il punto su una delle principali attività dell'Associazione tutori stagni e zone umide del Fvg, di cui è presidente Carlo Fonda, che prevede la salvaguardia di rane e rospi i quali, in questa stagione, attraversano le strade della parte bassa del territorio di San Dorligo per raggiungere le aree più umide e gli stagni più vicini al mare. «Ogni anno sono decine di migliaia gli animali, tra i quali appunto rospi e rane dalmatine - hanno spiegato Fior e Fonda - che percorrono svariati chilometri per raggiungere gli stagni e che in questo tragitto si trovano a incrociare tratti stradali dove possono rischiare di venir travolti. Noi andiamo sulle strade specie di sera, facendo un lavoro di segnalazione, per evitare che il passaggio dei mezzi in transito comporti vere e proprie stragi».

Ugo Salvini

 

In primavera aumentano i rischi di investire animali selvatici. A chi rivolgersi in caso di incidente

La convivenza tra uomo e animale selvatico non sempre è facile, gli esempi di questi "incontri-scontri" formano una lunga lista e riguardano tra gli altri lupi, orsi, cinghiali e così via. Si tratta di momenti che diventano particolarmente problematici quando si verificano nei pressi delle zone abitate e lungo le strade. Tra gli animali che sulle strade fanno una brutta fine ci sono, senza dubbio, gli anfibi: nelle notti tra febbraio e aprile rane, rospi, salamandre, raganelle, tritoni iniziano la loro transumanza in direzione degli specchi d'acqua al fine di deporre le uova e fecondarle. Durante questo tragitto, però, molti perdono la vita nel momento in cui tentano di attraversare la carreggiata, schiacciati dalle macchine in transito. Per consentire agli anfibi, ma anche a tutti gli animali selvatici di muoversi in sicurezza, Guido Iemmi, responsabile dell'associazione animalista Lav Fvg spiega che possono esserci alcune soluzioni: «Ci sono dei progetti "intelligenti" che prevedono lo sviluppo di appositi sensori che, in caso di concreta possibilità di collisione, allertano il guidatore e dissuadono gli animali». Inoltre si possono creare "corridoi ecologici", cioè ponti e tunnel in grado di consentire il passaggio alla fauna selvatica. La primavera è alle porte e, con il suo arrivo, si risveglia la Natura: gli animali selvatici inizieranno a breve a uscire dai boschi e magari "invadere" le strade. E, purtroppo, anche a venire investiti. Ma l'imprevedibilità degli animali non può considerarsi l'unica responsabile degli incidenti: gran parte della colpa è imputabile al mancato rispetto delle norme di circolazione, alla superficialità e alla poca attenzione da parte degli automobilisti. Sui social sono innumerevoli le storie che vedono protagonisti animali selvatici incidentati ritrovati agonizzanti o senza vita a bordo strada. Il servizio a cui compete il soccorso della fauna selvatica coinvolta in sinistri è l'unità periferica di Trieste del Corpo forestale regionale, contattabile allo 040-3775826. Anche la Polizia locale, attraverso la sua pagina Facebook "Agente Gianna", offre la sua assistenza: in caso di bisogno, chiamare il "112", numero unico per tutte le emergenze o la Sala operativa della Polizia locale al numero 040-366111. In alternativa c'è anche la ditta Arca, autorizzata dalla Regione, reperibile al 345-2556155. Allo scopo di accelerare i tempi, i cittadini possono portare privatamente gli animali bisognosi di cure al Centro di recupero dell'Enpa di via Marchesetti 10/4, aperto ogni giorno dalle 8 alle 20. In questo periodo di emergenza, la struttura rimane chiusa al pubblico: prima quindi telefonare allo 339-1996881, numero attivo tutti i giorni dell'anno. La segreteria dell'Enpa invece, risponde al numero 040-910600, dal lunedì al venerdì, dalle 14 alle 20.

Nicole Cherbancich

 

 

Per il servizio civile si fanno avanti 398 ragazzi triestini: in palio 214 posti
Adesione molto ampia a al nuovo bando per un'esperienza in campo sociale
Sono 398 le domande presentate dai ragazzi triestini per partecipare al servizio civile 2021, a fronte di 214 posti disponibili. Un boom di richieste, dettato da vari fattori, tra i quali anche la possibilità di trovare un impiego, seppur a tempo determinato. Il bando si è chiuso il 17 febbraio, rivolto a giovani tra i 18 e i 28 anni, che ora si preparano alle prossimi fasi, in particolare al colloquio con i responsabili dei vari progetti.«Trieste risponde sempre positivamente - commenta Alberto Meli, coordinatore di Infoserviziocivile Friuli Venezia Giulia - rispetto al resto della regione anno dopo anno è sempre più sensibile, sia come numero di progetti, sia come partecipazione. C'è comunque, soprattutto in questi tempi di pandemia e crisi economica, anche la componente occupazionale, che risulta molto forte. Mentre alcuni settori lavorativi vivono evidenti problemi, il servizio civile invece è una macchina che non si ferma, è chiaro quindi che gli introiti previsti possano risultare interessanti per i giovani». Il servizio civile prevede un impegno di 12 mesi, per 25 ore settimanali, con un assegno mensile di 439,50 euro. Serve però dimostrare un reale interesse.«Siamo nella fase dei colloqui - prosegue Meli - una chiacchierata che per il 40% punta sulla valutazione dei titoli che la persona possiede e per il 60% sulla motivazione. Si considera, in pratica, quando realmente un ragazzo vuole dedicarsi a ciò che ha richiesto». Secondo una circolare nazionale, i colloqui si possono fare in presenza solo se i giovani si presentano con un tampone negativo, altrimenti la soluzione è per la conversazione da remoto, con un collegamento online. Molti hanno chiesto di poter lavorare con i disabili. «L'assistenza in generale è l'ambito più gettonato - ricorda Meli - sia nei confronti di persone con handicap, sia come supporto agli anziani. Le altre categorie, nelle quali si inseriscono i vari progetti, sono la promozione culturale, l'animazione e la tutela ambientale, tutti inseriti in enti pubblici o del privato sociale. C'è, ad esempio, il doposcuola per i bambini o l'animazione nelle case di riposo, anche se al momento, causa Covid, ci sono ovviamente alcune limitazioni».Scade oggi invece il bando per gli enti che vogliono presentare progetti di servizio civile solidale destinati ai minorenni, esperienza unica in Italia e finanziata esclusivamente da fondi regionali.

Micol Brusaferro

 

 

 

 

IL PICCOLO - DOMENICA, 28 febbraio 2021

 

 

Fiab critica costi e rischi della ciclabile sull'Ospo - il progetto di collegamento con la Parenzana
MUGGIA. Torna sugli scudi la ciclabile da Muggia all'Ospo. Per la sezione rivierasca di Fiab Ulisse - così recita una nota diffusa ieri - il progetto della pista ciclabile che parte dalla rotatoria dell'Ospo e si sviluppa appunto in direzione Muggia, i cui lavori dovrebbero iniziare tra poco, non rispetta la normativa vigente. Il tratto in questione, nel progetto iniziale, doveva collegare il porto di Muggia fino alla Parenzana nell'ambito della ciclovia di interesse regionale Adriatica, la cui realizzazione prevedeva una spesa di 140 mila euro finanziati dalla Regione. Ma ora che l'opera è stata appaltata - spiega ancora la nota - l'intero finanziamento sarà impiegato per realizzare solo un quarto del percorso previsto, con una spesa al metro lineare di quasi 400 euro: «Una follia - sottolinea Jacopo Rothenaisler referente di Fiab Muggia - per 360 metri da realizzare su marciapiedi», senza un percorso a se stante rispetto alla strada. Nel merito delle scelte operate dal Comune di Muggia, Fiab aveva già espresso il proprio dissenso per «l'elevato costo, la pericolosità del tracciato e la sostanziale inutilità di un'opera realizzata secondo questi criteri». «Si deve smettere - sottolinea a sua volta l'ex assessore Marco Finocchiaro da socio Fiab - di progettare percorsi ciclabili che mettono in pericoloso conflitto pedoni e ciclisti e che non servono a promuovere né il ciclismo urbano né il cicloturismo».

LU.PU.

 

 

Eurotech trasforma le api in sentinelle ambientali: così l'alveare intelligente potrà salvare il clima
Il gruppo informatico ha ideato un dispositivo da piazzare sul torace degli insetti. Collaborazione con due scuole di Gradisca e Staranzano
Sulla Terra circa 200 milioni di anni fa non c'erano né fiori né api. Oggi, nel 2021, l'intera vegetazione del pianeta e 3/4 delle colture importanti per la nostra alimentazione, hanno bisogno degli insetti impollinatori per continuare a vivere. Le api però stanno soffrendo e le cause sono tante: agricoltura intensiva, utilizzo smodato di pesticidi, invasione di parassiti e virus patogeni, inquinamento, cambiamenti climatici. Le api ci dicono che la temperatura è alta ed è ora di invertire la rotta. Un minuscolo dispositivo posto sul torace degli insetti per tutelare la loro salute e monitorare il loro comportamento in tempo reale è l'idea nata da Eurotech, multinazionale tecnologica friulana con sede ad Amaro (oltre 100 milioni di fatturato nel 2019), insieme agli studenti della V elettronica dell'istituto Itt Guglielmo Marconi di Staranzano e dell'Istituto Tecnico Agrario Giovanni Brignoli di Gradisca d'Isonzo all'interno del progetto Genki, acronimo per "Global environment network, knowledge and involvement - dal dato alla consapevolezza", attuato da alcune scuole della regione in collaborazione con Lega Ambiente Fvg che ha previsto, tra le altre cose, anche l'installazione nelle scuole coinvolte di centraline con sensori sofisticati per il rilevamento di gas, inquinanti e non, presenti nell'aria, sempre messe a punto da Eurotech che permette ad esempio di misurare le quantità di anidride carbonica, anidride solforosa, polveri sottili. I dati raccolti confluiscono poi sul web con la possibilità di leggerli e a disposizione del territorio e delle persone. A ciò si aggiunge un altro tassello grazie all'alveare intelligente che darà informazioni sull'effetto dell'ambiente sulle api stesse, monitorando i loro movimenti all'esterno e all'interno dell'alveare.«Abbiamo messo a disposizione la tecnologia di Eurotech per creare l'alveare intelligente. Si tratta di mini transponder, sensori piccolissimi, che verranno posti sul torace di un campione di api per monitorare il loro comportamento - commenta Roberto Siagri Ceo di Eurotech, azienda quotata in borsa con 330 dipendenti a livello di gruppo, circa 110 ad Amaro e gli altri dislocati nelle sedi negli Stati Uniti, Giappone, Francia e Inghilterra».Il transponder - prosegue - è dotato di Rfid, radio-frequency identification, identificazione a radiofrequenza, per l'identificazione e memorizzazione automatica di informazioni inerenti a oggetti, animali o persone, basata sulla capacità di memorizzazione di dati da parte di particolari etichette elettroniche, chiamate tag. Questa identificazione avviene mediante radiofrequenza, grazie alla quale un reader è in grado di comunicare e aggiornare le informazioni contenute nei tag che sta interrogando. Per capirci, il transponder più conosciuto è il telepass che permette agli automobilisti che viaggiano in autostrada di passare attraverso il casello senza doversi fermare effettuando il pagamento del pedaggio autostradale in automatico poiché il codice identificativo del trasponder è associato al conto corrente bancario di chi ha stipulato il contratto Telepass. L'Rfid posto sul torace delle api funziona nello stesso modo raccogliendo informazioni leggibili da internet sulla geolocalizzazione dell'insetto sul territorio o su quando entra o esce dall'alveare. I ragazzi della V elettronica del Marconi e quelli dell'istituto agrario si sono appena trasformati in apicoltori hi-tech con il progetto di "alveare intelligente", usando sistemi IoT (Internet of Things) gli apicoltori potranno monitorare la propria colonia e raccogliere informazioni utili non solo per intervenire in caso di bisogno, ma anche per fornire dati utili alla ricerca sulle api. «Grazie alla collaborazione tra le varie sezioni della scuola - chiarisce Marco Fragiacomo, dirigente scolastico dell'Itis - si arriverà a sviluppare un interessante progetto che costituirà anche un'ottima occasione per praticare il contatto con le aziende del territorio, cioè l'alternanza scuola lavoro, con un'azienda molto innovativa come Eurotech».Per l'esperimento, i ragazzi hanno utilizzato un'arnia di legno prodotta da un'altra azienda innovativa nel settore dell'apicoltura, che bene si presta per essere posizionata nel parco della scuola. L'arnia diventerà un alveare intelligente grazie ai sensori e alla componente elettronica fornita da Eurotech. I dati saranno poi resi disponibili sul web.Una di queste centraline per il controllo della qualità dell'aria è stata installata infatti proprio al Brignoli di Gradisca d'Isonzo dove sarà posizionato un secondo alveare intelligente che potrà servire per monitorare l'effetto delle sostanze inquinanti sulle api. I dati racconteranno infatti la vita all'interno di una delle arnie e quali sono i fattori esterni che influenzano la loro salute. Si tratta di un'evoluzione dall'IoT all'Internet of Behavior - IoB, basato sull'utilizzo di dati raccolti con strumenti digitali per agire sui comportamenti degli animali ma anche dell'individuo. Indicato secondo Gartner come la "madre" dei trend tecnologici strategici del 2021 si tratta cioè di raccogliere dati comportamentali attraverso gli strumenti digitali messi in campo (sensori, Rfid).

Lorenza Masè

 

«Un terzo del nostro cibo dipende dal loro polline: impariamo a proteggerle»
Intervista a Francesco Nazzi professore di Zoologia e Apidologia all'Università di Udine e autore di diversi libri specialistici sul tema
Trieste. Contribuiscono all'impollinazione di circa i tre quarti delle colture importanti per l'alimentazione umana e dell'85% delle piante selvatiche. Le api stanno soffrendo e le cause sono numerose: dai cambiamenti climatici all'utilizzo di pesticidi e fitofarmaci fino alla minaccia di un acaro parassita diffuso in quasi tutto il mondo. "Le api oggi dimostrano come i problemi a carico di un singolo nodo di questa rete intrecciata che sono gli ecosistemi, si possono ripercuotere sull'intera comunità, dalle api alle piante e da queste all'uomo" dichiara il Professor Francesco Nazzi professore di Zoologia e di Apidologia e apicoltura all'Università di Udine e autore di diversi libri tra cui "In cerca delle api: Viaggio dall'alveare all'ecosistema" (Hoepli Editore).Professor Nazzi, come stanno le api in Fvg, Italia e Europa? La situazione è abbastanza simile. Ogni anno perdiamo circa il 20% degli alveari e alla fine dell'inverno, gli apicoltori devono spesso constatare come all'incirca una colonia ogni cinque nei loro apiari è venuta meno durante la stagione fredda. Il numero complessivo di alveari non è drasticamente calato in tempi recenti solo perché le perdite vengono rimpiazzate a primavera dagli apicoltori con sforzi sempre maggiori. La stessa situazione si replica a livello italiano, europeo e anche nordamericano mentre è senz'altro migliore nell'emisfero meridionale e in Oceania.In che modo i cambiamenti climatici mettono a rischio le comunità di api? Ad esempio possono determinare lo sfasamento fra le fioriture e i cicli biologici delle api. L'innalzamento accelerato delle temperature, in primavera, può tradursi in un inizio precoce dell'attività delle api ma anche dei parassiti che, infine possono raggiungere in estate numeri intollerabili per la colonia. Un mondo unico in natura per efficienza e complessità, quali sono i comportamenti più affascinanti delle api? Le api come noi umani e pochissimi altri animali possiedono un linguaggio simbolico, sono cioè in grado di comunicare attraverso il linguaggio della danza la direzione e la distanza esatta di un luogo favorevole per la raccolta di nettare. Lezioni dalle api sulla gestione della pandemia? Gli insetti sociali e anche le api hanno un comportamento per cui l'insetto ammalato si autoesclude dalla circolazione e dagli scambi interni all'alveare riducendo così la possibilità di infettare gli altri individui, come se mettessero in atto una sorta di una quarantena volontaria. Qual è il ruolo delle api all'interno del nostro ecosistema?Contribuiscono sostanzialmente all'impollinazione di circa i tre quarti delle colture importanti per l'alimentazione umana. Senza di loro dovremmo rinunciare a 1/3 di ciò che mangiamo. Le api fattore di produzione del miele?L'apicoltore, se non vuole che le sue api muoiano, deve prendere dalle api solo il surplus di miele che esse producono. L'apicoltore rapace, che volesse prendere più di quello che producono in eccesso, farà morire di fame le proprie api. Che cosa significa per lei "sviluppo sostenibile"? La natura con tutti i suoi cicli è una maestra di circolarità e di conseguenza di sostenibilità. Sarebbe bello riuscire a fare un passo avanti rispetto all'ottica strumentale per cui dobbiamo difendere le api perché ci servono in quanto offrono dei servizi, e imparare a difendere ogni pezzetto dell'ecosistema, in ragione della strettissima interdipendenza di tutti noi che ne facciamo parte. La simbiosi tra piante e api dimostra infatti che nell'ecosistema nessuno conduce vite separate.

l.m.

 

 

 

 

IL PICCOLO - SABATO, 27 febbraio 2021

 

 

GORIZIA - «Va cambiata la strategia anti-smog»
Oggi si chiude la zona rossa, goriziani ligi, nessuna multa. L'assessore Del Sordi: «Servono misure almeno regionali»
Oggi è l'ultimo giorno di zona rossa anti-smog in un ring del centro. Un mero palliativo, non risolutivo, con quelle due ore (dalle 18 alle 20) di blocco al traffico imposto ai mezzi più vecchi. Ma il Comune, sulla scorta delle indicazioni fornite ancora dalla Regione targata Serracchiani, deve prevederla. A prescindere. Intanto, va detto che i goriziani si sono dimostrati rispettosi. Non è stata comminata nessuna multa, a sentire il comandante della Polizia locale, Marco Muzzatti. Ma la stessa amministrazione comunale più di qualche perplessità ce l'ha su questa maniera di gestire un tema, quello dell'inquinamento, considerata poco efficace. «In questi giorni, ci sono state alcune segnalazioni dell'Arpa di sforamento delle Pm10, in concomitanza del bel tempo ma la situazione, in ogni caso, è felice a Gorizia per quanto concerne la qualità dell'aria. Oggi, si conclude questo periodo: la zona rossa è un intervento preso sulla base di norme regionali che ho sempre contestato nella sostanza - spiega l'assessore comunale all'Ambiente, Francesco Del Sordi -. Perché? Perché non si può pensare a provvedimenti comunali per affrontare un problema di carattere interregionale. Bisognerebbe pensare a iniziative contemporanee che siano almeno regionali. L'inquinamento è figlio di situazioni climatiche generali. È incredibile che oggi un'amministrazione possa fare A e l'amministrazione del paese confinante decida di fare B o non faccia nulla. Non è così che si combatte l'inquinamento, in ordine sparso».Del Sordi ne ha già parlato con la Regione e con l'assessore Fabio Scoccimarro. «Continuo il mio pressing affinché venga cambiato questo approccio. Per quanto ci riguarda, come Comune, abbiamo presentato i primi veicoli elettrici del Comune e di Isontina Ambiente».Va ricordato che per la zona rossa c'erano anche molte deroghe e l'accesso veniva consentito a veicoli adibiti al trasporto pubblico di linea o turistico con pullman, autobus, scuolabus, taxi e autovetture in servizio di noleggio con conducente e veicoli con almeno 3 persone a bordo, conducente compreso, in analogia alla metodica car-pooling. Hanno potuto circolare anche i veicoli per servizi socio-sanitari e per il soccorso sanitario, compresi quelli dei medici e dei veterinari, muniti di apposito contrassegno distintivo. Da rammentare una volta di più che le misure preventive contro l'inquinamento erano scattate (e si esauriscono oggi) per i veicoli più "vecchi", ovvero le auto a benzina o a gasolio Euro 1, Euro 2 ed Euro 3 e i motoveicoli e ciclomotori Euro 1 ed Euro 2. In quelle giornate, dalle 18 alle 20, non potevano circolare su alcune strade del centro cittadino e, per la precisione, nelle vie Crispi (da via De Gasperi a Corso Verdi), Oberdan (da piazza Vittoria a corso Verdi), Morelli (da Via Crispi a via Oberdan), Petrarca (da corso Verdi a piazza Battisti), Dante (tutta), Boccaccio (da corso Verdi a via Cadorna) e corso Verdi (da via Crispi a via Mameli).Potevano circolare anche veicoli per servizi veterinari, muniti di apposito contrassegno distintivo.

Francesco Fain

 

Legambiente: «Non sottovalutare l'impatto sulla salute delle Pm10» - la posizione dell'associazione
Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, a seconda di come la si vuol vedere, per la qualità dell'aria in città, secondo Legambiente. L'associazione, in un recente dibattito serale online sulla sua pagina Facebook, ha analizzato la situazione confrontando vari studi e arrivando a questa e ad altre considerazioni. A "Che aria tira a Gorizia" hanno partecipato Luca Cadez, presidente del sodalizio ambientalista, Nevio Costanzo e Anna Maria Tomasich in qualità di soci esperti e Maria Teresa Padovan (Medici per l'ambiente). La serata è partita da un presupposto: ogni anno in Italia si registrano circa 84.000 morti premature attribuibili all'inquinamento atmosferico, con costi sociali ed economici elevati. Tra i diversi interventi è emersa la necessità di dover tenere alta la guardia, visto che, in fondo, Gorizia si trova in quella grande fascia di pianura padana che risulta essere la seconda zona più inquinata d'Europa, con un altissimo numero di morti per patologie legate alla diffusione di polveri sottili. Chiaramente il Friuli Venezia Giulia non è Lombardia, dato che qui l a qualità dell'aria risulta mediamente sufficiente, ma «le malattie non sono causate solo da emissioni locali ma anche dalla delocalizzazione delle Pm10 che possono diffondersi per molti chilometri», ha rimarcato Padovan.Guardando invece a recenti dati Arpa, Luca Cadez ha riportato che «negli ultimi anni si registra una riduzione dei valori legati alle polveri sottili in tutti e quattro i capoluoghi del Friuli Venezia Giulia». Ciò non toglie però che «sono stati riscontrati picchi significativi in certi periodi dell'anno e in prossimità di particolari luoghi. Anche il biossido di azoto e l'ozono risultano essere, nella nostra città, al di sotto delle soglie sensibili, anche se degli sforamenti negli ultimi anni ci sono stati in concomitanza di determinate stagioni e condizioni atmosferiche». Legambiente ha anche presentato il rapporto "Mal'aria 2020" dove si stila una "pagella" sulla qualità dell'aria delle città italiane sulla base degli ultimi 5 anni di dati ufficiali disponibili per quanto riguarda i tre inquinanti più presenti nei centri urbani: polveri sottili (Pm10, Pm2, 5) e biossido di azoto (No2). Dati che non sono stati confrontati con il limite normativo previsto dalla legislazione comunitaria per ciascun inquinante ma con i più stringenti e cautelativi limiti suggeriti dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Delle 97 città di cui si hanno statistiche su tutto il quinquennio analizzato (2014 - 2018) solo 15 raggiungono un voto superiore alla sufficienza (il 15%): Sassari (voto 9), Macerata (8), Enna, Campobasso, Catanzaro, Nuoro, Verbania, Grosseto e Viterbo (7), L'Aquila, Aosta, Belluno, Bolzano, Gorizia e Trapani (6). La maggior parte delle città italiane invece è sotto la sufficienza (l'85% del totale).Considerando il "sei" ottenuto dal capoluogo isontino, è emersa la necessità di non sottovalutare la qualità dell'aria che respiriamo, anche alla luce dell'emergenza Covid. È assodato infatti che «la risposta infiammatoria della malattia è molto più alta nelle zone più inquinate d'Italia», ha detto Padovan.

Emanuela Masseria

 

 

MONFALCONE - Incontro Comune Legambiente: raddoppio dello spazio verde e rete ciclabile verso il centro.

Cisint ha illustrato il progetto di rigenerazione urbana. Tra gli interventi un percorso storico-turistico che riproporra' i segni dell'identita' cittadina.

Il sindaco Anna Maria Cisint ha incontrato i rappresentanti di Legambiente, presenti i tecnici comunali e l'architetto Francesco Morena che, assieme all'ingegner Edino Valcovich segue la progettazione della rigenerazione del centro cittadino e di piazza della Repubblica. Precisato che quello presentato è solo il progetto preliminare e che il dettaglio degli interventi sarà stabilito nella fase esecutiva, Cisint ha illustrato le caratteristiche che verrà ad avere la riqualificazione dell'area e si è soffermata in specifico sulle osservazioni presentate dall'associazione ambientalista. Per quanto riguarda la mobilità sostenibile e le piste ciclabili, si tratta di un'esigenza che la giunta ha già posto ai professionisti incaricati nell'ottica di un'accessibilità del centro attraverso la rete delle ciclabili che l'ente sta sviluppando e che troverà pertanto le più idonee soluzioni.«Del resto - ha precisato il sindaco - il Comune intende sviluppare e sostenere il trasporto pubblico e per questo è stato richiesto all'Apt di predisporre un nuovo sistema di collegamenti dei bus che meglio possa rispondere all'utilizzo di questo mezzo, con connessioni frequenti e articolate fra centro e rioni che si prevede di avviare nei prossimi mesi. La nuova configurazione di via Rosselli risponde anche ad una visione del trasporto pubblico verso l'uso di mezzi elettrici e di minor dimensione, secondo gli orientamenti europei in materia di sostenibilità».In ordine al tema riguardante gli alberi e il verde pubblico è stato chiarito l'equivoco sul fatto che il rendering preliminare fornito dai progettisti non comprende tutte le alberature per la volontà di far emergere la proposizione del percorso delle mura medioevali, uno degli elementi qualificanti del progetto. Lo spazio verde complessivo passerà da 1.200 a 3.000 metri quadrati.«È prevista - ha rilevato Cisint - la realizzazione di un percorso storico-turistico che riproporrà i segni distintivi dell'identità cittadina, dal biscotto, al pilo, al segno delle antiche mura che, assieme all'apertura del museo dei reperti degli scavi del municipio, all'apertura della Rocca, alla riqualificazione di casa Mazzoli e del porticciolo Sauro, rivitalizzeranno la città e la sua attrattività. Non c'è alcuna intenzione quindi di ridurre gli alberi secolari e se, nel rispetto di questo percorso, sarà necessario si provvederà a reimpiantare le alberature che dovessero essere spostate».Il primo cittadino ha quindi illustrato l'intervento di risanamento e consolidamento della roggia, per il quale sono stati ottenuti i finanziamenti regionali e che una volta completato consentirà la sua emersione lungo il percorso originario all'interno della nuova area verde. Rispetto all'area giochi il sindaco, che già aveva riferito dell'intenzione di eliminare il parco Unicef, ha sottolineato che quello presentato, pur in una logica di organicità urbanistica, è solo il progetto preliminare: gli elementi di arredo urbano dell'area saranno definiti nelle fasi successive, guardando all'obiettivo principale della riqualificazione dell'area e valorizzazione degli elementi storici e identitari sulla base della quale sono stati acquisiti i relativi finanziamenti.«La nostra amministrazione - ha sottolineato il sindaco Cisint - negli ultimi 4 anni ha investito oltre 700 mila euro per implementare e sviluppare gli spazi attrezzati per i giochi dei ragazzi, considerando questo un impegno strategico, come mai in passato, e tutt'ora sta investendo. La politica di rafforzare gli spazi dedicati nel centro sarà ulteriormente perseguita trovando le migliori soluzioni, pertanto anche sotto questo profilo posso confermare l'impegno dell'ente per rispondere a questo aspetto».

 

 

La prima volta del Silos nel Piano delle opere da 130 milioni sul 2021
Tre voci per 17,6 milioni riferite all'edificio vicino alla stazione. Vertice mercoledì - Progetto confermato: supermarket, albergo, uffici, parcheggi e centro congressi
Supermercato, albergo a quattro stelle, ristorante, centro congressi con oltre 1.000 posti, uffici, 800 parcheggi, terminal bus extra-urbani: un monte-investimenti potenziale per un'area definita «polifunzionale» che danza tra i 100 e i 120 milioni di euro. Il Silos in piazza Libertà, uno dei grandi dimenticati della progettualità triestina, pare abbia ritrovato la memoria. Ieri mattina, illustrando il Piano triennale delle opere comunali, l'assessore Elisa Lodi, per la prima volta nella sofferente vicenda ultra-ventennale di quel sito, lo ha inserito nella programmazione municipale, su indicazione del direttore dell'Urbanistica Giulio Bernetti.Il Silos ha meritato addirittura tre citazioni nel lungo elenco delle cose da farsi nel 2021 per un totale di 17,6 milioni di euro, tutti a carico del privato. Di queste poste 4,1 milioni riguardano la nuova stazione delle corriere, tema che costituirà materia di negoziato tra la proprietà e la civica amministrazione. Fonti della Silos spa, afferente a Coop Alleanza 3.0 attraverso Immobiliare Nordest, informano che mercoledì 3 marzo una delegazione della società incontrerà il sindaco Roberto Dipiazza per verificare la tenuta di un cronoprogramma, che, se rispettato scrupolosamente, potrebbe portare all'apertura dei cantieri nel primo semestre 2022. Ecco le tappe della redenzione: sottoscrizione di un accordo di programma entro l'attuale mandato di Dipiazza, la convocazione della conferenza dei servizi, la stipula della convenzione pubblico/privata. Una volta ottenuto il titolo a costruire, l'operazione potrà decollare seguendo il percorso progettuale su cui da anni si arrovella l'architetto Aldo Pavoni dello studio latisanese Archea. Intanto Silos tornerà a tessere la paziente rete di uno "scouting" mirato a scovare investitori nazionali e internazionali. Perché "tornerà"? Perché in realtà lo aveva già fatto, avendo individuato un fondo internazionale, che era rappresentato dall'ex manager cooperativo Attilio Grazioli. Ma è trascorso tempo, si vedrà. Il confronto burocratico-amministrativo con Comune e Regione, in particolare sui parcheggi e sulla stazione delle corriere, ha ulteriormente avviluppato un percorso tormentato e segnato dal fallimento di Unieco, che aveva acquistato il Silos dal Comune. Proprio a causa di illusioni/delusioni accatastate durante un ventennio abbondante, la proprietà cooperativa acquartierata a Bologna preferisce mantenere un profilo prudente. Silos si è rivelato il vero acuto, la novità inedita (entro certi limiti) nella recita del copione, al quale hanno partecipato lo stesso sindaco, il vice Paolo Polidori, i capigruppo di maggioranza Alberto Polacco (Fi), Radames Razza (Lega), Vincenzo Rescigno (Lista Dipiazza), Salvatore Porro (Fdi). Mancava Michele Babuder, presidente della commissione consiliare competente. Il triennale 2021-23, varato giovedì pomeriggio dalla giunta, "cuba" complessivamente 220 milioni di euro, di cui 130 concentrati sull'anno corrente, che è anno elettorale. Attenzione: si tratta della somma di entrate comunali (una settantina di milioni), statali, regionali, private (project financing). L'obiettivo politico di Polidori, in quanto titolare del Bilancio, è chiudere il preventivo 2021 entro il 31 marzo, in maniera tale da liberare quanto prima l'utilizzo delle risorse: non c'è bisogno di nuovo debito - ha detto il vice sindaco - e non c'è necessità di vendere azioni Hera. Elisa Lodi ha scandito i capitoli principali: ancora una volta - a valori arrotondati - capolista l'edilizia scolastica (47 milioni), poi la cultura (26 milioni), lo sport (17 milioni), le strade (12 milioni), il direzionale (7 milioni), il verde (6,7 milioni).L'assessore ha scelto alcuni specifici interventi per documentare le priorità realizzative. Nel settore educativo i "nidi" all'ex caserma Chiarle a San Giovanni e a Roiano nell'edificanda area ex Polstrada. Il comparto culturale, oltre al Magazzino 26 in Porto vecchio, indica il museo del Risorgimento. Lo sport cita il "Ferrini", la cittadella "Samer", l'illuminazione del "Grezar", il completamento del polisportivo di San Giovanni. A livello viario la ciclopedonale di Sant'Andrea e piazza Sant'Antonio.Spazio anche agli investimenti sulle strutture amministrative proprie: l'ex Meccanografico e il cosiddetto palazzo dell'Anagrafe quelli più significativi.

Massimo Greco

 

Accordo di programma sul Porto vecchio La Regione: sì alla firma - il testo approvato anche dalla giunta Fedriga
L'Accordo di programma sul Porto vecchio passa anche in Regione. La delibera con la bozza del testo è stata infatti approvata ieri in mattinata dalla giunta regionale. Commenta il presidente Fvg Massimiliano Fedriga: «Questo atto pone le basi per il rilancio di un'area che è parte integrante del nostro piano pluriennale sulle grandi opere in quanto riveste un valore strategico assoluto per l'economia del Friuli Venezia Giulia». Il provvedimento è stato adottato dall'esecutivo regionale su proposta congiunta degli assessori alle Infrastrutture e Territorio Graziano Pizzimenti e al Patrimonio e Demanio Sebastiano Callari, le cui rispettive direzioni saranno incaricate di provvedere agli atti conseguenti all'attuazione dell'intesa. Il via libera della Regione era l'ultimo passaggio da superare: ora nulla osta a che la firma si tenga alla Centrale idrodinamica nel giovedì della prossima settimana, così come da intenzioni del Comune. A sottoscrivere il testo ci saranno lo stesso Fedriga, assieme al sindaco Roberto Dipiazza e al presidente dell'Autorità portuale Zeno D'Agostino.Il testo divide l'area del Porto vecchio in due categorie spaziali: l'"Ambito dei sistemi insediativi di supporto regionale" corrisponde alle aree sdemanializzate ed assegnate al patrimonio disponibile del Comune di Trieste per essere fatte oggetto del processo di valorizzazione, mentre le aree che rimangono nell'"Ambito delle attrezzature portuali di interesse regionale" sono quelle di proprietà demaniale assegnate alla gestione dell'Adspmao, ovvero le banchine, l'Adriaterminal e la fascia costiera. La firma farà sì che, con il varo del consorzio Ursus e la variante al piano regolatore, i beni della prima categoria possano esser messi sul mercato. La definizione delle aree di competenza è stato uno dei punti più dibattuti nel corso dell'elaborazione dell'accordo, che si è trascinata dall'aprile dello scorso anno fino a oggi.

G.tom.

 

Le opposizioni critiche: «Il solito libro dei sogni rinviato di anno in anno»
Dal Pd al M5s: «Quante incompiute». Russo: «Cosa verrà realizzato?» - Italia Viva: «Più fondi all'Acquamarina». Futura: «C'è aria di elezioni»
Secondo le opposizioni il piano delle opere della giunta è una stanca liturgia, «il solito libro dei sogni». Dal Pd al M5s, la presentazione è bollata in modo unanime come un'operazione elettorale. Il candidato in pectore del centrosinistra Francesco Russo sferza l'amministrazione: «Ha ragione l'assessore Lodi a dire che il Pto presentato oggi va in continuità con quelli passati: è un libro dei sogni di opere condivisibili che, puntualmente, non vengono realizzate». Gli annunci si ripetono ogni anno, dice Russo, ricordando che già nel 2020 erano stati previsti 100 milioni di lavori: «Dal 2016 la lista delle incompiute è lunga: il tram di Opicina, la Piscina terapeutica, il Mercato ittico, la riqualificazione di Porto vecchio e la piazza di Roiano solo per citarne alcune». Russo si chiede infine quanti milioni degli oltre 130 previsti verranno spesi: «Temo una quota davvero marginale, esattamente come avvenuto negli ultimi 5 anni».Nemmeno il consigliere pentastellato Paolo Menis è benevolo verso la giunta: «Più che a pensare alle nuove opere, il futuro sindaco dovrà pensare a realizzare quelle non fatte da Dipiazza, a partire da Roiano per passare alla galleria di Montebello e terminare con il tram». Aggiunge: «Le cifre contenute in questo piano, come quasi sempre, sono alquanto arrotondate per eccesso, dei fondi previsti per quest'anno forse verranno impegnati la metà. Bene che si investa sulle scuole, assenti o tardivi invece gli investimenti sulle ciclopedonali e sugli impianti sportivi dedicati all'atletica leggera».Il consigliere Pd Giovanni Barbo cita il Mercato ittico, «annunciato un mese dopo l'inizio mandato nel 2016, inserito nel piano delle opere e poi slittato di anno in anno fino a scomparire dal documento. Il che ci fa dubitare, per usare un eufemismo, che quanto inserito oggi nel piano abbia una qualche attinenza con la realtà, presente o futura. L'elenco dei lavori che leggo essere in programma è più o meno quello del 2016: siamo finiti in una macchina del tempo?». Il documento, chiosa, non è mai passato dalla IV commissione. Antonella Grim di Italia Viva dichiara: «I due milioni per l'Acquamarina sono insufficienti, le stime prevedono una spesa dai 6 agli 8 milioni per il ripristino. Spero si faccia pressing per altri contributi. Servirebbe poi un salto complessivo, di sistema, sulla mobilità sostenibile, invece della solita filosofia del rattoppo. Mi preoccupa infine la manutenzione delle scuole, il 30% dei fondi effettivamente impiegato dovrebbe esser destinato a questo». Sabrina Morena di Open Fvg rincara la dose: «La solita minestra riscaldata. Del Parco della Rimembranza e del Meccanografico parlano da sempre senza farlo mai. Pure piazza Sant'Antonio doveva arrivare nel 2020. Un caso classico di giunta del faremo».Roberto De Gioia di Futura sentenzia: «Ripartire "alla grande" a fine mandato fa tanto campagna elettorale. Troppa carne sul fuoco quando tra approvazione e avvio delle opere saremo già a fine anno. Spero comunque che almeno le manutenzioni e ristrutturazioni siano portate a termine entro l'anno. Vedo 2 milioni sull'Acquamarina, forse hanno capito che la piscina terapeutica va ripristinata lì».

Giovanni Tomasin

 

 

Parte la petizione online per riaprire al pubblico il parco di Villa Necker - Il Comune attende Roma
Il comitato che l'ha promossa si propone anche per la gestione futura - L'assessore Giorgi: «L'Esercito deve definire le modalità di cessione»
Se la montagna non va da Maometto, Maometto va alla montagna. Ecco che, se da Roma non arrivano ancora le risposte che i cittadini attendono, sono questi ultimi che si mobilitano per raggiungere l'obiettivo. Si parla della pratica del Comune, avviata a settembre scorso, per l'apertura al pubblico del parco di villa Necker, la sede del Comando militare dell'Esercito "Friuli Venezia Giulia", stretto tra via dell'Università, via Belpoggio e viale Terza Armata. Un progetto di cui si parla da decenni, ma che non ha ancora visto la luce. L'argomento torna alla ribalta con una petizione e un'interrogazione. A lanciare la prima iniziativa è stato il Comitato "Ritorno al Parco" (che si presenterà alla stampa venerdì 5 marzo da Mimì & Cocotte alle 17) per «sensibilizzare le autorità e la cittadinanza con l'obiettivo di riaprire il cancello del parco di Villa Necker». Così si legge sulla piattaforma Change.org, dov'è presente il testo da firmare online, che ha raggiunto quasi 100 adesioni fin qui. Il comitato, che si proclama indipendente, è presente su Facebook con una pagina, a ricordare che il polmone verde in questione fino agli anni '80 era accessibile al pubblico, ospitando l'oratorio Villaggio Sereno e negli anni '50 addirittura un cinema estivo. «Consegneremo le firme al Comune, perché riteniamo che il parco debba diventare di nuovo pubblico - spiega uno dei portavoce, Giuliano Gelci -, ci proponiamo anche per una gestione partecipata, pensando a una ricerca di fondi europei». Si aggiunge anche il consigliere comunale di Fi Bruno Marini che, da ex frequentatore del Villaggio Sereno, accoglie con molto piacere la petizione. «Ho vissuto gli anni più belli lì - afferma -. Da quanto mi risulta ora il parco è lasciato al totale degrado. La prima cosa da risolvere è il passaggio della proprietà. Già in passato avevo cercato di capire come potesse avvenire. Sarebbe bene che i candidati sindaco inserissero questo obiettivo all'interno del proprio programma elettorale». Il comitato peraltro non è la prima volta che si mette in moto per smuovere l'opinione pubblica sul tema. Lo scorso autunno aveva commissionato un'indagine all'istituto di ricerca Ixè: era emerso che l'82% dei residenti (su un campione di 700 cittadini) vuole che il Comune intervenga affinché il demanio militare riapra ai cittadini il parco di Villa Necker. A smuovere ulteriormente le acque è ora il consigliere comunale forzista Michele Babuder, che ha depositato un'interrogazione rivolta al sindaco Roberto Dipiazza e all'assessore al Patrimonio Lorenzo Giorgi, in cui non solo chiede lo stato dell'arte della pratica avviata per villa Necker ma anche indaga sullo stallo «per la fruizione pubblica o semipubblica delle aree fronte mare di Miramare» di pertinenza del bagno militare. Nello specifico, chiede se possa essere presa in considerazione una gestione temporanea da parte del Comune dello stabilimento, a disposizione di tutti e garantendo anche un accesso ai militari, in cambio di una presa in carico degli oneri di ristrutturazione e manutenzione di cui ormai necessita lo stabilimento. Il sito balneare è di fatto chiuso da due anni per un contenzioso in corso con la società che doveva gestirlo mentre il nuovo bando non è ancora partito in attesa di nuove direttive in ambito Covid da parte del governo. Un'analoga operazione, continua Babuder, si potrebbe eventualmente ipotizzare per il parco. Ma al momento non ci sono novità sulla cessione. «Sono state fatte delle riunioni e c'è disponibilità da parte del Demanio statale - afferma Giorgi -, ma le tempistiche sono lunghe. Devono ancora comunicarci in che modo verrà ceduto il parco e la divisione ufficiale fisica dei confini». Così il sindaco Roberto Dipiazza: «Ci sono stati i contatti con l'Esercito, so che la pratica è arrivata a Roma, adesso bisogna capire in che modo lo Stato maggiore vorrà cedere gli spazi. Villa Necker è interessante perché ci sono tre campi da tennis, uno dei quali l'Esercito vorrebbe mantenere». L'amministrazione è propensa a una cessione che prevede per il Comune parco e due campi da tennis. Dagli ambienti militari intanto confermano che la pratica è ora in fase di elaborazione negli uffici preposti dello Stato maggiore dell'Esercito a Roma.

Benedetta Moro

 

 

Domani - La marcia degli anfibi nei laghetti di Pesek
Riparte la "marcia degli anfibi" . A grande richiesta, la società cooperativa Rogos ripropone, domani alle 10, l'escursione di tre ore adatta a tutti - gratuita grazie al contributo del Comune di San Dorligo della Valle e della Regione - alla scoperta degli stagni e del risveglio degli anfibi. I partecipanti andranno a osservare stavolta gli specchi d'acqua di Pesek. Si consigliano abiti comodi e scarpe da trekking. Nel rispetto delle norme anti Covid l'uscita è a numero chiuso e solo su prenotazione, inviando una mail a info@rogos.it con nome e recapito telefonico. Il luogo di ritrovo verrà comunicato agli iscritti via posta elettronica.

 

 

 

 

IL PICCOLO - VENERDI', 26 febbraio 2021

 

 

Accordo di programma per il Porto vecchio: il primo ok alla firma
Ultimato il passaggio in Comune, oggi tocca alla Regione - La prossima settimana la sottoscrizione, prevista giovedì
La giunta comunale ha approvato ieri la delibera che autorizza il sindaco Roberto Dipiazza a sottoscrivere l'Accordo di programma sul Porto vecchio, mentre quella regionale si accinge a dare oggi il suo via libera. Dopo nove mesi di rinvii, la firma verrà infine al mondo la prossima settimana, e porrà - almeno sulla carta - le basi per mettere sul mercato i magazzini del Porto vecchio. E quindi rivitalizzare l'intera area. Manca ancora il crisma dell'ufficialità, ma salvo ulteriori contrattempi la cerimonia è prevista per giovedì prossimo, nella Centrale idrodinamica dell'antico scalo. Arriva così alle battute finali una procedura che ha accompagnato per tutto l'anno passato le vicende di Regione e Comune, che a fine 2019 avevano fissato solennemente la firma all'aprile del 2020. Gli uffici delle tre istituzioni (Autorità portuale compresa) si sono poi confrontati per mesi su come conciliare le esigenze di ognuno, compito non scontato all'interno di un'area comunale in cui resterà una significativa presenza portuale e su cui anche la Regione ha intenzione di installarsi. Nelle ultime settimane, però, al netto di qualche episodio di tensione fra Comune e Regione (o forse grazie ad esso), il processo ha subito un'accelerazione. L'altro ente firmatario, l'Autorità di sistema portuale, ha dato da tempo la sua disponibilità a procedere, sicché nulla osta ormai.La giunta comunale ha approvato nel primo pomeriggio di ieri il documento che autorizza il sindaco a procedere con la firma. Per Roberto Dipiazza si tratta di un risultato im portante in vista della prossima campagna elettorale, in cui il Porto vecchio sarà oggetto di dibattito fino allo sfinimento. L'assessore regionale alle Infrastrutture Graziano Pizzimenti porterà una delibera analoga oggi in giunta regionale e aspetta di vederla approvata per commentare, anche se la sua approvazione è fuori discussione. L'Accordo di programma per il Porto vecchio, ricordiamo, comprende la fondazione del Consorzio Ursus (che dovrà poi gestire le operazioni di vendita dei magazzini), la ripartizione immobiliare dell'area (cosa resta a chi, cosa va venduto e cosa no) e la variante al piano regolatore che il Consiglio comunale avrà poi un mese di tempo per ratificare.

Giovanni Tomasin

 

 

«Una rete di tram dal centro al Carso e sul lungomare» - LA PROPOSTA DI "UN'ALTRA CITTA'"
La rete di Un'altra città vuole che l'amministrazione comunale rinunci a ovovia e parco del mare. E che si concentri invece sul progetto di una rete tranviaria che copra l'asse compreso tra stazione e piazza Foraggi, passi per periferie e Carso nonché unisca la linea del fronte mare, da Barcola e Porto vecchio fino a Campo Marzio o addirittura Muggia. Sono alcune delle proposte emerse dal consueto dibattito online del giovedì, che gli attivisti organizzano per far conoscere i propri punti programmatici in vista della corsa per il Municipio, chiedendo al candidato o ai candidati dell'area di centrosinistra di farsene carico. Una sorta di campagna elettorale indiretta, almeno per il momento. Il futuro della mobilità dopo il Covid era al centro dell'incontro di ieri. Il docente di storia e filosofia dei licei Guido Pesante e la ricercatrice di Elettra Sincrotrone Loredana Casalis - entrambi esponenti di Un'altra città - hanno dialogato con Andrea Wehrenfennig (Legambiente Trieste) e Luca Mastropasqua (Fiab Ulisse). Legambiente e Fiab compaiono nel novero delle undici associazioni triestine che a dicembre avevano firmato un appello al governo nazionale, nel quale si accusa «l'attuale amministrazione cittadina» di «ignorare le direttive europee e nazionali sul taglio delle emissioni di gas serra». Nella stessa lettera si attaccano Piano urbano per la mobilità sostenibile (Pums), appunto ovovia e si avanza l'idea di una rete di tram come quella sopra descritta. Tra i firmatari figura anche Riccardo Laterza, in qualità di referente di Tryeste. Altre istanze emerse ieri hanno riguardato l'implementazione di pedonalità, ciclabilità e trasporto pubblico locale, immaginato gratuito perlomeno per le fasce economicamente più fragili della popolazione. Inevitabile un riferimento al Porto vecchio, che la rete auspica diventi un bacino per «soluzioni avanzate e capaci di diffondere buone pratiche sul territorio».

Lilli Goriup

 

 

A lezione nel vigneto  sulla potatura della vite con Urbi et Horti e Bioest - domani a Valmaura
Inverno. Per la vite è tempo di potatura, una delle pratiche più importanti nella cura del vigneto, ma anche del giardino, in quanto può incidere in modo determinante sulla quantità e qualità d'uva prodotta. Per conoscere i segreti di una potatura perfetta e provare - letteralmente - a praticarla sul campo assieme al maestro contadino Roberto Marinelli, le associazioni Urbi et Horti e Bioest hanno organizzato una sessione aperta al pubblico - nel rispetto delle norme anti Covid - per domani con ritrovo alle 10.30 davanti al PalaTrieste. «Potare regolarmente e in modo corretto - spiegano gli esperti - aiuta anche a mantenere sana la pianta». Doveroso quindi dedicare tempo e attenzione a questa pratica. «E' necessario - anticipa la naturalista Tiziana Cimolino di Bioest - conoscere almeno le basi della fisiologia della vite. In quest'incontro forniremo gli elementi per eseguire la potatura in modo corretto. Assieme al maestro contadino proveremo un' esperienza pratica di potatura di vite, ulivo e forse qualche albero da frutto o arbusto. Accompagnare un albero nella sua crescita richiede rispetto e ascolto. Proveremo a farlo come i nostri nonni, torcendo i rami con delicatezza e cercando di rafforzare la pianta per sopportare meglio le basse temperature». Prenotazioni al numero 3287908116.

GT

 

 

 

 

IL PICCOLO - GIOVEDI', 25 febbraio 2021

 

 

AcegasApsAmga investe 100 milioni e rinforza le reti di luce, acqua e gas
L'amministratore delegato Gasparetto: «Questo territorio cresce più di altri». In arrivo anche 120 mila contatori nuovi
Cento milioni tondi nel quadriennio 2021-2024: 20 milioni di euro sul servizio elettrico, 40 milioni sull'idrico, 40 milioni sul gas. Il piano industriale di AcegasApsAmga, inserito nel più generale contesto del gruppo Hera, punta esplicitamente su Trieste. «Perché Trieste - premette Roberto Gasparetto, amministratore delegato della multiutility del Nordest - è una realtà che cresce più di altri territori. Questa crescita deve essere capita, assecondata, pilotata. AcegasApsAmga vuole rappresentare un fattore di sviluppo sostenibile». Gasparetto lo dice senza giri di parole: «Oggi l'azienda ritiene di concentrare le proprie forze più su Trieste che sul Veneto». Dopo il ciclo riflessivo del 2018-2019-2020 c'è bisogno subito di qualche elemento di feconda discontinuità: tanto per cominciare, rispetto al decennio precedente la società triestina-padovana-udinese "entra" in porto con una progettualità innovativa, non solo per gestire le reti. Fulcro dell'operazione e priorità operativa è il tema elettrico «perché - continua Gasparetto nel suo ufficio nello spigolo di palazzo Modello che guarda dall'alto l'ufficio di Dipiazza - le modifiche costruttive, che cantieri e armatori portano alle navi, motivano scali e pubbliche amministrazioni a effettuare rapidi adeguamenti tecnologici». Elettricità - Obiettivo dei 20 milioni da investire: Trieste deve potenziare per il 15% l'erogazione di energia elettrica. «Si pensi che una nave da crociera ormeggiata - esemplifica il manager rodigino - consuma un sesto dell'intero fabbisogno di Trieste». Allora è necessario irrobustire il sistema: avvicendando le fonti di approvvigionamento, ridisegnando la rete, connettendosi con la Slovenia, ragionando con Terna, dialogando con Wärtsilä, confrontandosi con l'Autorità portuale, mettendo in campo intelligenza artificiale. Accanto alla "scommessa porto" c'è la quotidianità di esercizio: AcegasApsAmga inserirà nelle case dei triestini, soprattutto nelle annate 2022-23-24, 120.000 contatori elettrici di seconda generazione. Acqua - Anche il servizio idrico assorbe quattrini e ricerca. Le perdite di una rete antiquata sono calate al 35% ma restano troppo alte: Gasparetto vuole scendere sotto il 30%. La "distrettualizzazione"